Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 20
Abbiamo da Ermanno Contratto[640] che _Widgero_ eletto e non consecrato arcivescovo di Ravenna, dopo aver per due anni incirca occupata quella chiesa e commesse varie crudeltà e cose improprie, chiamato in Germania dal re Arrigo, fu da esso deposto. Celebrò Arrigo la Pentecoste in Aquisgrana, dove se gli presentò _Gotifredo duca_ della Lorena, per chiedergli misericordia de' suoi falli, nè solamente l'ottenne, ma anche il ducato, da cui era decaduto per le già enunziate ribellioni. Sarà cura d'altri il vedere se questa umiliazione di Gotifredo sia diversa dalla narrata nell'anno precedente. Si credeva Arrigo di aver terminate le guerre coll'Ungheria, che gli aveano dato tanto da fare negli anni addietro, e parendogli di lasciar quieta la Germania, determinò sull'autunno di quest'anno la sua venuta in Italia, per dar sesto agli affari di queste contrade, e massimamente di Roma, dove desiderava di prendere la corona dell'imperio. Era per viaggio con un esercito numeroso, quando sentì sconvolto di nuovo il regno dell'Ungheria; ma non istette per questo, e seguitò l'impreso cammino. Arrivato a Pavia, tenne ivi un concilio, oppure una dieta. Verisimile cosa è che in tal congiuntura egli ricevesse in Milano la corona ferrea dalle mani di _Guido arcivescovo_. Passò dipoi a Piacenza, dove venne a trovarlo Graziano, cioè papa _Gregorio VI_, che fu accolto con onore, e rimandato con belle parole alla sua residenza. Sul finir di novembre noi troviamo esso re in Lucca, dove fece una donazione[641] _VII kalendas decembris, anno dominicae Incarnationis MXLVI, Indictione XIV, anno autem domni Henrici III, ordinationis ejus XVIII, regni vero VIII. Actum Lucae_. Giunto Arrigo a Sutri alquanti giorni prima del santo Natale, quivi fece raunare un gran concilio di vescovi, e v'inviò anche papa Gregorio, acciocchè fosse presidente di quella sacra adunanza. Non mancò egli di andarvi, colla speranza che abbattuti gli altri due papi, egli resterebbe solo sul trono. Abbiamo dall'Annalista sassone[642], avere un romito (è molto che non dicessero un angelo) inviato al re Arrigo questo ricordo:
_Una Sunamitis nupsit tribus maritis._ _Rex Henrice, Omnipotentis vice_ _Solve connubium triforme dubium._
Ora in esso concilio fu esaminata la causa di tutti e tre i papi, cioè di _Benedetto IX_, di _Silvestro III_ e di _Giovanni VI_, e trovato che con male arti e colla simonia aveano conseguito il pontificato, furono tutti deposti, o, per dir meglio, dichiarato nullo ed illegittimo il loro papato. Il cardinal Baronio, che teneva non già simoniaco, ma vero e legittimo papa _Gregorio VI_, crede ch'egli spontaneamente rinunziasse, e chiama una _detestanda prosunzione_ quella del re Arrigo, quasichè egli il facesse deporre, perchè senza suo consentimento fosse stato eletto dai Romani. Ma cotal pretensione difficilmente potè avere Arrigo, perchè essendo solamente re, niun diritto aveva egli sopra la città e i fatti di Roma. Quel che più importa, meritano qui ben più d'essere uditi gli antichi storici[643] che dicono _convinto_ di simonia anche il suddetto Gregorio VI. Sopra tutto si legga quello che ne scrive Leone vescovo ostiense[644] e cardinale, informatissimo di quegli affari, il quale non ha difficoltà di dire che il re Arrigo, _caelitus inspiratus, de tanta haeresi sedem apostolicam desiderans expurgare, Sutri