Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 29
Da Mantova passò papa Alessandro alla sua patria Milano, dove si studiò di riformar gli abusi per quanto potè, e di metter pace fra il clero e popolo. A tal fine quivi lasciò, oppure mandò due cardinali[924], cioè _Mainardo vescovo_ di Selva Candida e _Giovanni_, che fecero nel dì primo d'agosto alcune utili e savie costituzioni contra de' simoniaci e cherici concubinarii, e promossero la pace e concordia fra i cittadini. Leggonsi tali costituzioni negli Annali del cardinal Baronio e nelle annotazioni alla storia di Arnolfo milanese[925]. La pace nondimeno prese piede in Milano. _Erlembardo_ Cotta, uomo nobile e potente, assistito dal braccio di Roma, seguitò a far aspra guerra all'_arcivescovo Guido_, con pretenderlo simoniaco ed illegittimo pastore: il che continuò gli sconcerti, descritti da Arnolfo e da Landolfo seniore, storici milanesi di questi tempi, ma parziali, come già abbiam detto, de' preti concubinarii, e massimamente il secondo, ne' cui scritti la bugia e l'insolenza trionfano. Questi fra l'altre cose scrive[926] che Erlembaldo _sibimet vexillum, milites_ (cavalleria) _et pedites, exinde qui scalas ad capiendas domos, machinasque diversas ordinavit; praeterea balistas ac fundibularios_, ec. Questi avvenimenti ci fanno assai conoscere che allora Milano non dovea lasciarsi regolare da ministro alcuno del re, e che a poco a poco il popolo s'incamminava a quella libertà che vedremo andar crescendo negli anni seguenti. Nella vita di papa Alessandro II, a noi conservata da Niccolò cardinale d'Aragona[927], si legge che dopo il concilio di Mantova esso pontefice se ne ritornò tutto lieto a Roma, e che nello stesso tempo i Normanni occuparono la città di Capoa, e che Ildebrando cardinale chiamò in aiuto Goffredo duca di Toscana, il quale accorso con un immenso esercito, e colla contessa Matilda sua figliastra, ricuperò essa città di Capoa, e la restituì alla Chiesa romana. Potrebbe ciò far credere tenuto il concilio di Mantova prima dell'anno presente, giacchè abbiam veduto succeduta nel presente anno la guerra della Campania. Ma non è sicuro in questo il racconto di quello scrittore, dacchè egli fa ricuperata Capoa, quando è fuor di dubbio che Riccardo principe di quelle contrade seguitò ivi a tener sua signoria; nè l'Ostiense, scrittore di questi tempi, dà alcun segno che Capoa venisse in potere della Chiesa romana. Forse vuol dire che Riccardo di nuovo si accordò col papa, e gli giurò omaggio anche per la città di Capoa. In fatti si legge una bolla d'esso papa in favore di _Alfano_ arcivescovo di Salerno, pubblicata dall'Ughelli[928], e data _Capuae IV idus octobris, per manus Petri sanctae romanae Ecclesiae subdiaconi et bibliothecarii, anno VII pontificatus domni Alexandri papae, Indictione VII_. Credette il Sigonio che tal documento appartenesse all'anno seguente 1068, ma io lo credo scritto nell'ottobre dell'anno presente. Ora da esso apparisce che il papa entrò in Capoa, e pacificamente vi dimorò; ma quivi continuò anche Riccardo il suo dominio. La guerra fatta dal duca Gotifredo in terra di Lavoro, abbiam veduto di sopra che è riferita nella Cronichetta amalfitana all'anno 1058. Fin qui la città di _Bari_, capitale della Puglia, anzi degli Stati che aveano già in Italia gl'imperadori d'Oriente, città forte e città piena di ricchezze, avea fuggito il giogo de' Normanni. Ma da gran tempo vi facea l'amore _Roberto Guiscardo_ duca, e l'anno fu questo ch'egli ne determinò la conquista. Però con un copioso esercito per terra e con una flotta navale per mare si portò ad assediarla. Non concordano gli autori nell'assegnar l'anno in cui egli diede principio a quest'assedio. Lupo Protospata[929] e l'Anonimo barense[930] di ciò parlano all'anno seguente, e per quello che andremo vedendo, dee preponderare l'asserzion loro a quella di Gaufredo Malaterra[931] e di Romoaldo salernitano[932], che lo mettono in quest'anno. Leone ostiense[933] scrive che Roberto prima di mettersi a così difficile impresa, s'era impadronito della città d'Otranto. Si risero a tutta prima i Baritani della venuta dell'esercito nemico; e con ingiurie e col far mostra delle lor cose più preziose si faceano beffe dei Normanni. Ma Roberto, senza curarsene punto, attendeva a preparar tutto quanto parea più spediente per vincere una sì orgogliosa città. In quest'anno[934] il re Arrigo IV celebrò le sue nozze in Triburia con _Berta_ figliuola del già _Oddone_ e della celebre _Adelaide_ marchesi di Susa. _Pietro_ marchese, fratello d'essa Berta, per quanto s'ha da un documento rapportato dal Guichenon[935], tenne un placito nell'anno 1064 nella villa di Cambiana. Ma riuscì ben infelice il matrimonio suddetto, perchè troppo era già alterato da' vizii l'animo di questo re.
