Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 43

Chapter 433,345 wordsPublic domain

In quest'anno sul principio d'aprile _Guelfo IV duca_ di Baviera, per redimer i suoi peccati, imprese il viaggio di terra santa, e si unì con _Guglielmo duca_ d'Aquitania[1376]. Conducevano seco questi due principi un'armata di cento sessanta mila crociati. A questa precedeva l'altra de' Lombardi, che dicemmo incamminata con _Anselmo arcivescovo_ di Milano, il cui disegno fatto sulle dita, per quanto ne correa la voce, era di voler conquistare Babilonia, come se quella fosse una bicocca. Ma tanti castelli in aria andarono ben presto a finire in nulla. Passata che fu sì gran moltitudine di gente nell'Asia[1377], per tradimento dell'_imperadore Alessio_, che passava d'intelligenza coi Turchi, parte per gli stenti e mancanze de' viveri, parte per le sciable e frecce nemiche, perì quasi tutta. Fra gli altri principi che lasciarono la vita in sì sfortunata spedizione[1378], uno fu il suddetto arcivescovo di Milano, ossia che egli morisse in una zuffa co' Turchi, oppure che ferito fuggisse a Costantinopoli, dove Landolfo da san Paolo scrive che succedette la sua morte. Salvossi dopo la rovina del suo esercito il duca Guelfo, e per mezzo ad infiniti travagli ebbe almen la consolazione di arrivare a Gerusalemme. Soddisfatto ch'ebbe ivi alla sua divozione, se ne tornava questo principe per mare a casa; ma giunto all'isola di Pafo, oppure di Cipri, e colto da una mortale infermità, quivi finì di vivere, e trovò la sua sepoltura o nel presente o nel susseguente anno: principe glorioso per tante sue militari imprese, e massimamente per aver piantata in Germania e lasciata quivi in gran potenza una linea di principi estensi, la qual tuttavia più che mai fiorisce nella insigne casa di Brunswich, Wolfembuttel e Luneburgo, dominanti anche sul trono dell'Inghilterra. Restarono di lui due figliuoli maschi, cioè _Guelfo V_ marito della gran contessa Matilda, ma da lei separato, ed _Arrigo_, appellato per soprannome _il Nero_. Succedette _Guelfo V_ nel ducato della Baviera, e questi poi si segnalò colle doti della pietà, del valore e della liberalità, come s'ha dalla Cronica di Weingart. In qual anno egli terminasse i suoi giorni resta tuttavia allo scuro. Certo è, che vivente ancora esso Guelfo, _Arrigo_ suo fratello portò il titolo di _duca_, e ne vedremo una pruova all'anno 1107. Truovasi nel maggio del presente anno la _contessa Matilda_ in Governolo sul Mantovano[1379], dove restituisce al monistero di san Benedetto di Polirone l'isola di Revere con altri beni. Si accinse ella in questi medesimi tempi a ricuperar la città di Ferrara, che tanti anni prima le si era ribellata; e fatto un gran preparamento di soldatesche, chiamati anche in aiuto i Veneziani[1380] e i Ravennati, che vi accorsero per Po con una squadra di navi, nell'autunno passò all'assedio di quella città.

_Contra quam gentes numero sine duxit et enses,_ _Tuscos, Romanos, Longobardos galeatos,_ _Et Ravennates, quorum sunt maxime naves._ _Circumstant equidem multae maris atque carinae_ _A duce praeclaro trasmissae venetiano._

Son versi di Donizone[1381], che soggiugne, avere i Ferraresi alla vista di tanto sforzo presa la risoluzione di arrendersi: con che senza spargimento di sangue tornò quella città sotto il dominio della contessa.

NOTE:

[1372] Abbas Ursperg., in Chron. Annalista Saxo.

[1373] Donizo, in Vit. Mathild., lib. 2, cap. 13.

[1374] Landulfus junior, Hist. Mediolan. cap. 2.

[1375] Romualdus Salernitanus, in Chron.

[1376] Chron. Weingart. apud Leibnit. Abbas Urspergens., in Chron.

