Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 28
Dopo aver sofferto l'antipapa Cadaloo infiniti incomodi ed affanni per due anni nel Castello di Sant'Angelo, perchè ivi assediato sempre o bloccato dai Romani, forse perchè si slargò il blocco, o altra via per fuggire se gli aprì, cercò nell'anno presente di mettersi in libertà[894]. Ma gli convenne comperarla con trecento libbre d'argento da quel medesimo Cencio figliuolo del prefetto di Roma, che fin allora lo avea salvato dalle mani del popolo romano con ricoverarlo in quella fortezza. Però svergognato segretamente ne uscì; e malconcio di sanità e senza soldi con un semplice ronzino e un solo famiglio, tanto cavalcò, che arrivò a Berceto sul Parmigiano, nè più gli venne voglia di veder le acque del Tevere. Racconta Leone Ostiense[895] che circa questi tempi _Barasone_ uno dei re della Sardegna fece istanza a _Desiderio cardinale_ ed abbate di Monte Casino, per aver dei monaci da fondare un monistero nelle sue contrade. Lo zelantissimo abbate sopra una nave di Gaeta v'inviò dodici dei suoi religiosi con un abbate, ben provveduti di sacri arnesi, di libri, di reliquie e d'altre suppellettili. Ma i Pisani, _maxima Sardorum invidia ducti_, presero e bruciarono quella nave, e tutto tolsero ai poveri monaci. Ci fa ben vedere questo fatto che i Pisani non per anche signoreggiavano in Sardegna. Barasone ne dimandò, e n'ebbe soddisfazion da loro; dopo di che ottenne due altri monaci da Monte Casino, co' quali fondò un monistero. Altrettanto fece un altro re di quell'isola chiamato _Torchitorio_, colla fondazione di un altro monistero. Poscia il papa e il duca Gotifredo tanto operarono, che i Pisani soddisfecero al monistero casinense, e gli promisero in avvenire rispetto ed amicizia. L'aver taluno creduto che solamente nel secolo seguente i giudici della Sardegna prendessero il titolo di re, viene smentito da questi atti e da altre pruove da me recate nelle Antichità italiane[896]. Un altro fatto vien raccontato da esso Ostiense che ci servirà a far conoscere la diversità delle cose umane. Perchè erano nati degli sconcerti nel monistero dell'isola di Tremiti, dipendente dal nobilissimo di Monte Casino, il saggio e santo abbate Desiderio ne levò via Adamo abbate, e diede quell'abbazia a Trasmondo figliuolo di Oderisio conte di Marsi. Furono imputati quattro monaci tremitensi dai lor compagni di aver tentata la ribellion di quell'isola. Di più non ci volle perchè il giovane Trasmondo abbate facesse cavar gli occhi a tre d'essi, e tagliar ad uno la lingua. Al cuore dell'abbate casinense Desiderio, uomo pieno di mansuetudine e di carità, fu una ferita la nuova di questo eccesso, sì per la disgrazia di chi avea patito, come per la crudeltà di chi avea dato quell'ordine, e principalmente poi per l'infamia di quel sacro luogo. Però frettolosamente accorse colà, mise sotto aspra penitenza Trasmondo, e poscia il cacciò di colà. Ma quel che è da stupire, diverso fu il sentimento d'_Ildebrando cardinale_ ed arcidiacono allora della santa romana Chiesa, che fu poi papa Gregorio VII. Sostenne egli che Trasmondo aveva operato non da crudele, ma da uomo di petto, non aver trattato, come sel meritavano, que' maligni; e gli conferì anche in premio una migliore abbazia, cioè la casauriense; anzi da lì a non molto il fece ancora vescovo di Balva. Era allora il cardinale Ildebrando il mobile principale della corte pontificia. Nulla si facea senza di lui, anzi pareva che tutto fosse fatto da lui: tanto era il suo senno, l'attività e zelo, con cui operava, benchè fosse assai piccolo di statura, e l'apparenza del corpo non rispondesse alla grandezza dell'animo. Giacchè il cardinal Baronio[897] non ebbe difficoltà a produrre alcuni acuti versi di san Pier Damiano, neppur io l'avrò per qui replicarli. Così egli scriveva al medesimo Ildebrando, suo singolare amico:
_Papam rite colo, sed te prostatus adoro._ _Tu facis hunc Dominum: Te facit ille Deum._
In un altro distico, anche più pungente, dice dello stesso Ildebrando.
