Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 32

Chapter 323,706 wordsPublic domain

[1024] Gregor. VII, lib. 2, Ep. 9.

[1025] Antichità Estensi, P. I, cap. 4.

[1026] Lambertus Schafnaburgensis, in Chronico.

[1027] Card. de Aragon., in Vit. Gregor. VII.

[1028] Guillelmus Apulus, lib. 3.

[1029] Chron. Amalfitan., tom. 1 Antiquit. Ital., pag. 213.

[1030] Gaufridus Malaterra, lib. 3, cap. 7.

[1031] Acta Sanctorum Bolland., ad diem 18 mart.

[1032] Baron., Annal. Ecclesiast.

[1033] Gregor. VII, lib. 2, Epist. 31 et 37.

[1034] Mabill., Saecul. Benedict. VI P. II.

[1035] Antichità Estensi, P. I, cap. 7.

[1036] Antiquit. Ital., Dissert, V.

Anno di CRISTO MLXXV. Indizione XIII.

GREGORIO VII papa 3. ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 20.

Un altro insigne concilio romano nel fine di febbraio fu in quest'anno celebrato da papa _Gregorio VII_[1037], in cui lo zelantissimo pontefice per la prima volta pubblicamente proibì sotto pena di scomunica le investiture de' vescovati e delle abbazie che i re davano agli ecclesiastici, con porgere loro il pastorale e l'anello. S'era da molti anni introdotta questa novità, e coll'essere divenuta dipendente dalla volontà dei sovrani temporali, che in que' tempi erano di coscienza guasta, la collazion delle chiese e dignità ecclesiastiche, s'era aperta una larga porta alla simonia. Infatti si conferivano queste dai re a chi le comperava colla lunga servitù alle corti, o colle adulazioni, e più sovente a chi più largamente offeriva regali e danaro. Venivano con ciò a cader bene spesso le chiese in mano di chi meno le meritava, restando neglette le persone degne. Furono anche in esso concilio confermati i decreti contra de' cherici concubinarii. Di nuovo eziandio fu scomunicato _Roberto Guiscardo_, il quale in questi tempi tenea segrete pratiche col re Arrigo, e nello stesso tempo dava buone parole al papa di volersi suggettare a tutti i di lui voleri. Ora il decreto suddetto intorno alle investiture, siccome parea che sminuisse di troppo l'autorità già usurpata dai monarchi, così fu la scintilla che accese dipoi la funesta guerra fra il sacerdozio e l'imperio. Sulle prime non ne fece doglianza o risentimento alcuno il re Arrigo, perchè incerto dell'esito della guerra da lui impresa contra de' Sassoni; anzi scrivea lettere di tutta sommessione e buona volontà al papa. Appena ne uscì egli vittorioso, che cominciò i suoi strepiti contro la Sede apostolica. Mosse egli dunque nell'anno presente le sue armi contro i popoli della Sassonia e Turingia[1038], dopo aver tanto operato colle lusinghe e promesse, che avea tirato nel suo partito i primi principi della Germania, cioè _Ridolfo duca_ di Suevia, _Guelfo duca_ di Baviera, _Goffredo_ il Gobbo _duca_ di Lorena, e _Bertoldo duca_ di Carintia, i quali accorsero tutti colle lor genti a secondarlo in quell'impresa. Verso la metà di luglio seguì una sanguinosa battaglia fra l'esercito di Arrigo e quel de' Sassoni, e fu disputata un pezzo la vittoria; ma in fine andarono rotti i Sassoni, con essere nondimeno costato caro questo trionfo all'armata regale, in cui perì molta nobiltà, specialmente della Baviera e Suevia. Fama fu che restassero sul campo circa ventimila persone. Furono, siccome dissi, cagione questi fortunati successi che il re Arrigo, dianzi cotanto mansueto col romano pontefice, prendesse un'altr'aria, e cominciasse a farla da sprezzante, con ammetter anche alla sua corte e familiarità que' ministri che dianzi erano stati scomunicati dalla Sede apostolica. Intanto i Sassoni non lasciavano intentato mezzo alcuno per ottener pace e grazia dal re, il quale sempre più infellonito contra d'essi, e gonfio per la passata fortuna, nulla meno macchinava che l'intera loro schiavitù e rovina. Però affine di esterminarli intimò una nuova spedizion contra di loro, ed era con lui Goffredo duca di Lorena con sì grosso corpo di gente scelta, che uguagliava il resto dell'esercito del re[1039]. Ma gli altri duchi, _Radulfus scilicet dux Suevorum, Welf dux Bajoariorum, Bertholdus dux Carentinorum, regi auxilium suum petenti denegaverunt: poenitentes, ut ajebant, superiori expeditione in irritum fusi tanti sanguinis, offensi etiam regis immiti atque implacabili ingenio, cujus iracundiae incendium nec lacrymae Saxonum, nec inundantes campis Thuringiae rivi sanguinis restinguere potuissent_. Ciò non ostante, s'interposero tanti per la pace, che i Sassoni s'arrenderono alla volontà del re, il quale cacciò in esilio la maggior parte dei lor capi e baroni, e trattò il resto alla peggio.