[1377] Radulphus Cadomensis, de gestis Tancredi.

[1378] Landulf. junior, Hist. Mediolan., cap. 2.

[1379] Bacchini, Stor. di Polirone, lib. 3.

[1380] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

[1381] Donizo, in Vit. Mathildis, lib. 2, cap. 13.

Anno di CRISTO MCII. Indizione X.

PASQUALE II papa 4. ARRIGO IV re 47, imperad. 19.

Celebrò in quest'anno _papa Pasquale_ un solenne concilio in Roma nella basilica lateranense[1382], in cui rinnovò la scomunica contra dello scismatico imperadore _Arrigo IV_, e confermò i decreti de' precedenti sommi pontefici intorno alla disciplina ecclesiastica. In Germania esso Arrigo sul principio di quest'anno, o sul fine del precedente, raunati in una dieta i principi di quelle contrade, trattò con essi di levar lo scisma, e di restituir la pace alla Chiesa e ai popoli. Fu consigliato da tutti i saggi di riconoscere il romano pontefice Pasquale, ed egli anche promise di portarsi a Roma, dove in un concilio si esaminasse tanto la sua quanto la causa del papa, e ne seguisse concordia. Ma l'infelice principe non attenne dipoi la parola; anzi si seppe ch'egli andava tuttavia macchinando di creare un nuovo antipapa: il che non gli venne fatto per difetto non già di volontà, ma di potere. Aveva papa Pasquale inviato per suo nunzio e vicario residente presso la contessa Matilda _Bernardo_ cardinale della santa romana Chiesa, ed abbate di Vallombrosa, uomo di rara probità e prudenza. Fra gli altri affari che egli trattò colla contessa, uno de' principali fu l'ottener da essa la rinnovazion della donazione di tutti i suoi beni alla Chiesa romana. Gli aveva essa donati alla medesima Chiesa fin sotto papa Gregorio VII, ma per le gravi turbolenze dipoi insorte s'era smarrito lo strumento della medesima donazione. Però stando essa Matilda nella rocca di Canossa nel dì 17 di novembre dell'anno presente confermò e rinnovò[1383], _per manum Bernardi cardinalis et legati ejusdem romanae Ecclesiae_, la donazione di tutti i suoi beni, tanto posseduti quanto da possedersi, e tanto di qua quanto di là da' monti, in favore della Chiesa romana. Lo strumento tuttavia esistente si legge in fine del poema di Donizone. Era la medesima contessa in quest'anno nel dì 4 di giugno _in loco, qui dicitur Mirandula_, e quivi fece un aggiustamento[1384] con _Imelda_ badessa di san Sisto di Piacenza per conto del castello e della corte di Guastalla. Apparteneva quella nobil terra, oggidì città, al monistero suddetto di san Sisto fino dai tempi dell'_imperadrice Angilberga_ fondatrice del medesimo. Dovea Matilda averlo occupato, e gliel restituì nell'anno presente.

