Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 2

Chapter 22,906 wordsPublic domain

[39] Anecdot. Latin., tom. 2.

[40] Annalista Saxo.

[41] Romualdus Salernitanus, in Chron., tom. 7 Rer. Ital.

[42] Sigonius, de Regno Ital., lib. 7.

[43] Gotifredus Viterbiens., in Panth.

[44] Landulf. Senior, Hist. Mediol., t. 4 Rer. Ital.

Anno di CRISTO DCCCCXCVII. Indiz. X.

GREGORIO V papa 2. OTTONE III re 15, imperad. 2.

Pareva che ormai dovesse il regno d'Italia, e Roma più che le altre città, goder pace e quiete, dacchè c'era un imperador potente che potea farsi rispettare ed ubbidire da tutti. Ma non fu così. Un mal uomo, un uomo acciecato dall'ambizione, conviene dire che fosse _Crescenzio_ console di Roma. Quando si credeva _Gregorio V_ papa di poter esercitare quel temporal dominio in Roma e nel suo ducato che aveano goduto tanti suoi predecessori, e che gli era stato confermato dall'Augusto _Ottone III_, trovò un troppo gagliardo oppositore in esso Crescenzio. Avvezzo questi a comandare, senza far caso del giuramento di fedeltà prestato al medesimo papa e all'imperadore, dimenticando ancora il perdono dei suoi falli, poco dianzi ottenuto ad intercessione dello stesso pontefice: tanto fece, che obbligò Gregorio V a fuggirsene di Roma, _nudus omnium rerum_, e a mettere in salvo la vita[45]. Ritirossi egli a Pavia, dove raunato un concilio di vescovi, fulminò la scomunica contra di Crescenzio. Ma questi se ne rise; anzi da lì a non molto passò all'estremo degli eccessi, quasichè non ci fosse più nè Dio nè potenza umana valevole a contrastare con lui. Cioè capitò in questi tempi a Roma quel _Giovanni_ calabrese vescovo ossia arcivescovo di Piacenza, di cui s'è parlato più volte negli anni addietro, e il quale nella vita di san Nilo Egumeno presso il cardinal Baronio porta il nome di _Philagathus_, già inviato dallo stesso Ottone III a Costantinopoli per trattare del suo maritaggio con una delle figliuole dei greci Augusti. Venivano con esso lui gli ambasciatori spediti all'Augusto Ottone da _Basilio_ e _Costantino_ imperadori, che furono con grande onore ricevuti da Crescenzio. Allora fu che tanto l'ambizioso Crescenzio, quanto il volpone Giovanni tramarono una tela d'infame politica, che abbastanza risulta dalla storia di quei tempi: cioè si accordarono insieme che il governo temporale di Roma restasse a Crescenzio, ma sotto la protezione e sotto la sovranità degl'imperadori greci, e Giovanni fosse creato papa, con contentarsi del governo spirituale della Chiesa di Dio. Parlando Arnolfo milanese[46] di questo Giovanni greco, ha le seguenti parole: _De quo dictum est, quod romani decus imperii astute in Graecos transferre tentasset._ A me sembra verisimile che anche gli ambasciatori greci avessero mano in questo indegno trattato, che fu immediatamente eseguito, con aver la fazion di Crescenzio eletto e consecrato il suddetto Giovanni, manifesto antipapa, ed usurpatore del trono pontifizio. Fece inoltre Crescenzio mettere in prigione gli altri legati dell'imperadore Ottone che erano tornati da Costantinopoli. Benchè io abbia di sopra dato assai a conoscere chi fosse Giovanni, ora divenuto antipapa, pure ai lettori non sarà discaro di mirarne la pittura che ce ne lasciò il Cronografo sassone[47], appellato dal Pagi, maddeburgense. _Hic igitur_, dice egli, _Johannes natione graecus_ (di sopra l'avea chiamato _Johannem quemdam calabritanum_) _conditione servus, astu callidissimus imperatorem Augustum Ottonem II sub paupere adiens habitu, ob interventum suae dilectae contectalis Theophanu Augustae, regia primum est alitus stipe. Deinde procurrente tempore, vulpina, qua nimium callebat, versutia praefatum eatenus circumvenit Augustum_ (veggasi all'anno 982) _ut pro loco et tempore satis clementi ab eo gratia donatus, paene inter primos usque ad defunctionem suam clarus haberetur. Post dormitionem vero secundi Ottonis, regnante jam tertio Ottone filio suo, praefatus Johannes ingenita sibi circa illos calluit securius astutia, quo regis infantia et primatum illius permittebatur incuria. Ad haec defuncto placentinae urbis episcopo, vir bonae indolis ei subeligitur. Quo indecenter ejecto, praefatus Johannes, non pastor sed mercenarius, eamdem non regendam, sed devastandam suscepit ecclesiam. Quam quum aliquot annos teneret, avaritiae diabolicae inebriatus veneno, tantum se extulit super se, ut etiam Romae ipsam beati Petri apostoli sedem, antichristi membrum vere effectus, fornicando potius pollueret, quam venerando insederet._ Ecco qual fosse il furbo calabrese che s'intruse nella sedia sacrosanta del principe degli Apostoli. Fu egli perciò scomunicato da tutti i vescovi dell'Italia, Germania e Francia.