Succedette in quest'anno nel martedì santo, giorno 30 di marzo, un nuovo terribile incendio nella città di Milano, descritto da Arnolfo milanese[1040], scrittore di vista. E fu come cosa miracolosa, perchè insorto nell'aria un vapore che vomitava fiamme, attaccò il fuoco alle case che si erano salvate nel precedente incendio, e alle già rifabbricate: con divario nondimeno dall'altro, perchè questo distrusse più chiese, a fra l'altre le due basiliche metropolitane, cioè la mirabil estiva di santa Tecla, e l'invernale di santa Maria, con quelle di san Nazario e di santo Stefano. Il danno di quella città fu incredibile. Non ostante sì terribil disgrazia, _Erlembaldo_ seguitava a far guerra al clero incontinente di quella città, ed impedì anche nell'anno presente il battesimo solenne che si solea fare in tutte le cattedrali nel sabbato santo. Irritati per questo i nobili, e guadagnata parte della plebe, vennero alle mani colla gente di Erlembaldo, ed egli in quella zuffa restò morto, e fu poi riguardato qual martire e riconosciuto per santo, avendo anche Iddio con varii miracoli onorata la di lui sepoltura. Il Puricelli ne scrisse la vita. Dopo ciò il popolo di Milano, il quale, esaminati ben questi fatti, pare che già avesse assunta qualche forma di repubblica, ma con riconoscere tuttavia il comando e l'autorità del re Arrigo, unito col clero, spedì un'ambasciata al re medesimo per avere un arcivescovo[1041]. Giacchè egli era pentito di aver dato per arcivescovo ai Milanesi _Goffredo_, fu da lui eletto _Tedaldo_ suddiacono milanese, che era suo cappellano, e il mandò a Milano, dove trovò buona accoglienza non men presso il clero, che presso il popolo, avido sempre di cose nuove. Si videro allora in un medesimo tempo, e non senza scandalo, tre arcivescovi di Milano, cioè _Gotifredo_ consecrato, ma esiliato; _Attone_ sostenuto e consecrato da papa _Gregorio VII_, e vivente in Roma, e _Tedaldo_ ultimamente sopraeletto agli altri due. Fece quanto potè il papa per impedire la consecrazion di Tedaldo; ma i vescovi suffraganei attaccati al re Arrigo, ad onta di lui, il consecrarono. Corse in quest'anno un gran pericolo lo stesso pontefice Gregorio[1042]. Aveva egli pubblicata la scomunica contra di Cencio figliuolo di Stefano già prefetto di Roma, ma non già, a mio credere, prefetto anche egli d'essa città, uomo prepotente sì per la sua dignità e nascita, come per le sue grandi ricchezze, usurpator de' beni delle chiese, ed amico del duca di Puglia _Roberto Guiscardo_. Istigato costui dalle segrete insinuazioni di _Guiberto arcivescovo_ di Ravenna, che già aspirava al papato, allorchè papa Gregorio nella notte del santo Natale di questo, e non già del seguente anno, celebrava la messa a santa Maria Maggiore, entrato con gente armata, il prese, e staccatolo dal sacro altare, seco il trasse ad una sua torre. Paolo benriedense[1043] aggiunge che esso papa riportò una ferita in quella funesta occasione. Si sparse tosto per la città la nuova di tanta empietà, a cui tutti inorridirono; e il popolo romano, dato di piglio all'armi, fatto il giorno, in furia corse alla torre di Cencio, e quivi con fuoco, con catapulte e con altri ingegni di guerra cominciò a batterla sì forte, che Cencio prevedendo in breve la propria rovina, si gettò a' piedi del papa, implorando, non che misericordia, aiuto per salvarsi. Allora il clementissimo pontefice affacciatosi ad una finestra, fece fermar gli assalti e l'ira del popolo; e tratto dalla torre, se ne tornò fra le acclamazioni di tutti a terminar la messa a santa Maria Maggiore; segno o che non era ferito, o che la ferita dovette essere ben leggera.