Lasciò, come già di sopra accennammo, _Anselmo arcivescovo_ di Milano, allorchè intraprese il viaggio di terra santa, per suo vicario in quella città e diocesi _Crisolao_, chiamato _Grossolano_ dal popolo, a cui quel nome greco dovette parere alquanto straniero. Egli era vescovo di Savona[1385], uomo assai dotto, sapea predicare al popolo, e nell'esteriore affettava grande mortificazione, sommo sprezzo del mondo, usando vesti grosse e plebee, e cibi vili dopo molta astinenza. Un dì quel prete Liprando, a cui gli scismatici aveano tagliato il naso e gli orecchi, persona di gran credito non meno nella sua patria che in Roma stessa, l'esortò a cavarsi di dosso quel sì orrido mantello, e a prenderne uno più conveniente al suo grado. Gli rispose Grossolano di non aver danaro. Esibitone a lui in prestito, replicò che egli sprezzava il mondo, nè volea mutare registro. Allora Liprando gli disse: _In questa città ogni persona civile usa pelli di vaio, di griso, di martora, ed altri ornamenti e cibi preziosi. Con questi vostri grossolani abiti vedendovi i forestieri, ne vien disonore a noi altri_: il che si dee osservare come una volta fosse in uso e credito in Italia il vestirsi di preziose pellicce; probabilmente Grossolano era qualche Calabrese che sapea bene il suo conto, ed anche fu intendente della greca favella. Intesasi poi la morte dell'arcivescovo Anselmo, si raunò il clero e popolo di Milano per eleggere il successore. Concorrevano molti in due Landolfi canonici ordinarii della metropolitana. Grossolano si oppose per motivo che fossero lontani, perchè erano iti in terra santa. Allora _Arialdo abbate_ di s. Dionisio con una gran moltitudine della plebe e de' nobili proclamò arcivescovo il medesimo Grossolano, che con tutto il suo sprezzo del mondo corse subito a mettersi nella sedia archiepiscopale. Spedì la parte che non concorreva a tale elezione i suoi messi a Roma per impedire che non fosse accettato per varii motivi. Ma ricorsi i fautori di Grossolano a _Bernardo cardinale_ e vicario del papa in Lombardia, questi ne trattò colla contessa, e fu risoluto di ammettere la persona di Grossolano, il quale alcuni van sospettando (non so se con valevole fondamento) che fosse prima, al pari di Bernardo cardinale, monaco vallombrosano. Però in fretta se n'andò esso Bernardo a Milano, e portò la stola (cioè il pallio), che fu ricevuto da Grossolano fra lo strepitoso plauso del popolo. Salito lo scaltro Grossolano dove egli mirava, allora cominciò ad usar cibi delicati e vesti preziose. Ma poco passò che Liprando cogli altri gli mosse guerra, trattandolo da simoniaco, e perciò da pastore illegittimo. Secondo che si ha dal Catalogo degli abbati di Nonantola[1386], e dal Sigonio, la suddetta contessa, mentre era nel castello di Panzano, allora del distretto di Modena, nel dì 15 di novembre, correndo l'_indizione XI_, donò al monistero di Nonantola sul Modonese, con licenza di Bernardo cardinale e vicario generale del papa in Lombardia, Castel Tealdo posto in Ferrara colla chiesa di san Giovanni Batista. E ciò in remissione de' suoi peccati, e in ricompensa del tesoro di quel monistero, di cui s'era essa servita ne' bisogni delle passate guerre. Fu questo l'ultimo anno della vita di _Vitale Michele_ doge di Venezia[1387]. Ebbe per successore _Ordelafo Faledro_.

NOTE:

[1382] Labbe, Concil., tom. 10.

[1383] In Append. ad Donizonem, in Vit. Mathildis.

[1384] Antiquit. Italic., Dissert. LXXI.

[1385] Landulfus junior, Hist. Mediol., cap. 4.

[1386] Catalogus Abbat. Nonantul. Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.

[1387] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCIII. Indizione XI.

PASQUALE II papa 5. ARRIGO IV re 48, imper. 20.