Crescenzio intanto _imperium sibi usurpavit_; e perchè papa _Gregorio V_ si azzardò d'inviare i suoi legati a Roma, li fece egli prendere, e cacciolli in prigione. Di tutta questa sacrilega sollevazione andavano di mano in mano gli avvisi all'Augusto _Ottone III_; ma trovandosi egli in Germania impegnato nella guerra contro gli Slavi, non potè sì presto accudire agl'interessi d'Italia, certo essendo ch'egli fin verso il fine di quest'anno non si mosse dalla Sassonia. Perciò scorretto è da dire un suo diploma da me letto nell'archivio episcopale di Cremona con queste note[48]: _Data kalendis maji, anno dominicae Incarnationis nongentesimo nonagesimo septimo, domni autem Ottonis regnantis XV, imperii vero II, Indictione X. Actum Romae._ Gli anni del regno e dell'imperio convengono all'anno seguente, e conseguentemente s'ha da scrivere _anno DCCCCXCVIII, Indictione XI_. S'ingannò eziandio il Sigonio, e poi Girolamo Rossi, allorchè scrissero che Ottone III fu in Ravenna nell'aprile dell'anno presente, dove alle preghiere di Alasia sua sorella donò alcuni stati in Lombardia a Witichindo, _a quo illustris Carrettorum familia manavit_, come spacciavano i favolosi genealogisti degli ultimi secoli. Se sia poi documento legittimo una bolla di _Gregorio V_ papa, che si pretende conceduta in quest'anno a _Giovanni arcivescovo_ di Ravenna, _nonis julii, Indictione X_, nelle scritture estensi, per la controversia di Comacchio, è stato abbastanza esaminato. Abbiamo presso il Campi[49] un diploma di Ottone III spedito nell'anno presente _XVI kalendas augusti. Actum Eschonowaga_, cioè in una terra di Germania. Circa il fine poi dell'anno presente indubitata cosa è che esso imperadore calò di nuovo in Italia, sì perchè sotto quest'anno l'Annalista d'Ildeseim[50] scrive ch'egli, _ut Romanorum sentinam purgaret, Italiam perrexit_, e sì perchè così persuadono i documenti che citerò all'anno seguente. Basti qui l'accennare un suo diploma, pubblicato dal padre Puccinelli[51], che cel fa vedere in _Trento_ nel dì 13 di dicembre dell'anno presente; e l'Ughelli attesta che il medesimo ne spedì un altro in favore della chiesa di Vercelli, _Papiae in palatio XI kalendas januarii anno Incarnat. Domini DCCCCXCVII, Indictione XI, anno regni XIV, imperii autem II._ Si aumentò mirabilmente in quest'anno la potenza dei Veneziani[52], perchè nata discordia dopo la morte di _Turpimiro_ re dei Croati Schiavoni, le città marittime della Dalmazia mostrarono genio di darsi sotto il dominio veneto, che in quelle parti non possedeva allora se non la città di Zara. Il saggio dunque e valoroso doge _Pietro Orseolo II_ con una buona armata navale si portò colà, ed ebbe ubbidienti ai suoi cenni Parenzo, Pola, Ausere, Veglia, Arbe, Traù, Spalatro, Curzola, Liesina, Ragusi, ed altre città ed isole; dopo di che trionfalmente restituitosi a Venezia, cominciò ad intitolarsi _duca della Dalmazia_.

NOTE:

[45] Annales Hildesheim. Annalista Saxo.

[46] Arnulphus, Hist. Mediol. tom. 4 Rer. Ital.

[47] Cronographus Saxo apud Leibnitium.

[48] Antiquit. Italic., Dissert. XI.

[49] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.

[50] Annales Hildesheim.

