Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 41
E già era in cammino per soccorrere la languente fortezza, quando sorse tal timore nell'armata di Arrigo, che tutti diedero a gambe, con abbandonare armi e bagaglie.
NOTE:
[1314] Labbe, Concil., tom. 10.
[1315] Berthold. Constantiensis, in Chron.
[1316] Labbe, Concilior., tom. 10.
[1317] Guillelm. Tyr., Hist., lib. 1, cap. 11. Bernardus, Thesaur., cap. 6, tom. 7 Rer. Ital.
[1318] Bertholdus Constantiensis, in Chron.
[1319] Antichità Estensi, P. I, cap. 4.
[1320] Gaufridus Malaterra, lib. 4, cap. 23.
[1321] Antiquit. Italic., Dissert. XXXI.
[1322] Ibidem, Dissert. LXX.
[1323] Donizo, in Vit. Mathild., lib. 2, cap. 9.
Anno di CRISTO MXCVI. Indizione IV.
URBANO II papa 9. ARRIGO IV re 41, imper. 13. CORRADO re d'Italia 4.
Parte di quest'anno impiegò l'infaticabile _papa Urbano_ in varii viaggi per le città della Francia, dei quali fa menzione il padre Pagi. Sollecitò dappertutto la crociata, e tenne in quelle contrade due altri concilii nelle città di Tours e di Nismes, per regolar gli affari ecclesiastici. Aveva egli già scomunicato _Filippo re_ di Francia a cagion delle nozze illegittime da lui contratte, vivente la vera moglie. Si ravvide egli, ed ottenuta l'assoluzione, tornò in grazia del papa e della Chiesa. Per attestato di Bertoldo da Costanza[1324], venne poscia nel mese di settembre in Italia, e presso Pavia celebrò la festa dell'Esaltazion della Croce nel dì 14 di esso mese. Pretende il suddetto padre Pagi[1325], non so se con buoni fondamenti, ch'egli calasse più tardi in Lombardia. Gran concorso di vescovi e principi fu ad ossequiare il buon pontefice, che da Pavia passò a Milano, e di là continuò il suo viaggio fino a Roma, dove gloriosamente entrato, celebrò con solennità magnifica il santo Natale. Mercè dell'armi cristiane, che qui sotto accennerò, tutta quella città s'era ridotta ubbidiente ai suoi cenni, a riserva del castello Sant'Angelo, in cui, per attestato del suddetto Bertoldo, dimorava tuttavia la guarnigione dell'antipapa Guiberto. Si mosse in quest'anno un'infinità di cristiani crocesegnati alla volta dell'Oriente, composta della schiuma di tutti i masnadieri e della canaglia della Francia, Germania ed Inghilterra, e con loro andarono femmine da partito senza numero. Un corpo d'essi era condotto dal romito Pietro: la prima prodezza che fecero in Germania, fu di perseguitare, svaligiare, uccidere, oppur forzare quanti Giudei trovarono ad abbracciar la religione di Cristo[1326]. Arrivati costoro in Ungheria e Bulgaria, tante ribalderie e rapine commisero, che que' popoli, prese l'armi, desertarono tutta quell'armata, di maniera che poche migliaia ne poterono giugnere a Costantinopoli limosinando un tozzo di pane. Un altro corpo di questa ciurmaglia penetrò più avanti fino al paese de' Turchi, e fu da essi disfatto. Un altro, condotto da _Raimondo conte_ di sant'Egidio, passò per la Schiavonia. Mossesi poi nell'agosto _Gotifredo di Buglione_ dal suo ducato della Lorena, principe di rara pietà e saviezza e di egual valore, seco conducendo una gran quantità di altri principi e signori della Francia, Fiandra e Lorena, e un'armata di dieci mila cavalli e di settanta mila fanti, tutta gente agguerrita e disciplinata. Con buon ordine per la Germania, e poi coll'avere ottenuto libero il passaggio da _Colomanno re_ per l'Ungheria, marciò questo esercito alla volta di Costantinopoli. Un'altra potentissima armata condotta da _Ugo il grande_, fratello del re di Francia, da _Roberto conte di Fiandra_, da _Roberto duca di Normandia_, da _Eustachio di Bologna_, fratello del duca Gotifredo, e da altri principi[1327], venne per l'Italia, e passando per la Toscana, trovato in Lucca papa Urbano incamminato verso Roma, presero da lui la benedizione[1328]. In passando per Roma, cacciarono di là l'antipapa Guiberto, e perciò la città, fuorchè castello Sant'Angelo, tornò in potere del papa. Arrivarono questi sul principio del verno in Puglia, e convenne loro prendere quartiere in quelle parti, perchè non era più tempo di mettersi in mare. Ma essendosi azzardato il suddetto _principe Ugo_ di passare a Durazzo, fu quivi fatto prigione dai perfidi Greci, e tosto inviato a Costantinopoli. Buon per lui che da lì a non molto, verso la festa del Natale, giunse in quelle vicinanze il _duca Gotifredo_ col suo prode esercito, che forzò l'_imperadore Alessio_ a rimettere in libertà quel principe, e stabilì poi varie capitolazioni co' Franchi pel libero loro passaggio in Asia.
