Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 36
così scrive Donizone. Con tale attenzione e valore accudiva a tutto l'eroina contessa che potè ben egli dare il guasto al paese, e formar degli assedii, ma senza che gli venisse fatto di conquistare alcuno de' suoi forti castelli. Soccorreva ella nel medesimo tempo con danari papa Gregorio, che troppo ne abbisognava, per sostenersi contro l'esercito dell'antipapa. E fu in questa occasione e nell'anno presente, che essa contessa con _Anselmo vescovo_ di Lucca, scacciato dalla sua chiesa, e vicario del papa in Lombardia, richiesero al monistero di Canossa il suo tesoro per li bisogni della Chiesa romana[1192]. Non ebbe difficoltà l'abbate Gherardo coi monaci a concederlo. Consistè esso in settecento libbre d'argento, e in nove libbre d'oro, che furono inviate a Roma. Ma la pia contessa non mancò di dar qualche compenso a quel monistero, con assegnargli alcune chiese, e fargli poscia altri benefizii. Facilmente i principi del secolo metteano le mani sopra i tesori delle chiese; ma pochi imitavano Matilda nell'indennizzarle in altra guisa.
NOTE:
[1179] Annalista Saxo.
[1180] Chronographus Saxo.
[1181] Bertholdus Constantiensis, in Chron.
[1182] Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[1183] Antiquit. Ital., Dissert. V.
[1184] Card. de Aragon., in Vit. Greg. VII.
[1185] Gaufrid. Malaterra, lib. 3, cap. 28. Guilielm. Apulus, lib. 4.
[1186] Anonymus Barensis, apud Peregrinum.
[1187] Anna Comnena, Alexiad., lib. 3.
[1188] Guillelmus Apulus, lib. 4.
[1189] Gaufrid. Malaterra, lib. 3, cap. 30.
[1190] Donizo, Vit. Mathild., lib. 2, cap. 1.
[1191] Lupus Protospata, in Chronico.
[1192] Rerum Italicar., tom. 5, pag. 385.
Anno di CRISTO MLXXXIII. Indizione VI.
GREGORIO VII papa 11. ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 28.
In quest'anno ancora per la terza volta ritornò il _re Arrigo_ sotto Roma con isperanza d'entrarvi un giorno colla forza, o almeno con intenzione di stancare i Romani e d'indurli a qualche capitolazione[1193]. Fece alzare un castello in faccia alla città leonina, che infestava molto i Romani difensori d'essa città. Certamente s'ingannò Bertoldo da Costanza, autore per altro assai esatto di questi tempi, in credere che l'antipapa Guiberto fosse consecrato papa ed intronizzato nel presente anno. Ciò avvenne nell'anno seguente. Quand'anche Arrigo in questo anno si fosse impadronito del Vaticano, certamente non mise piede nella basilica lateranense, necessaria per intronizzare un papa. Vero è bensì ch'egli cominciò de' trattati segreti coi nobili romani, impiegando cogli uni l'oro, e l'ingorde promesse cogli altri, in maniera che, a riserva di Gisolfo principe di Salerno, essi convennero di far tenere al papa nel mese di novembre venturo un concilio, dove si dibattesse la causa del regno controverso, ed ognun si acquetasse alla determinazion di quella sacra assemblea. Promise Arrigo di lasciar libero a tutti il cammino per intervenirvi. Tornossene perciò egli in Lombardia, e fece venire a Ravenna il suo antipapa. Ma non mantenne poi la parola, perciocchè fece prigioni i legati de' principi tedeschi suoi nemici; trattenne inoltre _Ottone vescovo_ di Ostia, legato della santa Sede, e molti altri; impedì ancora che _Ugo arcivescovo_ di Lione, _Anselmo vescovo_ di Lucca e _Rinaldo vescovo_ di Como non potessero intervenire al concilio suddetto. Fu nondimeno celebrato esso concilio[1194] nel dì 20 di novembre, e da tanti fu pregato il pontefice Gregorio, che s'astenne dallo scomunicar di nuovo Arrigo; ma con tal forza parlò della fede e morale cristiana, e della costanza necessaria nella persecuzione presente, che cavò le lagrime dagli occhi di tutti. Scomunicò soltanto chi aveva impedito quei che venivano a Roma[1195]. Molte istanze fecero i Romani, acciocchè egli accogliesse Arrigo senza esigere soddisfazione. Ma egli saldissimo negò di farlo, quando Arrigo non soddisfacesse per le offese fatte a Dio e alla Chiesa. Si venne allora in cognizione che essi Romani aveano nella state precedente contratta obbligazione con giuramento di fare in maniera che il papa gli desse la corona; e non volendola dare, ch'essi eleggerebbono un altro che gliela desse, con discacciare lo stesso Gregorio papa. Nè egli, nè i suoi familiari aveano fin qui potuto discoprir quest'arcano. Si ricorse dunque ad un sottil ripiego: cioè, che non avendo i Romani promesso di dare ad Arrigo la corona con solennità, poteano rispondere di esser pronti a fargliela dare dal papa, qualora il re desse segni di vero pentimento; se no, il pontefice con una fune gliene manderebbe giù una da castello Sant'Angelo. Nè l'uno, nè l'altro piacque ad Arrigo; e però i Romani protestarono di essere assoluti dalla lor promessa, e dal giuramento a lui fatto, e si unirono di nuovo a sostener papa Gregorio. In questi infelici tempi restarono pochissimi vescovi uniti al partito d'esso pontefice, e questi ancora, per la maggior parte cacciati dalle lor chiese. Il rifugio di tutti era allora la contessa Matilda. Arrigo tornato dipoi sotto Roma, celebrò il santo Natale _apud sanctum Petrum_, come ha l'Urspergense[1196].
