Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 25
Se avesse Dio conceduta più lunga vita al pontefice _Stefano IX_, potevano aspettarsi da lui di grandi imprese non meno di pietà che di politica. Racconta Leone marsicano[810] ch'egli mandò ordine a Monte Casino di portare con gran fretta e di nascosto a Roma tutto il tesoro di quel sacro luogo in oro ed argento, promettendo in breve di rifare il danno e con usura. Il motivo di tale novità era ignoto; ma fu creduto ch'egli fosse dietro a mettere nel capo del duca Goffredo suo fratello le corone del regno d'Italia e del romano imperio. _Disponebat autem fratri suo duci Gotifredo apud Tusciam in colloquio jungi, eique, ut ferebatur, imperialem coronam largiri; demum vero ad Normannos Italia expellendos, qui maximo illi odio erant, una cum eo reverti._ Ma l'uomo propone e Dio dispone. Non ebbe egli tempo da effettuar questo disegno, il quale, se pure è vero, avrebbe portato una gran taccia al nome suo presso la nazione germanica, ma sarebbe forse stato la salute dell'Italia, con risparmiarle tanti sconcerti che poscia avvennero per cagione di un re fanciullo allora e poi carico di vizii. Fu portato al papa il tesoro casinense, ma ben mal volentieri, dai monaci. Una visione raccontata al papa, e gli scrupoli insorti nella di lui delicata coscienza, furono cagione ch'egli ordinasse che tutto quell'oro ed argento fosse ricondotto al suo monistero. Maggiormente intanto si aggravava la di lui malattia; e però, unito il clero e popolo romano, l'obbligò a promettere che, in caso di sua morte, non passerebbono all'elezione del nuovo papa finchè non fosse tornato di Germania _Ildebrando cardinale_ suddiacono della Chiesa romana, e abbate di san Paolo, chiamato da Lamberto[811] _vir et eloquentia et sacrarum literarum eruditione valde admirandus_. Era questi stato inviato per comun parere da Roma all'_imperadrice Agnese_ per gli affari e bisogni occorrenti di questi pericolosi tempi. Andossene poi il pontefice Stefano a Firenze in Toscana a trovare il fratello, e vi trovò anche la morte, che il portò a miglior vita nel dì 29 di marzo, assistito nella malattia dal santo abbate di Clugnì _Ugo_. Dio onorò la sua sepoltura con varii miracoli. A questa nuova il popolo romano, che non s'era mai saputo accomodare ad aver pontefici tedeschi, e specialmente eletti dall'imperadore, tuttochè i cinque ultimi venuti di colà fossero stati personaggi santi, o almeno assai benemeriti della Chiesa romana, fece tosto un gran broglio per creare un papa romano. Gregorio figliuolo d'Alberico, conte tuscolano ossia di Frascati, unito con altri potenti di Roma[812], e guadagnata con danari buona parte del clero e popolo, corse in tempo di notte con assai gente armata alla chiesa, e quivi tumultuariamente fece eleggere papa _Giovanni vescovo_ di Veletri, soprannominato poi _Mincio_ (parola forse tratta dal franzese _mince_, che significava _leggiere_ e _balordo_, e potè dar l'origine alla parola oggidì usata di _mincione_, _minchione_), il quale assunse il nome di _Benedetto X_. Era uomo privo affatto di lettere, per attestato di san Pier Damiano. A questa sregolata elezione, contraria ai sacri canoni, e fatta anche senza il consentimento della corte germanica, cioè contra del giuramento intorno a ciò prestato al defunto imperadore Arrigo III, e contra del forte divieto fatto dall'ultimo defunto papa Stefano IX: a questa elezione, dissi, con tutto vigore si oppose il suddetto san Pier Damiano vescovo d'Ostia cogli altri cardinali. Protestarono, intimarono scomuniche; ma indarno tutto. Furono essi astretti a fuggirsene e a nascondersi per timor della vita; e il popolo, giacchè non si potea avere il vescovo ostiense, a cui apparteneva la consecrazione del nuovo pontefice, per forza obbligò l'arciprete d'Ostia, uomo ignorante, a consecrare questo illegittimo e simoniaco papa: cosa anche essa affatto ripugnante alla disciplina della Chiesa.