Accadde in quest'anno che la città di Amalfi si ribellò a _Ruggieri duca_ di Puglia[1329]. Non avea egli forze bastanti per mettere al dovere quella città, e massimamente navi per istrignerla dalla parte del mare. Raccomandossi a _Ruggieri conte_ di Sicilia suo zio per un copioso aiuto; e questi infatti raunato un esercito di ventimila Saraceni suoi sudditi in Sicilia, colla giunta delle sue vecchie truppe e con una buona squadra di navi, accorse, e col nipote mise l'assedio per terra e per mare a quella città. Intanto si sparse la voce della crociata e de' Franchi che venivano verso la Puglia per passare il mare. Trovavasi a quell'assedio anche _Boamondo principe_ di Taranto e fratello del duca Ruggieri. Invogliatosi anch'egli di quella sacra spedizione, e soprattutto spinto dalla speranza di qualche gran conquista in Oriente, prese la croce[1330]. Il gran rumore che faceva allora la commozion di tanti popoli per andare alla conquista di Gerusalemme, e l'esempio suo cagion furono che la maggior parte delle truppe sì del duca che del conte, assedianti Amalfi, cominciassero a gridare: _Iddio lo vuole, lo vuole Iddio_; laonde s'arrolarono a furia sotto Boamondo per passare in Oriente. Fu questo inaspettato avvenimento la fortuna degli Amalfitani, già ridotti al verde; perchè il conte Ruggieri, veggendo per la maggior parte dileguato l'esercito suo, si ritirò confuso e malcontento in Sicilia; ed altrettanto fece il suo nipote Ruggieri, con ritornarsene in Puglia, lasciando nella ricuperata libertà la città d'Amalfi. Questo a me fa credere che non venti mila Saraceni, come vuole il Protospata, ma assai minor numero di quegl'infedeli fossero condotti a quell'assedio dal conte. Certamente niun d'essi dovette prender la croce; e venti mila di coloro erano un'armata sufficiente per ultimar l'impresa di quella città. Accompagnossi con Boamondo anche _Tancredi_, che divenne poscia al pari di lui celebre eroe nella guerra sacra, e le cui prodezze si truovano descritte da Radolfo Cadomense. Nella prefazione alla Storia di questo scrittore ho io osservato[1331] che Tancredi ebbe per padre _Odone_, ossia _Otton Buono marchese_, e per madre _Emma_ sorella del duca di Puglia Roberto Guiscardo, ed era perciò cugino di Boamondo. Altri il fanno suo nipote, ma senza buon fondamento. Ho eziandio creduto assai probabile che Tancredi fosse di nazione italiana. Nè si dee tacere che anche da tutte le parti dell'Italia concorse innumerabil gente a questa sacra impresa. Folco, uno degli antichi storici della guerra sacra presso il Du-Chesne[1332], fra le genti crocesegnate annovera
_Quos Athesis pulcher praeterfluit, Eridanusque,_ _Quos Tyberis, Macra, Vulturnus, Crustumiumque_ _Concurrunt Itali, ec._ _Pisani ac Veneti propulsant aequora remis._
Soggiunge più sotto:
_Qui Ligures, Itali, Tusci, pariterque Sabini,_ _Umbri, Lucani, Calabri simul, atque Sabelli,_ _Aurunci, Volsci, vel qui memorantur Etrusci;_ _Quaeque etiam gentes sparguntur in Apula rura,_ _Queis conferre manus visum est in praelia dura,_ _Sub juga Tancredi et Boamundi corripuere,_ _Et contra fidei refugas patria arma tulere._