_Vivere vis Romae? clara depromito voce:_ _Plus Domino, papae, quam domno pareo papae._
Il che ci fa conoscere, chi fosse allora il padrone di nome, e chi di fatti in Roma.
Fu in quest'anno fatto cavaliere il _re Arrigo IV_[898], cioè ricevette egli l'armi militari dalle mani dell'arcivescovo di Brema con quella solennità che era da molti secoli in uso, e durò molti altri dappoi. E fin d'allora si scoprì il suo mal talento contra di _Annone arcivescovo_ di Colonia, perchè gli stava sempre davanti gli occhi il pericolo corso, allorchè quel prelato il rapì alla madre. Ma per buona fortuna essa sua madre, cioè l'_imperadrice Agnese_, avendo fatta una scappata da Roma in Germania, quetò per allora l'animo vendicativo del figliuolo. Attesero nell'anno presente[899] i due fratelli normanni _Roberto duca_ e _Ruggieri conte_ ad espugnare qualche castello che tuttavia si sottraeva al loro dominio nella Calabria. Costò loro quattro mesi l'assedio del solo di Argel, e convenne in fine ammettere quegli abitanti ad una discreta capitolazione. In questi tempi il sopraddetto insigne abbate di Monte Casino e cardinale Desiderio attese indefessamente a fabbricar una suntuosa basilica in quel sacro luogo[900]: al quale fine chiamò dalla Lombardia, da Amalfi e da altri paesi, e fin da Costantinopoli, dei valenti artefici di musaici, di marmi, d'oro, di argento, di ferro, di legno, di gesso, di avorio e d'altri lavorieri: il che servì ancora ad introdurre o a propagar queste arti in Italia. Troviamo eziandio che nell'anno presente seguitava la città di Napoli a riconoscere la sovranità dei greci Augusti, ciò apparendo da una concession di beni[901] fatta da _Giovanni II_ arcivescovo di quella città, e da _Sergio V_, il quale si vede intitolato _eminentissimus cousul et dux, atque Domini gratia magister militum_. Lo strumento fu stipulato _imperante domino nostro duce Constantino magno imperatore, anno quinto, die XXII mensis julii, Indictione tertia, Neapolis_. Se tali note non son fallate, prima di quel che credette il padre Pagi[902], _Costantino duca_ ascese sul trono di Costantinopoli. A quest'anno ancora appartiene un placito pubblicato dal Campi[903], e tenuto nel dì primo di luglio in Piacenza nella corte propria di Rinaldo messo del signor re, dove _in judicio residebat domnus Dionisius episcopus sanctae placentinae ecclesiae, et comes vius comitatu placentino, sive missus domni regis una cum domnus Cuniberto episcopus sanctae taurinensis ecclesiae_, ec. Serva ancora questo atto a comprovare il dominio del re Arrigo, tuttochè non per anche coronato, in Italia; e che anche il vescovo di Piacenza, al pari di tanti altri prelati, era divenuto conte, cioè governatore della sua città.
NOTE:
[894] Cardinal. de Aragon., in Vit. Alexandri II.
[895] Leo Ostiensis, Chron., lib. 3, cap. 23.
[896] Antiquit. Italic., Dissert. V et XXXII.
[897] Baron., Annal. Eccles. ad ann. 1061.
[898] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.
[899] Gaufridus Malaterra, lib. 2, cap. 37.
[900] Leo Ostiensis, Chron., lib. 3, cap. 18 et seq.