restitit, et super tanto negotio deliberaturus, universale ibi episcoporum concilium fieri statuit_, ec. Nè s'avvide il saggio Baronio ch'egli disavvedutamente dava una mentita ad un insigne e santo papa di questo medesimo secolo, cioè a _Vittore III_, stato prima abbate di Monte Casino col nome di Desiderio. Questi ne' suoi dialoghi, i quali si veggono pur anche citati da esso porporato Annalista, scrive[645] che Benedetto _IX Joanni archipresbytero, non parva ab eo accepta pecunia, summum sacerdotium tradidit_. Aggiugne, che Arrigo _tres illos, qui injuste apostolicam sedem invaserant, cum consilio et auctoritate totius concilii juste depettere instituit_, e che Gregorio VI _agnoscens se non posse juste honorem tanti sacerdotii administrare, ex pontificali sella exsiliens, ac semetipsum pontificalia indumenta exuens, postulata venia, summi sacerdotii dignitatem deposuit_. Altrettanto si ricava da una bolla di _Clemente II_ papa, successore del medesimo Gregorio, e da _Bonizone vescovo_ di Sutri in questo secolo, le parole dei quali son riferite dal padre Pagi[646]. Ma se giustamente operò Arrigo, e, per confessione dello stesso Baronio, _inventum est plane remedium, opportunum, quum metu et reverentia imperatoris cessarint violentae illae intrusiones, crebro, ut vidimus, per comites tusculanos sacrilege iteratae_: come mai si viene ad insultare alla memoria di questo re, autore giusto d'un rilevantissimo beneficio? Anche Sigismondo imperadore si sbracciò per far deporre tre papi, e lode, non biasimo conseguì da tutti. Veggansi gli encomii che san Pier Damiano[647] diede per questo allo stesso imperadore Arrigo. Fu poscia condotto in Germania il deposto _Gregorio VI_, e quivi terminò i suoi giorni, non si sa bene in qual città o monistero. Sappiamo bensì che il celebre _Ildebrando_, di cui avremo a parlare non poco, il seguitò, ma contra sua voglia, in quell'esilio. Dopo il concilio di Sutri entrò in Roma il re Arrigo, e raunatosi tutto il clero e popolo romano nella basilica vaticana co' vescovi stati al suddetto concilio, restò eletto, per consentimento di tutti, sommo pontefice _Suidgero vescovo_ di Bamberga, personaggio cospicuo per la sua pietà e letteratura, il quale con gran ripugnanza accettò e prese il nome di _Clemente II_. E ciò, perchè non si trovò nel clero romano chi fosse creduto degno di sì sublime ministero. Crede il cardinal Baronio che questo fosse _velamentum fraudis, et adinventus praetextus, quod eligeretur peregrinus, eo quod Romae non reperiretur idoneus: nam quis magis idoneus ipso Gregorio, quem viri sanctissimi atque doctissimi ejus temporis summis laudibus praedicarunt_? Ma ne vuol egli il Baronio saper più di Vittore III papa, e di Leone cardinale e vescovo d'Ostia, viventi in questo tempo, e ben informati di quegli affari, ed amendue chiaramente attestanti che _non erat tunc talis reperta persona, quae digne posset ad tanti honorem sufficere sacerdotii_? Nè d'esso certamente parrà mai degno il suddetto Gregorio, dacchè fu convinto d'essere entrato simoniacamente nella sedia di san Pietro. Lo stesso san Pier Damiano, che sulle prime, per non sapere il mercato fatto, cotanto lodò esso Gregorio, poscia di lui scrisse[648]: _Super quibus, praesente Henrico imperatore, quum disceptaret postmodum synodale concilium, quia venalitas intervenerat, depositus est_. Che se Martin Polacco ed altri storici lontani da