Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 18
Avea l'Augusto Corrado portato con seco in Germania un implacabil odio contra d'esso Eriberto, nè altro potendo fare, avea incaricato i principi d'Italia, cioè i vescovi, marchesi e conti di far aspra guerra a Milano. In fatti alla primavera di quest'anno si raunarono armi ed armati da varie parti per eseguire la di lui volontà e vendetta; ma punto non si sgomentò Eriberto[576]. Preparò egli buona copia di munizione da bocca e da guerra; chiamò in città tutti i distrettuali dal grande fino al picciolo; ed allora fu ch'egli inventò il _carroccio_; tanto poscia usato e decantato ne' secoli susseguenti in Lombardia. Questo era un carro condotto da buoi con un'antenna alzata che aveva sulla cima un pomo dorato con due stendardi bianchi. Nel mezzo v'era l'immagine del Crocifisso. Uno stuolo de' più forti gli stava alla guardia, e conducendosi questo carro in mezzo all'esercito, colla sua vista accresceva coraggio ai combattenti. Di molte baruffe si fecero in tal congiuntura, ed era per seguirne peggio, quando all'improvviso giunta la nuova della morte di Corrado, tutto l'esercito nimico si levò e sbandò con tal confusione, che ad alcuni costò la vita. Eriberto ne dovette ben cantare il _Te Deum_. Abbiamo da Ermanno Contratto[577] e da Wippone[578] che in questo anno nel dì 13 d'ottobre parimente mancò di vita _Corrado duca_ di Franconia, di Carintia e d'Istria: con che venne eziandio a vacare la marca di Verona. Avrebbe forse potuto pretendere ad essa _Adalberone_, che prima di lui l'aveva goduta, e ne fu cacciato; ma anch'egli pagò il suo debito alla natura nell'anno presente. Se ad alcuno fosse ne' sei o sette anni seguenti conferita quella marca, non l'ho potuto finora scoprire. Erano nella più bella positura gli affari de' Greci in Sicilia, e pareva già vicino il fortunato giorno, in cui quell'isola nobilissima restasse libera dal giogo de' Saraceni. Ma la greca avidità e superbia tagliò il corso agli ulteriori progressi, e rovinò anche gli acquisti fatti per la cagione che son per narrare. Gran cosa avea promesso Giorgio Maniaco ai Longobardi e Normanni, suoi ausiliarii a quell'impresa. Quando si fu a partire il bottino, anche essi ne pretesero, come era il dovere, la lor parte. Nulla poterono ottenere. Inviarono _Ardoino_ nobile longobardo a Maniaco per farne nuova istanza; e questi, forse perchè parlò con troppo calore, altro non riportò che strapazzi e bastonate. Voleano i Longobardi e Normanni correre all'armi e farne vendetta; ma il saggio Ardoino, per attestato di Guaifredo Malaterra[579], li consigliò a dissimular lo sdegno; ed accortamente ricavata licenza di poter tornare in Calabria, imbarcatosi con tutti i suoi aderenti, felicemente si ridusse a Reggio di Calabria in terra ferma. Allora fu ch'essi, preso per lor capitano esso _Ardoino_, si diedero a far vendetta dell'ingratitudine de' Greci, con devastar tutto quanto poterono delle terre possedute da essi Greci in quella provincia. Ma Guglielmo pugliese[580], Cedreno ed altri scrivono, che non da Maniaco in Sicilia, ma da Doceano, ossia Dulchiano, catapano de' Greci in Puglia, fu maltrattato esso Ardoino, il quale era allora suo luogotenente. Di qui ebbe principio la rovina del dominio greco in Italia. Riuscì ancora in quest'anno a _Guaimario IV_ principe di Salerno e di Capoa[581] di sottomettere al suo dominio coll'aiuto dei Normanni il ducato di _Amalfi_. Lo stesso vien confermato dalla Cronichetta d'Amalfi[582], da cui impariamo, che essendo fuggiti a Napoli _Giovanni_ e _Sergio_ suo figlio, duchi di quella città, _Mansone_ fratello d'esso Giovanni occupò quel principato. Ma essendo da li a quattro anni ritornato esso Giovanni da Napoli, dopo aver preso ed accecato il suddetto Mansone, tornò a comandar le feste; per poco tempo nondimeno, perchè _Guaimario_ s'impadronì di quella allora molto ricca città. La tenne egli per cinque anni e sei mesi, dopo i quali Mansone, tuttochè cieco, ricuperò quel ducato, e regnò dipoi altri nove anni.