[901] Antiquit. Italic., Disset. V.
[902] Pagius, ad Annal. Baron.
[903] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1 Append.
Anno di CRISTO MLXVI. Indizione IV.
ALESSANDRO II papa 6. ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 11.
Dimenticossi ben presto _Riccardo principe_ di Capoa d'essere vassallo della santa Sede, e di aver giurata fedeltà ad essa sotto papa Niccolò II. Egli, a guisa degli altri principi normanni, che mai non si quetarono finchè non aveano assorbito chi stava loro vicino, e dopo ciò pensavano ad ingoiar gli altri, a' quali s'erano appressati: veggendo che tutto gli andava a seconda, cominciò anche a stendere le sue conquiste sopra le terre immediatamente sottoposte nel ducato romano ai papi. E Lupo Protospata scrive[904] ch'esso Riccardo _intravit terram Campaniae, obseditque Ceperanum, et comprehendit eum, et devastando usque Romam pervenit_. Accostato che si fu a Roma[905], pretese d'essere dichiarato patrizio, cioè avvocato della Chiesa romana: dignità fino da' tempi di Pipino re di Francia conservata sempre negl'imperadori, e dignità che portava seco primato, o almeno gran considerazione nell'elezione de' romani pontefici. Di questa mena fu avvertito il re _Arrigo IV_, e per abbatterla, ed insieme con disegno di levar dalle mani rapaci de' Normanni le terre di san Pietro, e di prendere in tal occasione la corona dell'imperio dalle mani del papa, unì insieme una forte armata, e giunse fino ad Augusta, risoluto di calare in Italia. Il costume era che il marchese di Toscana, allorchè il re germanico era per venire in queste parti, andasse ad incontrarlo colle sue milizie. Aspettò Arrigo per qualche tempo che il _duca Gotifredo_ comparisse; ma non veggendolo mai venire, anzi avvisato ch'egli era ben lontano di là, tra il dispetto a cagione di questa mancanza, e forse anche per qualche sospetto della fede di lui, desistè dalla sua spedizione, e se ne tornò indietro. Intanto esso duca con possente esercito era corso a Roma per reprimere l'insolenza di Riccardo e de' suoi Normanni. Tale era il credito del duca Goffredo, tali le forze sue, che i Normanni sbigottiti si ritirarono più che di fretta, abbandonando la Campania romana; se non che Giordano figliuolo del suddetto Riccardo con un buon corpo di gente si fortificò in Aquino per far testa all'armata nemica. Presentossi Goffredo co' suoi circa la metà di maggio sotto quella città, accompagnato in quella spedizione dallo stesso papa e dai cardinali, e per diciotto giorni stette accampato intorno alla medesima, con essere succedute varie prodezze sì dall'una parte come dall'altra. Ma per accortezza di Guglielmo Testardita, che andò innanzi indietro, si conchiuse un abboccamento fra esso duca Goffredo e Riccardo principe al ponte già rotto di sant'Angelo di Todici. Fama corse che il duca più da una grossa somma di danaro, che dalle parole di Riccardo si lasciasse ammansare; e però da lì a poco piegate le tende, se ne tornò colla sua gente in Toscana. Si lasciò vedere in quegli stessi giorni una gran cometa, di cui fanno menzione altri storici sotto il presente anno, e mostrò la sua lunga coda per più di venti giorni. Romoaldo Salernitano[906], che sotto questo medesimo anno parla del predetto fenomeno, aggiugne che _Roberto Guiscardo_ circa gli stessi giorni _cepit civitatem Vestis, apprehenditque ibi catapanum nomine Kuriacum_ (cioè Ciriaco). Nella Cronichetta amalfitana[907] l'acquisto della città del Vasto è trasportato nell'anno seguente, e quel catapano vien ivi chiamato _Bennato_. Abbiamo da Gaufrido Malaterra[908] che in questi tempi il _conte Ruggieri_ facea continue scorrerie in Sicilia addosso ai Mori, con riportarne quasi sempre buon bottino, e con tale speditezza, che non potea esser mai colto da loro. Fabbricò eziandio la fortezza di Petrelia con torri e bastioni: fortificazione che servì a lui non poco per conquistare il resto della Sicilia.