NOTE:
[916] Epistol. Populi Florentini ad Alexandr. Papam, in Vita S. Johannis Gualberti.
[917] Baron., in Annal. Eccl.
[918] Mabill., Annal. Benedict. ad hunc annum.
[919] Nicol. Cardinal. de Aragon., in Vita Alexandri II, Part. I, tom. 3 Rer. Italicar.
[920] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 1.
[921] Pagius, in Crit. ad Annal. Baron.
[922] Landulphus Senior, Histor. Mediolan., lib. 3, cap. 18.
[923] Lambertus Schafnaburgensis, in Chronico.
[924] Arnulf., Hist. Mediol., lib. 3, cap. 19.
[925] Rer. Ital. tom. 4, pag. 32.
[926] Landulf. Senior., Hist. Mediolan., lib. 3, cap. 29.
[927] Rerum Italicar., P. I., tom. 3.
[928] Ughell., Ital. Sacr., tom. 7 in Archiepisc. Salernit.
[929] Lupus Protospata, in Chronico.
[930] Anonymus Barensis, in Chron.
[931] Malaterra, lib. 2, cap. 40.
[932] Romualdus Salern., tom. 7 Rer. Ital.
[933] Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 16.
[934] Annal. Saxon. Berthold. Constantinensis. Alber. Monan. et alii.
[935] Guichenon, Histor. Genealog. de la Maison de Savoye, tom. 3.
Anno di CRISTO MLXVIII. Indizione VI.
ALESSANDRO II papa 8. ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 13.
Non avea di buona voglia il _re Arrigo_ presa per moglie la _regina Berta_, e ne cominciò ben presto a far conoscere a lei, anzi al pubblico tutto, l'avversione. Se si ha a credere a Brunone scrittore della guerra sassonica[936], autore contemporaneo, ma nemico d'esso re e parziale de' Sassoni, da cui non discorda Bertoldo da Costanza[937], già Arrigo era arrivato ad una strana sfrenatezza di costumi, e perduto nella libidine, senza curarsi più della moglie, tuttochè giovane, bella e savia, e cercando in tutt'altre parti pastura alle sue voglie impudiche. Cominciò pertanto a desiderare di liberarsi da questo legame, e gli cadde in pensiero di far tentare da un suo confidente l'onestà di essa regina. Con tale audacia e costanza costui ne parlò a Berta, ch'ella s'avvide non poter egli senza consentimento del marito tenerle di sì fatti ragionamenti. Mostrò dunque d'arrendersi, e concertò di ammetterlo nel buio della notte. Ciò riferito ad Arrigo, all'ora prefissa venne con costui o per sorprendere la moglie ed aver legittimo motivo di separarsene, ovvero con pensier di levarle la vita. Per paura che appena introdotto nella camera il compagno, si serrasse l'uscio, volle egli essere il primo ad entrare, e fu ben riconosciuto da Berta, che tosto diede il catenaccio alla porta ed escluse l'altro, infingendosi di non conoscere il marito. Erano preparate tutte le sue damigelle con bastoni e scanni, che se gli avventarono addosso, gridando la regina: _Ah figliuolo di rea femmina, come hai avuto tanto ardire di entrar qua?_ Fioccavano le bastonate; e benchè egli dicesse d'essere il re, Berta replicava ch'egli mentiva, perchè suo marito non aveva bisogno di cercar furtivamente ciò che gli era dovuto di ragione. Insomma tante gliene diedero, che il lasciarono mezzo morto: ed egli senza palesare ad alcuno questo accidente, e fingendone altra cagione, per un mese attese a guarire in letto. Così operava, o almen si dicea che operasse lo sconsigliato re, il quale, oltre gli eccessi della sua libidine, commetteva ancora di quando in quando delle crudeltà, e fece quanto potè per disgustar i popoli della Turingia e Sassonia: il che fu principio d'aspre guerre in quelle contrade. Ciò nondimeno che maggiormente dispiaceva al romano pontefice e a tutti i buoni, era il vender egli pubblicamente i vescovati e le badie a chi più offeriva, e più a d'uno lo stesso benefizio, e a gente anche per altro indegna del sacro ministero.