Furono poi dal popolo devastati e confiscati tutti i beni dell'empio insieme e pazzo Cencio che ebbe la fortuna di poter fuggire colla moglie e co' figliuoli. Gli aveva il papa imposto la penitenza di fare il viaggio di Gerusalemme. Arnolfo milanese[1044], scrittore di questi tempi, ci assicura, non essere passato l'anno, che costui morì soffocato da un'ulcera nella gola. Lo attesta anche Bertoldo da Costanza[1045], con dire che Cencio nei primi mesi dell'anno 1077 andò a Pavia menando prigione _Rainaldo vescovo_ di Como, per essere ricompensato dal re Arrigo, e che quivi morendo all'improvviso, trovò quel guiderdone che meritavano le di lui scelleratezze. Approdarono inaspettatamente in quest'anno i Mori in Sicilia alla città di Mazzara[1046], e trovando i cittadini mal preparati a questa visita, entrarono per forza nella città. Posero anche l'assedio al castello situato nella pianura della città e vi stettero sotto ben otto giorni. Informato di ciò il _conte Ruggieri_, entrò di notte con uno stuolo d'armati in esso castello, e la seguente mattina uscì addosso ai nemici. Moltissimi di coloro restarono sul campo, gli altri incalzati, come poterono il meglio, si salvarono alle navi. Se si ha a prestar fede agli Annali pisani[1047], nella festa di san Sisto di agosto dell'anno presente presero i Pisani la città di Almadia, ed obbligarono Firmino re d'essa a pagar tributo da lì innanzi a Pisa, _et coronam romano imperatori assignaverunt_. Possiam fidarci poco d'essi Annali, ne' quali all'anno 1077 si torna a dire che i Pisani presero Almadia in Africa, e ciò parimente nel dì di S. Sisto. Ed altri Annali pisani riferiscono questo fatto all'anno 1088, dove ne tornerò io a parlare. Trovavasi nell'anno presente _Beatrice duchessa_ di Toscana in San Cesario, distretto di Modena, dove nel dì 8 di giugno[1048] compose una differenza insorta fra Eriberto vescovo di Modena ed Alberto di Bazovara per la canonica di Cittanuova. Leggesi parimente un placito tenuto da essa Beatrice[1049], appellata _gloriosissima comitissa_, e da _Matilda_ sua figliuola _in civitate Florentia in via prope ecclesia sancti Salvatoris juxta palatio de domni sancti Battista, anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi septuagesimo quinto post mille, nonas martii, Indictione tertiadecima_. Qui è l'anno fiorentino. Se s'ha da credere alla Cronichetta amalfitana[1050], nell'anno presente Roberto Guiscardo s'impadronì della città di santa Severina in Calabria.

NOTE:

[1037] Concil. Labbe tom. 9.

[1038] Lambertus Schafnaburgensis, in Chr. Bertholdus Constatiens., in Chron.

[1039] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.

[1040] Arnuf., Hist. Mediolan., lib. 4. cap. 8.

[1041] Idem, lib. 5, cap. 5.

[1042] Pandulfus Pisanus, et Cardinal. de Aragon., in Vit. Greg. VII. Lambertus Schafnaburg., in Chron.

[1043] Paulus Benriedens., in Vit. S. Greg. VII P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[1044] Arnulf. Hist. Mediolanens., lib. 5, cap. 6.

[1045] Berthold. Constantiensis in Chron.

[1046] Gaufrid. Malaterra lib. 3, cap. 9.

[1047] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.

[1048] Antiquit. Italic., Dissert. V.

[1049] Ibid., Dissert. XVII.

[1050] Chron. Amalfitan., tom. 1. Antiq. Ital., pag. 214.

Anno di CRISTO MLXXVI. Indizione XIV.

GREGORIO VII papa 4. ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 21.