Fin qui avea tenuto saldo contra del clero concubinario di Milano e contra de' simoniaci _Arialdo_ diacono di quella chiesa, non già fratello di un marchese, ma bensì di chi portava il soprannome di Marchese; ecclesiastico pieno di zelo per la disciplina ecclesiastica, e che insieme con _Erlembaldo_ nobile laico commoveva il popolo contra de' cherici scandalosi, e contra dello stesso _arcivescovo Guido_. Passò Arialdo a Roma, e tali doglianze e pruove dovette portare contra d'esso arcivescovo, fautore de' preti concubinarii, e creduto simoniaco, che il pontefice Alessandro II fulminò la scomunica contra di lui. Tornato Arialdo a Milano, e divulgate le censure, gran tumulto ne succedette nel dì della Pentecoste, perchè ito alla chiesa l'arcivescovo, sollevossi contra di lui, oppur prese l'armi in favore d'Arialdo quella plebe che teneva il di lui partito, e dopo aver bastonato l'arcivescovo, e lasciatolo come morto, corsero tutti a dare il sacco al di lui palazzo[909]. Questo accidente svegliò non poca commozione ne' vassalli ed altri aderenti dell'arcivescovo i quali, risolverono di farne vendetta sopra Arialdo. Non veggendosi egli sicuro, travestito se ne fuggì, ma non potè lungo tempo sottrarsi alle ricerche de' suoi persecutori. Tradito da un prete, presso il quale s'era rifuggito, fu messo in mano dei soldati dell'arcivescovo, che condotto sul Lago maggiore, quivi crudelmente gli levarono la vita nel dì 28, oppure, come altri vogliono, nel dì 27 di giugno dell'anno presente. Non mancarono miracoli in attestazione della gloria ch'egli conseguì in cielo, e fu poco dipoi registrato fra i santi martiri dalla Sede apostolica. Abbiamo la sua vita scritta dal beato Andrea Vallombrosano suo discepolo; e il Puricelli[910], scrittore accuratissimo e benemerito della storia di Milano, diede tutto alla luce, ed illustrò i fatti sì d'esso Arialdo che di Erlembaldo. Veggansi ancora gli Atti de' Santi bollandiani[911]. Arnolfo e Landolfo seniore, storici milanesi di questi tempi, svantaggiosamente parlarono d'esso Arialdo, perchè avversarii di lui, e protettori del clero, allora troppo scostumato. In quest'anno ancora passò alla gloria de' beati san _Teobaldo_ romito franzese della schiatta nobile dei conti di Sciampagna. Succedette la sua morte nel luogo di Solaniga presso a Vicenza, dove per più anni egli era dimorato, menando una vita austera in orazioni e digiuni. Il sacro suo corpo fu rapito dai Vicentini; ma nell'anno 1074 furtivamente tolto, fu portato al monistero della Vangadizza presso l'Adicetto, dove è oggidì la terra della Badia. Abbiamo la sua vita[912] scritta da Pietro abbate di quel sacro luogo, e persona contemporanea, che assistè alla di lui morte. Ne parla anche Sigeberto[913], oltre a molti altri. In quest'anno ancora non potendo più sofferire i vescovi e principi della Germania[914] che _Adelberto arcivescovo_ di Brema, uomo pien d'alterigia, si abusasse dell'ascendente preso sopra il giovane re Arrigo coll'operar tutto di cose che gli tirarono addosso l'odio di tutti: congiurati in Triburia, intimarono ad Arrigo o di depor la corona, o di licenziare da sè Adelberto. Perchè egli volle fuggire, gli misero le guardie intorno, e poi vituperosamente cacciarono l'arcivescovo bremense, e fu consegnato il re sotto il governo di _Annone arcivescovo_ di Colonia, e di _Sigefredo arcivescovo_ di Magonza[915]. Annone attese ad innalzar tutti i suoi parenti ed amici alle prime dignità, e fra gli altri promosse alla chiesa