Verisimile nondimeno a me sembra che non tutti questi Italiani ad un tempo si movessero nell'anno presente, ma che continuasse la folla anche ne' due seguenti. Passato nell'Epiro Boamondo con Tancredi, ebbe tosto, per attestato di Radolfo Cadomense[1333], a sguainar la spada coi Greci che gli vollero contrastare il passo. Diede loro più d'una rotta, s'impadronì di buon tratto di paese, e tal timore arrecò la di lui venuta alla corte di Costantinopoli, che _Alessio imperadore_ giudicò meglio di procedere colle buone con un principe sì avvezzo alle vittorie. Chiamatolo dunque alla corte, l'indusse a prestargli omaggio, e cercò di sbrigarsene il più presto possibile. Venuto a morte _Vitale Faledro_ doge di Venezia[1334] in questo anno, ebbe per successore _Vitale Michele_ in quella illustre dignità. Per attestato ancora di Jacopo Malvezzo[1335], nell'anno presente un terribile incendio devastò quasi tutta la città di Brescia.
NOTE:
[1324] Berthold. Constantiensis, in Chron.
[1325] Pagius, Crit. ad Annal. Baron.
[1326] Albert. Aqu., lib. 1, cap. 24. Guillelm. Tyr., lib. 1, cap. 17.
[1327] Guibert. Abbas, cap. 11 Hist. Fulcherius Carnotens. et alii.
[1328] Otto Frisingensis, Chron., lib. 7, cap. 6.
[1329] Gaufridus Malaterra, lib. 4, cap. 24. Lupus Protospata, in Chron.
[1330] Guibertus Abbas, in Chronico. Petrus Diac., Chron. Casinens., lib. 4, cap. 11.
[1331] Rerum Italicarum Scriptor., tom. 5.
[1332] Du-Chesne, Rer. Francic., tom. 4.
[1333] Radulphus Cadomensis, cap. 4.
[1334] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[1335] Malvicius, Hist. Brix., tom. 14 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MXCVII. Indizione V.
URBANO II papa 10. ARRIGO IV re 42, imperad. 14. CORRADO II re d'Italia 5.
Restò libera in quest'anno l'Italia dall'_imperadore Arrigo_. Veggendosi egli snervato e screditato affatto in queste parti, e più che mai concorrere i popoli in favore del pontefice e del _re Corrado_ suo figliuolo[1336], meglio stimò di ritornarsene in Germania. Riportò indicibil gloria la _contessa Matilda_ per questo successo, con attribuirsi al di lei valore e prudenza un tale abbassamento di Arrigo. Si trattenne tutta la state esso Augusto in forma assai privata in Ratisbona e Nuremberga, dove avendo a lui fatto ricorso i Giudei, forzati nel precedente anno ad abbracciare la religione di Cristo, restituì loro la libertà della coscienza[1337]. Circa il principio di dicembre tenne una conferenza co' principi tedeschi a motivo di trattar della pace, ma forse principalmente per promuovere al regno _Arrigo V_ suo secondogenito, giacchè troppo odio portava egli al primogenito _Corrado_. Era già pervenuto all'età di più di cento anni il marchese _Alberto Azzo II_ estense, e conoscendo approssimarsi il termine de' suoi giorni, allora fu che più che in addietro volle esercitar la sua pia liberalità verso le chiese[1338]. Resta tuttavia un'insigne donazione da lui fatta _anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi MLXXXXVII, tertiodecimo die introeunte mense aprilis, Indictione quinta_. Cioè dona ivi _cinquanta possessioni_, con ispecificare il nome di cadaun lavoratore d'esse, al monistero della Vangadizza sull'Adigetto, luogo di suo giuspatronato, e posto ne' suoi Stati. L'originale da me veduto nell'archivio di essa badia forse passò in mano del nobile veneziano Giam-Batista Recanati. Intervenne a questa pia donazione anche Ugo suo figliuolo, e trovandosi eglino nella nobil