Avea celebrato _Arrigo IV_ Augusto la festa del santo Natale in Magonza[1388], e pubblicamente fatto sapere ai principi e al popolo ch'egli avea intenzione di lasciare il governo del regno ad _Arrigo V_ re suo figliuolo, e di voler in persona andare al santo Sepolcro. Questa voce gli guadagnò l'affetto universale de' Tedeschi sì ecclesiastici che laici, e moltissimi si disposero ad accompagnarlo in quel viaggio. Ma il tempo fece vedere ch'egli non dovea aver parlato di cuore, perchè nulla effettuò di quanto avea promesso. Certo è che all'anno presente si dee riferire uno strepitoso avvenimento della città di Milano, diffusamente narrato da Landolfo iuniore[1389], storico di quella città e di questi tempi. Era già stato creato arcivescovo _Crisolao_ ossia _Grossolano_. Il soprammentovato prete Liprando continuò a sostenere ch'egli simoniacamente era entrato in quella chiesa, e si esibì di provarlo col giudizio del fuoco, che quantunque non mai approvato dalla Chiesa, pure in questi secoli sconcertati non mancava di fautori. Fece istanza Grossolano che Liprando desse le pruove di tale accusa; ma non apparisce che il prete ne producesse alcuna: il che fa conoscere l'irregolarità del suo procedere. Venne egli in fine alla pruova dal fuoco; ed alzata nella piazza di santo Ambrosio una gran catasta di legna, lunga dieci braccia, ed alta e larga quattro braccia più dell'ordinaria statura degli uomini, allorchè essa fu ben accesa, Liprando vi passò per mezzo, e ne uscì salvo, senza che nulla si bruciasse neppur delle vesti sacerdotali ch'egli portò in quella congiuntura, con acclamazione di tutti gli spettatori. Veggendosi Grossolano come vinto, giudicò bene di ritirarsi e di andarsene a Roma, dove fu graziosamente accolto da _papa Pasquale_. La risoluzion di Liprando era già stata disapprovata da alcuni vescovi suffraganei di Grossolano, che si trovavano allora in Milano; molto più dispiacque alla saggia corte di Roma, che sempre riprovò i giudizii di Dio non canonici, siccome invenzioni umane da tentar Dio. E perciocchè si trovò che essendo restato il prete Liprando leso in una mano e in un piede nella pruova suddetta, benchè si attribuisse ciò ad altre cagioni, pure fu messa in dubbio nella stessa città di Milano la pruova da lui fatta, e ne succedette del tumulto colla morte di molti. Trovossi nel dì 19 di novembre la _contessa Matilda in palatio florentino_[1390], dove concedette un privilegio ai monaci di Vallombrosa. Circa questi tempi _Adelaide_ vedova di Ruggieri conte di Sicilia, e tutrice di _Simone_ suo figliuolo, veggendo sprezzato da' Siciliani il suo governo[1391], pensò a fortificarlo col chiamare colà dalla Borgogna _Roberto_, principe non men valoroso che prudente, a cui diede in moglie una sua figliuola. Il dichiarò poscia tutore del figliuolo e governatore dell'isola: il che servì a tenere in briglia le teste calde di quelle contrade.

NOTE:

[1388] Abbas Urspergens., in Chron. Otto Frisingens., Hist., lib. 7, cap. 8.

[1389] Landulfus S. Paulo, Hist. Mediolan., cap. 9 et seq. tom. 5 Rer. Ital.

[1390] Mabill., Annal. Benedictin. ad hunc ann.

[1391] Orderic. Vitalis, Hist. Eccles., lib. 13.

Anno di CRISTO MCIV. Indizione XII.

PASQUALE II papa 6. ARRIGO IV re 49, imper. 21.

