Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 19

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Da un documento da me pubblicato[606] noi ricaviamo che _Adalgerio_, cancelliere e messo del re Arrigo, tenne un placito in Pavia nel monistero di san Pietro _in coelo aureo_, al quale intervennero _Eriberto arcivescovo_ di Milano, _Rinaldo vescovo_ di Pavia, _Riuprando vescovo_ di Novara, _Litigerio vescovo_ di Como e _Adelberto conte_. Fu scritto quel giudicato _anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi millesimo quadragesimo tertio, regni vero domini Heinrici regis hic in Italia V, decimotertio kalendas madias, Indictione undecima_. Ma dovrebbe essere l'_anno IV_ del regno, prendendo il principio dell'epoca sua dalla morte di Corrado suo padre. Tristano Calco e il Puricelli che, fondati su questo documento, scrissero essere in quest'anno venuto in Italia il re Arrigo, presero un grosso abbaglio. Quivi non è vestigio alcuno di tal venuta, e vi si oppone ancora il silenzio delle storie. Seguitarono in questo anno ancora i nobili fuorusciti milanesi a tenere bloccata la città di Milano, con succedere frequentissimi conflitti fra essi e il popolo di quella città, da cui valorosamente si resisteva ai loro sforzi. Non men crudele danza continuava nella Puglia. Era stato balzato dal trono di Costantinopoli nell'anno addietro _Michele Calafata_, e in luogo suo innalzato _Costantino Monomaco_, che prese per moglie l'imperadrice Zoe, cioè la sconvolgitrice di quell'imperio[607]. Passava un'antica nimicizia fra esso Costantino e Giorgio Maniaco generale in Italia dell'armi greche. Prevedendo costui la sua rovina sotto un imperadore sì mal affetto verso di lui, parte per disperazione, parte per gli stimoli dell'ambizione, s'appigliò ad un'arditissima risoluzione con farsi proclamare imperador de' Greci, e prenderne le insegne. Cedreno accenna[608] che per cagion di Romano Duro, suo nemico e prepotente alla corte di Costantinopoli, Maniaco si ribellò. Infatti l'Augusto Monomaco avea spedito in Italia Pardo protospatario con ordine di spogliar Maniaco del comando. Ma lo scaltro Maniaco seppe così bene fare, che spogliò lui della vita e delle gran somme d'oro portate da esso Pardo in Italia, e se ne servì per regalar le truppe, e maggiormente adescarle nel suo partito. Abbiamo poi da Lupo Protospata[609] che Maniaco andò sotto Bari, ma nol potè trarre alla sua devozione. V'era dentro Argiro figliuol di Melo, che nè per minacce, nè per promesse volle indursi a sottomettersi a lui. Tentò anche di guadagnare i Normanni, ma non gli riuscì. Tutto questo pare succeduto nell'anno precedente. L'imperadore Costantino, a cui scottava forte la ribellion di Maniaco, nè trovava mezzi per ismorzar questo fuoco, si rivolse anch'egli ad Argiro e ai Normanni; ed esibite loro delle ingorde condizioni, e massimamente, come si può credere, la conferma delle loro conquiste, li tirò dalla sua. Dall'Anonimo Barense, da me dato alla luce[610], si