[51] Puccinelli, Chron. della Badia Fiorentina, pag. 232.

[52] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

Anno di CRISTO DCCCCXCVIII. Indiz. XI.

GREGORIO V papa 3. OTTONE III re 16, imperad. 3.

Da uno strumento, da me dato alla luce[53], noi ricaviamo che nel dì 15 di gennaio dell'anno presente _domnus Otho dux filius bonae memoriae Cononi_ comperò da _Liutifredo vescovo_ di Tortona molte castella e beni. Il contratto seguì in Pavia. Questo _Ottone duca_, figliuolo di _Conone_, cioè di _Corrado duca_ della Francia orientale, altri non è che il padre di _Gregorio V_ papa. Essendosi ritirato a Pavia esso pontefice a cagione dello scisma introdotto nella Chiesa romana, colà si era portato ancora Ottone suo padre, marchese allora della marca di Verona; oppure vi capitò accompagnando l'Augusto _Ottone III_, il quale irritato forte contro i perturbatori del suo imperio e della Chiesa romana, sul fine del precedente anno era calato di nuovo in Italia. Il Cronografo sassone[54] ci fa sapere che _venerabilis papa Gregorius Papiae obviam factus est_ all'imperadore. Adunque Ottone III venne a Pavia, e, siccome poco fa osservammo, quivi celebrò la festa del santo Natale. Oltre a ciò, nel dì 5 di gennaio del presente anno egli si truova in quella città, dove diede un diploma in favore del monistero ambrosiano[55]: _Nonis januarii anno dominicae Incarnationis DCCCCXCVIII, regni vero domni Ottonis tertii XIV_ (dee essere _XV_), _imperii ejus II, Indictione XI. Actum Papiae._ Di là poi passò l'imperadore a Cremona, e quivi nel dì 29 di gennaio concedette ai canonici di santo Antonino di Piacenza un privilegio[56], dato _XIV kalendas februarii anno dominicae Incarnationis DCCCCXCVIII, Indictione XI, anno vero domni Ottonis tertii imperatoris regni ejus XV imperii II. Actum Cremonae._ Che esso Augusto nel medesimo giorno dimorasse in Cremona, ne abbiamo un'altra testimonianza in un placito da me pubblicato[57], il cui principio è tale: _Dum in Dei nomine civitate Cremona in domo_ (cioè nel palazzo del vescovo) _ipsius civitatis in Laubia majore ipsius domus, ubi domnus Otto gloriosissimus imperator praeesset, in judicio residebat, per ejusdem domni Olderici licentiam_ (cioè del vescovo di Cremona, perchè non si potea nei luoghi privati senza permission del padrone alzar tribunale di giustizia) _Otto dux et missus domni ipsius Ottonis imperatoris_ (cioè il padre di Gregorio V papa) _unicuique justitias faciendas et deliberandas: residentibus cum eo Henricus dux_ (cioè di Baviera, che fu poi imperadore), ec. In esso placito ottenne _Odelrico vescovo_ di Cremona una favorevol sentenza contra dei cittadini della medesima città usurpatori de' suoi beni. Da Cremona si trasferì Ottone a Ravenna, e quivi[58] _V idus februarii, Indictione XI_ confermò i privilegii ai canonici di Ferrara, con imporre ai trasgressori la pena di cento libbre, da pagarsi _medietatem camerae nostrae, et medietatem praedictis canonicis_, e non già alla camera pontificia. Dovette in tal congiuntura succedere ciò che narra Andrea Dandolo a questo medesimo anno[59]: cioè che soggiornando Ottone III in Ravenna, s'invogliò di fare una scappata a Venezia, per vedere quella maravigliosa città. Fatta dunque vista di ritirarsi all'antichissimo monistero della Pomposa, per quivi fare un poco di purga, con soli sei compagni e Giovanni Diacono si portò poscia colà incognito. Segretamente avvertito della sua venuta il doge, la notte trattava e cenava lautamente con lui, nel giorno poi il lasciava andare a suo talento visitando le chiese e le altre cose rare della città. Tenne Ottone Augusto al battesimo una figliuola del doge; gli condonò il pallio, che in vigore dei patti pagavano ogni anno i Veneziani al re d'Italia; e soddisfatta la sua curiosità, se ne ritornò a Ravenna. Finalmente in compagnia di papa Gregorio V e con un fioritissimo esercito d'Italiani e di Tedeschi s'incamminò il giovine imperadore alla volta di Roma[60].