Giunto in Germania l'avviso della morte del papa, e nello stesso tempo quel della novità commessa in Roma, non tardò l'imperadrice Agnese a rimandare in Italia il cardinale Ildebrando con ordine di andar di concerto col duca Gotifredo per provvedere a questi disordini. Intanto arrivò a quella corte, per attestato di Lamberto, un'ambasceria di que' Romani che non aveano acconsentito all'intrusione di Mincio, rappresentandosi pronti ad osservare verso il re figliuolo quella fedeltà che aveano mantenuta verso l'Augusto suo padre, e pregando caldamente il re di mandar loro quel papa che gli piacesse, perchè ognuno abborriva l'intruso. Si trattò dunque di eleggere un pontefice legittimo, e s'accordarono insieme nella città di Siena, dove fu celebrato un concilio, i primati tanto romani che tedeschi[813], per alzare al trono pontifizio _Gherardo vescovo_ di Firenze, di nascita borgognone, personaggio per senno e per ottimi costumi degno di sì sublime dignità. Si attese nel rimanente dell'anno a preparar la forza, e a far negoziati per atterrar l'usurpatore della cattedra di san Pietro: il che, ebbe compimento nell'anno seguente, siccome diremo. Nel presente, per testimonianza del Malaterra[814], fu nella Calabria una terribil carestia e mortalità. Era già venuto in Italia _Ruggieri_, minor fratello di _Roberto Guiscardo_, giovane che per valore, per eloquenza, per accortezza non avea pari. Si diede anch'egli, col consenso del fratello, a far delle conquiste nella Calabria, la metà della qual provincia gli fu o promessa o conceduta da esso Roberto. In quest'anno ancora il medesimo Roberto, vedendosi salito in tanta potenza, sdegnò d'aver più per moglie _Alberada_, che gli avea partorito un figliuolo appellato _Marco_, e con altro nome _Boamondo_, principe che divenne col tempo assai celebre e glorioso. Trovate perciò ragioni o pretesti di parentela, la ripudiò; ed ansioso di nozze più illustri, prese per moglie _Sigelgaita_ figliuola del defunto Guaimario IV principe di Salerno. Ma Guglielmo Pugliese[815] riferisce all'anno seguente queste nozze, alle quali a tutta prima _Gisolfo II_, allora principe regnante di Salerno, e fratello di Sigelgaita, si mostrò renitente; ma poi condiscese, per non tirarsi addosso la nimicizia di quella fiera nazione, e perchè guadagnò nel contratto alcune castella. In quest'anno _V idus junii, Indictione XI_, dimorando in Firenze il duca Gotifredo, accordò ai canonici di Arezzo la sua protezione[816]. Diedero unitamente tal privilegio_ Gottifredus divina favente clementia dux et marchio, et Beatrix ejus conjux_. Parimente il medesimo duca _XVI kalendas januarii, Indictione XII_, cioè ai dì 17 di dicembre dell'anno presente, mentre risedeva in giudizio _intus casa, quae est sala de palatio de civitate lucense_, confermò ad _Anselmo vescovo_ di Lucca, che fu poi papa _Alessandro II_, la chiesa di santo Alessandro, _et misit bannum domni imperatoris_ (benchè non per anche Arrigo IV godesse questo titolo)_ super eodem Anselmo episcopus_, per maggior sicurezza di lui.
NOTE:
[810] Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 99.
[811] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.
[812] Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 101.
[813] Cardinal. Aragon., in Vita Nicolai II, Par. I, tom. 3 Rerum Italicarum.
[814] Gaufrid. Malaterra, Hist., lib. 1, cap. 30.
[815] Guillelmus Apulus, lib. 2 Poem.
[816] Antiquit. Italic., Dissert. XVII.
Anno di CRISTO MLIX. Indizione XII.
NICCOLÒ II papa 1. ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 4.