Attesta il Fiorentini, fondato su molte carte esistenti nell'archivio archiepiscopale di Lucca[938], che il pontefice Alessandro II si trattenne in Lucca, cioè nell'antico suo diletto vescovato, che egli tuttavia governava, _sul principio di luglio fino al principio di dicembre_. In un continuo allarme erano in questi tempi i Saraceni e i popoli restati loro sudditi in Sicilia, perchè l'indefesso _conte Ruggieri_ ora in questa ora in quella parte faceva delle scorrerie, e metteva tutto il paese in contribuzione. Non sapendo essi come più vivere in mezzo a tanti affanni, secondochè lasciò scritto Gaufredo Malaterra[939], misero insieme un grosso esercito, ed in quest'anno allorchè Ruggieri comparve verso Palermo a bottinare, gli furono addosso all'improvviso nel luogo di Michelmir, e il serrarono da tutte le parti. Alla vista di costoro, il conte, animata con breve ragionamento e schierata la sua picciola armata, la spinse contro ai nemici, e tal macello ne fece, che (se pur si ha in ciò da credere alla esagerazione di quello storico) non vi restò chi potesse portarne la nuova a Palermo. Trovaronsi fra il bottino dei colombi chiusi in alcune sportelle, e Ruggeri chiestone conto, venne a sapere, essere uso de' Mori il portar seco tali uccelli, per potere, allorchè il bisogno lo richiedeva, informar la città degli avvenimenti, con legare al collo o sotto l'ali d'essi un polizzino, e dar loro la libertà. Dura tuttavia quest'uso in alcune parti del Levante, e celebre fu fra i Romani nell'assedio di Modena. Fece il conte scrivere in arabico in un poco di carta il successo infelice de' Mori, e i colombi sciolti ne portarono tosto a Palermo la nuova, che empiè di terrore e pianto tutta quella cittadinanza. Abbiamo da Lupo Protospata[940] che Roberto Guiscardo duca di Puglia in quest'anno assediò la città di Montepeloso, e veggendo che indarno vi spendeva il tempo, andò con pochi sotto Obbiano ossia Ojano, e l'ebbe in suo potere. Romoaldo Salernitano[941] lo chiama Ariano. Poscia per tradimento di un certo Gotifredo s'impadronì da lì a non molto anche di Montepeloso. Osserva il Malaterra[942] che quella città era di Goffredo da Conversano, nipote dello stesso Roberto, perchè figliuolo di una sua sorella, il quale valorosamente l'avea con altre castella conquistato senza aiuto del duca, e però non si credeva obbligato a servirgli, come il duca esigeva. Ma l'ambizion di Roberto non solea guardare in faccia nè a parenti nè ad amici, e però gli tolse quella città, benchè dipoi gliela rendesse con giuramento di omaggio. Si può nondimeno dubitare che per conto del tempo si sia ingannato il Protospata; imperocchè tanto il Malaterra quanto Guglielmo Pugliese[943] rapportano questo fatto prima che Roberto imprenda l'assedio di Bari, a cui, siccome abbiam veduto, egli diede principio nell'anno precedente, e continuollo ancora nel presente. Tuttavia anche Romoaldo salernitano sotto quest'anno riferisce la presa di Montepeloso nel dì 6 di febbraio, correndo l'indizione sesta.
NOTE:
[936] Hist. Belli Saxon. apud Freherum.
[937] Bertholdus Constantinensis, in Chron.
[938] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 1.
[939] Malaterra, Hist., lib. 2, cap. 41.
[940] Lupus Protospata, in Chronico.
[941] Romualdus Salern., tom. 7 Rer. Ital.
[942] Gaufrid. Malaterra, lib. 2, cap. 39.