In essa si trovarono questi due primi luminari della Cristianità _VIII kalendas martii anno dominicae Incarnationis DCCCCXCVIII, Indictione XI_, ciò apparendo da un diploma d'esso Augusto in favore dell'insigne monistero di Farfa contra d'_Ugo abbate[61], qui sibi imperialis abbatiae monasterii videlicet farfensis, absque nostro assensu regimen usurpaverat inique, et quod deterius est, pretio emerat a romano pontefice_. Il bello è che Ottone III lo tolse ad Ugo abbate, por darlo poi in commenda, ossia in benefizio ad _Ugo vescovo_. Non istette però molto a rimettere in possesso del medesimo monistero il suddetto Ugo abbate, il quale riuscì poi un valentuomo, e faticò non poco in vantaggio del suo monistero. Un altro suo diploma[62], dato in Roma stessa _V kalendas martii_, si legge nelle Antichità italiane. In esso son confermati tutti i suoi beni ad _Antonino vescovo_ di Pistoia. Non avea già aspettato l'arrivo di papa Gregorio, nè dell'imperadore, l'antipapa _Giovanni_; ma cautamente travestito, dopo aver tenuta occupata circa dieci mesi la sedia di san Pietro, se n'era fuggito. Poco nondimeno gli valse in questo bisogno l'astuzia sua. Fu scoperto e preso dai Romani stessi, i quali, per attestato di san Pier Damiano[63] e del Cronografo sassone[64], temendo che l'imperadore il lasciasse andar senza pena, gli tagliarono la lingua e il naso, gli cavarono gli occhi, e così malconcio il condussero nelle carceri di Roma. Da lì a qualche tempo postolo a rovescio sopra di un asinello, colla coda d'esso in mano il guidarono per le piazze e contrade della città, forzandolo a cantare: _Tale supplicium patitur, qui romanum papam de sua sede pellere nititur._ Novella ben graziosa, come se fosse credibile che il misero avesse voglia e forza da cantar questa canzone. E poi s'ha da chiedere a Pier Damiano, come potesse costui cantare, dopo averci detto che gli era stata dianzi tagliata la lingua. Per altro non si mette in dubbio l'obbrobrioso trattamento fatto a questo antipapa; anzi si sa che fu detestato da san _Nilo abbate_ greco, celebre di questi tempi, e fondatore del monistero di Grottaferrata, abitante allora in un monistero presso di Gaeta, la cui Vita si legge negli Annali ecclesiastici del Baronio. Udito che egli ebbe come l'antipapa _orbatus oculi, lingua et naso, in carcerem conjectus est_, per compassione a questo suo nazionale greco, benchè di patria calabrese, si portò a Roma. Accolto con somma divozione dal papa e dall'imperadore, chiese loro in dono l'infelice Giovanni, _qui_, diceva egli, _utrumque vestrum ex fonte baptismatis suscepit_. Veggasi a qual grado di riputazione avesse portato costui la sua ipocrisia, dacchè avea tenuto al sacro fonte due sì eccelsi personaggi. Allora l'imperadore colle lagrime agli occhi (_neque enim revera tota res ejus consilio peracta est_) gli rispose che gliel concederebbe, purchè esso Nilo volesse fermarsi in Roma a governare il monistero di santo Anastasio dei Greci. Si disponeva il buon servo di Dio ad accettar la proposizione; _sed durus ille papa, non contentus malis, quae adversus praedictum Philagathum_ (così egli nomina Giovanni) _patraverat, quum illum adduxisset, et sacerdotales vestes ei dilaniasset, per totam urbem circumduxit_, ec. Predisse poi Nilo tanto al papa, quanto all'imperadore l'ira di Dio, perchè niuna misericordia aveano di costui, male corrispondendo a Dio che loro l'avea dato nelle mani.