Abbiamo da Pietro Diacono[1197] che esso Arrigo, dopo aver preso e distrutto il portico di san Pietro, scrisse a _Desiderio_ insigne abbate di Monte Casino, perchè venisse a trovarlo. Non sapendo l'abbate che titolo dargli, non gli rispose. Un'altra lettera più forte e minacciosa gli scrisse Arrigo, comandandogli di presentarsi a lui in Farfa. Rispose allora Desiderio assai cautamente, con addurre per sua scusa i pericoli del viaggio per cagion de' Normanni; e intanto significò a papa Gregorio quanto gli accadeva, per sapere come si avesse a regolare; ma Gregorio niuna risposta gli diede. Sopravvenute poi altre lettere più formidabili di Arrigo, che minacciavano la rovina del monistero, Desiderio andò fino ad Albano, e trattò con _Giordano principe_ di Capoa, ma stando sempre saldo in non voler giurar fedeltà ad Arrigo, e ricevere dalle mani di lui la badia, benchè badia imperiale. Se Giordano non avesse smorzata l'ira di Arrigo, era questa per iscoppiare in danno del monistero. Ma mise egli sì buone parole, che Desiderio fu ammesso all'udienza del re. Alla istanza di prendere da lui il baston pastorale rispose, che quando la maestà sua avesse ricevuta la corona imperiale, allora esso abbate risolverebbe o di ricevere da lui la badia, o di rinunziarla. Ed essendosi fermato più giorni in corte, ebbe di gravi dispute coll'antipapa, e collo stesso vescovo d'Ostia ritenuto da Arrigo, intorno al valore del decreto di papa Niccolò II, ch'essi voleano far valere, ed egli lo sosteneva per cosa ingiusta e pazzamente fatta, benchè fatta da un papa e da un numeroso concilio. Non finì la faccenda che Desiderio ottenne da Arrigo il diploma confermatorio dei beni del suo monistero con bolla d'oro, ed impetrata licenza, se ne tornò al suo monistero. Avrei volentieri veduto questo diploma per conoscere a qual anno veramente appartenga questo fatto. Ma o esso è perito, o il padre Gattola non giudicò bene di darlo alla luce nella Storia sua del monistero casinense. Erasi ribellata a _Roberto Guiscardo_ duca la città di Canne. Sono concordi Guglielmo Pugliese[1198], Lupo Protospata[1199], l'Anonimo Barense[1200] e Romoaldo Salernitano[1201] in scrivere che Roberto nel maggio dell'anno presente vi mise l'assedio. Presa poi nel mese di giugno, oppure nel dì 10 di luglio, quella terra, la distrusse affatto. Aggiugne esso Anonimo che il duca suddetto afflisse non poco il popolo di Bari con una esorbitante contribuzione loro imposta, e col carcerar molti di que' cittadini. E Lupo scrive che i Romani erano in procinto di darsi al re Arrigo: il che saputo da Roberto, inviò a Roma trentamila scudi d'oro, e coll'applicazione di questo rimedio tenne quell'anime venali attaccate al partito del papa e suo. Temeva egli, che prevalendo l'armi d'Arrigo, si volgessero poi contra delle sue conquiste. Nè si dee tacere che per testimonianza di Pietro Diacono, _Giordano principe_ di Capoa provvide anch'egli a' suoi interessi con prendere dal re Arrigo l'investitura di quel principato, mediante lo sborso di gran quantità di danaro, adattandosi alle scabrose congiunture di questi tempi. Ma il monistero di Monte Casino, spettante al distretto del principato medesimo, fu riserbato sotto il dominio, ossia sotto la protezione degli imperadori. Era restato in Albania al comando dell'armata normannica _Boamondo_, prode figliuolo primogenito di Roberto Guiscardo. Anna Comnena scrive[1202] che egli occupò e fortificò la città di Giovannina. Venne l'imperador greco _Alessio_ nel mese di maggio per opporsi ai di lui progressi, ma in due battaglie restò sconfitto. Avendo poi fatto calare in aiuto suo un possente corpo di Turchi, gli riuscì di sconfiggere i Romani che assediavano Larissa. Ricuperò anche la città di Castoria dianzi presa da Boamondo. In quest'anno, per attestato di Sicardo[1203], la contessa Matilda assediò Nonantola nel contado di Modena. È da credere che questo insigne monistero, per essere imperiale, seguitasse le parti del re Arrigo.