Fu sopra gli altri funesto l'anno presente, perchè principio dell'abbominevol guerra fra il sacerdozio e l'imperio. Fin qui avea il pontefice _Gregorio_ usate tutte le maniere più efficaci, ma insieme dolci, per impedir la rottura, saldo nondimeno in voler abolita l'empia usanza di vendere i vescovati, ed eseguito il decreto formato contra le investiture delle chiese date dai principi laici. Ma il _re Arrigo_, insuperbito per li buoni successi della guerra di Sassonia, più che mai continuava il commercio simoniaco, e comunicava cogli scomunicati dalla santa Sede. In una lettera scritta il dì 8 di gennaio dell'anno presente[1051], con esso lui si doleva il papa, perchè avesse dato contro le promesse l'arcivescovato di Milano a _Tedaldo_, ed inoltre conferite le chiese di Fermo e di Spoleti a persone incognite al medesimo papa: segno che il ducato di Spoleti e la marca, appellata già di Camerino e talvolta di Fermo o d'Ancona, erano ritornati, dopo la morte di Goffredo Barbato duca di Lorena e Toscana, all'ubbidienza del re Arrigo. Ora il pontefice Gregorio, siccome personaggio di cuore intrepido, non mancò di scrivergli delle lettere più vigorose delle passate, e di avvertirlo, che s'egli non mutava registro, sarebbe forzata la santa Sede ad escluderlo dalla comunion de' fedeli. A questo fine gl'inviò nuovamente dei legati, che furono accolti con disprezzo. Fece l'infuriato re tenere una gran dieta in Vormazia nella domenica di settuagesima, dove intervennero tutti i vescovi ed abbati mal intenzionati verso il papa. Sopraggiunse ancora _Ugone il Bianco_ cardinale, che di nuovo ribellatosi dalla Chiesa romana, comparve colà con lettere finte del senato romano, de' cardinali e d'altri vescovi, che richiedevano la deposizion di Gregorio VII e l'elezione di un nuovo papa. Di più non occorse, perchè il re Arrigo in essa dieta coi vescovi suddetti formassero un decreto, in cui dichiararono illegittimo pontefice e scomunicato papa Gregorio. Dopo di che[1052] spedì Arrigo i suoi messi con lettere in Lombardia e nella marca di Fermo per significare a tutti la risoluzion presa, e per sommuovere ciascuno contra di lui. Fu eziandio data ad un Rolando cherico di Parma l'imcumbenza di portare alla Chiesa romana una lettera fulminante e un ordine spedito in qualità di patrizio a papa Gregorio di scendere dal trono pontifizio, per dar luogo all'elezione di un altro papa. Arrivò questo Rolando a Roma in tempo che si celebrava un concilio numeroso nella basilica lateranense[1053], ed entrato nella sacra assemblea arditamente, dopo aver presentate al papa le lettere, con alta voce gl'intimò di lasciare in quel punto la cattedra pontificia, e al clero romano di portarsi per la Pentecoste alla corte, per ricevere dalle mani del re un vero papa, perchè il presente era un lupo. Alzossi allora _Giovanni vescovo_ di Porto, gridando che fosse preso quel temeriario; e il prefetto di Roma colla milizia, sguainate le spade, corsero sopra di lui per levarlo di vita; e l'avrebbono fatto, se, interpostosi il papa, non lo avesse salvato dalle loro mani. Ventilata dipoi nel concilio la causa, ed animato il pontefice dall'assistenza della _duchessa Beatrice_ e della _contessa Matilde_, che stendevano la lor possanza sopra buona parte d'Italia, e dalla disposizione in cui sapea che erano i più riguardevoli principi della Germania, dichiarò scomunicato e decaduto dal regno Arrigo IV, con assolvere tutti i di lui sudditi dal giuramento di fedeltà: risoluzione che, quantunque non praticata da alcuno de' suoi predecessori, pure fu creduta giusta e necessaria in questa congiuntura.

Morì nell'anno presente sul fine di febbraio, e di morte violenta, _Gozelone_ ossia _Goffredo_ il Gobbo, duca di Lorena e Toscana, da noi veduto marito della contessa Matilde[1054]. Ito egli una notte al luogo adattato pei bisogni del corpo, che dovea ben essere fabbricato alla balorda, da un uomo che stava in agguato (fu detto per ordine di _Roberto conte_ di Fiandra) di sotto con una freccia fu sì mortalmente ferito nelle natiche, che, secondo Lamberto, da lì a sette giorni, o, secondo Bertoldo, la stessa notte gli convenne morire, ed anche senza i sacramenti, se si ha a credere a Brunone scrittor della guerra di Sassonia. Per la sua bravura e prudenza vien lodato non poco da esso Lamberto. Fu gran partigiano del re Arrigo IV, e però sospetto e poco caro a papa Gregorio VII, e a Beatrice e Matilde. Ma potea ben risparmiare il Fiorentini[1055] di farlo anche autore della nera congiura ed insolenza di Cencio romano contra la sacra persona di papa Gregorio, perchè nessun giusto fondamento di questa taccia a noi porge l'antica storia. Essendo egli morto senza prole, Arrigo investì del ducato della Lorena _Corrado_ suo proprio figliuolo, e diede la marca d'Anversa a _Gotifredo_ figliuolo del conte Eustachio, e cugino del defunto Gotifredo, il quale col tempo divenne re di Gerusalemme. Restò con ciò senza marito la contessa Matilde, e non andò molto ch'ella si vide tolta anche la madre. Terminò il corso di sua vita la duchessa _Beatrice_ nel dì 18 di aprile nella città di Pisa, come consta dai versi di Donizone[1056]:

_Octo decemque dies aprilis dum sinit ire_ _Christi post ortum vera de Virgine corpus_ _Anno milleno bis terno septuageno._

Principessa di gran pietà, di egual prudenza e d'animo virile, che si tenne sempre attaccata alla santa Sede, ma senza perdere il rispetto al re Arrigo, anzi con essere mediatrice di concordia e pace fra lui e il pontefice Gregorio. La maggior gloria nondimeno di Beatrice fu l'aver messa al mondo, e mirabilmente educata in tutte le virtù e nella cognizion delle varie lingue, la _contessa Matilde_, la quale rimasta sola al governo della Toscana e degli altri aviti suoi Stati, cominciò a far conoscere i suoi rari pregi nelle fiere rivoluzioni che andrò da qui innanzi accennando. Nè si dee tacere che il monaco Donizone s'adirò contra di Pisa, perchè quivi, e non in Canossa, fu seppellita la duchessa Beatrice. I suoi versi ci faran conoscere conoscere, come allora fosse mercantile la città di Pisa[1057]:

_..... Dolor heic me funditus urit,_ _Quum tenet urbs illam, qua non est tam bene digna._ _Qui pergit Pisas, videt illic monstra marina,_ _Haec urbs Paganis, Turchis, Libycis quoque,_ _Parthis,_ _Sordida. Chaldaei sua lustrunt littora tetri._ _Sordibus a cunctis sum munda Canossa, sepulcri_ _Atque locus pulcher mecum. Non expedit urbes_ _Quaerere perjuras, patrantes crimina plura._

Che voglia dire con queste ultime parole Donizone, non si può ben intendere. Ma ben si capisce che Pisa era in questi tempi un famoso emporio e porto franco, dove erano ammessi gl'infedeli orientali ed africani: il che parve a Donizone un'indegnità, e perciò più meritevole la sua patria Canossa, per cagione della sua purità in materia di religione.