Sul principio di quest'anno il nuovo eletto pontefice, che assunse poscia il nome di _Niccolò II_, s'inviò da Firenze alla volta di Roma, fiancheggiato dalle milizie di _Goffredo duca_ di Lorena e Toscana, principe allora potentissimo in Italia. Fermossi a Sutri, perchè la possanza de' conti di Tuscolano era grande nella città. Quivi raunò un concilio di vescovi per trattare della deposizion di Mincio, ossia di _Benedetto X_ falso pontefice[817]. Non aspettò Mincio la forza, ma spontaneamente depose le insegne pontificali, e si ritirò alla propria casa. Ciò inteso, l'eletto papa Niccolò, tenuto consiglio coi cardinali, senza accompagnamento di soldatesche e con tutta umiltà entrò in Roma, dove, accolto onorevolmente dal clero e popolo, fu intronizzato: dal qual tempo ha principio l'epoca del suo pontificato. Da lì poscia a pochi giorni si presentò a' suoi piedi Mincio, chiedendo perdono, con allegar per iscusa che gli era stata usata violenza, confessando nondimeno il suo fallo per aver mancato al giuramento. In pena del suo reato restò degradato dall'ordine episcopale e sacerdotale, e confinato in santa Maria Maggiore. Fece poscia papa Niccolò un viaggio nella marca di Camerino sul principio di quaresima, e in tal occasione creò cardinale _Desiderio_, insigne abbate di Monte Casino. Trovossi il medesimo papa in Spoleti _VI nonas martii_, e quivi confermò i privilegii al monistero del Volturno[818]. Era egli _VIII idus martii_ in Osimo, dove fece la suddetta grazia a Monte Casino. Raunò un numeroso concilio di cento tredici vescovi nella basilica lateranense[819], correndo il mese d'aprile, in cui fu stabilito un salutevol decreto intorno all'elezione dei romani pontefici, da farsi in Roma principalmente da' cardinali, e poi dal restante clero e popolo, _salvo debito honore et reverentia dilecti filii nostri Henrici, qui impraesentiarum rex habetur, et futurus imperator, Deo concedente, speratur, sicut jam concessimus, et successoribus illius, qui ab apostolica Sede personaliter hoc jus impetraverint._ Nella Cronica del monistero di Farfa[820], da me data alla luce, si legge questo decreto più copioso che nella raccolta de' concilii, perchè v'ha il catalogo di tutti i cardinali e vescovi assistenti al medesimo concilio. E qui si legge qualche giunta allo suddette parole: cioè _sicut jam mediante ejus nuntio Longobardiae cancellario W. concessimus, et successorum illius, qui ab hac apostolica sede personaliter hoc jus impetraverint, ad consensum novae electionis accedant._ Quel cancelliere dovrebbe essere _Wibertus_, cioè _Giberto_, che fu poi arcivescovo di Ravenna ed antipapa, ma che non era già allora arcivescovo di Ravenna, in guisa che quel _Wibertus archiepiscopus_, che si legge nelle sottoscrizioni, sarà arcivescovo d'altra chiesa, se pur quel nome non è scorretto. Forse ivi era scritto _Wido_, cioè _Guido_ arcivescovo di Milano. In questa maniera il papa rimise ne' termini dell'antica consuetudine, da noi per più secoli osservata, l'elezion de' romani pontefici, confermandola ai cardinali e al clero e popolo romano, ma con riserbarne l'approvazione al regnante imperadore, prima di consecrarlo. Prevalendosi inoltre della minorità del re Arrigo, fece diventar questo un privilegio personale, accordato dalla santa sede all'imperadore: il che non s'udì mai in addietro. E i Greci e i Franchi e i Tedeschi Augusti fin qui aveano sostenuto che questa fosse una prerogativa dell'alto loro dominio in Roma, e in concedere gli Stati al romano pontefice si riserbavano per patto questo da lor preteso diritto. Non potea però pretenderlo Arrigo IV, perchè fin qui egli non era imperadore. Vero è che vedremo da qui a non molto che fu rivocato anche questo medesimo decreto di papa Niccolò II. In esso concilio romano Berengario abiurò per la prima volta la sua eresia, e furono proibite non meno le simonie che i matrimonii ossia i concubinati dei preti. Abbiamo dalla Vita di questo pontefice[821], raccolta dal cardinale Niccolò d'Aragona, che i Normanni gli spedirono ambasciatori con pregarlo di venire in Puglia, promettendogli ogni soddisfazione. V'andò in fatti papa Niccolò dopo le feste di Pasqua, e, per attestato di Leone Ostiense[822] e di Guglielmo Pugliese[823], celebrò un concilio nella città di Melfi in Puglia, e non già in Amalfi, come han supposto alcuni,
_Praesulibus centum jus ad synodale vocatis._ _Namque sacerdotes, levitae, clericus omnis_ _Hac regione palam se conjugio sociabant._
Intervenne a quel concilio anche _Riccardo I_ conte d'Aversa, che poi fu principe di Capua coll'espulsione di _Landolfo V_. Questi era di nazione normanna, e cognato di _Roberto Guiscardo_ mercè del matrimonio contratto con Fridesinna di lui sorella. Passò il papa a Benevento, e fuori di quella città sul principio d'agosto tenne un altro concilio, di cui si vede fatta menzione nella Cronica suddetta del monistero di Volturno. Fra gli altri che vi si trovarono, si conta _Ildebrando cardinale_ suddiacono. Ma dopo questo concilio egli ci comparisce davanti promosso a più alto grado, cioè creato cardinale arcidiacono della santa romana Chiesa. In una bolla spedita dal medesimo papa Niccolò II nel dì 14 di ottobre del presente anno in favore del monistero di s. Pietro di Perugia, e pubblicata dal padre Margarino[824], egli si sottoscrive: _Hildebrandus qualiscumque archidiaconus sanctae romanae Ecclesiae_.
