Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 26
[838] Puricellius, Vita S. Arialdi.
[839] Guillel. Apulus, lib. 2 Poem.
[840] Antiquit. Ital., Dissertat. VI et XVII.
Anno di CRISTO MLX. Indizione XIII.
NICCOLÒ II papa 2. ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 5.
Fece il pontefice _Niccolò_ o sul fine del precedente, o sul principio di questo anno, una scappata a Firenze, quando sussista una sua bolla in favor delle monache di santa Felicita _VI idus januarii_, rapportata dall'Ughelli[841]. Portatosi poi al monistero di Monte Casino, quivi creò cardinal diacono _Oderisio_ figliuolo di Odecrisio conte di Marsi. Depose _Angelo vescovo_ d'Aquino, e in luogo suo ordinò _Martino_ monaco cassinense di nazion fiorentino. Anche _Pietro_, altro monaco di quel monistero, di nazion ravennate, fu consecrato vescovo di Venafro e d'Isernia. Ed allora fu, secondo Leone Ostiense[842] ch'egli creò duca di Puglia, Calabria e Sicilia _Roberto Guiscardo_. Nulla altro di rilevante, operato da questo valoroso pontefice nell'anno presente, è giunto a nostra notizia, se non che egli andò al monistero di Farfa, dove nel mese di luglio consecrò varii altari, e diede poi a quel sacro luogo la conferma de' privilegii[843]. Intanto _Stefano cardinale_, da lui spedito in Francia, tenne un concilio nella città di Tours[844], dove alcuni canoni spettanti alla disciplina ecclesiastica furono pubblicati. Per quanto s'ha da Guglielmo Pugliese[845], si scoprì forse nell'anno presente una congiura di dodici conti contra del suddetto Roberto Guiscardo, ordita spezialmente da Goffredo, Gocelino e Abailardo, normanni nobili, tutti malcontenti di lui, perchè egli tutto volea per sè. Abailardo, fra gli altri, nipote d'esso Roberto, non potea sofferire di vedersi spogliato da esso suo zio degli Stati che erano di Unfredo conte suo padre. De' congiurati chi fu preso, chi si salvò colla fuga. Ma io non accerto che in quest'anno succedesse tale attentato, perchè Guglielmo narra i fatti senza assegnarne il tempo. Sotto l'anno presente bensì racconta il Malaterra[846] che i due fratelli Roberto Guiscardo e Ruggieri, ansanti dietro alla conquista di Reggio, capitale della Calabria, si portarono nel tempo di state all'assedio di quella città. Resisterono un pezzo i Greci padroni, ma in fine a patti di buona guerra si arrenderono, e quel presidio passò a Squillaci. Fu questo castello assediato anch'esso, ed obbligato alla resa da Ruggieri. Nella Cronichetta amalfitana[847] abbiamo di più: cioè che il Guiscardo ridusse in suo potere anche la città di Cosenza, con che tutta la Calabria venne sotto il dominio di lui, ed allora fu ch'egli, secondo il suddetto Malaterra, prese il titolo di _duca_. Leone Ostiense[848] è del medesimo sentimento, siccome dicemmo, con aggiugnere che il Guiscardo, dopo la presa di Reggio, venne con tutte le sue forze in Puglia addosso la città di Troia, e se ne impadronì. La Cronichetta d'Amalfi mette prima alla presa di Troia, e poi della Calabria. Con questi sì prosperosi successi camminava a gran passi la fortuna e il valore del Guiscardo, e veniva mancando il dominio de' Greci in quelle parti. Giovanni Curopalata[849], autore per altro poco conoscente, onde scendesse Roberto Guiscardo confessa che dopo la perdita di Reggio altro non restava in mano de' Greci che Bari, Idro, Gallipoli, Taranto, Brindisi ed Hora, cioè, a mio credere, Oria, con altri castelletti. La gloria nondimeno di tante conquiste de' Normanni in Calabria è dovuta in parte a Ruggieri di lui fratello, altro eroe di quella nazione e famiglia. Due bolle di papa Niccolò II, date nel mese di maggio dell'anno presente, in conferma de' privilegii dell'insigne monistero delle monache di santa Giulia di Brescia, si leggono nel Bollario casinense[850]. Ho anch'io dato alla luce un documento[851], scritto _anno ab Incarnatione Domini MLX, ipso die kalendas decembris, Indictione XIII_, da cui apparisce che nella città di Firenze _ante praesentia domni Nicolai papa sede sancti Petri romanensis ecclesiae, et Ildibrandus abbas monisterio sancti Pauli_, Guglielmo conte soprannominato Bulgarello restituisce alcune castella a Guido vescovo di Volterra. Ma è da vedere, se questa carta appartenesse piuttosto al primo dì di dicembre dell'anno precedente, in cui poteva e soleva anche più ordinariamente correre l'_Indizione XIII_. Al vedere che _Ildebrando_ è chiamato solamente _abbate di san Paolo_, potrebbe far sospettare adoperato qui l'anno pisano.