[943] Guillelmus Apulus, lib. 3.
Anno di CRISTO MLXIX. Indizione VII.
ALESSANDRO II papa 9. ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 14.
Arrivò in quest'anno il giovanil furore e l'avversione conceputa dal re _Arrigo_ contra di _Berta_ sua moglie[944], a trattare di ripudiarla; al qual fine adescò con varie promesse _Sigefredo arcivescovo_ di Magonza, per averlo favorevole in questo affare. Perchè non v'era legittimo alcun fondamento di divorzio, s'inorridirono a tal proposizione gli altri vescovi e magnati. Pertanto si determinò di tenere un concilio in Magonza, nella settimana dopo la festa di san Michele, dove si risolverebbe ciò che fosse di dovere. Avvisato intanto _papa Alessandro II_ di questo mostruoso disegno del re, per impedirlo, spedì suo legato in Germania san _Pier Damiano_, che benchè oppresso dagli anni, ed anche mal soddisfatto della corte di Roma, pure non ricusò di assumere questo faticoso viaggio ed impiego. L'arrivo del legato mise in costernazione il re, e guastò i disegni del concilio e tutte le misure dell'arcivescovo di Magonza. In Francofort diede Arrigo udienza al legato apostolico, che gli espose gli ordini del papa di guardarsi da sì scandalosa azione, troppo riprovata dai sacri canoni, e obbrobriosa alla gloria di sua maestà. A tenore del legato parlarono ancora quasi tutti i principi di quell'assemblea, in guisa che per necessità e vergogna, ma sempre di mal cuore, Arrigo smontò dalla sua pretensione, dicendo che avrebbe fatto forza a sè stesso per portare quel peso, giacchè non avea la maniera di sgravarsene. Che da lì innanzi passasse buona armonia fra esso re e la moglie Berta, si può riconoscere dall'avergli ella partorito figliuoli, e dall'averlo costantemente seguitato ne' suoi viaggi. Continuava intanto l'assedio di Bari, che con gran vigore veniva difeso dai cittadini e da Stefano Paterano uffiziale speditovi da Costantinopoli, ed uomo di molta probità e valore. Ma neppur cessava Roberto per mare e per terra, con quante macchine da guerra erano allora in uso, di tormentare la città, adoperando anche larghe promesse e fiere minacce, tutto nondimeno senza far frutto. Veggendo i Baritani e il loro governatore tanta ostinazione in Roberto, e che la vettovaglia andava scemando di troppo, s'avvisarono di liberarsi in altra maniera da questo pertinace nemico. Trovavasi in Bari un sicario, uomo di non ordinario ardimento, che prese l'assunto di tendere insidie al duca Roberto, e di levargli la vita[945]. Altro non era il padiglione d'esso Roberto che una baracca o capanna formata di travicelli, e circondata da rami d'alberi fronzuti. Essendosi l'assassino finto uno dei suoi, verso la sera mentre il duca era per andare a cena, di dietro ad essa capanna gli tirò una saetta avvelenata, che gli toccò bensì le vesti, ma non già il corpo, ed ebbe quell'assassino la fortuna di salvarsi colla fuga nella città. Servì questo accidente per aprir gli occhi a Roberto e a' suoi, i quali tosto chiamati i muratori gli fecero fabbricare una casa, dove egli potesse dimorar con sicurezza.