raccoglie che vennero ad Argiro lettere imperiali _Foederatus, et Patriciatus, et Catapani, et Vestatus_ (forse _Sebastatus_). Portarono anche i messi imperiali dei magnifici regali per Argiro e per li Normanni. Tutto avrebbe dato il Monomaco per liberarsi da questo competitor dell'imperio. Argiro, ch'era da gran tempo all'assedio di Trani, ed avea fatta fabbricare una mirabil torre di legnami per espugnar la terra, tosto indusse i Normanni a ritirarsene, e a far preparamenti in favore di Costantino Monomaco contra di Maniaco. Scrisse a Rainolfo conte di Aversa per nuovi aiuti; e, raccolta un'armata di settemila persone, tutta gente di somma bravura ed avvezza alle vittorie, con Guglielmo Ferrodibraccio s'inviò in questo anno alla volta di Taranto, dove s'era chiuso Maniaco, non osando tenere la campagna contra de' pochi, ma formidabili Normanni. Taranto era città fortissima; prenderla per assalto si conosceva impossibile; nè i Greci voleano uscire a battaglia. Però dopo qualche tempo se ne tornarono indietro i Normanni. Saputo poi che Maniaco se n'era ito ad Otranto, e che contra di lui era venuta una flotta greca condotta da Teodoro patrizio e catapano, accorsero anch'essi per terra all'assedio di quella città. Maniaco, veggendo la malparata, ebbe la fortuna di potersi salvare per mare e di andarsene a Durazzo. Ma poco durò la sua buona sorte, perchè sorpreso dai soldati dell'Augusto Monomaco, terminò la sua tragedia con restare ucciso in quelle contrade; oppure, come vuol Cedreno, benchè vincitore, morì di una ferita. Il capo suo, portato a Costantinopoli, empiè di consolazione tutta quella corte. Otranto si diede ad Argiro, il quale dopo questa impresa licenziò tutti i Normanni, e se ne tornò glorioso alla città di Bari. In quest'anno ancora, per attestato del Dandolo[611], avendo finiti i suoi giorni _Domenico Flabanico_ doge di Venezia, gli succedette in quel principato _Domenico Contareno_. _Constantinus Augustus hunc ducem magistrali sede decoravit_, sono parole d'esso Dandolo, significanti che dal greco augusto fu dichiarato questo doge _magister militum_, come erano i duchi di Napoli, cioè generale d'armata. Rapporta l'Ughelli[612] la fondazione da lui fatta in quest'anno, insieme con _Domenico patriarca_ di Grado e con _Domenico vescovo_ olivolense, ossia di Venezia, del monistero di san Niccolò in Lido, con ivi ordinare _Sergio_ abbate. Passò in questo anno alle seconde nozze il re Arrigo III, con prendere per moglie, nel dì d'Ognissanti[613], _Agnese_ figliuola di _Guglielmo duca_ di Poitiers. Negli Annali d'Ildeseim[614] si parla all'anno seguente di questo fatto, ma con errore. A tali nozze fu un gran concorso di buffoni, giocolieri e ciarlatani, tutti credendo, come era l'uso di quei secoli, di riportarne de' bei regali. Ma Arrigo, ridendosi di quel ridicolo costume, tutti li lasciò colle mani piene di mosche, e ne dovette riportar molte maledizioni da quella canaglia, ma insieme molte lodi dai buoni e saggi.