NOTE:
[1193] Berthold. Constantiensis, in Chron.
[1194] Labbe, Concil., tom. 10.
[1195] Card. de Aragon., in Vit. Gregor. VII.
[1196] Urspergensis, in Chron.
[1197] Petrus Diacon., Chron. Casinens. lib. 3, cap. 30.
[1198] Guillelmus Apulus, lib. 4.
[1199] Lupus Protospata, in Chronico.
[1200] Anonymus Barensis, apud Peregrin.
[1201] Romualdus Salernit., Chron., tom. 7 Rer. Italic.
[1202] Anna Comnena, lib. 5 Alexiad.
[1203] Sicard., Chron., tom. 7 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MLXXXIV. Indizione VII.
GREGORIO VII papa 12. ARRIGO IV re 29, imperad. 1.
Secondochè abbiamo da Anna Comnena[1204], il greco _imperadore Alessio_ suo padre avea inviato al re _Arrigo_ cento quaranta quattro mila scudi d'oro, e cento pezze di scarlatto, per indurlo a muovere guerra al _duca Roberto_. Ma, per quanto scrisse Bertoldo da Costanza[1205], Arrigo si servì di tutto quest'oro per abbagliare e guadagnare il basso popolo romano in suo favore. Vero è raccontarsi dall'Annalista Sassone[1206], ch'egli sul principio di febbraio entrò nella Campania, e prese gran parte della Puglia. Ma di ciò niun altro storico parla. Poscia fu dagli ambasciatori romani invitato ad entrar pacificamente in Roma. Gli fu infatti aperta la porta lateranense nel giovedì prima delle palme, cioè nel dì 21 di marzo di quest'anno: con che egli si mise in possesso del palazzo lateranense e di tutti i ponti, e presso a poco d'ogni luogo forte di Roma. Ebbe tempo il _pontefice Gregorio_ di salvarsi in castello Sant'Angelo. E perciocchè la maggior parte dei nobili teneva pel papa, volle Arrigo da essi cinquanta ostaggi. Nel dì seguente, come lasciò scritto l'abbate Urspergense[1207], fece accettare dal popolo il suo antipapa Guiberto; e questi nella seguente domenica delle Palme fu poi consecrato, non già dai vescovi d'Ostia, di Porto e d'Albano, a' quali appartiene, ma bensì dai vescovi di Modena e di Arezzo, come ha Bertoldo da Costanza, oppure da quei di Bologna, Modena e Cervia, come s'ha dalla Vita d'esso papa Gregorio[1208], conservata a noi dal cardinale d'Aragona. Altri danno questo brutto onore a quel di Cremona, in vece di quello di Cervia. Guiberto, se non prima, assunse allora il nomo di Clemente III. Venuto il giorno santo di Pasqua, cioè nel dì 31 di marzo, l'antipapa ed Arrigo s'incamminarono alla volta di San Pietro; ma si trovò una squadra di gente fedele al papa che volle impedire il lor passaggio, ed uccise o ferì quaranta degli Enriciani. Contuttociò nella basilica vaticana ricevette Arrigo dalle mani del sacrilego antipapa la corona imperiale e il titolo d'imperadore Augusto. Tale il chiamerò anch'io, come han fatto tanti altri, quantunque illegittimo imperadore, perchè unto e coronato da un usurpatore del romano pontificato; giacchè neppure i Romani poteano privare di questo diritto il papa legittimo tuttavia vivente. Ascese poscia Arrigo nel Campidoglio, atterrò tutte le case de' Corsi, cominciò ad abitare in Roma, come in sua propria casa. Vi restava ancora il Septisolio, creduto da alcuni di Septizonio, antico e maestevol mausoleo, dove s'era fatto forte Rustico nipote di papa Gregorio. A questo sito mise Arrigo l'assedio, e cominciò con varie macchine a batterlo; ma eccoti una nuova che gli fece mutar pensiero. Allorchè vide il pontefice Gregorio quanto poco egli si potesse fidare del popolo romano, e fu astretto a ricoverarsi in castello Sant'Angelo, immantenente scrisse e spedì messi al duca _Roberto Guiscardo_, ricordandogli l'obbligo, le promesse e la congiuntura pressante di recargli soccorso. Questo