NOTE:
[569] Antiquit. Ital., Dissertat. LXXI.
[570] Wippo, in Vita Conradi Salici. Hermannus Contract., in Chron. Annales Hildesheim.
[571] Godefridus Viterbiensis, in Panth.
[572] Campi, Istor. di Piacenza tom. 1 Append.
[573] Bullarium Casinense, Constit. LXXXIX.
[574] Ughellius, Ital. Sacr., tom. 4, in Episcop. Bergam.
[575] Antiquit. Italic., Dissert. LXXI.
[576] Arnulf., Hist. Mediol., lib. 2, cap. 16.
[577] Hermannus Contractus, in Chronico.
[578] Wippo, in Vit. Conradi Salici.
[579] Gaufrid. Malaterra, Hist., lib. 1.
[580] Guillielmus Apulus, Hist. lib. 1.
[581] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 65.
[582] Antiq. Ital., tom. 1, pag. 211.
Anno di CRISTO MXL. Indizione VIII.
BENEDETTO IX papa 8. ARRIGO III re di Germania e d'Italia 2.
Fondato sopra l'autorità di Galvano Fiamma scrisse il Sigonio[583], che il _re Arrigo_ dopo la morte del padre fu sollecito a spedir ambasciatori in Italia ad _Eriberto arcivescovo_ di Milano, per chiedere la corona del regno italico di presente, e buona amicizia in avvenire. Sembra a me più verisimile che Eriberto cercasse egli la grazia del nuovo regnante, e che il maneggio si terminasse nell'anno presente. Meritano d'essere qui riferite le parole dell'Annalista sassone[584]. Dopo aver egli detto che Arrigo solennizzò la Pasqua in Ingeleim, seguita a scrivere così: _Illuc etiam post Pascha metropolitanus mediolanensis adveniens, et de omni sua controversia, quam contra imperatorem Conradum exercuit, satisfaciens, interventu principum gratiam regis promeruit, et iterum juramentis pacem fidemque se servaturum affirmavit: sicque regem Agrippinam prosecutus, inde ad patriam cum pace simul et gratia regis remeavit_. Pertanto venne sempre più a stabilirsi in Italia il dominio del re Arrigo III, quantunque non resti memoria della di lui elezione in re d'Italia, la quale è da credere che seguisse in qualche dieta dei principi in Pavia o nel precedente anno o nel presente, Truovasi menzionata anche da Arnolfo[585] la riconciliazione suddetta, e si vede presso il Campi[586] una donazione fatta dal suddetto arcivescovo alla badia di Tolla sul Piacentino, scritta _anno MXL domni Henrici regis primo, nostri autem archiepiscopatus XXII, Indictione VIII, Actum in Castro Cassano_. Fa egli menzione in quel documento dei passati suoi travagli, e riconosce da Dio e dall'intercessione de' santi la sua liberazione. Ebbe in quest'anno il re Arrigo guerra col duca di Boemia, ma con isvantaggio de' suoi. Seguitarono intanto i Longobardi i Normanni, che s'erano ritirati dalla Sicilia, a prendere terre e a dare il guasto nel dominio de' Greci in Puglia; e perciocchè non aveano alcun sicuro ricovero in quelle parti, dopo aver presa _Melfi_ ossia _Melfia_ nel dì di Pasqua, la fortificarono in maniera da non temere l'orgoglio de' Greci. Leone ostiense[587] scrive che _Rainolfo_ normanno, conte di Aversa, con patto di aver la metà delle conquiste, diede aiuto ad Ardoino nemico d'essi Greci con trecento de' suoi Normanni. Nè qui si fermò la bravura di questa gente. Presero anche _Venosa_, _Ascoli_ e _Lavello_. Abbiamo inoltre da Lupo Protospata[588] che nel mese di marzo _Arigo_, figliuolo di quel _Melo_ che abbiam veduto capo della sollevazion dei Pugliesi contra de' Greci, assediò _Bari_, e se ne impadronì. Ma se qui andavano male gli affari dei Greci, peggio ancora camminavano in Sicilia[589]. Ripigliate le forze, i Saraceni aveano messa insieme un'armata di terra, con cui sperando di riacquistar le città perdute, si accamparono nella pianura di Dragina. Giorgio Maniaco, valente generale di terra per l'imperadore greco, nulla prezzando costoro, presentò lor la battaglia, con aver prima ordinato a Stefano patrizio, marito d'una sorella dell'imperadrice, e general di mare, di star bea attento colla sua flotta, acciocchè niuno de' Barbari fuggisse: tanto si teneva egli in pugno la vittoria. Infatti mise in rotta il nemico, e ne fece buona strage; ma il general moro ebbe la fortuna di salvarsi con una barchetta per mare. Per questa negligenza di Stefano si trovò sì irritato Maniaco, che il regalò di qualche bastonata, e lo strapazzò, chiamandolo soprattutto uom vile e traditore, Stefano, che stava bene alla corte, scrisse colà che Maniaco macchinava di usurpare per sè la Sicilia; e questo bastò perchè venisse ordine di mandarlo ne' ferri con Basilio patrizio a Costantinopoli: il che fu eseguito, con restare al comando dell'armi il suddetto Stefano. La dappocaggine ed avidità di costui diede campo ai Mori di riaversi e di ricuperare a poco a poco coll'aiuto degli stessi Siciliani le città e fortezze perdute, a riserva di Messina che si sostenne. All'assedio di questa città con tutte le lor forze passarono i Mori. Catalaco Ambusto comandante della piazza, mostrando timore, per tre di niun movimento fece, di maniera che i Mori notte e dì ad altro non pensavano che a sollazzarsi, in bere, in danze e in altre allegrie. Nel dì della Pentecoste Ambusto, animati i suoi alla pugna, diede improvvisamente addosso agli assedianti, colla cavalleria giunse fino al padiglione d'Apolafare, general de' Mori, che, colto colle spade ubbriaco, morì senza saper di morire. Chi de' Saraceni non ebbe buone gambe vi lasciò la vita; e nel bottino si truovò tanta quantità d'oro, d'argento, perle e pietre preziose che, se vogliamo crederlo, si misuravano a moggia. Ma con tutta questa fortuna i Greci, per mancanza del loro generale, nulla più acquistarono, e Stefano se ne fuggì in Calabria. Aggiunse in quest'anno _Guaimario IV_ ai suoi principati di Salerno, di Capoa e d'Amalfi anche il ducato di Sorrento[590]. Quanto al re Arrigo, egli interdisse a Walderico, abbate del monistero cremonese di san Lorenzo, l'alienarne e livellarne i beni senza licenza di _Ubaldo_ vescovo di quella città. Questo era il mestiere di molti abbati cattivi di questi tempi. Fu dato il diploma[591] _XVI kalendas februarii, Indictione VII anno MXL in Augusta, per consiglio Kadeloi episcopi atque cancellarii nostri_. E però di qui veniamo a conoscere che _Cadaloo_, famoso per le sue ribalderie nella storia ecclesiastica, dovette conseguire il vescovato di Parma, non già nell'anno 1046, come volle l'Ughelli[592], ma bensì nell'anno precedente 1039.
NOTE:
[583] Sigonius, de Regno Ital., lib. 8.
[584] Annalista Saxo apud Eccardum.
[585] Arnulph., Hist. Mediol. lib. 2, cap. 17.
[586] Campi, Istor. di Piacenza, tom. I, Append.
[587] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 67.
[588] Lupus Protospata, in Chronico.
[589] Cedren., in Comp. Hist.