NOTE:

[606] Antiquit. Italic., Dissert. LXVI.

[607] Guilielmus Apulus, Hist., lib. 1.

[608] Cedren., in Compend. Histor.

[609] Lupus Protospata, in Chronico.

[610] Antiquit. Ital., Dissert. I.

[611] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[612] Ughell., Ital. Sacr., tom. 5 in Venet. Patriarch.

[613] Hermannus Contractus. Lambertus Scafnaburgensis. Chron. Andegavense.

[614] Annales Hildesheim.

Anno di CRISTO MXLIV. Indizione XII.

GREGORIO VI papa 1. ARRIGO III re di Germania e d'Italia 6.

Per tre anni, secondo l'attestato di Arnolfo storico[615], durò il blocco di Milano, già intrapreso dai nobili fuorusciti contro le plebe di quella città. Terminò esso, a mio credere, piuttosto nel presente anno che nel precedente, come si figurò il Sigonio. Eccone la maniera, di cui siam tenuti a Landolfo seniore[616], altro storico milanese di questo secolo. Erasi ridotta per sì lungo contrasto in somme miserie quella nobil città, perchè troppo scemato il popolo a cagion dei tanti combattimenti e delle malattie sofferte, e massimamente perchè un'orrida fame era succeduta alla mancanza dei viveri. Pareano scheletri camminanti quei che erano restati in vita. Ora Lanzone capitan d'esso popolo, allorchè vide tendente al precipizio la fortuna de' suoi, nè rimaner loro speranza di soccorso, preso seco molto oro ed argento, segretamente se ne andò in Germania ad implorar il patrocino del re Arrigo. Il trovò molto adirato contra di _Eriberto arcivescovo_, perchè il supponeva autore di sì scandalosa division de' Milanesi, e insieme della ribellione, giacchè niuna delle due fazioni ubbidiva più agli ordini d'esso re. Purchè Lanzone si obbligasse di ricevere nella città di Milano quattromila cavalli tedeschi, promise il re Arrigo di aiutar la plebe contra dei nobili, e contra qualunque persona che volesse molestarla. A tutto acconsentì Lanzone, e fu determinato il tempo della spedizion dell'armata. Con queste buone nuove tornato a Milano rimise il cuore in corpo ai macilenti suoi seguaci, con gaudio incredibile di tutti, e con sua gran lode. Ma questo Lanzone, siccome personaggio ben provveduto di senno, ed amante della patria, stette poco a riconoscere a che pericolo si esponesse la città, e non men la fazione contraria che la sua. Fors'anche avea consigliatamente operato tutto per condurre alla pace i nobili ostinati. Perciò segretamente s'abboccò con alquanti nobili fuorusciti; e rappresentato loro quanto a tutti potea avvenire per così fiera disunione, non trovò difficoltà a stabilire una buona pace e concordia: con che rientrarono i nobili in Milano, e deposto ogni spirito di vendetta, attesero sì i grandi che i piccioli a vivere per allora con buona armonia, benchè poco fossero disposti gli animi dell'una parte verso dell'altra. Tal fine ebbe quella scandalosa discordia. Conoscendo _Poppone patriarca_ di Aquileia quanto fosse agevole, nella corruzione in cui si trovava allora la corte romana per cagione di un papa pieno di vizii, l'ottenere quel che si voleva[617], tanto s'adoperò, che ne riportò un decreto, che la chiesa di Grado, benchè da più secoli smembrata, dovesse riconoscere per suo metropolitano il patriarca aquileiense. Negli ultimi mesi adunque dell'anno presente portatosi con gente armata a Grado, diede il sacco a quanto vi era di buono; ed appunto con barbarica crudeltà attaccò il fuoco alle chiese e alla città, e ne fece un falò. _Domenico Contareno_ doge ed _Orso patriarca_ di Grado, commossi da sì empio insulto, ne scrissero lettere assai calde a _papa Benedetto_, e spedirono apposta a Roma i lor messi per implorar giustizia e ristoro. Furono trovate così buone le lor ragioni, che si venne nel sinodo romano ad abolire il privilegio surrettiziamente ottenuto, con obbligo di restituire il maltolto. Ed allora il doge di Venezia si studiò di rifabbricare l'abbattuta città di Grado. Tornati che furono alle lor case i Normanni dopo la morte di Maniaco, _Guaimario IV_ principe di Salerno e di Capoa, mal sofferendo che Argiro sotto l'ombra del greco imperadore usasse il titolo di principe di Bari e di duca d'Italia, determinò di fargli guerra. Aveva esso Guaimario preso il titolo di duca di Puglia e Calabria, quasichè questo gli somministrasse diritto sopra quelle provincie. Ora avendo egli condotti al suo soldo i Normanni che aveano abbandonato Argiro, portò le sue armi contro della Calabria. Cosa ivi facesse, non si sa. Lupo Protospata[618] solamente nota che Guaimario insieme con _Guglielmo Bracciodiferro_, capo de' Normanni, vi fabbricò il castello di Squillaci. Guglielmo pugliese aggiugne[619] ch'egli passò con quelle forze sotto Bari, e vi mise l'assedio, con intimarne la resa ad Argiro. Ma Argiro facendo buona guardia alla città, nè volendo cimentarsi a combattimento alcuno, il lasciò minacciar quanto volle. Però veggendo Guaimario di consumare indarno e tempo e danari intorno a quella città, dopo aver saccheggiato tutto il paese, se ne ritornò indietro colle trombe nel sacco.