Le determinazioni prese in Roma contro del re Arrigo, quelle furono che finirono di determinare i primi principi della Germania a ritirarsi dal re Arrigo scomunicato, e a seriamente divisare dei mezzi di rimettere la quiete in quelle contrade[1058]. E giacchè vedeano più che mai ostinato il re nelle sue violenze e in altri vizii, passarono a liberar sè stessi e i popoli da un principe nato solamente per rendere infelici i suoi sudditi. I primarii dunque che l'abbandonarono, furono _Ridolfo_ duca di Suevia, _Bertoldo_ duca di Carintia e _Guelfo_ duca di Baviera, il cui padre, cioè il marchese _Alberto Azzo II_, signore d'Este, di Rovigo e di altri Stati in Italia, parzialissimo fu sempre anch'egli della santa Sede, e dovea ben promuovere gl'interessi d'essa presso il figliuolo duca. Andò a dismisura crescendo il loro partito, e v'entrarono moltissimi vescovi. In una dieta da essi tenuta in Tribuna dopo la metà d'ottobre, dove intervennero anche i legati della santa Sede, fu progettato di creare un nuovo re. Arrigo venuto alla villa di Oppeneim, fra cui e Tribuna scorreva il Reno, affine di schivar l'imminente nembo, spediva di tanto in tanto legati, con promettere emendazion di vita, soddisfazioni, benefizii; e perchè niun si fidava di un principe che tante volte avea mancato alle promesse, e venivano rigettate le di lui belle parole, non lasciò egli indietro sommissione e preghiera alcuna per placarli. Finalmente gli fu accordato del tempo, e conchiuso che al romano pontefice sarebbe rimesso questo affare, e che esso papa sarebbe pregato di trovarsi in Augusta per la Purificazione di santa Maria; ed esaminate le ragioni dell'una e dell'altra parte, si starebbe al giudicato di sua Santità, con altre condizioni da eseguirsi al presente, che io tralascio. Non così fecero i più dei vescovi di Lombardia[1059]. Erano stati eglino scomunicati insieme con _Guiberto arcivescovo_ di Ravenna nell'ultimo concilio romano, e da papa Gregorio. Però esso Guiberto, e _Tedaldo arcivescovo_ di Milano con altri vescovi scismatici, raunato un conciliabulo in Pavia, scomunicarono anch'essi lo stesso papa Gregorio. Questo partito a sè favorevole in Italia fece risolvere il re Arrigo di non aspettare in Germania la venuta del pontefice romano, ma di portarsi egli a dirittura ad implorare la di lui misericordia di qua dall'Alpi. E tanto più credette migliore questo spediente, perchè temeva di soccombere nella dieta germanica alla folla di tanti accusatori delle sue enormità, delle quali ben sapeva di non avere scusa; e che gli riuscirebbe più facile lungi da tanti suoi avversarii di guadagnare il romano pontefice. Ma perciocchè i duchi di Baviera, Suevia e Carintia aveano chiuso con gente armata i passi per i quali si cala in Italia, egli colla moglie _Berta_ e col piccolo figliuolo _Corrado_, accompagnato da pochi, prese il cammino della Borgogna[1060], e celebrò il santo Natale in Besanzone. Continuando poscia il viaggio, _quum in locum, qui Civis dicitur, venisset, obviam habuit socrum suam_ (cioè _Adelaide_ marchesana di Susa) _filiumque ejus Amedeum nomine, quorum in illis regionibus et autoritas clarissima et possessiones amplissimae, et nomen celeberrimum erat_. Non saprei dire se qui si parli della terra di _Civasco_. Fu onorevolmente ricevuto da essi Arrigo IV; ma se volle continuare il viaggio, gli convenne conceder loro cinque vescovati d'Italia contigui ai loro Stati: senza di che non voleano lasciarlo passare. Parve ciò duro al re, ma i suoi interessi più premurosi il fecero cedere a tali istanze. Il Guichenone[1061] pretende che questi vescovati fossero in Borgogna, e forse il _Bugey_. Ma Lamberto chiaramente scrive _quinque Italiae episcopatus_. Talmente era in questi tempi cresciuta la fama e potenza di _Roberto Guiscardo duca_ di Puglia, Calabria e Sicilia, che _Michele Duca_ imperadore d'Oriente concertò di avere una di lui figliuola per moglie di _Costantino Duca_ Porfirogenito Augusto suo figliuolo e collega nell'imperio. Giovanni Zonara attesta[1062] che la figliuola fu condotta a Costantinopoli, e, secondo l'uso de' Greci, le fu posto il nome di Elena. Lupo Protospata[1063] nota anch'egli sotto l'anno presente le suddette nozze. Ed aggiugne che _Ruggieri conte_ di Sicilia e fratello d'esso Roberto fece prigione un nipote del re d'Africa, che era venuto in Sicilia a Mazzara comandante di cento cinquanta legni. Ma questa sarà l'impresa medesima che il Malaterra[1064] mette sotto l'anno precedente, e, per conseguente, potrebbe anche essere accaduto il matrimonio nobilissimo della figliuola di Roberto Guiscardo in esso anno. Resto io in dubbio se in questi tempi il medesimo Roberto facesse l'impresa di Salerno, come vuole Romoaldo salernitano[1065], oppure nel seguente, dove ne parleremo. In Sicilia avea lasciato esso conte Ruggieri per suo luogotenente Ugo di Gircea, marito di una sua figliuola bastarda. Questi, voglioso di segnalarsi con qualche bella impresa, benchè ne avesse un divieto dal conte, insieme con Giordano, figliuolo anch'esso illegittimo d'esso Ruggieri, diede addosso a Benavert saraceno governatore di Siracusa. Ma caduto in una imboscata, vi lasciò la vita co' suoi, e Giordano appena si salvò con pochi. Affrettò per questa disavventura il conte Ruggieri il suo ritorno in Sicilia, e fece per allora quella vendetta che potè, con dare il sacco a qualche castello e paese de' Mori vicini.

NOTE:

[1051] Gregor. VII, lib. 1, Epist. 10.

[1052] Bertholdus Constantiensis, in Chron.

[1053] Paulus Benriedens., in Vit. Gregor. VII, cap. 69.

[1054] Lambertus Schafnaburgensis, in Chronico. Bertholdus Constantiensis, in Chronico. Bruno, de Bell. Saxon.

[1055] Fiorentini, Memorie di Matilde, lib. 1.