Non era già fuggito Crescenzio da Roma, perchè confidato nel creduto allora inespugnabile castello di sant'Angelo, quivi si serrò coi suoi partigiani[65]. Dopo la domenica in Albis fece l'imperadore imprendere l'assedio di quella fortezza con quante macchine erano allora in uso; e dati varii assalti e scalate, finalmente riuscì ai suoi di superar quella rocca. A Crescenzio preso e a dodici dei suoi tagliata fu, d'ordine dell'imperadore, la testa, e i lor cadaveri appesi ai merli del castello _III kalendas maji, quando Crescentius decollatus suspensus fuit_, come si ha da un diploma d'esso imperadore, citato dal padre Mabillone[66]. Ma diversamente contano questo fatto gli storici italiani, cioè Leone Ostiense, san Pier Damiano, Arnolfo e Landolfo seniore storici milanesi, con iscrivere che ingannevolmente, e con promessa e giuramento di aver salva la vita, s'indusse Crescenzio a dare il castello e sè stesso in mano dell'imperadore, il qual poscia con qualche pretesto gli fece tagliare la testa: il che servì ad atterrir chiunque non sapeva allora ubbidire nè al papa nè all'imperadore. Cessò di vivere, o rinunziò alla sua chiesa in quest'anno _Giovanni arcivescovo_ di Ravenna. Trovavasi nella corte dell'imperadore _Gerberto_ monaco franzese, da noi veduto abbate di Bobbio, e poscia arcivescovo di Rems. Cacciato da quella chiesa, si attaccò all'Augusto Ottone III, di cui era stato maestro, e siccome gran faccendiere stava attento ad ogni apertura di avanzare la sua fortuna. Ed appunto egli ottenne di essere promosso all'arcivescovato di Ravenna verso il fine d'aprile dell'anno corrente, e non già nell'anno antecedente, come pensò Girolamo Rossi. Tenne egli, prima che passasse quest'anno, un concilio dei suoi suffraganei in essa città[67]. Occorre qui un punto imbrogliato di storia. Presso l'Olstenio, e nei concilij del Labbe, e nelle giunte ad Agnello Ravennate[68], e nella Cronica di Farfa[69] si legge una riguardevol costituzione di Ottone III Augusto, indirizzata _consulibus senatus populique romani, archiepiscopis, abbatibus, marchionibus, comitibus, in Italia constitutes_, dove proibisce da lì innanzi ed annulla le alienazioni dei beni delle chiese. Fu fatta e pubblicata questa costituzione _XII kalendas otobris Indictione XII_ (cominciata nel settembre dell'anno presente) _anno III pontificatus domni Gregorii V papae, promulgata per manus Gerberti sanctae ravennatis ecclesiae archiepiscopi in ea synodo, in qua mediolanensi episcopo, Arnulfo nomine, papatum oblatum est in basilica beati Petri, quae vocatur ad Coelum aureum, et subscripserant omnes, qui adfuerunt episcopi_. Non si sa primieramente il luogo di questo concilio. Se in Ravenna esisteva una basilica di san Pietro _ad Coelum aureum_, o, come ha un altro testo, _ad Cellam auream_, quivi sarà stato tenuto il suddetto concilio. Ma più probabile sembra che qui si debba intendere la basilica famosa di questo nome, posta in Pavia, dove riposa il sacro corpo di santo Agostino. Non certo in Roma finchè non apparisca che ivi fosse basilica alcuna così denominata. Secondariamente non si capisce che significhino quelle parole, _in qua mediolanensi episcopo, Arnulfo nomine, papatum ablatum est_. Qui decide tosto il padre Pagi[70] con dire che l'imperito Cronografo farfense v'aggiunse di suo queste parole _et Arnulfum archiepiscopum mediolanensem loco Johannis archiepiscopi piacentini posuit_. Ma anche nel testo della Biblioteca estense, ove son le Vite degli arcivescovi di Ravenna, s'incontrano le stesse parole. E poi come aspettare al dì 20 di settembre di quest'anno, e al concilio di Pavia, a levare il papato a Giovanni Calabrese arcivescovo di Piacenza, s'egli già nel dì 2 di marzo era stato deposto e villaneggiato, e forse non si contava più tra i viventi? Giacchè a noi mancano i lumi della storia per rischiarare questo punto, amo meglio di tacere, oppure di solamente proporre un mio sospetto. Cioè morto in quest'anno _Landolfo II_, arcivescovo di Milano, gli succedesse _Arnolfo II_, il quale, siccome altri vescovi voleano allora usare il titolo di _servus servorum Dei_, riserbato oggidì al romano pontefice, così anche egli assumesse il titolo di _papa urbis Mediolani_, non già per usurparsi il pontificato romano, ma per imitare gli antichi vescovi, i quali erano, al pari del pontefice romano, chiamati _papi_. Giacchè il costume avea introdotto che ai soli successori nella cattedra di san Pietro si desse questo titolo, papa Gregorio si può immaginare che ne facesse doglianza, e che nel concilio di Pavia fosse decretato che Arnolfo desistesse dal chiamarsi _papa_. San Gregorio VII pontifice decretò dipoi che questo titolo fosse riserbato ai romani pontefici.