Dopo questi concilii attese il vigilantissimo papa a stabilire un accomodamento coi Normanni. In vece di volerli nemici, da uomo saggio se li fece amici; e il tempo mostrò i frutti del suo senno, perchè i Normanni divennero lo scudo de' romani pontefici, e li sostennero in più occasioni, e li misero in piena libertà e indipendenza dagl'imperadori. Concedette dunque papa Niccolò in feudo a Roberto Guiscardo gli Stati da lui conquistati in Puglia e Calabria, e il resto che si potesse da lui conquistare non solo in quelle contrade, ma anche in Sicilia, dandogli il titolo di _duca di Puglia, Calabria e Sicilia._ Guglielmo Pugliese anch'egli scrive:
_Robertum donat Nicolaus honore ducali;_
notizie nondimeno che è difficile d'accordarle con Leone Ostiense[825], il quale lasciò scritto che Roberto, dopo la presa della città di Reggio in Calabria, _ex tunc coepit dux appellari_. Anche il Malaterra scrisse lo stesso. Reggio fu presa solamente nell'anno 1060. Comunque sia, vien riferito dal cardinal Baronio[826] il giuramento di fedeltà ch'esso Roberto prestò al suddetto pontefice, con obbligarsi di pagare ogni anno alla santa Sede dodici denari di moneta pavese per ogni paio di buoi. Cercano alcuni con qual titolo papa Nicolao desse tale investitura ai Normanni, che fu la primordiale del regno appellato oggidì di Napoli, e v'aggiugnesse anche la Sicilia, su cui conservavano il lor diritto i greci imperadori. Certo è che in questi tempi si facea molto valere la donazion di Costantino, nata, per quanto si può credere, nel secolo ottavo dell'era nostra volgare. Nè forse per l'ignoranza d'allora alcuno s'accorgeva ch'ella fosse un documento apocrifo, talmente che s. Leone IX papa nella lunga lettera scritta a Michele Cerulario patriarca di Costantinopoli nell'anno 1053[827], cioè pochi anni prima, la produsse quasi tutta, e massimamente quelle parole: _Tam palatium nostrum, quam romanam urbem, et omnes Italiae, seu occidentalium regionum provincias, loca et civitates saepefato beatissimo pontifici et patri nostro Silvestro universali papae contradentes atque relinquentes, ei vel successoribus ipsius pontificibus potestatem et ditionem firmam imperiali censura per hanc divalem jussionem et pragmaticum constitutum decernimus desponendo, atque juri sanctae romanae Ecclesiae concedimus permansura_. Fece anche gran caso di tal donazione alcuni anni dappoi san Pier Damiano in un suo dialogo[828]. Non c'è ora persona dotta che non sappia essere quella una fattura de' secoli posteriori; ma nol sapeano, nè se n'accorgeano i Romani di questi tempi. Sembra ancora che circa questi medesimi tempi fossero dati fuori con delle giunte i diplomi di Lodovico Pio, di Ottone I e di Arrigo I Augusti in favore della Chiesa romana, dove è parlato di Benevento, della Calabria, della Sicilia e d'altri paesi, coerentemente agl'interessi di questi tempi, ma con discordia da quei de' secoli precedenti. Potrebbesi credere che su tali fondamenti si piantasse il principio dei diritti che da allora fin qua, cioè per tanti secoli, gode la Sede apostolica sopra le due Sicilie, nelle quali ha stabilito una sì autentica e giusta sovranità e prescrizione, contra di cui non si può allegare ragione alcuna. Oltre di che, può anche darsi che non mancassero al pontefice Niccolò II altre più sussistenti ragioni di dedizione spontanea, e di cessione anche dalla parte dell'imperio. Certamente, per attestato del Continuatore di Ermanno Contratto[829], Arrigo II imperadore avea conceduto al santo papa Leone IX _pleraque in ultra romanis partibus ad suum jus pertinentia pro cisalpinis in concambium datis._ Comunque sia, noi sappiamo da san Pier Damiano[830] che la corte germanica con assai vescovi nel conciliabolo di Basilea, dappoichè passò a miglior