questi tempi scrissero che Clemente II fu _invasor apostolicae sedis_, non meritano d'essere ascoltati, perchè Clemente fu eletto da tutto il clero e popolo romano. Nel Natale del Signore fu consecrato esso papa _Clemente II_, e nel giorno medesimo con gran pompa fu acclamato imperador de' Romani _Arrigo_, terzo fra i re di Germania, e secondo fra gl'imperadori. Ricevette non men egli che l'Augusta sua consorte _Agnese_ l'imperial corona dalle mani del novello pontefice. E così, come erano coronati, insieme col papa[649], e fra i viva e l'accompagnamento del popolo romano e delle altre nazioni, amendue passarono al palazzo del Laterano. Celebratissimo era in questi tempi il monistero della _Pomposa_, oggidì nel distretto di Ferrara, monistero antichissimo, ma sommamente arricchito da _Ugo marchese_, uno degli antenati della casa d'Este, ed illustrato in maniera da _Guido_ abbate santo, che Guido aretino monaco, ristoratore del canto fermo, in una sua lettera rapportata dal cardinal Baronio all'anno 1022[650], nominando il monistero pomposiano, ebbe a dire: _Quod modo est per Dei gratiam, et reverentissimi Guidonis industriam in Italia primum_. Era l'abbate Guido in istima grande presso il re Arrigo e però, siccome costa dalla Vita di lui, scritta da un monaco contemporaneo, e data alla luce dai padri Bollando[651] e Mabillone[652], ebbe ordine da esso re nell'anno presente di andare incontro ai messi reali, spediti in Italia per fare i preparamenti necessarii per la venuta del re medesimo, perchè Arrigo intendeva di valersi in tutto del parere del santo abbate. Andò Guido a Parma, indi a Borgo san Donnino, dove infermatosi passò a miglior vita nel dì 31 di marzo, dopo aver governato per quarantotto anni il suo monistero. Racconta Donizone[653] che _Bonifazio duca_ e marchese di Toscana, e signore di Ferrara, una volta l'anno andava alla Pomposa per farvi la confessione de' suoi peccati, perchè allora era poco in uso il frequentare i confessionarii:
_Fratres ac abbas ejus delicta lavabant,_ _Ecclesiae quorum solito dabat optima dona,_ _Rex etenim numquam dedit ullus ibi meliora._
E perciocchè, secondo l'abuso comune di questi tempi corrotti, i re, i principi e i vescovi vendevano, cioè conferivano le chiese per danari, il santo abbate Guido diede al marchese Bonifazio una buona disciplinata, e gli fece promettere di guardarsi in avvenire da questo abbominevole e sacrilego mercato:
_Qua de re Guido sacer abbas arguit, immo_ _Hunc Bonifacium, ne venderet amplius, ipsum_ _Ante Dei matris altare flagellat amaris_ _Verberibus nudum, qui deliciis erat usus._ _Pomposae vovit tunc abbatique Guidoni,_ _Ecclesiam nullam quod per se venderet unquam._
Abbiamo da Lupo Protospata[654] che in quest'anno Argiro figliuol di Melo, patrizio e duca della Puglia, andò a Costantinopoli, dove Guglielmo pugliese[655] attesta che ricevette grandi onori e commissione dal greco Augusto di trovar maniera di scacciare di Puglia i Normanni, che ogni dì più divenivano potenti ed insolenti, e recarono ancora in questi tempi non poche molestie e danni alle castella ed ai beni di Monte Casino. Intanto, secondo il suddetto Protospata, Eustasio, catapano de' Greci in Italia, richiamò tutti i banditi da Bari, e li fece ritornare alla lor patria. E nel dì 8 di maggio, essendo ito coll'esercito suo a Trani per assalire i Normanni, col riportarne una rotta imparò a conoscer