bastò perchè Roberto, il quale si trovava allora in Puglia, e non già in Albania, allestisse un copioso esercito, capace di soccorrere il papa. Dopo di che si mise animosamente in viaggio alla volta di Roma. Informato di questa spedizione[1209] _Desiderio abbate_ di Monte Casino, ne spedì tosto l'avviso segretamente a papa Gregorio per fargli conoscere vicina la sua liberazione, ed anche segretamente all'Augusto Arrigo, acciocchè egli prendesse la risoluzione che infatti prese. Non si può negare[1210]: quasi tutto il popolo romano era per esso Arrigo, ed aveva assediato il papa in castello Santo Angelo, con alzarvi un muro incontro, acciocchè niuno potesse entrarvi od uscirne. Contuttociò neppure fidandosi Arrigo di una città chiamata _venale_ dallo stesso autore della Vita di Gregorio VII, e trovandosi ivi con poca guarnigione delle sue genti, determinò di sloggiare. Veniva[1211] Roberto con grande sforzo di milizie, cioè con sei mila cavalli, e trenta mila fanti, ed oltre a ciò, il solo suo nome e la riputazione d'invitto capitano valeva un mezzo esercito: laonde non parve bene ad Arrigo di aspettarlo. Tre giorni dunque prima che Roberto arrivasse, fece una bella allocuzione a tutti i Romani, con espor loro la necessità di venire per suoi affari in Lombardia, pregandoli di aver cura della città, e promettendo di far per loro delle maravigliose cose in ritornando. Quindi si ridusse coll'antipapa a Cività Castellana, e di là s'inviò verso Siena.
Non mancavano a papa Gregorio aderenti in Roma, specialmente fra la nobiltà. Scrivono alcuni che, per concerto precedentemente fatto, e suggerito da Cencio console de' Romani, fu attaccato in più luoghi della città il fuoco; e mentre il popolo si trovava impegnato per estinguere l'incendio, Roberto fu messo entro la città per la porta Flaminia. Altri dicono che, dopo esser egli entrato, i Romani presero l'armi contra di lui, ma senza potergli nuocere. Ed egli, all'incontro, diede alle fiamme e distrusse affatto tutta la parte di Roma, dove son le chiese di san Silvestro e di san Lorenzo in Lucina, oppure tutto il rione del Laterano fino al Colisseo. Anzi, secondo Bertoldo da Costanza[1212], diede il sacco a tutta la città, e la maggior parte d'essa ridusse in mucchi di sassi, con isvergognar le donne e le monache stesse, e commettere tutti gli altri eccessi che accompagnano un saccheggio militare. Landolfo Seniore, storico milanese di questi tempi[1213], ci lasciò un orrido ritratto di questo fatto: e non è da maravigliarsene, perchè Roberto menò seco una gran quantità di Saraceni a quell'impresa, nemici del cristianesimo, e nati per esterminar ogni cosa. Romoaldo Salernitano scrisse[1214] ch'egli incendiò Roma dal palazzo lateranense fino a castello Sant'Angelo: il che forse non merita molta credenza. Nè tardò Roberto a presentarsi davanti ad esso castello, e a liberare il papa con rimetterlo nel Laterano. Goffredo Malaterra notò[1215] che Roberto con una scalata entrò in Roma, liberò il papa, e condusselo al Laterano. Da lì a tre dì i Romani presero l'armi contra de' Normanni. Roberto allora gridò _fuoco_, e perciò la maggior parte della città restò incendiata, e i Romani per forza si acconciarono col papa. Fermossi dipoi per alquanti giorni in quella città Roberto; nel qual tempo fece schiavi assaissimi di que' perfidi cittadini, ed altri ne castigò con varie pene. Lo stesso papa tenne l'ultimo de' suoi concilii romani, dove fulminò di nuovo la scomunica contra di Guiberto e di Arrigo. Partissi finalmente di Roma il Guiscardo, e, secondo l'autore