Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 22
Doveano in questi tempi avere i monaci di Farfa chi li perseguitava nella corte pontificia; e probabilmente uno dei lor nemici era _Giovanni vescovo_ della Sabina, che mosse di molte pretensioni contra di quell'insigne monistero. Scrissero i monaci una lettera al buon pontefice con esporgli le prerogative di quel sacro luogo, e pregarlo di non badare ai detrattori. _Sumus enim_ (dicono essi) _plus minus quingenti vestri oratores_[708]: il che, per mio avviso, si dee intendere non de' soli monaci abitanti in Farfa, ma degli altri ancora che erano ne' monisteri e priorati sottoposti. Nel concilio romano si agitò la lite fra i monaci e il suddetto vescovo. Finalmente papa Leone IX confermò al monistero farfense tutti i suoi privilegii con una bolla, in cui si fa sentire il suo cuore pien di divozione verso la santissima Vergine, _data III idus decembris per manus Federici diaconi sanctae romanae Ecclesiae bibliothecarii, vice domni Herimanni archicancellarii, et coloniensis archiepiscopi, anno domni Leonis IX papae tertio, Indictione V_, cominciata nel settembre dell'anno presente. Crede il padre Mabillone[709] che _Ermanno_ arcivescovo di Colonia fosse _arcicancelliere_ di papa Leone IX, nelle cui sole bolle si truova questa novità. Era il medesimo Ermanno arcicancelliere dell'imperio in questi giorni. Wiberto scrive[710] che papa Leone diede _officium cancellarii sanctae romanae Sedis_ a lui e ai suoi successori. Confermò parimente il santo pontefice tutti i suoi diritti al monistero casauriense con altra bolla[711], data _X kalendas julii, ec. anno domni Leonis IX papae II_ (dee essere _III_), _Indictione IV_. Io tralascio altre bolle dello stesso papa, il quale, per testimonianza dell'Ostiense[712], in quest'anno andò a Capoa, a Benevento e a Salerno. In tal congiuntura è credibile che succedesse ciò che preventivamente aveva asserito il medesimo Ostiense, cioè ch'egli assolvesse dalla scomunica il popolo di Benevento. Tanti passi dell'ottimo pontefice verso quelle parti erano tutti per trovar, se era mai possibile, qualche rimedio o freno all'insolenza, crudeltà ed avidità incredibile de' Normanni, ogni dì più potenti e gravosi alla Puglia e alle vicinanze, e Cristiani più di nome che di fatti. In una lettera[713] scritta da esso papa all'imperador di Costantinopoli gli espone, come costoro ammazzavano, tormentavano que' miseri abitanti, neppur perdonando alle donne e a' fanciulli; spogliavano ancora ed incendiavano le chiese; e che per quante esortazioni e minacce avesse egli adoperato, nulla si mutavano i loro perversi costumi. Però s'era egli abboccato con Argiro catapano de' Greci per reprimere questa mala gente, ed implorava anche il braccio dello stesso Augusto greco. In quest'anno appunto scrive Lupo Protospata[714] che arrivò, cioè da Costantinopoli tornò in Puglia, _Argiro_ figliuolo di Melo e _duca di Italia_ per gli Greci. Volle entrar in Bari, ma gli fu negato da Adralisto, Romoaldo e Pietro fratelli, capi di una fazion contraria. Finalmente il popolo di Bari al dispetto de' contradittori l'ammise in quella città. Se ne fuggì Adralisto; gli altri due fratelli presi, furono inviati in carcere a Costantinopoli. _Drogone_ conte e capo de' Normanni fu in quest'anno ucciso da un suo compare, e succedette _Unfredo_ conte, suo fratello, nel governo di quegli Stati. Noi troviamo battezzato in quest'anno nella città di Colonia il fanciullo _Arrigo_, figliuolo dell'imperadore Arrigo, e tenuto al sacro fonte da _Ugo_ abbate di Clugnì, uomo santo. Da un documento che io diedi alla luce[715] apparisce che in questi tempi _Guaimario IV_ e _Gisolfo II_ suo figlio erano principi di Salerno, e duchi di Amalfi e Sorriento.
NOTE:
[705] Hermannus Contract., in Chron.