NOTE:
[841] Ughellius, Ital. Sacr., tom. 3.
[842] Leo Ostiensis, Chronic., lib 3, cap. 15.
[843] Antiquit. Ital., Dissert. LXX.
[844] Labbe, Concil., tom. 9.
[845] Guilliel. Apul., lib. 2 Poem.
[846] Gaufrid. Malaterra, lib. 1, cap. 3.
[847] Antiquit. Ital., tom. 1, pag. 213.
[848] Leo Ostiensis, lib. 3, cap. 16.
[849] Curopalata, in Histor.
[850] Bullarium Casinense, Constit. CII et CIII.
[851] Antiquit. Ital., Dissert. LXXII.
Anno di CRISTO MLXI. Indizione XIV.
ALESSANDRO II papa 1. ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 6.
In quest'anno ancora il pontefice _Niccolò II_ volle visitar la chiesa di Firenze ch'egli aveva ritenuta e governata anche durante il suo pontificato; ma quivi venne a trovarlo la morte circa il dì 22 di luglio: pontefice benemerito della santa Sede, e degno di maggior vita. Tanto più fu deplorabile la perdita di lui, perchè le tennero dietro de' gravissimi sconcerti, che furono preludii anche d'altre maggiori calamità. Attesta Leone Ostiense[852] che gran dissensione e tumulto insorse in Roma intorno all'elezione di un novello papa; ed è certo che restò vacante la sedia di san Pietro circa tre mesi. V'era un partito che tenea per l'osservanza delle prerogative o pretese accordate al re di Germania _Arrigo_; ed un altro che escludeva ogni dipendenza da lui. Di quest'ultimo probabilmente era capo l'intrepido cardinale _Ildebrando_, arcidiacono della santa romana Chiesa, a cui non piacque mai che gl'imperadori avessero ingerenza alcuna nell'approvazione, non che nell'elezione dei sommi pontefici. Capi dell'altro, per quanto ragionevolmente va congetturando il cardinal Baronio, erano i conti di Tuscolo, ossia di Frascati, mal soddisfatti di quanto avea operato contra di loro il defunto papa Niccolò. Se vogliamo ascoltare il Continuatore di Ermanno Contratto[853], dopo la morte d'esso papa, _Romani coronam, et alia munera Enrico regi transmiserunt, eumque pro eligendo summo pontifice interpellaverunt_. Tale spedizione dovette essere fatta dalla fazione de' suddetti conti Tuscolani. Non mancò il collegio dei cardinali di spedire anch'esso un'ambasciata alla real corte di Germania[854], e fu scelto per tale incumbenza Stefano, uno dei più accreditati fra loro, in cui concorreva
_Nobilitas, gravitas, probitas et mentis acumen._
Andò questi, ma per la cabala e malvagità dei cortigiani sette giorni passeggiò l'anticamera del re senza poter vedere la di lui faccia, nè presentargli le lettere credenziali. Veduta ch'egli ebbe questa mala aria, sene tornò indietro a Roma, dove rappresentò l'incivil trattamento che gli era stato fatto. Allora fu che il cardinale Ildebrando, tenuto consiglio cogli altri cardinali e coi nobili romani del suo partito, propose di eleggere papa _Anselmo da Badagio_, di patria milanese, e vescovo allora di Lucca, uomo di gran bontà e zelo ecclesiastico, e che forse non s'aspettava questa promozione. Chiamato a Roma, venne immediatamente consecrato ed intronizzato col nome di _Alessandro II_, senza voler aspettare consenso alcuno dal re Arrigo. E qui appunto tornarono i Romani ad esercitare l'intera loro libertà nell'elezion de' sommi pontefici, con ricuperare eziandio l'altra di non aspettar l'assenso degli Augusti per la consecrazione: indipendenza mantenuta poi fino a' dì nostri, quando, per tanti secoli addietro, sotto gl'imperadori greci, franchi e tedeschi, era durato il costume, o diciamo, se così si vuole, l'abuso, che l'elezion bensì restasse libera al clero e popolo romano, ma che non si devenisse alla consecrazione senza il beneplacito e l'approvazione degli Augusti. Avea il solo predefunto _Arrigo II_ fra gl'imperadori oltrepassato i confini de' suoi predecessori, con obbligare i Romani che neppur potessero eleggere il novello papa senza il consentimento suo. Da Niccolò II era stato ultimamente corretto questo eccesso, con tornar le cose al rito antico. Ma i Romani, offesi del poco conto che s'era fatto alla