della Vita di papa Gregorio[1216], lasciò esso pontefice nel palazzo lateranense. Ma più peso ha qui da avere l'asserzione di Pietro Diacono, di Pandolfo Pisano, di Lupo Protospata e d'altri, che ci assicurano che il pontefice non credendosi sicuro fra gli incostanti ed infedeli Romani, irritati ancora dall'aspro trattamento fatto in questa congiuntura a loro e alla città, se ne andò con esso Roberto a Monte Casino, e di là alla forte città di Salerno. Non potè di meno lo stesso Malaterra di non alzar la voce contra di Roma, allora sì ingrata ad un pontefice di virtù cotanto eminenti, con dire fra l'altre cose[1217]:
_Leges tuae depravatae plenae falsitatibus._ _In te cuncta prava vigente luxus, avaritia,_ _Fides nulla, nullus ordo. Pestis simoniaca_ _Gravat omnes fines tuos. Cuncta sunt venalia._ _Per te ruit sacer ordo, a qua primum prodiit._ _Non sufficit papa unus: binis gaudes infulis._ _Fides tua solidatur sumptibus exhibitis._ _Dum stat iste, pulsas illum; hoc cessante revocas;_ _Illo istum minitaris. Sic imples marsupias._
In questi medesimi tempi non istavano in ozio i partigiani d'Arrigo in Lombardia, paese dove pochi si contavano aderenti al papa. Sosteneva nondimeno questo altro partito vigorosamente la _contessa Matilda_, principessa nell'amor della religione a niuno seconda, e superiore al suo sesso nella politica e nella conoscenza dell'arte militare. Un fatto avvenne che recò a lei gran gloria, e rincorò chiunque manteneva buon cuore per la parte pontificia. Donizone[1218] pare che lo riferisca ad alcuno degli anni seguenti. Ma Bertoldo da Costanza[1219] e l'autore della Vita di santo Anselmo ne parlano all'anno presente. Cioè non fu sì tosto giunto in Lombardia Arrigo IV, che ordinò ai vescovi e marchesi di mettere insieme un buon esercito con voce (finta o vera, non so) di voler tornare alla volta di Roma. I fatti furono diversi. Mosse egli nuova guerra alla contessa Matilda, e spedì quell'esercito sul Modenese, da cui fu impreso l'assedio del castello di Sorbara. Benchè la contessa tanta gente non avesse da potersi cimentare con sì poderosa armata, tuttavia, avendo dalle spie inteso che quegli assedianti, senza curarsi di guardie, se ne stavano alla balorda nel loro campo sotto Sorbara, una notte, quando men se l'aspettavano, mandò le sue milizie ad assalirli. Ne riportò (forse nel mese di luglio) un'insigne vittoria, fece prigione _Eberardo vescovo_ di Parma con cento dei migliori soldati, sei capitani, più di cinquecento cavalli, assaissime armature, e l'equipaggio del campo de' nemici. Il _marchese Oberto_ generale di quell'armi con assai ferite si diede alla fuga; e _Gandolfo vescovo_ di Reggio, scappato nudo, per tre dì stette nascoso in uno spinaio. In quest'anno ancora _Guelfo duca_ di Baviera, presa la città d'Augusta, e cacciatone _Sigefredo vescovo_ scismatico, pose in quella sedia _Wigoldo_ pastore legittimo. Ma Arrigo, che era nel dì 19 di giugno in Verona, ed ivi confermò i privilegii a que' canonici[1220], ad avea nel dì 17 confermati i suoi beni al monistero di san Zenone[1221], essendo passato sul principio d'agosto in Germania, ed avendo assediata la medesima città di Augusta, la costrinse anch'egli alla resa. Dacchè fu sbrigato dagli affari pontificii Roberto Guiscardo[1222], venne a trovarlo _Boamondo_ suo figliuolo, per ottener soccorso di gente e di danaro, perchè l'esercito di lui lasciato in Albania, non correndo le paghe, minacciava di rivoltarsi, e l'_imperadore Alessio_ segretamente avea fatto offerir loro di soddisfarli. Era in collera Roberto contra