terra, oggidì città, di Rovigo, di cui era esso marchese padrone. Ma non andò molto, che il decrepito principe fu chiamato da Dio a miglior vita, con lasciare dopo di sè un glorioso nome sopra la terra. _Azzo marchio de Longobardia_ (son parole di Bertoldo da Costanza, scrittore contemporaneo) _pater Welphonis ducis de Bajoaria, jam major centenario, ut ajunt, viam universae terrae arripuit_. Restarono di lui tre figliuoli maschi, cioè _Guelfo IV_ duca di Baviera, ed _Ugo_ e _Folco_; dal primo de' quali, nato da _Cunegonda_ dei Guelfi, convien qui ripetere che discende l'imperiale, reale, elettorale e ducal casa di Brunswich; e da _Folco_, nato da _Garsenda_ principessa del Maine, i marchesi d'Este, duchi di Ferrara, Modena, Reggio, ec. Ho io rapportato altrove[1339] una convenzione, stabilita nel dì 6 d'aprile dell'anno 1095, tra i due fratelli Ugo e Folco, da cui apparisce che Ugo principe, per quanto abbiamo già veduto, di poco lodevol condotta, vendè a Folco suo fratello tutte le pretensioni sue sopra molti Stati che il marchese Azzo avea con varii strumenti ceduto al medesimo Folco. Contuttociò Folco si contentò di lasciar godere ad esso suo fratello e a' suoi figliuoli maschi legittimi, ma con obbligo di vassallaggio, _medietatem castrorum, et terrae, quae Azo marchio genitor noster tenet a Mincio usque ad Veneciam, et illam porcionem ceterorum castrorum de alia terra marchionis Azonis genitoris nostri_. Accaduta dunque la morte del marchese Azzo, questi due fratelli entrarono in possesso di tutti gli Stati del padre, cioè di un fioritissimo paese dal fiume Mincio di Mantova sino al mare, che abbracciava fra le altre terre la nobil d'Este, e quella di Rovigo col suo Polesine, Montagnana, la Badia, ec., siccome ancora di tutti gli altri spettanti al padre nella Lunigiana e Toscana, e in varii altri contadi d'Italia specificati nel diploma d'Arrigo IV nell'anno 1077, senza contare quei ch'essi riconoscevano dalle chiese.
Erano questi due principi stati sempre costanti nel partito cattolico del re Corrado contra dell'Augusto Arrigo. Però in questo medesimo anno _Folco marchese_ andò alla corte del re Corrado, che dimorava in borgo San Donnino, e nel dì 20 di agosto impetrò dallo stesso re un privilegio, da me dato alla luce[1340]. Ma non passò gran tempo che _Guelfo IV duca_ di Baviera suscitò contra dei due suddetti suoi fratelli una gran tempesta. Veggendo il marchese Azzo sì ben provveduto in Germania esso Guelfo suo figliuolo del primo letto, avea trasmessi tutti i suoi Stati d'Italia negli altri due suddetti suoi figliuoli, acciocchè con isplendore tirassero innanzi le due loro linee in Italia. Ma non l'intese così il duca Guelfo loro fratello. Pretese anch'egli la sua parte negli Stati paterni, e perchè trovò renitenti a ciò Ugo e Folco, mosse loro guerra nell'anno presente. Dopo aver detto il suddetto Bertoldo che il marchese Azzo mancò di vita, soggiugne: _Magnamque guerram suis filiis de rebus suis dereliquit. Nam Welfo dux omnia patris sui bona, utpote matri suae_ (Cunegonda) _donata_ (il che non merita fede) _obtinere voluit. Sed fratres ejus de alia matre_ (cioè da Garsenda) _procreati noluerunt se poenitus exheredari_. Si mise in procinto il duca Guelfo di scendere in Italia colle sue forze per sostener gagliardamente le