archiepiscopale di Treveri, che venne a vacare in questo anno, _Conone_, cioè _Corrado_ suo parente, e gli fece dar l'anello e il baston pastorale dal re Arrigo, con inviarlo poscia a Treveri, per esser ivi intronizzato. Restò talmente disgustato ed irritato il clero e popolo di quella città, per vedersi privato dell'antico suo diritto d'eleggere il proprio pastore, che diede nelle smanie, e ne avvenne poi che, arrivato colà Conone, Teoderico conte e maggiordomo della chiesa di Treveri gli fu addosso con una mano d'armati, e, dopo qualche mese di prigionia, il fece precipitar giù da un'alta montagna, dove lasciò la vita. Fu questi, non so come, riguardato dipoi qual martire; e Lamberto scrive che alla sua tomba succedeano moltissimi miracoli. Ma non dovette far grande onore all'arcivescovo Annone, che fu poi anch'egli venerato per santo, una promozion tale, perchè ingiuriosa a quel popolo e contraria ai sacri canoni.
NOTE:
[904] Lupus Protospata, in Chron.
[905] Leo Ostiensis, Chron., lib. 3, cap. 25.
[906] Romualdus Salernit., Chron., tom. 7 Rer. Italic.
[907] Antiquit. Italic., tom. 1, pag. 253.
[908] Gaufrid. Malaterra, lib. 2, cap. 38.
[909] Arnulfus Hist., Mediol., lib. 3, cap. 18.
[910] Puricellius, de SS. Arialdo et Herlembaldo.
[911] Acta Sanctorum Bollandi, ad diem 27 Junii.
[912] Mabill., Saecul. Benedict., VI, P. II.
[913] Sigebertus, in Chron.
[914] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.
[915] Adam Bremensis, Hist., lib. 3, cap. 37.
Anno di CRISTO MLXVII. Indizione V.
ALESSANDRO II papa 7. ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 12.
Non men che Milano era in confusione la città di Firenze in questi giorni a cagion de' monaci vallombrosani, che sosteneano aver _Pietro_ da Pavia _vescovo_ conseguita quella chiesa coll'aiuto della regina pecunia. Per mettere fine a sì lunga dissensione che avea già partorito varii scandali, ebbero le parti ricorso a san _Giovanni Gualberto_. Fece egli quanto fu in sua mano per indurre il vescovo a confessare il suo fallo; ma indarno. Propose dunque la sperienza ossia il giudizio del fuoco: che allora simili modi di tentar Dio non erano vietati, anzi parea talvolta che Dio gli autenticasse coi miracoli. Questa sregolata pruova nondimeno non avea voluto concedere nell'anno antecedente papa _Alessandro II_ in occasione di visitar la Toscana. Comandò dunque l'abbate san Giovanni Gualberto che un suo monaco dabbene, appellato Giovanni, passasse pel fuoco, e con tal pruova chiarisse se Pietro era simoniaco sì o no. A due cataste di legna preparate per tal funzione fu attaccato il fuoco, ed allorchè era ben formato ed alto il fuoco, animosamente vi passò per mezzo il monaco Giovanni, co' piedi nudi senza nocumento alcuno, e senza che neppur restasse bruciato un pelo del suo corpo. Il fatto prodigioso si vede descritto del popolo fiorentino in una lettera[916] a papa Alessandro, riferita anche dal cardinal Baronio[917], il quale giudicollo accaduto nell'anno 1063. Ma il padre Mabillone[918] scoprì con altre memorie che tal pruova accadde nel mese di febbraio nel mercordì della prima settimana di quaresima dell'anno presente, in cui la Pasqua cadde nel dì 8 di aprile. Il vescovo Pietro si sa che, preso l'abito monastico, in quello piamente terminò i suoi giorni; e che il monaco Giovanni fu dipoi creato cardinale e vescovo d'Albano, appellato da lì innanzi _Giovanni igneo_, quasi uomo di fuoco, e adoperato dalla santa Sede in ambascerie di grande importanza.