di _Giordano principe_ di Capoa[1223], perchè avesse ricevuta da Arrigo l'investitura degli Stati, e gli mosse guerra per questo, con dare a ferro e fuoco parte del di lui paese. Forse passò l'affare di concerto fra loro, acciocchè Giordano avesse un apparente motivo di rinunziare all'aderenza dell'imperadore, e di riunirsi con papa Gregorio, siccome in effetto seguì. Goffredo Malaterra scrive che questa mossa di Roberto contra di Giordano accadde molto prima ch'egli andasse a liberar il papa dall'assedio di Roma. Fece Roberto consecrare da esso pontefice la magnifica chiesa ch'egli avea fabbricata in Salerno; e ciò fatto, attese ad una strepitosa spedizione in Albania contra del greco Augusto. Sul principio dunque dell'autunno, seco conducendo anche _Ruggieri_ altro suo figliuolo, con una poderosa armata navale di gente e di cavalli passò il mare[1224]. Nel mese di novembre venne a battaglia colla flotta de' Greci e Veneti con tanto vigore, che la sbaragliò; prese alcune delle loro navi; due cogli uomini ne affondò, da due mila n'ebbe prigionieri, ed alcuni migliaia d'uomini dalla parte d'essi Greci e Veneziani vi perirono. Anna Comnena scrive che due vittorie contro i Normanni aveano prima riportate in quest'anno i Veneziani: del che niuna menzione vien fatta dagli altri storici. Confessa dipoi essa istorica la terribil rotta suddetta, loro data dal Guiscardo, la qual fu cagione che si sciogliesse l'assedio di Corfù, già incominciato dai Greci. Svernò in quelle parti Roberto, macchinando sempre maggiori imprese contra del greco Augusto. Abbiamo dal Dandolo[1225] che _Vitale Faledro_, con prevalersi della disgrazia succeduta alla flotta veneta spedita in favore de' Greci, suscitò l'odio del popolo veneto contra di _Domenico Silvio_ loro doge; ed aggiunti poi donativi e promesse, tanto fece che esso Domenico fu deposto. Dopo di che fu egli sostituito nella medesima dignità. Appresso scrive, avere Vitale inviati a Costantinopoli i suoi legati che gli ottenessero dall'_Augusto Alessio_ il titolo di protosebasto: perlochè da lì innanzi il doge veneto cominciò ad intitolarsi _dux Dalmatiae et Croatiae, et imperialis protosevastos_. Confermò in quest'anno Arrigo imperadore tutti i suoi privilegii e beni al monistero di Farfa, come costa dal suo diploma inserito nella Cronica farfense[1226]. Que' monaci riconosceano allora per papa Guiberto, e tenevano saldo il partito d'Arrigo.
NOTE:
[1204] Anna Comnena, lib. 3.
[1205] Bertholdus, Constantiensis, in Chron.
[1206] Annalista Saxo, apud Ecchardum.
[1207] Urspergensis, in Chron.
[1208] Cardinal. de Aragon., in Vit. Gregor. VII.
[1209] Petrus Diaconus, Chron. Casin., lib. 3.
[1210] Pandulfus Pisan., in Vit. Gregor. VII, P. I, tom. 3 Rer. Italic.
[1211] Guillelmus Apulus, lib. 4 Poemat.
[1212] Bertholdus, Constantiensis, in Chron.
[1213] Landulfus Senior, Histor. Mediolan., lib. 4, cap. 3.
[1214] Romualdus Salernitanus, in Chron., tom. 7 Rerum Italicarum.
[1215] Gaufrid. Malaterra, Hist., lib. 3, cap. 37.
[1216] Cardin. de Aragon., in Vit. Gregor. VII.
[1217] Malaterra, lib. 3, cap. 38.
[1218] Donizo, in Vit. Mathild., lib. 2, cap. 3.
[1219] Bertholdus Constantiensis, in Chron.
[1220] Ughell., Ital. Sacr., tom. 5 in Episcop. Veronens.
[1221] Antiquit. Italic., Dissert. XIII.
[1222] Anna Comnena, Alexiad., lib. 5.
[1223] Guillelmus Apulus, lib. 5.
[1224] Idem, lib. 4.
[1225] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[1226] Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MLXXXV. Indizione VIII.
GREGORIO VII papa 13. ARRIGO IV re 30, imperad. 2.