[706] Wibertus, Vit. Leonis IX., lib. 2, cap. 7.
[707] Chron. Sublacense, tom. 24 Rer. Ital.
[708] Chron. Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[709] Mabillonius, Annal. Benedictin. ad hunc annum.
[710] Wibertus, in Vita Leonis IX, lib. 2, cap. 5.
[711] Chron. Casauriens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[712] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 84.
[713] Wibertus, in Vita Leonis IX, lib. 2, cap. 10.
[714] Lupus Protospata, in Chronico.
[715] Antiquit. Italic., Dissert. V, pag. 217.
Anno di CRISTO MLII. Indizione V.
LEONE IX papa 4. ARRIGO III re di Germania 14, imperadore 7.
Era stata in addietro l'Ungheria tributaria dell'imperio germanico; ma essendo insorte liti, e cessato il pagamento, si venne ad un'aspra guerra fra l'_imperadore Arrigo_ ed _Andrea_ re d'Ungheria. Il santo papa Leone, per desiderio di rimettere la concordia fra que' principi cristiani, si portò in quest'anno di nuovo in Germania per trattar di pace. Ermanno Contratto scrive[716] ch'egli vi andò per le istanze del re Andrea; fece desistere l'imperadore dall'assedio di un castello; e trovatolo dispostissimo ad un accordo, già si credeva di avere in pugno la pace. Ma Andrea sconciamente il burlò: laonde il papa fulminò contra di lui la scomunica. Se ciò sussiste, è cosa da stupir come Wiberto conti tutto al rovescio questa faccenda, con dire[717] che gli Ungheri erano pronti a pagare il tributo, purchè ottenessero il perdono dei trascorsi passati. _Sed quia factione quorumdam curialium, qui felicibus sancti viri invidebant actibus, sunt Augusti aures obturatae precibus domni apostolici, ideo romana respublica subjectionem regni hungarici perdidit, et adhuc dolet finitima patriae praedis et incendiis devastari._ _Arrigo_ vicecancelliere dell'imperadore fu in quest'anno da lui promosso all'arcivescovato di Ravenna; ma, secondo il Rossi[718], non ottenne la conferma e il pallio dal papa, se non nell'anno seguente con bolla data _VI idus aprilis, anno pontificatus IV, Indictione VI_. Sotto specie d'intronizzar questo novello arcivescovo, fu inviato a Ravenna anche _Nizone vescovo_ di Frisinga, uomo pien di vizii, e che per qualche tempo mostrò di pentirsi e di abbracciar la vita monastica, ma in breve tornò alla vita di prima. Costui, giunto a Ravenna, quivi, colto da morte improvvisa, lasciò le sue ossa. Al suddetto Arrigo arcivescovo scrisse il suo libro ossia opuscolo intitolato _Gratissimus_ san Pier Damiano, o, come si dovrebbe dire, _Pietro di Damiano_, nato nella città stessa di Ravenna, e gran luminare di santità e letteratura in Italia per questi tempi. Uno ancora dei motivi per gli quali s'indusse a tornare quest'anno in Germania il santo pontefice, fu, secondo l'Ostiense[719], per impetrar degli aiuti dall'imperadore contra de' Normanni di Puglia, le avanie e crudeltà dei quali egli non potea più sofferire. Un diploma, che si legge pubblicato nelle mie Antichità italiane[720], ci fa vedere nel giugno di quest'anno in Zurigo l'imperadore Arrigo, che concede al clero di Volterra, fra gli altri privilegii, quello di poter decidere le liti col duello. Era allora troppo in uso questa barbarica e detestabil usanza, accresciuta dipoi nell'andare innanzi dai cacciatori di puntigli. Per isradicarla molto s'è fatto; ma al mondo non mancheranno mai dei pazzi. Ho io pubblicato un contratto seguito in questo anno fra _Bonifazio duca_ e marchese di Toscana, signore di Mantova, Ferrara ed altre città, e _Otta_ badessa di santa Giulia di Brescia. Fu scritta quella carta[721] _anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi millesimo quinquagesimo secundo, Enricus gratia Dei imperator Augustus, anno imperii ejus sexto, quarto kalendas aprilis, Indictione quinta_. Ma poche settimane dipoi sopravvisse Bonifazio. Mentre egli da Mantova passava a Cremona, per mezzo di un ombroso bosco, fu ferito con una saetta, ossia con un dardo attossicato, e di quel colpo morì. _His diebus marchio Bonifacius_ (son parole di Arnolfo milanese[722] autore contemporaneo) _dum nemus transiret opacum, insidiis ex obliquo latentibus, venenato figitur jaculo. Heu senex ac plenus dierum, maturam mortem exiguo praeoccupavit._ Il Fiorentini scrive[723] che egli _non molto carico d'anni_ morì; ma non avea veduto Arnolfo, scrittore più informato di lui. E se Bonifazio si truova _marchese_ fin l'anno 1004, convien dire che egli fosse vecchio nell'anno presente. E qui si dee notare che nell'edizione della storia d'esso Arnolfo fatta dal Leibnizio sopra un testo milanese, si legge _marchio Montisferrati Bonifacius_. Ma il manuscritto estense più antico degli altri non ha _Montisferrati_; e quella è una giunta di qualche ignorante, siccome già osservai[724] nella prefazione al medesimo Arnolfo.