Secondochè osservò il padre Pagi[1392], abbiamo dalla Cronica di un anonimo di Treveri[1393] che nel marzo del presente anno _papa Pasquale II_ celebrò in Roma un gran concilio, di cui niun'altra menzione si trova presso gli antichi scrittori. Ma forse non è sicura quella notizia, e si dee riferire all'anno seguente. Solennizzò l'imperadore _Arrigo_ la festa del santo Natale in Magonza[1394], ed allora fu che _Arrigo V_ re, suo figliuolo all'improvviso si ritirò da lui e diede principio alla ribellione contra del padre, che uno o due anni prima lo avea promosso al grado di re. _Dieboldo_ marchese, _Berengario_ conte ed altri furono i consiglieri di tanta iniquità, _sub specie religionis_, come scrive Ottone da Frisinga[1395]. Han preteso alcuni che egli fosse a ciò mosso da una lettera di papa Pasquale, accennata da un antico storico[1396], in cui era esortato a soccorrere la Chiesa di Dio. Ma non vuol già dir questo che il pontefice l'esortasse anche a ribellarsi contra del padre, e a prendere l'armi contra di lui. Senza questo nero attentato poteva egli cooperare alla retta intenzione del pontefice romano. Può nondimeno essere che di questo pretesto si valessero i nemici di Arrigo per rivoltare contra di lui il figliuolo. Scrive l'Annalista Sassone[1397] che il giovane Arrigo spedì immantinente dopo il Natale a Roma i suoi legati ad abiurare lo scisma, e a chiedere consiglio al papa intorno al giuramento da lui prestato al padre di non mai invadere il regno senza licenza d'esso suo genitore. Il papa gli mandò la benedizione ed assoluzione, purchè egli volesse operare da re giusto, ed essere buon figliuolo della Chiesa; il che bastò all'ambizioso giovane per dare di piglio all'armi contra del padre. Tacendo nondimeno l'Urspergense e l'autore della Vita d'Arrigo IV presso l'Urstisio ed altri questa particolarità, si può dubitar della verità, benchè da essa neppur risulti l'approvazione di quel che succedette dipoi. Avvenne in quest'anno uno scandaloso sconcerto in Parma, riferito da Donizone[1398]. Portossi _Bernardo cardinale_ e vicario del papa in Lombardia a quella città per la festa dell'Assunzione della Vergine, e cantò la messa nella cattedrale. Dopo il vangelo predicò al popolo; ma perchè volle entrare a parlar con grave disprezzo di Arrigo IV, come principe scomunicato, trovandosi in quella udienza moltissimi tuttavia ben affetti al medesimo Augusto, s'irritarono talmente, che dopo la predica, messa mano alle spade, corsero all'altare, e s'avventarono al cardinale, il condussero prigione, e svaligiarono tutta la di lui cappella, cioè tutti i di lui paramenti per la messa. Fu portata questa disgustosa nuova alla _contessa Matilda_, che si trovava allora nel territorio di Modena. Raunò ella incontanente quelle milizie che potè, e passati appena tre giorni dopo quella brutta scena, marciò alla volta di Parma. Non aspettarono que' cittadini intimoriti ch'essa arrivasse, e consegnarono ai vassalli nobili della medesima il cardinale, colla restituzione ancora di tutti i suoi sacri arredi. Altro male non fece la contessa ai Parmigiani, perchè il piissimo cardinale perorò in loro favore. In quest'anno, secondochè abbiamo da Tolomeo da Lucca[1399], cominciò nell'agosto la guerra fra i Pisani e Lucchesi, e ne seguì una battaglia, in cui i Pisani ebbero la peggio. Presero i Lucchesi il castello di Librafatta, e ne condussero prigioni i castellani alla loro città. Dalle carte riferite dal padre Bacchini[1400] si scorge che la soprallodata contessa Matilda sul fine d'aprile, trovandosi in Nogara sul Veronese, confermò ad _Alberico abbate_ del monistero di san Benedetto di Polirone varii beni. Parimente la medesima, mentre era a Coscogno, villa delle montagne di Modena, nel dì 15 di settembre, donò allo stesso monistero la metà dell'isola di Gorgo con altri beni. A tali donazioni intervenne sempre il consenso del suddetto cardinale Bernardo vicario del papa, trattandosi di disporre di beni donati alla Chiesa romana. Vedesi sotto quest'anno la vendita della corte firminiana, fatta da _Ottone_ eletto arcivescovo di Ravenna a _Landolfo_ vescovo di Ferrara[1401]. Per quanto s'ha dal Rossi[1402], questi dopo la morte dell'antipapa Guiberto fu intruso nella sedia archiepiscopale di Ravenna, e da questo atto si raccoglie ch'egli non avea trovato per anche chi avesse voluto consecrarlo.

NOTE:

[1392] Pagius, in Crit. Baron.

[1393] Anonymus Trevirensis apud Dachery, in Spicileg.

[1394] Abbas Urspergensis, in Chron.

[1395] Otto Frisingens., Hist., lib. 7, cap. 8.

[1396] Hermann. Tornac., apud Dachery, in Spicileg.

[1397] Annalista Saxo.

[1398] Donizo, in Vita Mathild., lib. 2, cap. 14.

[1399] Ptolom. Lucensis, in Annalibus brevib.