regal corte di Stefano cardinale loro ambasciatore, neppur vollero accomodarsi al decreto d'esso papa Niccolò, decoroso anche pel re Arrigo, perchè risoluti di rompere ogni catena, e di ricuperar la piena lor libertà in fare i papi, praticata sempre mai ne' primi quattro secoli della Chiesa. Nè già operarono senza aver ben preparati i mezzi umani per sostener la loro risoluzione. Era in lor favore _Gotifredo duca_ di Toscana, principe allora potentissimo in Italia. Faceano anche capitale del soccorso de' Normanni, che aveano giurata fedeltà alla Sede apostolica; e più ne faceano di _Riccardo principe_ di Capoa, divenuto anch'esso vassallo della Chiesa romana. Sappiamo da Leone Ostiense[855] che _Desiderio_ abbate di Monte Casino e cardinale se ne andò in tal congiuntura a Roma _cum principe_. Credette il cardinal Baronio[856] che questo principe fosse Roberto Guiscardo. Ma si dee intendere di _Riccardo_, nel cui principato era Monte Casino. Roberto s'intitolava allora _duca_, e non principe.
Ora appena giunse alla corte germanica l'avviso dell'eletto ed intronizzato _Alessandro II_, che l'_imperadrice Agnese_ ne restò amareggiata, e i suoi ministri diedero nelle smanie, esagerando l'affronto fatto al re col non aver voluto aspettare il suo assenso, e coll'essersi messo sotto i piedi il decreto di papa Niccolò, sul quale unicamente si potea fondare la pretension di Arrigo: giacchè solamente chi era imperadore coronato avea in addietro avuta mano nell'approvazion de' papi eletti, e non già chi era unicamente re d'Italia, come in questi tempi veniva riconosciuto Arrigo IV, benchè non per anche avesse ricevuta la corona di questo regno. Degno nondimeno di osservazione è, che in alcune lettere e diplomi Arrigo IV non per anche imperadore usa il titolo di _Romanorum rex_: il che vuol significar qualche cosa, nè si truova usato da' suoi predecessori. Accadde in questo mentre che i vescovi di Lombardia dopo la morte di papa Niccolò II fecero broglio fra loro per aver un papa di tempra men rigoroso dei precedenti zelantissimi papi, il quale sapesse un po' più compatire le lor simonie ed incontinenze, e con dire una ridicolosa proposizione, cioè che il papa non si dovea prendere, _nisi ex paradiso Italiae_, cioè della Lombardia[857]. Spedirono a tal fine in Germania alcuni dell'ordine loro, affinchè si maneggiassero per ottener questo intento. Ora trovandosi un gran caldo in quella corte, e soffiando in quel fuoco _Ugo Bianco_, già cardinale, e poi ribello della Chiesa romana, non fu loro difficile il proporre e far dichiarare papa, cioè antipapa, contra tutte le regole, nella festa de' santi Simeone e Giuda, _Cadaloo_, chiamato _Cadalo_, vescovo di Parma, uomo ricco di facoltà, ma più di vizii, che si dicea condannato in tre concilii a cagion della sua vita troppo contraria al carattere di sacro pastore. Ne fecero perciò gran festa tutti i simoniaci e concubinarii di Lombardia. Le scene occorse dipoi si veggono descritte dalla penna satirica di _Benzone_, il quale s'intitola _vescovo d'Alba_ nel Monferrato, ma vescovo scismatico, che forse non dovette mai essere ricevuto da quel popolo, e perciò neppure fu conosciuto dall'Ughelli. Era costui gran partigiano dell'antipapa Cadaloo. Il panegirico da lui fatto ad Arrigo IV, che fu dato alla luce dal Menchenio[858], e da me vien creduto la stessa opera che Gualvano Fiamma[859] circa l'anno 1335 citò sotto nome di _Chronica Benzonis episcopi albensis_, è una stomacosa satira contra di papa Alessandro II e d'Ildebrando cardinale, sostegno in questi tempi della Chiesa romana, da mettersi coll'altra infame e piena di bugie che abbiamo di Bennone falso cardinale, e ribello della Chiesa romana. Narra esso Benzone d'essere stato inviato per ambasciatore del re Arrigo a Roma, per intimare a papa Alessandro la ritirata dal trono pontificio, ma con trovar ivi chi non avea paura. In tale stato eran gli affari della Chiesa romana in questi tempi.