Abbiamo da Donizone il tempo preciso della morte di questo principe, laddove scrive, ma accortamente tacendo ch'essa fosse violenta[725]:
_Ipse die sexta maii post quippe kalendas_ _Deseruit terram, quem Christus ducat ad ethram,_ _Quando defunctus, terrae datus, estque sepultus,_ _Tunc quinquaginta duo tempora mille Dei stant._
Fu seppellito il di lui corpo in Mantova: perlocchè si legge presso il suddetto Donizone una curiosa altercazione fra quella città e la rocca di Canossa, dove pretendeva il buon monaco canossino Donizone che se gli dovesse dar sepoltura presso de' suoi antenati. Da altre memorie ancora da me rapportate nella prefazione al medesimo Donizone apparisce, aver la buona gente creduto che non nascesse erba nel luogo dove Bonifazio fu ferito. Certamente questo principe non era un santo. Anzi egli s'acquistò il brutto nome di tiranno presso i Tedeschi. Ermanno Contratto, vivente allora (se pure al suo testo non fu fatta qualche giunta), scrive sotto quest'anno[726]: _Bonifacius ditissimus Italiae marchio, immo tyrannus, insidiis a duobus exceptus militibus, sagittisque vulneratus et mortuus, Mantuae sepelitur._ E il Fiorentini osserva[727] che in tre privilegii da Arrigo IV e V e Lottario, susseguenti imperadori, conceduti al popolo di Lucca, si legge: _Consuetudines etiam perversas, a tempore Bonifacii marchionis duriter iisdem hominibus impositas, omnino interdicimus, et ne ulterius fiant praecipimus._ Lasciò Bonifazio dopo di sè tre figliuoli a lui nati dalla duchessa Beatrice, cioè _Federigo_ (appellato _Bonifazio_ dal continuatore di Ermanno Contratto), _Beatrice_ e _Matilda_, tutti tre di tenera età, e perciò bisognosi della madre. In questo anno ancora, per testimonianza dell'Ostiense[728] e di Romoaldo salernitano[729], _Guaimario IV_ principe di Salerno, per una congiura fatta contra di lui da alcuni suoi parenti e da altri malcontenti, con più ferite tolto fu di vita; e il suo cadavero obbrobriosamente strascinato lungo il lido del mare. Salerno colla rocca restò in potere de' congiurati; ma _Guido duca_ di Sorrento, e fratello d'esso Guaimario chiamati in aiuto i Normanni, da lì a cinque giorni ricuperò quella città; installò nel principato _Gisolfo II_ figliuolo del trucidato principe, e fece morir quattro di lui parenti con trentasei altri, tutti rei di quel misfatto. Fermossi tutto quest'anno in Germania il santo _papa Leone_, ed in Vormazia celebrò la festa del Natale in compagnia dell'imperadore. Allora fu, secondo Ermanno Contratto, ch'egli fece istanza perchè fosse restituita sotto il dominio della Chiesa romana la ricca badia di Fulda con altre poste in quelle contrade, le quali ne' tempi addietro furono donate a san Pietro, e pagavano censo a Roma. Altrettanta premura ebbe pel vescovato di Bamberga, di cui Arrigo I Augusto avea fatto un dono alla Chiesa romana, e pagava anch'essa annualmente a Roma un cavallo bianco e cento marche d'argento. L'imperadore all'incontro, mosso da egual brama di poter disporre di quel vescovato e dello suddette badie, propose piuttosto un cambio, e questo fu accettato dal papa: cioè Leone rinunziò ad Arrigo i suoi diritti sopra quelle chiese, ed Arrigo in