meglio e a rispettare quella valorosa nazione. Ma una grande perdita fecero in questo anno anche i Normanni, perchè la morte rubò loro _Guglielmo Bracciodiferro_, capo de' medesimi, il cui solo nome era terror de' nemici. _Drogone_ suo fratello fu creato conte, ed ebbe tutti i di lui Stati. Non so se a quest'anno, oppure alla prima venuta di Arrigo in Italia, appartenga ciò che narra Donizone[656]. Cioè, che trovandosi esso re in Mantova, Alberto visconte di quella città, cioè vicario in essa del marchese e duca di Toscana Bonifazio, gli donò del suo cento cavalli (cosa non facile a credersi) e dugento astori per la caccia degli uccelli. Di sì sterminato dono si maravigliarono forte il re e la regina, conoscendo da questo che gran signore doveva essere il marchese, quando al suo servigio avea degli uffiziali sì ricchi. Volle l'imperadore tener seco questo Alberto alla sua tavola; ma egli se ne scusò con dire di non aver mai osato di mangiare alla mensa del suo padron Bonifazio. Avendogli nondimeno data licenza Bonifazio, pranzò col re, e ne riportò varii doni di pelliccie, usatissime in questi tempi, le quali poi presentò egli tutte al duca Bonifazio suo signore col cuoio di un cervo ripieno di danari, affine di placarlo. In questo secolo e nei precedenti ogni città aveva il suo _conte_, cioè il suo governatore, ed ogni conte il suo _visconte_, cioè il suo vicario: onde poi vennero varie nobili famiglie appellate dei visconti. In questo anno, secondochè si può ricavare dal suddetto Donizone, _Beatrice_, duchessa di Toscana, partorì al suddetto Bonifazio suo consorte la _contessa Matilda_, i cui fatti la renderono poi celebre nella storia d'Italia. Avea prima partorito un maschio appellato _Federigo_, ma egli non sopravvisse molto al padre. Circa questi tempi, per quanto abbiamo dall'autore della Vita di san Severo vescovo di Napoli[657], _Giovanni duca_ di Napoli e della Campania andò ad assediar Pozzuolo, e quivi stette accampato gran tempo, ma senza apparire qual esito avesse quell'assedio.
NOTE:
[640] Hermannus Contract., in Chron.
[641] Antiquit. Ital., Dissert. LVI.
[642] Annalista Saxo.
[643] Chronograph. S. Benigni. Hermannus Contract., in Chron. Pandulfus Pisanus. Arnulfus Hist. Mediol.
[644] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 79.
[645] Victor III. Dialogor., lib. 3.
[646] Pagius, in Annal. Baron. ad ann. 1044.
[647] Petrus Damian., Opusc. VI, cap. 36.
[648] Petrus Damian., Opuscul. XIX, cap. 11.
[649] Hermannus Contractus, in Chron.
[650] Baron., in Annal. Ecclesiast.
[651] Bolland., in Act. Sanctorum.
[652] Mabill., Saecul. VI Benedict., P. I.
[653] Donizo, in Vit. Mathild., lib. 1, cap. 14.
[654] Lupus Protospata, in Chronico.
[655] Gulielmus Apulus, lib. 2.
[656] Donizo., in Vit. Comitiss. Mathild., lib. 1, cap. 12.
[657] Vita S. Severi Episcop. in Act. Sanctorum Neapol., ad diem 30 aprilis.
Anno di CRISTO MXLVII. Indizione XV.
CLEMENTE II papa 2. ARRIGO III re di Germania 9, imperadore 2.