Intanto dopo la conquista della Calabria il valoroso _conte Ruggieri_ mirava con occhio di cupidigia ed insieme di compassione la vicina misera Sicilia posta sotto il giogo degli empii Saraceni, e cominciò a meditarne la conquista[860]. La buona fortuna portò che si rifuggì presso di lui in Reggio Benhumena, ammiraglio saraceno della Sicilia, maltrattato e perseguitato da Bennameto, uno de' principi di quell'isola. Questi gli fece conoscere assai facili i progressi in Sicilia, dacchè essa era divisa fra varii signorotti mori, ed offerì il suo aiuto per l'impresa. Ruggieri adunque sul fine del carnovale dell'anno presente con soli centosessanta cavalli passò il Faro per ispiar le forze de' Mori nell'isola, diede una rotta ai Messinesi, fece gran bottino verso Melazzo e Rameta; poi felicemente si ricondusse in Calabria, dove per tutto il mese di marzo e d'aprile attese a far preparamenti per portare la guerra in Sicilia. A questa danza invitato il duca _Roberto Guiscardo_ suo fratello[861], colà si portò con buon nerbo di cavalleria, ed anche con un'armata navale. Presentivano veramente i Mori la disposizione dei due fratelli normanni, e però accorsero da Palermo con una flotta assai più numerosa per impedire il loro passaggio. Ma l'ardito Ruggieri con cento cinquanta cavalli per altro sito passò lo Stretto, e trovata Messina con poca gente, perchè i più erano iti nelle navi moresche, se ne impadronì: il che fece ritirar le navi nemiche, e lasciò aperto il passaggio a quelle di Roberto Guiscardo, il quale colà sbarcò colle sue soldatesche. Nel testo di Gaufrido ossia Goffredo Malaterra questa sì gloriosa conquista per cui dopo 230 anni si rialberò la croce nella città di Messina, si vide riferita all'anno precedente 1060. Ma io credo fallato quell'anno, portando la serie del racconto che la presa di Messina accadesse nell'anno presente. Venne poi un grosso esercito di Mori e Siciliani, raunato da Bennameto, ad assalire il picciolo de' Normanni, ma restò da essi sbaragliato colla morte di diecimila di quegl'infedeli. Non è già vietato il credere assai meno. Diedero il sacco dipoi i due fratelli principi normanni a varie castella e contrade di quell'isola sino a Girgenti, colla presa di Traina, finchè, venuto il verno, si ritirarono a' quartieri. Se crediamo a Lupo Protospata[862], in quest'anno ancora Roberto Guiscardo s'insignorì d'Acerenza. Ma probabilmente ciò avvenne l'anno antecedente, al vedere che questo scrittore mette all'anno seguente l'innalzamento al pontificato di Alessandro II, che pure appartiene all'anno presente.
NOTE:
[852] Leo Ostiensis., lib. 3, cap. 21.
[853] Continuator Hermanni Contracti, in Chron.
[854] Petrus Damianus, Opuscul. 4.
[855] Leo Ostiensis, lib. 3, cap. 21.
[856] Baron., Annal. Ecclesiast.
[857] Cardinal. de Aragon., Vit. Alexandr. II, P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[858] Menckenius, Rer. Germanicar., tom. 1.
[859] Galvaneus Flamma, in Politia MSta.
[860] Gaufridus Malaterra, lib. 2, cap. 1. Noweirius, in Hist. Arab. Siciliae apud Pagium.
[861] Malaterra, lib. 2, cap. 8.