contraccambio gli cedette molti suoi Stati nelle parti di là da Roma. L'Ostiense scrive[730] che _tunc inter ipsum apostolicum et imperatorem facta est commutatio de Benevento et bambergensi episcopio_, ma senza dichiarare se fosse ceduta la sola città di Benevento col suo territorio, come gode oggidì la Sede apostolica, oppure anche il principato, di buona parte nondimeno del quale erano stati prima investiti i Normanni: e senza dire con qual titolo e patti cedesse tali Stati. Il Sigonio[731] dice _nomine vicariatus_. Così egli interpretò le parole dell'Ostiense[732], laddove scrive che _Leo nonus papa vicariationis gratia Beneventum ab Heinrico Conradi filio recepit_. Da questo cambio poi deduce il padre Pagi[733] che non sussista quanto ha Eutropio prete presso il Goldasto, con dire che Carlo Calvo avea distratto Benevento dall'imperio romano, e concedutolo ai pontefici romani. E si può similmente dedurre che neppure Lodovico Pio, Ottone I ed Arrigo I imperadori avessero mai conceduto loro esso ducato di Benevento.
NOTE:
[716] Hermannus Contractus, in Chronico.
[717] Wibert., Vita S. Leonis IX, lib. 1, cap. 4.
[718] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.
[719] Leo Ostiens., Chron. lib. 2, cap. 84.
[720] Antiquit. Italic., Dissert. XXXX, pag. 641.
[721] Antiquit. Ital., Dissertat. LXVI.
[722] Arnulfus, Hist. Mediolan., lib. 3, cap. 3.
[723] Fiorentini, Memor. di Matild., lib. 1.
[724] Rerum Italic. Scriptor., tom. 3.
[725] Donizo, in Vita Mathild., lib. 1.
[726] Hermannus Contractus, in Chronico.
[727] Fiorentini, Memorie di Matilde, lib. 1.
[728] Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 85.
[729] Romualdus Salernit., Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[730] Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 84.
[731] Sigonius, de Regno Italiae, lib. 8.
[732] Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 46.
[733] Pagius, in Annal. Baron.
Anno di CRISTO MLIII. Indizione VI.
LEONE IX papa 5. ARRIGO III re di Germania 15, imperadore 8.
Implorò in questi tempi _papa Leone_ più che mai l'assistenza dell'_Augusto Arrigo_ per liberar la Puglia dal giogo dei Normanni, i quali, per quanto scrive Ermanno Contratto[734], _viribus adaucti, indigetes bello premere coeperunt, injustum dominatum invadere, haeredibus legitimis castella, praedia, villas, domus, uxores etiam, quibus libuit, vi auferre, res ecclesiarum deripere, postremo divina et humana omnia (prout viribus plus poterant) jura confundere, nec jam apostolico pontifici, nec ipsi imperatori, nisi tantum verbo tenus cedere_. Guglielmo pugliese diversamente parla della condotta de' Normanni, e ci vorrebbe far credere che da Argiro duca d'Italia per l'imperadore greco provenissero specialmente tanti lamenti in parte falsi contra de' Normanni, dappoichè non gli era riuscito nè con danari nè con promesse di tirarli fuor d'Italia al servigio de' Greci. Secondo lui[735], la gente di Puglia
_. . . . . . varias deferre querelas_ _Coepit, et accusat diverso crimine Gallos._ _Veris commiscens fallacia nuntia mittit_ _Argirous papae, precibusque frequentibus illum_ _Obsecrat, Italiam quod libertate carentem_ _Liberet, ac populum discedere cogat iniquum._