[1400] Bacchini, Istor. di Polirone, nell'Append.

[1401] Antiquit. Italic., Dissert. XXVIII.

[1402] Rubeus, Hist. Ravenn.

Anno di CRISTO MCV. Indizione XIII.

PASQUALE II papa 7. ARRIGO IV re 50, imperad. 22.

Fece il pontefice _Pasquale_ atterrar le case della nobil famiglia de' Corsi in Roma, forse perchè ridotte dianzi in forma di fortezza[1403]. Stefano nobil romano, capo di quella casa, se l'ebbe tanto a male, che uscito di Roma, si fece forte nella basilica di san Paolo e nel castello che in questi tempi abbracciava essa basilica. Concorrevano a lui tutti gli sgherri e masnadieri, co' quali poi infestava non solo i contorni di Roma, ma la città medesima. Destramente procurò la corte pontificia intelligenza in esso castello, e di ricavare in cera la forma delle chiavi di quel forte luogo. Formatene poi delle nuove, coll'aiuto d'esse una notte furono introdotte le milizie pontificie, che dopo una vigorosa battaglia s'impadronirono della terra, con essere fuggito Stefano travestito da monaco. Siccome osserva il padre Pagi[1404] coll'autorità di Eadmero[1405], fu celebrato in quest'anno dal pontefice Pasquale II un concilio nella basilica lateranense. Fra le altre materie che vi si trattarono, abbiamo da Landolfo iuniore[1406] che fu quivi agitata la causa di _Grossolano_ arcivescovo di Milano, il quale per la sua dottrina, spezialmente dimostrata in confutare lo scisma de' Greci s'era acquistato non poco onore alla corte pontificia. V'era in confronto di lui il prete Liprando, che non dovette poter provare l'imputazione a lui data di simoniaco. Però, dopo aver Grossolano giurato di non aver forzato Liprando alla pruova del fuoco, riprovata dai Padri di quel concilio, fu assolto e restituito nella sua dignità. Gli cadde in quella occasione di mano il pastorale: sul quale accidente la buona gente d'allora formò varii lunarii. Ma non per questo potè egli entrare in possesso della cattedra sua, nè di castello alcuno spettante al suo arcivescovato: tanta fu la possanza della parte contraria in Milano. Verso il fine dell'anno presente passò papa Pasquale in Toscana[1407]; nè so io ben dire se fu allora, oppure nell'anno susseguente, ch'egli tenne un concilio in Firenze, a motivo che il vescovo di quella città, uomo visionario, sosteneva ch'era già nato l'anticristo. Probabilmente i tremuoti, le inondazioni ed altri sconcerti di questi tempi fecero cadere il buon prelato in questa immaginazione, la quale in varii altri tempi si truova insorta nelle menti delle persone pie e paurose. Si disputò non poco di questo; ma pel gran concorso della gente curiosa, che a cagione della novità fece un grave tumulto, convenne interrompere il concilio e lasciar la quistione indecisa. La decise poi il tempo, e fece conoscere la semplicità del prelato. Per le memorie accennate dal Fiorentini, si vede[1408] che la _contessa Matilda_ si trovò in Toscana in questi medesimi tempi, senza fallo per fare buon trattamento al papa ito colà, il quale, stando in Lucca nel mese di dicembre, confermò i privilegii ai canonici regolari di san Frediano; ed innamoratosi della loro riforma, che era allora in gran credito, la volle introdotta nei canonici della basilica lateranense. Tornossene dipoi il pontefice a Roma. Tenne un placito la suddetta contessa in quest'anno nel dì 25 d'ottobre[1409] in non so qual luogo di Toscana, dove accordò la sua protezione ai canonici di Volterra. Possedeva in Lombardia l'insigne monistero di Monte Casino alcuni beni ad esso lasciati da Giordano da Cuvriago; e trovandosi la soprallodata Matilda sul Modonese in san Cesario nel dì 22 di giugno, Giorgio prete e monaco di quel monistero impetrò da lei il possesso e dominio di quegli stabili.