A quest'anno il Sigonio[946] riferisce un concilio, tenuto da papa Alessandro in Salerno, al quale, oltre a molti vescovi ed abbati, intervennero anche _Gisolfo principe_ di quella città, _Roberto Guiscardo_ duca, e il conte _Ruggieri_ suo fratello. Ma nè in quest'anno, nè in quel luogo fu celebrato un tal concilio, se è vero, come io credo, il documento recato dall'Ughelli[947], che è l'unico testimonio a noi restato di questa sacra adunanza. Parla ivi il pontefice del sinodo, _quae sexto pontificatus nostri anno apud Melphim celebrata est in ecclesia beati Petri Apostolorum principis, quae est ejusdem civitatis sedes episcopatus, die calendarum augustarum_, a cui furono presenti i suddetti principi. L'anno sesto di papa Alessandro correa nel dì primo d'agosto dell'anno 1067, se pur egli contò gli anni dal dì della sua intronizzazione. E in _Melfi_, e non già in Salerno, si dice tenuto quel concilio. In questi tempi si vivea scomunicato dal papa Arrigo arcivescovo di Ravenna, per la cui riconciliazione inutilmente aveva adoperato i suoi buoni uffizii san Pier Damiano appresso il romano pontefice. Peggio anche passava in Milano a _Guido arcivescovo_, perchè _Erlembaldo_ Cotta, nobile zelantissimo, dopo aver ricevuto da Roma la bandiera di san Pietro, colle armi temporali gli facea guerra: del che parlano gli storici milanesi Arnolfo e Landolfo seniore. Ora, siccome osservò il Puricelli[948], nell'anno presente accadde, che trovandosi quel prelato, siccome persona creduta simoniaca, angustiato da tanti affanni, ed oramai per le malattie e per la vecchiaia in pessimo stato, s'indusse a rinunziar la chiesa a _Gotifredo_ suddiacono, uno degli ordinarii, cioè de' canonici della metropolitana, il quale, inviato l'anello e il pastorale in Germania, mediante lo sborso di buona somma di danaro, fu approvato per arcivescovo di Milano dal re Arrigo, ma non già dalla Sede apostolica, la quale fulminò contra di lui le sacre censure, e neppur fu accettato dal popolo milanese. Era seguita fra lui e Guido una convenzione verisimilmente di pagare al vecchio una ragionevol pensione. Ma avendo Erlembaldo mosse l'armi anche contra di questo simoniaco successore della cattedra ambrosiana, e mancando a lui i mezzi da soddisfare al convenuto, Guido accordatosi con Erlembaldo, tentò di ripigliare l'arcivescovato, e se ne tornò a Milano, dove burlato miseramente terminò poscia i suoi giorni nell'anno 1071. Essendo morto senza prole _Erberto conte_ e principe del Maine in Francia, s'impadronì di quella provincia _Guglielmo_ il Conquistatore, duca di Normandia, e poi re d'Inghilterra. Ma quei popoli, malcontenti di avere un tal padrone, chiamarono alla signoria di quegli Stati il _marchese Alberto Azzo II_ progenitore de' principi estensi. S'ha dunque a sapere, per testimonianza di Orderico Vitale[949], che scrivea le sue storie circa l'anno 1130, che esso Erberto ebbe tre sorelle. _Una earum data est Azzoni marchisio Liguriae_, cioè al suddetto marchese Azzo. Il suo nome fu _Garsenda_, siccome ho dimostrato altrove[950]. Dal primo matrimonio con _Cunegonda_ dei Guelfi avea questo principe avuto un figliuolo, cioè _Guelfo IV_, che vedremo in breve creato duca di Baviera, ascendente della real casa di Brunswich. Da questo altro matrimonio colla principessa del Maine ricavò due maschi, cioè _Ugo_ e _Folco_, dal secondo de' quali viene la ducal casa d'Este. Abbiamo dunque dalle Vite de' vescovi, date alla luce dal padre Mabillone[951], che forse circa questi tempi i primati del Maine _mittentes in Italiam, Athonem quemdam marchisium cum uxore et filio, qui vocabatur Hugo venire fecerunt, seque et civitatem, et totam simul regionem eidem marchisio tradiderunt_. Andò il marchese Azzo, s'impadronì di tutto il Maine, e vi lasciò signore il figliuolo Ugo. Ma nel 1072 di nuovo s'impadronì di quel principato il suddetto re d'Inghilterra Guglielmo. Di ciò ho io parlato più diffusamente nelle Antichità estensi[952]. A _Giovanni duca_ di Amalfi[953] succedette nell'anno presente _Sergio_ suo figliuolo.
NOTE:
[944] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.
[945] Guillelmus Apulus, lib. 2. Gaufrid. Malaterra, lib. 2, cap. 11.
[946] Sigonius, de Regno Ital., lib. 9.
[947] Ughell., Ital. Sacr., tom. 7 in Archiepisc. Salernit.
[948] Puricellius, in Vita S. Herlembaldi, cap. 28.
[949] Ordericus Vitalis, Hist. Eccl., lib. 4.
[950] Antichità Estensi, P. I, cap. 3.
[951] Mabill., Analect., tom. 3, cap. 33.
[952] Antichità Estensi, P. I, cap. 27.
[953] Antiquit. Ital., tom. 1, pag. 211.
Anno di CRISTO MLXX. Indizione VIII.
ALESSANDRO II papa 10. ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 15.