sue pretensioni; ma Ugo e Folco anch'essi furono in armi, _et aditum ei ad Longobardiam prohibuerunt, quum iret ad possidendum_: il che ci fa intendere, qual fosse la lor potenza, quando era bastante ad impedire ad un duca di Baviera armato il passaggio in Italia. Allora fu che Guelfo si collegò con _Arrigo duca_ di Carintia, e probabilmente ancora marchese della marca di Verona, e col patriarca d'Aquileia, fratello d'esso Arrigo duca e principe, signore del Friuli e della Carniola. Coll'accrescimento di tante forze al duca Guelfo non fu poi difficile il penetrare in Italia, e il portar la guerra contra de' fratelli. _Sed filii ejusdem marchionis_ (aggiugne Bertoldo) _de alia conjuge praedicto duci totis viribus resistere_. Nulladimeno non potendo essi competere colla potenza di lui e de' suoi collegati, Guelfo _hereditatem patris de manibus eorum ex magna parte sibi vendicavit_. Ma da lì a non molto ricuperò il marchese Folco gli Stati paterni, e dovette seguire qualche convenzione fra esso Folco e i figliuoli di Guelfo IV, all'osservarsi che la linea estense in Germania possedette dipoi la terza parte di Rovigo, ed esercitò signoria anche nella nobil terra d'Este. Non si sa che divenisse del _marchese Ugo_. Ho io ben trovato che lasciò figliuoli, a lui nati dalla figliuola di _Roberto Guiscardo_ duca di Puglia. Abbiamo da Goffredo Malaterra[1341] che in questo anno _Ruggieri conte_ di Sicilia maritò una sua figliuola con _Colomanno_, appellato da alcuni impropriamente Carlo Manno re d'Ungheria. Le nozze furono con singolar pompa celebrate in Buda capitale di quel regno. Fece quanto potè _Alessio imperadore_ de' Greci, principe accortissimo, per liberarsi dagli eserciti de' Franchi giunti in Tracia, che faceano immensi mali anche nei contorni di Costantinopoli. Fra lui e i principi di quelle armate in fine si stabilirono alcune capitolazioni, dopo le quali passati i Cristiani di là dallo Stretto, ed entrati in Asia, in una terribil battaglia nel dì 14 di maggio sconfissero un immenso esercito di Turchi. Si impadronirono appresso della città di Nicea; e continuato il loro viaggio, arrivarono fino alla regal città d'Antiochia, di cui intrapresero l'assedio nel dì 21 di ottobre. Trovandosi _Corrado re_ d'Italia in Cremona nel dì 22 d'esso mese d'ottobre, confermò i suoi privilegii ai canonici di Cremona, siccome consta dal diploma da me dato alla luce[1342], in cui l'anno XIV del regno d'esso Corrado non può sussistere. Terminò il corso di sua vita in quest'anno _Arnolfo_ arcivescovo di Milano, e in luogo suo fu eletto Anselmo di questo nome quarto. Secondo le carte prodotte dal Guichenon[1343], fioriva in questi tempi _Umberto_ ossia _Uberto_ II conte, da cui discende la real casa di Savoia. Truovasi nominato _Umbertus comes filius quondam Amedei_, ed altrove _comes et marchisus_. Quel che pare strano, egli professa _lege vivere romana_, perchè que' principi erano di nazione e legge salica.
NOTE:
[1336] Bertholdus Constantiensis, in Chron.
[1337] Annalista Saxo. Abbas Urspergensis, in Chron.
[1338] Antichità Estensi, P. I, cap. 11.
[1339] Antichità Estensi, P. 1, cap. 27.
[1340] Idem, ibid., cap. 28.
[1341] Gaufrid. Malaterra, lib. 4, cap. 25.
[1342] Antiquit. Italic., Dissert. LXIV.
[1343] Guichenon, de la Maison de Savoye, tom. 3.