Patì una fiera confusione e burrasca in quest'anno la Chiesa romana[620]. Erano arrivate al colmo le disonestà, le ruberie e gli ammazzamenti di papa _Benedetto IX_, in maniera che il popolo romano, non potendo più tollerar questo mostro, il cacciò fuori di Roma, ed elesse papa, _canonica parvipendentes decreta_, Giovanni vescovo sabinense, che prese il nome di _Silvestro III_. Questi comandò le feste solamente tre mesi, perchè colla forza de' suoi parenti risorto Benedetto IX, risalì sul trono, scomunicò e cacciò il sustituito Silvestro. Ma continuando nelle sue iniquità Benedetto, e scorgendo più che mai irritati contro di lui i Romani, rinunziò al pontificato, con venderlo simoniacamente a Giovanni chiamato Graziano, arciprete romano, il quale assunse il nome di _Gregorio VI_. In questo miserabile stato cadde allora la santa Chiesa romana, non per la prepotenza di principe alcuno, ma per la disunione ed avarizia del popolo romano, che avendo mano nell'elezione de' papi, facilmente sturbava chiunque del clero serbava il timore di Dio, ed avrebbe forse saputo canonicamente provvedere al bisogno della santa Sede. Sforzasi il cardinal Baronio[621] di provare che _Gregorio VI_ fu riconosciuto per legittimo papa, e lodato da molti per le sue virtù; nè questo si mette in dubbio. Ma il padre Pagi[622] pruova che Graziano, cioè _Gregorio VI_ comperò anch'egli, cioè simoniacamente acquistò il romano pontificato, e che, per non essere sui principii noto questo peccaminoso ingresso d'amendue que' papi, fu ad essi prestata ubbidienza, nè per questo rimasero esclusi dai cataloghi de' romani pontefici. Comunque sia, noi fra poco vedremo che non tardò Iddio a sovvenir la Chiesa, e a liberarla dagli scandali con darle dei legittimi e buoni pontefici. Gioverà anche alla storia d'Italia l'accennar qui[623], che venuto a morte in quest'anno _Gozelone_ ossia _Gotolone_, _duca_ della Lorena inferiore lasciò quel ducato a _Gozelino_ suo figliuolo, soprannominato il _Dappoco_. Ma il re Arrigo, tuttochè gliel'avesse promesso, conferì quel ducato ad un _Adalberto_. Non seppe digerir questo torto _Gotifredo_ il Barbato, altro figliuolo del suddetto Gozelone, e già duca della Lorena mosellanica ossia superiore, giovane di nobilissima indole, e peritissimo dell'arte militare. Perciò ribellatosi al re Arrigo, fece gran guasto e strage di gente fino al Reno, non salvandosi dal di lui furore se non chi si rifugiò nelle fortezze, o si riscattò con danari. Noi vedremo questo principe in Italia da qui ad alcuni anni operator d'altre imprese. Finì sua vita in quest'anno _Gebeardo arcivescovo_ di Ravenna, mentre dimorava nel monistero della Pomposa[624], godendo ivi della pia conversazione di _Guido abbate_, uomo di santa vita. Fu occupata quella chiesa da un certo _Widgero_; ma, siccome vedremo, ne decadde dopo due anni. Nè voglio lasciar di dire, aver Bennone nel zibaldone d'imposture e calunnie caricata la mano sopra il suddetto papa _Benedetto IX_, e che san Pier Damiano, in vigore d'una delle rivelazioni che anticamente erano alla moda, il cacciò nel profondo dell'inferno. Ma essersi trovato a' dì nostri chi con antichi documenti fa vedere che esso _Benedetto IX_, a persuasione di san Bartolommeo abbate di Grottaferrata, rinunziò il pontificato, ed avendo vestito l'abito monastico in quel monistero, attese a far penitenza dei suoi falli, finchè Dio il chiamò all'altra vita; e però non meritar fede chi tanto sparla del suo fine, e di penitente ch'ei fu, cel vuole far credere impenitente e dannato. Come poi s'accordino tali notizie colle parole dette da san Leone IX papa, prima di morire, nell'anno 1054, intorno ad esso Benedetto IX, io lascerò che altri lo decida. Resta forte allo scuro la storia italiana e romana in questi tempi.

NOTE:

[615] Arnulf., Hist. Mediol., lib. 2, cap. 19.

[616] Landulfus Senior, Histor. Mediol., lib. 2, cap. 26.

[617] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[618] Lupus Protospata, in Chronico.

[619] Guilielmus Apulus, Hist., lib. 2.

[620] Vict. III Papa, Dialog., lib. 3. Hermannnus Contractus, in Chron. Leo Ostiensis, Petrus Damiani, et alii.

[621] Baron., in Annal. Ecclesiast.

[622] Pagius, ad Annal Baron. ad hunc annum.

[623] Hermannus Contractus, in Chron. Annalista Saxo.

[624] Hermannus Contractus, in Chron. Rubeus, Hist., Ravenn. lib. 5.

Anno di CRISTO MXLV. Indizione XIII.

GREGORIO VI papa 9. ARRIGO III re di Germania e d'Italia 7.