vita papa Niccolò II, cassò _omnia quae ab eo fuerunt statuta_; e perciò resta luogo di dubitare che in Germania fosse disapprovato questo fatto di papa Niccolò. Diede anche lo stesso pontefice l'investitura di Capua e del suo principato a _Riccardo I_[831] cognato di Roberto Guiscardo, tuttochè non ne fosse per anche in possesso. Ciò fatto, perchè non potea sofferire il magnanimo papa che i capitani e potenti romani, e massimamente i conti di Tuscolo, ossieno Tuscolani, avessero occupato tanti beni patrimoniali e Stati della Chiesa romana, con tener anche in certa guisa come schiavi i pontefici romani[832], cominciò a valersi del flagello de' Normanni stessi per mettere in dovere que' nobili suoi ribelli. Ritornato dunque a Roma, spedì un esercito di quella gente masnadiera addosso a Palestrina, a Tuscolo, ora Frascati, a Nomento, a Galeria. Furono messi a sacco tutti quei luoghi fino a Sutri, e forzati que' nobili all'ubbidienza del papa, e con ciò liberata Roma dalla lor tirannia.
Abbiamo dal Continuatore d'Ermanno Contratto[833] che in quest'anno, _orto inter Mediolanenses et Ticinenses bello, multi ex utraque parte ceciderunt._ Di questa guerra fece menzione Arnolfo storico milanese[834] de' correnti tempi, con dire che i Pavesi non vollero ricevere un vescovo dato loro dal fanciullo re Arrigo, tuttochè fosse stato anche consecrato dal papa. Altrettanto fecero poco appresso parimente gli Astigiani, con rifiutare un vescovo da loro non eletto. Per interessi ancora civili la discordia avea avvelenato il cuor de' Pavesi e Milanesi. Gran tempo era che fra quelle due città popolatissime e le maggiori del regno di Italia, bolliva una segreta gara ed invidia, ancorchè ognun sapesse che Milano andava innanzi a Pavia. Niuna d'esse volea cedere all'altra: e quindi per essere confinanti, nascevano bene spesso ammazzamenti d'uomini, saccheggi ed incendii. Si venne ad una palese rottura. I Pavesi, conoscendosi inferiori di forze, assoldarono delle truppe forestiere, e diedero il guasto a' confini del Milanese. Uscirono in campo anche i Milanesi, avendo tirati in loro lega i Lodigiani; ed ancorchè parte della loro armata sotto l'_arcivescovo Guido_ guerreggiasse in altre parti, pure vennero ad un fatto d'arme, che riuscì sanguinosissimo per l'una e per l'altra parte, specialmente per la morte d'assaissima nobiltà. Restò il campo in potere de' Milanesi. Il luogo della battaglia si chiamava fin da' vecchi tempi _Campo morto_. Sicchè noi cominciamo a vedere le città di Lombardia far leghe e guerre, e mettersi in libertà: il che andò a poco a poco crescendo: tutti effetti della minorità, cioè dell'impotenza del re _Arrigo IV_. Era negli anni addietro nato in Milano un grave scisma, che ogni dì più andava prendendo fuoco; perciocchè principalmente nel clero di quella insigne città s'era introdotto l'abuso che i preti e diaconi assai notoriamente prendevano moglie: il che in buon linguaggio vuol dire che viveano nel concubinato. Questo morbo era familiare per l'Italia, ed aveva infestata anche la stessa città di Roma: colpa per lo più de' vescovi poco attenti alla lor greggia, e talvolta ancora tinti della medesima pece. L'esempio della Chiesa greca facea loro credere lecito l'ammogliarsi, senza volere far caso della disciplina costantemente osservata fin dai primi secoli della Chiesa latina, in cui fu sempre vietato ai preti e diaconi il prendere moglie, o, se prima le aveano, l'uso delle medesime. Contra di questi incontinenti e scandalosi ministri dell'altare, a' quali, benchè impropriamente, si attribuisce l'eresia de' Nicolaiti, alzò bandiera Arialdo diacono, uomo zelantissimo dell'onor di Dio e della sua Chiesa, ed egli fu che commosse il popolo contra di loro. Guido arcivescovo, fautore dei preti, nel