[590] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 65.
[591] Antiquit. Italic., Dissert. LXXII.
[592] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2, in Episcop. Parmens.
Anno di CRISTO MXLI. Indizione IX.
BENEDETTO IX papa 9. ARRIGO II re di Germania e d'Italia 3.
Era in questi tempi sconvolta la reggia di Costantinopoli per la prepotenza dell'_imperadrice Zoe_, che faceva e disfaceva a suo talento gl'imperadori; e però anche le membra dell'imperio greco risentivano i malori del capo. Al governo della Puglia e Calabria[593] era stato inviato _Doceano_ o _Dulchiano_ catapano dell'Augusto _Michele Paflagone_, che in quest'anno finì i suoi giorni, con avere per successore _Michele Calafata_, il quale durò ben poco, e lasciò l'impero a _Costantino Monomaco_. Questo Doceano moriva di rabbia al vedere i progressi dei Normanni nella Puglia[594], e però fece quanto sforzo potè per desiderio di opprimerli e di cacciarli da Melfi. Gli era anche venuto qualche rinforzo di gente dal Levante. Nulla sbigottito per questo _Ardoino_, capitano allora de' Normanni, adunò anch'egli le sue truppe; e, quantunque troppo inferiore di gente[595], pure intrepidamente venne alle mani coi Greci nel mese di marzo presso al fiume Labento, e toccò la vittoria ai pochi, ma valorosi. Allora i Normanni, per tirar dalla sua gli abitatori di quelle contrade, elessero per loro capo _Atenolfo_ fratello di _Pandolfo III_ principe allora di Benevento, e arditamente nel mese di maggio presso il fiume Ofanto, e, secondo Cedreno, in vicinanza del famoso luogo di Canne, s'azzuffarono coll'esercito greco, e di nuovo lo sbaragliarono. Accadde che quel medesimo fiume, dianzi secco, allorchè i Greci il passarono, all'improvviso si gonfiò d'acque in tal guisa, che dei Greci in volerlo ripassare più ne rimasero ivi affogati, che non erano restati tagliati a pezzi nel campo dalle spade nemiche. Secondo Lupo Protospata, Doceano si salvò in Bari: segno che Argiro avea ricuperata quella città con intelligenza de' Greci, oppure che non la tenne. Gran bottino fecero in tal congiuntura i vittoriosi Normanni. Succedette parimente in quest'anno un'altra considerabile impresa, di cui parlerò all'anno seguente. Ben si può credere che i vincitori dovettero saper profittare della lor fortuna con sottomettere nuove terre in Puglia al loro dominio. Anche in Lombardia cominciò la discordia a scompaginar la buona armonia del popolo di Milano. Mi sia lecito il parlarne sotto quest'anno col Sigonio, tuttochè si possa dubitare che al susseguente appartenga questo funesto avvenimento, scritto da Arnolfo e Landolfo seniore[596], storici milanesi di questo secolo.