Se si ha a prestar fede a Guglielmo malmesburiense[625], papa _Gregorio VI_ trovò sì distratti e desolati per colpa dei suoi antecessori i beni e gli stati della Chiesa romana, che appena gli restava da vivere. Erano sì assediati i cammini dai ladri ed assassini, che niun pellegrino osava più di passare a Roma, se non in buona carovana. Le obblazioni che si facevano alle chiese romane degli Apostoli e Martiri venivano tosto rapite dai potenti scellerati. Il pontefice prima colle buone, poi colle scomuniche cercò di metter fine a tanti abusi ed iniquità. Nulla valse questo rimedio. Unì dunque fanti e cavalli armati, che colle spade sterminarono gran parte di quella mala razza, e per tal via ricuperò molti poderi e città tolte alla Chiesa romana. Aperti ancora ed assicurati i cammini, tornarono i pellegrini a frequentar le chiese di Roma. Ma i Romani, avvezzi a vivere di rapina, non poteano soffrir sì fatti regolamenti, e chiamavano sanguinario il papa, e indegno di dir messa, e in ciò andavano d'accordo col popolo ancora i cardinali. Ma io non so che mi credere di questo racconto del Malmesburiense, al vedere ch'egli vi attacca varie favole intorno alla morte di questo papa, e un lungo ragionamento di lui, che sicuramente è finto, e resta smentito dalla storia. Quel solo che si può credere, si è il miserabile stato delle rendite della santa Sede in questi tempi sì abbondanti d'iniquità. Così li trovò anche il santo papa Leone IX fra quattro anni, siccome vedremo. Sul principio di quest'anno diede fine a' suoi giorni _Eriberto arcivescovo_ di Milano, lodatissimo dagli storici milanesi[626], ma chiamato tiranno da i Tedeschi. Ermanno Contratto[627] il fa morto nell'anno 1044, il Puricelli[628] nel 1046. Ma nel suo epitaffio, che dee meritar più fede, si legge:

OBIIT ANNO DOM. INC. MXLV. XVI. DIE MENSIS IANVARII, INDIC. XIII.

Lo stesso abbiamo da Landolfo seniore, storico milanese di questi tempi. Però nell'ultimo suo testamento, riferito dal suddetto Puricelli, è scritto _anno ab Incarnatione Domini millesimo quadragesimo quinto, mense decembris, Indictione XIII_, si dee credere adoperata l'era pisana, che anticipa di nove mesi l'anno volgare, oppure l'anno nuovo cominciò nel Natale del Signore. Insomma quel testamento dee appartenere all'anno 1044, ne' cui ultimi mesi correva l'_indizione XIII_. Ebbe il corpo di Eriberto sepoltura nel monistero di san Dionisio, da lui fabbricato ed arricchito presso alla città di Milano. Venne il clero e popolo di quella città all'elezione del successore, e, per attestato di Landolfo seniore[629], _quatuor majores ordinis viros sapientes, optimae vitae bonaeque famae elegerunt, quibus electis universae civitatis ordines ipsos ad imperatorem_ (non era peranche imperadore) _Henricum, qui noviter surrexerat, noviterque populum ipsum a majorum manibus liberaverat, summa cum diligentia direxerunt_. Galvano Fiamma[630] nomina questi quattro eletti. Ed ecco la maniera che si teneva in tempi tanto sconcertati dell'Italia, allorchè occorreva l'elezione de' vescovi. Si lasciava al clero e popolo un'ombra dell'antico diritto, con permettere loro di eleggere e nominar quattro personaggi, uno de' quali poi soleva essere prescelto dal re d'Italia, ossia dall'imperadore. Ma talor succedeva che i re ed imperadori, rompendo questo ordine, eleggevano fuor degli eletti chi più era loro in grado. Ciò appunto avvenne in questa congiuntura.