concilio di Fontaneto proferì sentenza di scomunica contra di Arialdo e di Landolfo nobile laico suo collega. Ma questo non servì se non ad accrescere il tumulto e l'ira di una parte del popolo. Arnolfo e Landolfo seniore, storici milanesi di questi tempi[835], ed avvocati dell'incontinenza del clero ambrosiano di allora, diffusamente parlano di quella tragedia. Ora l'indefesso papa Niccolò, informato da più parti di così strepitoso disordine, spedì in quest'anno, se pure non fu nel fine del precedente, due suoi legati a Milano per cercarne i rimedii. Questi furono _Pier Damiano_, santo e celebratissimo cardinale e vescovo d'Ostia, ed _Anselmo da Badagio_ milanese, già creato vescovo di Lucca. Andarono essi anche per isradicare il vizio della simonia, di cui era patentemente reo l'arcivescovo, giacchè egli a niuno conferiva gli ordini ecclesiastici senza farsi pagare. Trovarono essi delle opposizioni, e contra di loro si venne anche ad una sollevazione de' parziali degli ecclesiastici. Pure per la saviezza ed eloquenza del Damiano quetati i rumori, quell'arcivescovo confessò il suo fallo, ed accettò la penitenza impostagli. Così fecero anche gli altri, con restar proibita da lì innanzi la simonia e l'ammogliarsi dei sacri ministri dell'altare. Vien distesamente narrato questo fatto dal medesimo san Pier Damiano in una sua relazione[836], e a lungo ne parlano il cardinal Baronio[837] e il Puricelli[838]. Dopo questo l'arcivescovo Guido andò al concilio romano, dove ebbe buon trattamento dal papa, alla cui destra fu posto, e, giurata a lui ubbidienza, se ne tornò lieto a casa. Ma Pier Damiano in ricompensa delle sue fatiche fu spogliato dal papa de' suoi benefizii, e ricevette altri affronti, per li quali modestamente dimandò licenza di rinunziare al suo vescovato d'Ostia. Nell'anno presente, secondo Guglielmo Pugliese[839], _Roberto Guiscardo_ duca di Puglia s'impadronì delle città di Cariati, Rossano, Cosenza e Geraci nella Calabria. E _Gotifredo duca_ di Lorena e Toscana, intitolato _dux et marchio_, con _Arnaldo vescovo_ e conte, tenne due placiti nel contado di Arezzo, _anno dominicae Incarnationis MLIX, regnante Genrico rege, mense junio, Indictione XIII_[840]. Dal che si raccoglie che Gotifredo avea molto bene assunto il governo della Toscana, e il titolo di marchese di quella provincia, e che non ne fosse già semplice amministratore a nome della moglie e di Matilda sua figliuola, come ha creduto taluno. Inoltre ne ricaviamo, ch'egli riconosceva per re d'Italia Arrigo IV. In uno d'essi documenti comparisce _Rainerius filius Ugicionis ducis et marchionis_, cioè di quell'_Uguccione_ che a' tempi di Corrado I Augusto era stato duca e marchese della Toscana.
NOTE:
[817] Cardinal. Aragon., in Vita Nicolai II, Par. I, tom. 3 Rerum Italicarum.
[818] Chron. Vulturnense, P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[819] Tom. 9 Concilior. Labbe, pag. 1099.
[820] Chron. Farfens. P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[821] Cardin. de Aragon., P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[822] Leo Ostiensis, lib. 3, cap. 13.
[823] Guillelmus Apulus, lib. 2 Poem.
[824] Bullarium Casinense, tom. 2, Constit. CI.
[825] Leo Ostiensis, lib. 3, cap. 16.
[826] Baron., in Annal. ad hunc annum.
[827] Leo IX, Epist. I, tom. 9 Concilior. Labbe.
[828] Petrus Damian., Opusc. 4.
[829] Continuator, Hermanni Contrac., in Chron.
[830] Petrus Damian., Opuscul. 4.
[831] Leo Ostiens., in Chron. lib. 3.
[832] Cardinal. de Aragon., in Vita Nicolai III.
[833] Continuator Hermanni Contracti, in Chron.
[834] Arnulf., Hist. Mediolan., lib. 3, cap. 5 et 6.
[835] Arnulfus et Landulfus Senior, Hist. Mediolan., tom. 6 Rerum Italicar.
[836] Petrus Damian., Opusc. 5.
[837] Baron., Annal. Ecclesiast.