Il vizio della simonia, siccome abbiamo detto, inondava allora tutta l'Italia. _Clemente II_ papa, animato dal suo zelo e dalle premure dell'_imperadore Arrigo_, che al pari del pontefice desiderava tolta dalla Chiesa di Dio questa infamia, celebrò un concilio in Roma contra de' simoniaci, di cui fa menzione san Pier Damiano[658]; ma gli atti son periti. È da vedere come da esso san Pier Damiano venga esaltato l'imperadore Arrigo, per la cura che egli si prese di estirpare la simonia nei regni a lui consegnati da Dio, e massimamente in Italia, con recedere affatto dal pessimo esempio de' suoi predecessori. E perciocchè pur troppo i Romani aveano in addietro per amore della pecunia conculcate le leggi di Dio e della Chiesa nelle elezioni dei papi, dal che erano seguiti tanti scandali, e si mirava ridotta in tanta povertà la santa Chiesa romana; esso re obbligò il clero e popolo di Roma che non potesse eleggere e consecrar papa alcuno senza l'approvazione sua. _Et quoniam_, dice san Pier Damiano, _ipse anteriorum tenere regulam noluit, ut aeterni regis praecepta servaret, hoc sibi non ingrata divina dispensatio contulit, quod plerisque decessoribus suis eatenus non concessit: ut videlicet ad ejus nutum sancta romana Ecclesia nunc ordinetur, ac praeter ejus auctoritatem apostolicae sedi nemo prorsus eligat sacerdotem_. Anche Glabro Rodolfo ed Ugo flaviniacense attestano questa pia premura dell'Augusto Arrigo contro la simonia; e perciocchè la corruzion del secolo era allora grande, ed esso imperadore, pieno d'ottimi sentimenti, altro non desiderava che il ben della Chiesa, fu allora creduto utile e necessario il ripiego suddetto. Ma perchè ad un padre buono succedette un figliuolo cattivo che cominciò ad abusarsi di questa autorità, e il clero e popolo romano si diede allo studio e alla pratica delle virtù, cessò questo bisogno, e fu giustamente rimessa in piena libertà del clero romano l'elezion de' sommi pontefici, che da molti secoli s'usa, ed è da desiderare che sempre duri, ma che nello stesso tempo cessino le scandalose lunghezze dei conclavi, e le private passioni de' sacri elettori in affare di tanta importanza per la Chiesa di Dio. In esso concilio insorse nuova lite di precedenza fra gli arcivescovi di Ravenna e di Milano, e il patriarca di Aquileia; e la sentenza fu data in favore del ravennate. Di questo fatto altra testimonianza non abbiamo, fuorchè una bolla di papa Clemente II, accennata dal Rossi[659] e pubblicata dall'Ughelli[660], la qual veramente ha tutta l'apparenza di non essere finta, ed avrebbe anche maggior credito se non le mancasse la data. Tuttavia il Puricelli la crede una finzione, e noi abbiamo due storici milanesi di questo secolo, che nulla ne parlano, cioè Arnolfo e Landolfo seniore. Anzi il secondo scrive[661] che in un concilio tenuto (non so se nell'anno 1049, oppure nel 1050) da san Leone IX avvenne la controversia della precedenza fra gli arcivescovi di Milano e di Ravenna, e che, _Deo annuente, ecclesia ambrosiana per Guidonem sedem ipsam viriliter devicit, et religiose hodie et semper tenebit_. Ed Arnolfo[662] anch'egli attesta che nel concilio romano Guido arcivescovo di Milano fu onorevolmente trattato _ab apostolico tunc Nicolao, cujus dextro positus est in praesenti synodo latere_: forse nell'anno 1059. Oltre a ciò, Benzone scismatico vescovo d'Alba, che visse sotto il re Arrigo IV, figliuolo di questo imperadore, nel panegirico, ossia nella satira pubblicata dal Menckenio[663], scrive, che quando il re va a prendere la corona imperiale, _eum sustentat ex una parte papa romanus, ex altera parte archipontifex ambrosianus_. Oltre di che, Domenico patriarca d'Aquileia in una sua lettera, scritta circa l'anno 1054, e pubblicata dal Cotelerio[664], scrive d'essere in possesso di sedere alla destra del papa.