Tuttavia durava l'ostinazion dell'antipapa Cadaloo, e se non potea far più guerra coll'armi al legittimo pontefice Alessandro II, gliela facea colla disunione delle chiese, seguitando alcuni vescovi, spezialmente _Arrigo arcivescovo_ di Ravenna, a sostenere la di lui fazione. Per terminare questa abbominevol gara, e per salvare con qualche apparenza il decoro della corte germanica, fu data l'incumbenza ad _Annone arcivescovo_ di Colonia di venire in Italia[919]. Passò egli por Lombardia e Toscana a Roma senza fermarsi, e quivi ammesso all'udienza del papa, in presenza de' cardinali, con aria mansueta e modesta disse: _Come mai, o confratello Alessandro, avete voi ricevuto il papato senza ordine e consentimento del re mio signore? Lungo tempo è che tale licenza s'ottiene dai re e principi_. E qui cominciando dai patrizii dei Romani e dagl'imperadori, alcuni ne nominò, per ordine e consenso de' quali erano saliti gli eletti sulla sedia di san Pietro. Allora saltò su il _cardinal Ildebrando_ arcidiacono coi vescovi e cardinali, e disse all'arcivescovo, che, secondo i canoni, non era permesso ai re d'aver mano nell'elezione de' romani pontefici, e addusse molti testi dei santi Padri, e massimamente l'ultimo decreto di papa Niccolò II sottoscritto da cento tredici vescovi, di maniera che l'arcivescovo restò, o mostrò di restar soddisfatto: benchè veramente neppur fosse stato osservato il decreto d'esso Niccolò pontefice. Dopo di che pregò il papa di voler tenere per questa causa un concilio in Lombardia, per quivi giustificar pienamente l'elezione sua. Il che, quantunque paresse contro il costume, e contrario al decoro d'un romano pontefice, tuttavia, considerata la cattiva costituzion de' tempi, e per desiderio di dar la pace alla Chiesa, fu accordata e scelta la città di Mantova per celebrarvi il concilio. Che in quest'anno fosse il medesimo celebrato, e non già nel 1064, come altri ha creduto, l'hanno già dimostrato Francesco Maria Fiorentini[920] e il padre Pagi[921] coll'autorità di Sigeberto e di Landolfo juniore storico milanese. Egli è da dolersi che non sieno giunti fino a' dì nostri gli atti di quel concilio. Pure sappiamo che v'intervennero tutti i vescovi di Lombardia, eccettochè Cadaloo, il quale, benchè ne avesse ordine dall'arcivescovo di Colonia, non ardì di presentarsi a quella sacra assemblea, dove il pontefice Alessandro II talmente provò la legittimità della sua elezione e rispose alle calunnie inventate dai malevoli contra di lui, che i vescovi di Lombardia, di suoi avversari che erano prima, gli diventarono amici ed ubbidienti. Fra le altre cose, quei che veramente in Lombardia erano rei di simonia, aveano opposto il medesimo vizio all'elezione di lui. Lo attesta anche Landolfo seniore[922], ma con una man di favole, che non occorre confutare, perchè smentite dall'evidenza. Il papa, secondo il costume dei suoi predecessori, si purgò di questa taccia col giuramento; e bisogno neppur ve n'era, perchè egli fu papa di somma virtù e di raro zelo contro la simonia, ed eletto spezialmente per cura del cardinale Ildebrando, cioè del maggior nemico che si avesse mai quell'esecrabil vizio. Restò dunque atterrato Cadaloo, il quale nondimeno, per testimonianza di Lamberto[923], finchè visse, non volle mai cedere all'empie sue pretensioni.