Era composta la nobiltà di Milano dei militi che tutti godevano qualche feudo, e si dividevano in capitanei e valvassori, siccome ancora d'altri che non aveano già feudi, ma per grosse tenute di beni, e per dignità ed uffizii erano potenti. Maltrattavano, aggravavano i militi il popolo minore, cioè gli artisti e l'altra plebe; e andò tanto innanzi la loro indiscretezza, che infine il popolo ruppe la pazienza e il rispetto dovuto ai maggiori con tale scissura, che la piaga durò dipoi ne' secoli avvenire, ora aperta, ora cicatrizzata, ma non mai ben saldata. Abbiam veduto all'anno 1035 una simile rottura in Milano, che poi si quetò per allora. Fu un giorno malamente bastonato o ferito da un milite, ossia da un cavaliere, un plebeo. Trasse al rumore altra gente plebea; ne seguì un conflitto, e poscia un'unione giurata di tutto il basso popolo contra de' nobili, da' quali più non si voleva lasciar calpestare. Il peggio fu che Lanzone, uomo nobile, si mise alla lor testa: il che sommamente dispiacque al corpo della nobiltà. La guerra passata avea addestrata all'armi anche la plebe, e però, stando sì l'una come l'altra parte in sospetto e in guardia, un dì per un piccolo rumore tutti corsero all'armi, e si cominciò per le piazze per le strade un'aspra battaglia. Chi all'aperto, e chi dalle finestre e dai tetti combatteva, e a moltissime case fu attaccato il fuoco. Era di troppo superiore il numero dell'inferocito popolo: laonde furono obbligati i nobili a cercare scampo con fuggirsene dalla città insieme colle lor mogli e figliuoli. L'arcivescovo Eriberto, affinchè non si credesse ch'egli favorisse il partito della plebe contra dei nobili, molti de' quali erano suoi vassalli, giudicò bene anch'egli di ritirarsi fuor di Milano. Siccome apparisce da un documento da me dato alla luce[597], in quest'anno si truova nel Bondeno la moglie di _Bonifazio duca_ e marchese di Toscana, _Beatrice_ contessa, la quale è detta _filia quondam Frederici_, senza specificare, come era il costume, che suo padre fosse duca. Ma benchè quella carta si dica scritta nell'anno _ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi millesimo quadragesimo primo, die XIII martii_, pure è difettosa, perchè seguita l'_indizione decima_; e però o l'anno è fallato, e sarà il seguente; ovvero l'indizione dev'essere la _nona_. Confermò in quest'anno il re Arrigo tutti i diritti e beni della chiesa d'Asti a _Pietro vescovo_ di quella città con diploma[598] dato _VII idus februarii anno dominicae Incarnationis MXLI, Indictione VIII_ (si dee scrivere _VIIII_) _anno domni Henrici tertii regis, ordinationis ejus XIII, regni II. Actum in Aquisgrani palatio_. Con altro diploma parimente concedette il contado di Bergamo ad _Ambrosio vescovo_ di quella città[599] _nonis aprilis, Indictione IX, anno domni Henrici regnantis II, ordinationis vero ejus XXIII_ (scrivi _XIII_). _Actum Moguntiae_. Così a poco a poco cominciarono i vescovi di Lombardia ad acquistare anche il governo temporale e il dominio delle loro città. Se l'oro faccia tutto oggidì, nol so dire: allora certo aveva questa virtù.
NOTE:
[593] Cedrenus, in Compend. Hist.
[594] Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 67.
[595] Lupus Protospata, in Chronico. Guilielmus Apulus, lib. 1.
[596] Arnulf., Histor. Mediolan., lib. 1, cap. 18. Landulf. Senior, Hist. Mediolan., lib. 2, cap. 26.
[597] Antiquit. Italic., Dissert. XLI.
[598] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Episcop. Astens.
[599] Ibidem in Episc. Bergomens.
Anno di CRISTO MXLII. Indizione X.
BENEDETTO IX papa 10. ARRIGO III re di Germania e d'Italia 4.