[862] Lupus Protospata, in Chronico.
Anno di CRISTO MLXII. Indizione XV.
ALESSANDRO II papa 2. ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 7.
Null'altro avea fatto nel verno di quest'anno l'antipapa Cadaloo che ammassar gente armata e danaro per passare a Roma con disegno di cacciarne il legittimo successor di san Pietro, e di farsi consecrare, se crediamo al continuator d'Ermanno Contratto[863]. Alcuni il pretendono già ordinato papa, perchè vescovo egli era, e che avesse assunto il nome di Onorio II, ma ne mancano le prove. E s'egli non mutò nome, segno è che neppur fu colle cerimonie ordinato pontefice. Con tali forze arrivò Cadaloo a Roma nel dì 14 di aprile (Benzone scrive che vi giunse _VIII kalendas aprilis_), e si accampò coll'esercito suo nei prati di Nerone. Nella Vita di papa _Alessandro II_, a noi conservata dal cardinal d'Aragona[864], troviamo che molti capitani e nobili romani guadagnati coll'oro si dichiararono del partito di Cadaloo; ciò vien confermato da Leone Ostiense[865] e dall'autore di un'altra Vita di esso papa Alessandro[866], da cui impariamo che molti giorni dopo la esaltazion di esso papa, _Romani, quorum mala consuetudo semper fuit, eum odio habere coeperunt_, e furono essi gl'incitatori della venuta di Cadaloo. Uno de' principali, ma volpe vecchia, era Pietro di Leone, la cui famiglia fece anche dipoi gran figura in Roma. Da Benzone[867] è chiamato _Giudeo_: il che probabilmente vuol dire che era nato tale, ma poi fatto cristiano. Non mancavano in Roma a papa Alessandro degli aderenti ed affezionati, e verisimilmente aveva egli anche procurato degli aiuti da _Riccardo principe_ di Capua. Si venne dunque ad una battaglia, che riuscì sanguinosa, e finì colla peggio della fazione del legittimo papa. Poco nondimeno durò l'allegrezza di Cadaloo, perchè chiamato a Roma _Gotifredo duca_ di Toscana, comparve colà in aiuto del pontefice Alessandro con sì numerose squadre e forze tali, che restò come assediato l'antipapa; e se volle uscirne salvo, gli convenne adoperar preghiere e grossi regali col duca, il quale si contentò di lasciargli aperta la porta per tornarsene libero, ma spogliato e colla testa bassa, a Parma. Benzone descrive a lungo questi fatti, ma se con fedeltà, nol saprei dire. Certamente da san Pier Damiano vien sospettato che il duca Gotifredo non operasse con tutta lealtà ed onoratezza o in questa o nelle seguenti congiunture. All'incontro Benzone scrive che il medesimo duca fece venire i Normanni a Roma a difesa del papa; _Camerinum et Spoletum invasit_ (il che è degno d'attenzione), _plures Comitatus juxta mare tyrannice usurpavit. Per totam Italiam, quos voluit, ad regis inimicitias incitavit._ Aggiugne inoltre, essere egli stato quegli che mosse _Annone arcivescovo_ di Colonia a rapire il giovinetto _re Arrigo_. E Lamberto da Scafnaburgo[868] osserva, come fosse scandaloso il vedere che laddove anticamente si fuggivano i vescovati, ora si faceano battaglie, e si spargeva il sangue cristiano per conseguirli: e vuol dire del papato. Ho detto che _Annone_ rapì Arrigo IV. Intorno a che si ha da sapere che fin qui esso re era stato sotto il governo dell'_imperadrice Agnese_, la quale regolava gli affari unicamente coi consigli di _Arrigo vescovo_ di Augusta, personaggio ben accorto, che, ad esclusion degli altri pretendenti, avea saputo introdursi nella grazia di lei. Era savia, era pia principessa Agnese: tuttavia non potè schivar la maldicenza degli altri principi invidiosi della fortuna del vescovo augustano, perchè sparsero voce d'illecita familiarità fra lei e quel prelato. Il perchè Annone arcivescovo di Colonia, col consenso di molti altri principi, tolse all'Augusta madre il giovinetto Arrigo, ed assunse colla di lui tutela il governo degli Stati. La maniera da lui tenuta per far questo colpo la sapremo fra poco, richiedendo ora la voce sparsa contro l'onor dell'imperadrice Agnese, che io premunisca i lettori con avvertirli della malvagità che allora più che mai era in voga. Facile è l'osservare che i tempi di guerra son tempi di bugie; ma non si può dire abbastanza, quanto larga briglia si lasciasse in queste e nelle seguenti discordie fra il sacerdozio e l'imperio, alla bugia, alla satira, alla calunnia. Le più nere iniquità s'inventarono e sparsero dei papi, de' cardinali, de' vescovi da chi era loro contrario; ed altre vicendevolmente si spacciarono dai mal affetti contra di Arrigo IV e di tutti i suoi aderenti. Però sta ai prudenti lettori il camminar qui con gran riguardo, prestando solamente fede a ciò che si trova patentemente avverato dalla misera costituzion d'allora.