Anno di CRISTO MXCVIII. Indizione VI.
URBANO II papa 11. ARRIGO IV re 43, imper. 15. CORRADO II re d'Italia 6.
Fino a quest'anno era durata la ribellion di Capoa contra tutti gli sforzi di Riccardo suo principe, che s'era ritirato in Aversa. Cotanto si raccomandò questo principe normanno a _Ruggieri duca_ di Puglia, che questi, chiamato in aiuto il suo zio _Ruggieri duca_ di Sicilia, s'indusse a formare nell'aprile dell'anno presente l'assedio di quella città[1344]. V'intervennero il duca e il conte con due possenti eserciti; e _papa Urbano_, affine di trattar pace, ed anche, per quanto si può conghietturare, a motivo di sostenere i diritti della santa Sede sopra quella città, giudicò bene di trasferirsi al medesimo assedio, e si fermò assai tempo in quelle vicinanze. Anche santo _Anselmo arcivescovo_ di Cantorberì in Inghilterra[1345], venuto in Italia a cagione delle violenze del re _Guglielmo II_, si portò colà per conferire col sommo pontefice, da cui, non meno che dal duca di Puglia, ricevette singolari onori. Si studiò il buon papa d'indurre i Capoani a rendersi amichevolmente; e ritrovandoli ostinati nella rivolta, si ritirò a Benevento. Con tal vigore continuarono poscia i principi normanni a strignere Capoa, che quel popolo[1346] nel mese di giugno fu astretto ad esporre bandiera bianca e capitolar la resa. Dal duca e dal conte fu consegnata quella città a Riccardo II. Nè si vuol tacere che Ruggieri duca di Puglia, non già per magnanimità aiutò Riccardo suo cugino a quell'impresa, ma per interesse; perciocchè _princeps caussa auxilii, quod ab ipso sperabat, homo ducis factus fuit_. Cioè il duca obbligò Riccardo a riconoscere da lui in feudo la medesima città, benchè non anche presa, e forse tutti gli Stati di lui: alla qual risoluzione non s'era giammai potuto indurre _Giordano principe_ di Capoa, e padre di lui, per quante carezze e minacce avesse adoperato per ottenere questo intento Roberto Guiscardo, padre d'esso duca Ruggieri, e zio materno del medesimo Giordano. Nella Vita di san Brunone[1347] si racconta che durante l'assedio d'essa città, avendo un tal Sergio tramata una congiura contra di Ruggieri conte di Sicilia, san Brunone, che in questi tempi fioriva in Calabria, apparve in sonno al conte, e l'avvertì dell'imminente pericolo; per la qual grazia esso conte fu poi liberalissimo verso de' monaci certosini, istituiti dallo stesso san Brunone in questi tempi. Passarono dopo la conquista di Capoa il duca Ruggieri e il conte Ruggieri a Salerno, città allora, dove solea dimorar la corte dei duchi di Puglia. Colà parimente[1348] da Benevento si portò papa Urbano per abboccarsi col conte prima del suo passaggio in Sicilia. E perciocchè si ritrovò esso conte disgustato per avere il pontefice eletto suo legato in Sicilia _Roberto vescovo_ di Traina, senza precedente notizia e consenso del medesimo conte, affin di placarlo, e perchè ben sapea quanto grande fosse lo zelo della religione in quel principe, dichiarò legato apostolico per tutta la Sicilia esso conte e i suoi eredi con bolla data _Salerni per manum Johannis sanctae romanae Ecclesiae diaconi, tertio nonas julii, Indictione VII_ (si dee scrivere _VI_) _pontificatus domni Urbani secundi XI_. Di qui ebbe origine la decantata monarchia di Sicilia (nome veramente strano) così vigorosamente impugnata dal cardinal Baronio nel tomo undecimo della sua Storia ecclesiastica, tomo perciò condannato alle fiamme in Ispagna. Anche a' dì nostri sotto il pontificato di Clemente XI ribollì questa controversia, che susseguentemente ebbe fine colla moderazione di alcuni abusi introdotti nel tribunale di quella monarchia.