Dimorava tuttavia in Roma l'imperadore Arrigo, allorchè confermò tutti i suoi beni al monistero di san Pietro di Perugia con un diploma[665], dato _III nonas januarii, anno dominicae Incarnationis MXLVII, Indictione XV, anno autem domni Heinrici tertii, ordinationis ejus XVIII, regnantis VIII, imperantis autem primo. Actum Romae_. Un altro ne diede pel monistero di Casauria[666] kalendis januarii. _Actum ad Columna civitatem_, onde prese il cognome la nobilissima casa Colonna. Uscito Arrigo di Roma, dopo aver preso _nonnulla castella sibi rebellantia_, come s'ha da Ermanno Contratto[667], passò a Monte Casino, dove, accolto con grande onore da quei monaci, lasciò molti regali, e con un diploma, portante il sigillo d'oro, confermò tutti i diritti e beni di quell'insigne monistero. Abbiamo questo diploma dal padre Gattola[668], e si vede dato_ tertio nonas februarii, anno dominicae Incarnationis MXLVII, Indictione XV, anno autem domni Heinrici tertii, ordinationis ejus decimo octavo, regnantis quidem octavo, sed imperantis primo. Actum Capuae_. A Capoa appunto da Monte Casino se n'andò l'imperadore. Ossia che _Guaimario IV_ principe di Salerno, il quale dall'Augusto Corrado avea anche ottenuto il principato di Capoa, non fosse molto in grazia dell'Augusto Arrigo; oppure che avesse fatto gran progresso nella corte e nell'animo di lui _Pandolfo IV_ già principe di Capoa, deposto dal suddetto Corrado: egli è fuor di dubbio che Arrigo trattò la restituzion d'esso Pandolfo nel principato di Capoa, e che Guaimario gliel rinunziò con riceverne una buona somma d'oro. Presentaronsi anche all'imperadore i Normanni, cioè _Drogone_ conte di Puglia, e _Rainolfo_ conte di Aversa; e i regali a lui fatti di molti destrieri e danari produssero buon effetto; perciocchè ne riportarono l'imperiale investitura di tutti i loro Stati. Da Capoa s'incamminò alla volta di Benevento; ma, secondo Ermanno Contratto, essendo stata ingiuriata dai Beneventani la suocera dell'imperadore, nel passare per colà in venendo dalla divozione del monte Gargano, i Beneventani temendo lo sdegno d'esso imperadore, nol vollero ricevere, e si ribellarono. Conduceva Arrigo allora poche truppe con seco, per averne rimandate la maggior parte in Germania; e veggendo che gli mancavano le forze per procedere ostilmente contra di quel popolo, altro ripiego non seppe trovare che di farli scomunicare da papa Clemente, suo compagno in quel viaggio. Tenne esso Augusto (ma non si sa in qual giorno) nel contado di Fermo un placito, riferito dall'Ughelli[669]. Intanto l'_imperadrice Agnese_ venuta a Ravenna, quivi gli partorì una figliuola. Inviossi dipoi l'Augusto Arrigo alla volta della Germania, e trovandosi in _san Flaviano_ nel dì 13 di marzo, diede un altro privilegio in favore del monistero di Casa Aurea[670]. Passato dipoi a Mantova nel dì 19 d'aprile, giorno di Pasqua, celebrò con gran solennità la festa. Quivi gravemente s'infermò, ma riavuto si fece venir da Parma il corpo di san Guido abbate della Pomposa, morto nel precedente anno, e glorificato da Dio con molti miracoli, e seco dipoi lo condusse in Germania. Mentre l'imperadore in Mantova si trovò, dovette succedere quanto vien raccontato da Donizone[671]. Era divenuta alquanto sospetta ad esso imperadore la troppa potenza di _Bonifazio duca_ e marchese; e però gli cadde in pensiero di farlo arrestare, allorchè egli veniva all'udienza, con ordinare alle guardie di lasciarlo passare con non più di quattro persone, e di chiudere incontanente le porte. Lo scaltro Bonifazio v'andò coll'accompagnamento di una buona comitiva de' suoi provvisionati, tutti provveduti d'armi sotto i panni. Costoro, a veder le porte serrate dopo Bonifazio, le sforzarono, nè vollero mai perdere di vista il padrone, il quale scusò questa insolenza con dire francamente al re che l'uso di sua casa era d'andar sempre accompagnato dai suoi. Arrigo tentò ancora di sorprenderlo di notte; ma avea che fare con uno che anche dormendo tenea gli occhi aperti, e però se ne andò senza far altro che ringraziarlo del buon trattamento. Nel dì primo di maggio _Cadaloo vescovo_ di Parma ottenne dall'Augusto Arrigo in Mantova il titolo e la dignità di conte di Parma[672]. E nel dì 8 di maggio riportò Alberico abbate del nobil monistero di san Zenone di Verona dall'imperadore un privilegio[673], _dato VIII idus maii, anno dominicae Incarnat. MXLVII, Indict. XV, anno autem domni Heinrici tertii, ordinationis ejus XVIII, regnantis VIII, secundi imperatoris primo. Actum Folerni._ Era esso Augusto in Trento nel dì 11 di maggio, come apparisce da altro suo diploma dato ai canonici di Padova[674] colle stesse note.