Trovavasi alla real corte in Germania _Guido da Velate_, villa del Milanese, uomo di bassa lega, per quanto lasciò scritto Arnolfo[631], con dire: _Sustulit eum de gregibus, et de post foetantes accepit eum_. Come egli si aiutasse, non è ben noto o certo. Sappiam solamente che il re Arrigo, anteponendolo ai quattro eletti, il dichiarò arcivescovo di Milano. Se crediamo al suddetto Fiamma, _Guido_ era stato eletto dalla parte dei nobili di Milano, e ne dà qualche fondamento Landolfo seniore: il che pare che possa giustificar la risoluzione presa dal re Arrigo. Aggiugne di più, che questo Guido era suo _segretario_; del che si può dubitare. Resta incerto quando egli entrasse in possesso della cattedra ambrosiana. Nel Codice estense di Arnolfo è notato l'anno 1046, ed Ermanno Contratto mette in un anno la morte di _Eriberto_, e nel susseguente l'elezione di _Guido_. Non sembra molto probabile questa opinione, perchè quando sussista la morte di Eriberto nel gennaio dell'anno presente, difficilmente potè restare per sì lungo tempo vacante la chiesa di Milano. Venuto in Italia Guido, fu mal ricevuto dal clero della metropolitana, e durò fra essi una gran discordia; ma per paura del re mostrarono di acquetarsi, e l'accettarono per loro pastore. Da questo fatto poi con sicurezza raccogliamo che i Milanesi erano tornati in grazia del re Arrigo, e riconoscevano la di lui autorità e signoria. Concedette esso re in questo anno un privilegio al monistero delle monache di santa Giulia di Brescia, pubblicato dal Margarino[632], e dato _anno dominicae Incarnationis MXLV, Indictione XIII, undecimo kalendas augusti, ordinationis vero domni Henrici XIII_ (dovrebbe essere _XVII_), _regni vero VI_ (si scriva _VII_). _Actum Trajectula_. Parimente con altro suo diploma dato in _Augusta_,[633] ma senza il giorno e il mese, confermò tutti i beni e diritti della chiesa di Mantova a _Marciano_ vescovo di quella città. Secondo Ermanno Contratto[634], _Gotifredo duca_ di Lorena, veggendo di non poter sostenere la sua ribellione, andò in quest'anno a gittarsi ai piedi del re Arrigo, e per salutar penitenza fu posto in prigione. Sigeberto[635] aggiugne, che con dare per ostaggio il figliuolo, riacquistò la libertà; ma essendo mancato di vita esso suo figliuolo, egli tornò a ribellarsi, e a devastar paesi come prima. L'Annalista sassone[636] mette questo fatto sotto l'anno seguente. Abbiamo anche un'indubitata pruova che s'era ristabilita la buona armonia fra il re Arrigo e il popolo di Milano, perciocchè troviamo al governo di quella città nell'anno presente il ministro imperiale. E questi fu il marchese _Alberto Azzo II_ progenitore de' principi estensi. Ciò costa da due placiti tenuti nel novembre di quest'anno in essa città, e da me dati alla luce[637], ne' quali _domnus Azo marchio, et comes istius civitatis_ rende giustizia con imporre la pena di mille mancosi d'oro da pagarsi _medietatem camerae domni regis_. Per attestato del Dandolo[638], _Salomone re_ d'Ungheria fece ribellare la città di Zara ai Veneziani. Ma insorta poi guerra civile fra quel re e i suoi fratelli, _Domenico Contareno_ doge di Venezia si servì di tal congiuntura per ricuperar circa questi tempi la suddetta città. Nulladimeno essendo Salomone stato eletto re d'Ungheria molto dipoi, dovrebbe questo avvenimento riferirsi non all'_anno_ secondo di quel doge, ma assai più tardi. Romoaldo salernitano[639] scrive che nell'anno presente _Drogone conte_ dei Normanni prese la città di Bovino, e la mise a sacco. Nell'anno appresso fu essa rifabbricata, ma da lì a poco un incendio la rovinò.

NOTE:

[625] Willielmus Malmesburiensis, de gest. Reg. Angl. lib. 2.

[626] Landulfus, Hist. Mediolan., lib. 2, cap. 32.

[627] Hermannus Contract., in Chron.

[628] Puricellius, Monument. Basil. Ambrosian.

[629] Landulfus Senior, Hist. Mediol., lib. 3, cap. 2.

[630] Gualvaneus Flamma, in Chron. Major. MS., cap. 763.

[631] Arnulf., Hist. Mediol., lib. 3, cap. 1.

[632] Bullar. Casin., tom. 2, Constit. LXXXIX.

[633] Antiquit. Ital., Dissert. LXXIV.

[634] Hermannus Contract., in Chron.

[635] Sigebert., in Chron.

[636] Annalista Saxo.

[637] Antiquit. Ital., Dissert. XLV.

[638] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[639] Romuald. Salernit., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MXLVI. Indizione XIV.

CLEMENTE II papa 1. ARRIGO III re di Germania 8, imperadore 1.