Bolliva più che mai fra i nobili usciti di Milano e il basso popolo, restato padrone della città, l'odio, la discordia e la guerra. Ci assicura Landolfo seniore[600] che l'arcivescovo _Eriberto_ si tenne neutrale in sì fiera congiuntura. Ora i nobili, avendo tirato nella lor fazione i popoli della Martesana e del Seprio, si fortificarono in sei terre all'intorno della città, e ne formarono un blocco, senza permettere che alcuno vi portasse dei viveri; nè giorno passava in cui non seguisse qualche badalucco o combattimento tra la plebe e i fuorusciti, con mortalità continua d'amendue le parti. Guai se talun cadeva nelle mani del nemico; non iscansava la morte, o una prigionia peggior della morte. Aveva il greco Augusto _Michele Paflagone_ prima di morire richiamato dall'Italia Doceano ossia Dulchiano, già catapano, riconosciuto per inutile, anzi dannoso maestro di guerra[601], e in sua vece inviato in Puglia un figliuolo di Bugiano, soprannominato, per quanto s'ha dall'Ostiense, _Exaugusto_, o _Annone_, secondo il Malaterra. Costui seco condusse un numeroso stuolo di Greci e di Barbari; ma venuto a battaglia nel precedente anno coi Normanni a' dì 5 di settembre sotto Monte Piloso, o, come vuol Cedreno, in vicinanza di Monopoli, non ebbe miglior fortuna del suo predecessore. Restò ivi con una memorabile sconfitta tagliato a pezzi quasi tutto l'esercito suo. Fu fatto prigione egli stesso, e donato dai Normanni ad _Atenolfo_ lor capitano, il quale ne fece traffico coi Greci, e ne ricavò una buona somma d'oro: azione nondimeno che irritò non poco i Normanni, e fu cagione che gli levarono il baston del comando. Abbiamo dal Protospata, che _Argiro_ barense, figliuolo del celebre Melo, fu in quest'anno dichiarato _princeps et dux Italiae_, cioè della Puglia e Calabria; ma senza dire chi gli desse questo titolo, cioè se i Greci, o i Normanni. Certo è, per attestato di Guglielmo pugliese[602] e di Leone ostiense, che i Normanni Argiro _Meli filium sibi praeficientes, ceteras Apuliae civitates partim vi capiunt, partim sibi tributarias faciunt_. Ma non istaremo molto a vedere questo medesimo Argiro e i Normanni uniti coi Greci. Intanto l'imperador _Michele Calafata_, succeduto a _Michele Paflagone_nell'anno addietro, imputando all'imperizia e dappocaggine de' capitani le fiere percosse date dai Normanni alle armate sue, si avvisò di spedire in Italia _Giorgio Maniaco_[603], cioè quel medesimo che vedemmo dopo le vittorie riportate in Sicilia mandato in ceppi a Costantinopoli. Costui venne, uomo superbo, uomo oltre ad ogni credere crudele. Appena giunto ad Otranto, trovò che i Normanni erano già divenuti padroni di tutta la Puglia, o l'aveano divisa tra loro[604]. A _Guglielmo Bracciodiferro_ era toccata la città d'Ascoli. Lupo Protospata scrive[605] che _Guilielmus electus est comes Materae_. A _Drogone_ suo fratello toccò Venosa; ad _Arnolino_, _Lavello_; ad _Ugo_, _Monopoli_; _Trani_ a _Pietro_; _Civita_ a _Gualtiero_; _Canne_ a _Ridolfo_; a _Tristano_, _Montepiloso_; _Trigento_ ad _Erveo_; _Acerenza_ ad _Asclittino_; ad un altro _Ridolfo_, _Santo Arcangelo_; _Minervino_ a _Rainfredo_. Anche _Ardoino_ ebbe la parte sua. E _Rainolfo_ conte di Aversa ottenne la città di _Siponto_ col _Monte Gargano_. _Melfi_ restò comune a tutti, città diversa da Amalfi. Così noi miriamo andar crescendo a gran passi la fortuna e potenza de' Normanni in quelle contrade. Ora Maniaco diede principio alle sue imprese con impadronirsi di Monopoli e di Matera. Fin le donne e i fanciulli furono barbaramente tagliati a pezzi, nè si perdonò a' monaci e preti: tanta era la barbarie di costui. In questo mentre Argiro, preso per generale dai Normanni, s'impossessò di Giovenazzo, e per un mese tenne assediata la città di Trani. Scrive Lupo Protospata che la città di Bari _reversa est in manus imperatoris_ nell'anno presente. Non s'intende bene, per la brevità delle parole di questo scrittore, come passassero quegli affari. Veggasi all'anno seguente, e verrà qualche lume a queste tenebre.
NOTE:
[600] Landulfus Senior, Hist. Mediolan., lib. 2, cap. 26.
[601] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 67. Lupus Protospata, in Chron.
[602] Guilielmus Apulus, lib. 1.
[603] Cedrenus. Guiliemus Apulus.
[604] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 67.
[605] Lupus Protospata, in Chron.
Anno di CRISTO MXLIII. Indizione XI.
BENEDETTO IX papa 11. ARRIGO III re di Germania e d'Italia 5.