Nè già si può fallare in credendo che Arrigo IV si scoprì col tempo principe d'indole cattiva, incostante e violento, e che tutti i vizii presero in lui gran piede per qualche difetto della madre, ma più per l'educazion seguente; e che la vendita de' vescovati, delle abbazie e dell'altre chiese, cioè la simonia, era un mercato ordinario di que' sì sconcertati tempi, per colpa specialmente della corte regale di Germania, in cui più potea l'amore dell'oro che della religione, e troppo regnava l'abuso, non però nato allora, di uguagliar lo spirituale al temporale. Ora, o sia che i maneggi segreti della corte di Roma, o quei del duca Gotifredo disponessero in Germania un ripiego per liberar la Chiesa dalla vessazione dell'indegno Cadaloo; oppure che il suddetto Annone arcivescovo, prelato tenuto in concetto di santa vita, con altri principi lo trovasse ed eseguisse, per mettere fine allo scisma: certo è, che in quest'anno, essendo ito esso arcivescovo pel Reno a visitare il re Arrigo, giovane allora di circa tredici anni, dopo il desinare l'invitò a veder la nave suntuosissima che l'avea condotto colà. Vi andò, di nulla sospettando il semplice giovanetto, ed entrato che fu, si diede tosto di mano ai remi. Sorpreso da quest'atto il picciolo re, temendo che il conducessero a morire, si gettò nel fiume; ma fu salvato dal conte Ecberto, che saltò anche esso nell'acqua. Su quella nave adunque pacificato con carezze fu condotto a Colonia, dove restò sotto il governo di quel saggio prelato, al quale dai principi ne fu accordata la tutela. L'imperadrice Agnese, trafitta da questo inaspettato colpo, e ravveduta de' falli commessi in patrocinar l'antipapa, determinò di dare un calcio al mondo, e passando dipoi a Roma, accettò la penitenza che le fu data da papa Alessandro II. Per testimonianza di san Pier Damiano[869], non tardò l'arcivescovo di Colonia Annone a dare, per quanto era in sua mano, la pace alla Chiesa; perciocchè, raunato un concilio in Osbor, dove intervennero lo stesso re Arrigo e una gran copia di vescovi oltramontani ed italiani, nello stesso dì 28 di ottobre, in cui Cadaloo era stato nell'anno precedente eletto contro i canoni papa, fu egli anche deposto, o, per dir meglio, riprovato e condannato. Avea precedentemente il medesimo Pier Damiano scritta una lettera di fuoco al predetto Cadaloo, chiudendola con alcuni versi, e dicendo in fine[870]: _Diligenter igitur intende, quod dico_:
_Fumea vita volat, mors improvisa propinquat,_ _Imminet expleti praepes tibi terminus aevi._ _Non ego te fallo: caepto morieris in anno._
Visse anche dopo l'anno predetto Cadaloo. Pier Damiano, veggendo che non avea colto nella predizione, cercò uno scampo, con dire ch'egli s'era inteso della morte civile, cioè della di lui deposizione, e non già della morte naturale. Se i suoi versi ammettano tale scappata, non tocca a me il giudicarne. Certo confessa egli che per questo gli fecero le risa dietro i suoi avversarii. Levò ancora esso arcivescovo Annone il posto di cancelliere d'Italia a _Guiberto_, che parimente col tempo divenne arcivescovo di Ravenna ed antipapa, e lo diede a _Gregorio vescovo_ di Vercelli, uomo nondimeno macchiato anch'esso di vizii: il che fa conoscere che il re Arrigo, benchè non per anche coronato in Italia, pur ci era riconosciuto per padrone.