Ma non era papa Leone uomo da lasciarsi in tal congiuntura ingannare. Egli stesso soggiornava in lor vicinanza, e più volte era stato sul fatto, cioè in quelle contrade medesime, e potea ben sapere se i Normanni fossero sì o no una specie di masnadieri. Vedremo che mai non si quetarono, infinattantochè non ispogliarono i signori di que' paesi de' loro Stati. Guglielmo storico, allorchè i Normanni furono nel colmo della potenza, scrisse per piacere alla stessa nazion dominante; però non par sicura la testimonianza sua. Ora l'imperadore diede alcune delle sue soldatesche al papa; molte altre ne ottenne esso papa da diversi signori; e con queste brigate s'unì una gran ciurma di scellerati e banditi, tutti condotti dall'avidità e speranza di far buon bottino. Nel mese di febbraio con questa gente calò in Italia il buon pontefice, conducendo seco _Gotifredo duca_ di Lorena, e _Federigo_ suo fratello che fu poi papa Stefano X, e molti cherici e laici esercitati nel mestier della guerra, per valersene contro i Normanni[736]. Ma prima di arrivar egli giù dall'Alpi, _Gebeardo_ vescovo allora di Aichstet, di nazion bavarese, avendo fatto ricorso all'imperadore, tanto disse e tanto fece, che il ridusse a richiamare il grosso corpo di truppe imperiali già spedite in aiuto del papa, in maniera che altro non vi restò di quell'esercito che un battaglione di cinquecento persone[737]. Se n'ebbe poscia ben bene da pentire lo stesso Gebeardo, dacchè divenne anch'egli pontefice romano col nome di Vittore II, per le insolenze che, non men di papa Leone IX, dovette sofferir dai Normanni di Puglia, senza poterli reprimere. Giunto a Mantova papa Leone nella quinquagesima, per attestato di Wiberto[738], determinò di tener quivi un concilio. Erano accorsi ad ossequiar il papa varii vescovi di Lombardia, a' quali faceva paura il rigore e zelo del santo pontefice: che ben sapeano di aver de' mancamenti da renderne conto. Però alla lor suggestione fu attribuita una rissa insorta fra i familiari d'essi prelati e quei del papa, in tempo appunto che si celebrava il concilio. Corse alla porta della basilica il santo padre; volavano le saette e i sassi, e fu egli stesso in pericolo della vita per salvare i suoi domestici, che si rifugiavano verso la di lui persona, e senzachè gli aggressori si guardassero dal ferire chi andava a nascondersi sotto le vesti pontificali. Si quetò con difficoltà il tumulto, ma fu esso cagione che si sciolse il concilio; e ciò non ostante il misericordioso pontefice diede nel dì seguente l'assoluzione agli autori di tale iniquità. Andossene a Roma san Leone[739], e dopo Pasqua tenne quivi un nuovo concilio[740], dove fu posto fine alle vecchie liti che bollivano fra i patriarchi di Aquileia e di Grado, chiamato nuova Aquileia; cioè fu deciso che quel di Grado fosse indipendente dall'altro, e vero metropolitano dell'Istria e delle isole di Venezia. Anche il Dandolo[741] ne fa menzione, ma con supporre ciò seguito in un precedente sinodo, mentre aggiugne che papa Leone visitò dipoi Venezia per divozione verso san Marco. Ciò probabilmente accadde nell'ultimo suo ritorno dalla Germania sul principio dell'anno corrente.
Ciò fatto, ardendo pure il santo papa di desiderio di liberar la Puglia dalla crudele ed insaziabil nazione dei Normanni, mosse l'esercito preparato contra di loro. Era questo composto, secondochè abbiamo da Guglielmo pugliese[742], de' pochi Tedeschi ch'egli avea potuto ritenere al suo soldo, cioè di settecento Suevi, oltre alla canaglia de' facinorosi, venuta di Germania, condotti da _Guarnieri_, che probabilmente fu il primo marchese di questo nome della marca d'Ancona. V'erano inoltre moltissime brigate d'Italiani armati, raccolte da Roma, Spoleti, Camerino, Fermo, Ancona, Capoa, Benevento ed altri luoghi. Non sussiste, a mio credere, che _Goffredo_ o _Gotifredo duca_ di Lorena fosse il generale di questa impresa. Piuttosto è da credere _Rodolfo_, eletto già principe di Benevento, per quanto s'ha da Leone ostiense[743]. Consisteva poi l'armata de' Normanni, secondo il medesimo autore, in tremila cavalli e poca fanteria, ma tutta gente forte, agguerrita, e che non conosceva paura. I condottieri di questa, divisa in tre squadre, furono _Unfredo_ conte e capo d'essi Normanni, _Riccardo_ conte di Aversa, _Roberto_ soprannominato _Guiscardo_, cioè _Astuto_, poco dianzi venuto di Normandia a trovare il fratello Unfredo, cioè quel medesimo Roberto che vedremo a suo tempo padrone di quasi tutto il regno ora di Napoli e di parte della Sicilia. Tralascio altri nominati da esso storico pugliese. Dal medesimo bensì e da Ermanno Contratto[744] abbiamo che i Normanni, veggendo sì grande apparato di guerra contra di loro, e sè di forze troppo disuguali, spedirono ambasciatori al papa, offerendosi umilmente al servigio e all'ubbidienza di lui, e di riconoscere in feudo dalla santa Sede gli Stati da lor posseduti. Ma non fu accettata l'offerta, non già per alterigia del papa pieno d'umiltà e nemico di spargere il sangue cristiano, ma per cagion dei superbi Tedeschi, i quali s'opposero, deridendo la piccola statura de' Normanni, e figurandosi d'averli già vinti col solo terrore. Costoro indussero suo malgrado il papa a comandar loro che, deposte le armi, se ne tornassero al loro paese; altrimente andrebbono tutti a fil di spada. A questa sì aspra risposta non seppero accomodarsi i Normanni, ed abbracciando i consigli della disperazione, risoluti piuttosto di morir cadauno onoratamente coll'armi in mano, che di accettare un così vergognoso partito, si prepararono alla battaglia. Fors'anche furono i primi ad assalire improvvisamente l'oste nemica. Si fece questa giornata campale presso Civitella nella provincia di Capitanata nel dì 18 di giugno[745]. A Riccardo conte di Aversa, che guidava la prima schiera, riuscì facile lo sbrigliare le mal disciplinate milizie italiane, ed inseguirle con loro non picciola strage. S'affrontò Unfredo conte coi Tedeschi, e trovò quivi duro il terreno, in guisa che per la morte di molti de' suoi era vicino a cedere, quando il valoroso Roberto colla sua schiera di riserva accorse in aiuto del fratello, e fece delle mirabili prodezze. Tornato poi Riccardo dalla caccia degli Italiani, finì la festa con la morte di quasi tutti i Tedeschi, i quali vi lasciarono ben la vita, ma la fecero costar cara ai vincitori. Papa Leone, dopo questa disgrazia afflittissimo, si salvò colla fuga in Civitella, che fu ben tosto assediata dai Normanni. Secondo Gaufrido Malaterra, quegli abitanti, per non aver danno da quella feroce nazione, misero il papa fuori della città. Guglielmo Pugliese scrive che non vollero riceverlo nella città, temendo di disgustare i Normanni, di modo ch'egli venne nelle mani de' Normanni stessi. Volle Dio che costoro si ricordassero di esser Cristiani, nè obbliassero il rispetto dovuto al vicario di Cristo. Perciò, lungi dal fargli oltraggio alcuno, corsero a baciargli i piedi, e a chiedergli perdono ed assoluzion delle colpe. Il papa li benedisse, ed ottenne d'esser condotto a Benevento: il che con tutto onore di lui eseguirono. Quivi si fermò egli per molto tempo, cioè per tutto quest'anno e parte del seguente, ma senza essergli permesso di tornarsene indietro. L'Ostiense scrive che entrò in Benevento nel dì 23 di giugno. Non fu lodata dai zelanti cattolici d'allora questa impresa di papa Leone, ed anzi fu creduto che Dio permettesse ciò per insegnare ai capi della Chiesa e agli altri sacri ministri di non intervenire ai sanguinosi spettacoli della guerra. _Occulto Dei judicio_, dice Ermanno Contratto, _sive quia tantum sacerdotem spiritalis potius quam pro caducis rebus pugna decebat; sive quod nefarios homines quam multos ad se ob impunitatem scelerum vel quaestum avarum confluentes, contra itidem scelestos secum ducebat; sive divina justitia alias, quas ipsa novit, ob caussas nostros plectente_.