Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 17
Certa è la spedizione, per attestato di Glabro Rodolfo[545], degli Annali d'Ildeseim[546] e d'altri autori. Esibivano questi legati lombardi il regno d'Italia ad esso Odone, il quale intanto volendo profittare della lontananza dell'imperadore, con una possente armata entrò nella Lorena, prese il castello di Bar, e fece un mondo di mali dovunque arrivò. Volle la sua disgrazia che _Gozelone duca_ di Lorena, con forze grandi ito ad incontrarlo, gli diede battaglia, e lo sconfisse, con restar trucidato il medesimo Odone. Stavano aspettando gli ambasciatori italiani l'esito di quella guerra, per far calar esso Odone in Italia: al che si mostrava egli dispostissimo. Ma inteso il suo miserabil fine, e perdute tutte le speranze riposte in lui, se ne tornarono indietro coll'afflizione dipinta ne' loro volti. Peggio ancora ai medesimi avvenne. Imperciocchè, siccome abbiamo dal Cronografo sassone[547] e dall'Annalista sassone[548], _socrus Herimanni Suevorum ducis, legatorum conventum rescivit, missisque satellitibus suis, omnes simul comprehensos, reique veritatem confessos, imperatori, ubi in publico conventu, eisdem praenominatis tribus episcopis praesentibus, consederat, transmisit._ La suocera di Erimanno duca di Suevia era _Berta_, vedova del fu _Maginfredo_ marchese di Susa, e sorella dei marchesi _Ugo, Alberto Azzo I_, e _Guido_, antenati della casa d'Este, siccome ho dimostrato altrove[549]. I tre vescovi accusati furono, siccome già dissi, quei di Vercelli, Cremona e Piacenza, che perciò ebbero a patire l'esilio in Germania. Ma già s'è veduto coll'autorità di Wippone, il più accreditato storico delle imprese di Corrado Augusto, esser questo già succeduto prima, e che irregolare fu la lor condanna, e dispiacque fino al re Arrigo figliuolo del medesimo imperadore: il quale Augusto, per far dispetto all'arcivescovo Eriberto, diede nell'anno seguente la chiesa di Milano ad un canonico di quella cattedrale per nome _Ambrosio_, e pare eziandio che il facesse consacrare in Roma. Male nondimeno per questo ambizioso canonico, perchè mai arrivò a sedere in quella cattedra; e i Milanesi, che tennero sempre saldo per Eriberto, devastarono tutti quanti i di lui beni[550]. Venne _papa Benedetto_ a ritrovar Corrado in Cremona. Fu ricevuto con grande onore, e dopo aver trattato de' suoi affari, se ne tornò a Roma, senza che apparisca il motivo di questo suo viaggio, se pur non fu quello che ci additerà Glabro all'anno seguente. Passò l'imperadore la state nelle montagne per ischivare il soverchio caldo di quest'anno, e sul finire d'esso venne a Parma, dove solennizzò la festa del santo Natale. Ma in questa città ancora avvenne la solita calamità, di cui sarà permesso ai Tedeschi di darne la colpa ai cittadini, e a me di credere che provenisse dalla poca disciplina, avidità o bestialità allora dei medesimi lor nazionali. Nello stesso dì del Natale s'attaccò rissa fra essi Tedeschi e i Parmigiani. Vi restò morto Corrado coppiere dell'imperadore. Perciò fu in armi tutto l'imperiale esercito, e col ferro e col fuoco infierì contro della misera città. Volle inoltre l'imperadore, cessato che fu l'incendio, che si smantellasse una gran parte delle mura della città, onde imparassero i popoli italiani a lasciarsi mangiar vivi dagli oltramontani. Con tali notizie non so io accordare ciò che scrive Donizone con dire[551] che l'imperadore Corrado assediò Parma, e che gli furono uccisi alcuni de' suoi più cari. Perciò ordinò a _Bonifazio_ marchese di Toscana di accorrere colle sue truppe, per espugnare l'ostinata città. Appena comparve egli, che cadde il cuore per terra ai Parmigiani, e corsero a buttarsi a' piedi dell'imperadore. Poscia Bonifazio giurò fedeltà ad esso Augusto, il quale ordinò:
_.... quod Marchia serviet ipsi._
E all'incontro Corrado anch'egli giurò di conservar la vita e la dignità _absque dolo_ al medesimo Bonifazio: cosa veramente insolita, di modo che lo stesso poeta soggiugne:
_Nullus dux unquam meruit tam foedera culta._ _In charta scriptum jusjurandum fuit istud._
Pare che Donizone avesse sotto gli occhi la carta di un tal atto. Nè si vuol tacere che in questo anno, trovandosi lo stesso imperadore in _Canedolo juxta_ flumen Padi[552], nel dì 31 di marzo confermò i suoi privilegii ad _Itolfo vescovo_ di Mantova. Inoltre fece quella legge spettante ai feudi che si truova fra le longobardiche e nel libro quinto de' Feudi. La data d'essa, da me scoperta, è tale: _V kalendas junii, Indictione V, anno dominicae Incarnationis MXXXVIII_ (così dee scrivere _MXXXVII_, o qui è adoperato l'anno pisano), _anno autem domni Chuonradi regis XIII, imperantis XI. Actum in obsidione Mediolani_. Confermò il medesimo Augusto al monistero di san Teonisto del Trivigiano i suoi beni e privilegii con diploma[553] dato _II idus julii, anno dominicae Incarnationis MXXXXII, Indictione V, anno autem domni Chuonradi secundi regni XIII, imperii XI. Actum Veronae ad sanctum Zenonem_.
NOTE:
[534] Wippo, in Vit. Conradi Salici.
[535] Chronographus Saxo apud Eccardum.
[536] Arnulf., Hist. Mediol., lib. 1, cap. 12.
[537] Antiquit. Ital., Dissert. XXXI.
[538] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 5.
[539] Cronographus Saxo apud Eccardum.
[540] Landulfus Senior., Hist. Mediol., lib. 2, cap. 22 et seq.
[541] Arnulfus., Hist. Mediol., lib. 2, cap. 13.
[542] Antichità Estensi, P. I, cap. 13.
[543] Wippo in Vita Conradi Salici. Chronographus Saxo, Arnulf., Hist. Mediol. Landulfus. Senior, Hist. Mediol.
[544] Sigebertus, in Chronico.
[545] Glaber, Hist., lib. 3, cap. 7.
[546] Annales Hildesheim.
[547] Chronographus Saxo apud Leibnitium.
[548] Annalista Saxo apud Eccardum.
[549] Antichità Estensi, P. I.
[550] Wippo, in Vita Conradi Salici.
[551] Donizo, in Vit. Mathild., lib. 1, cap. 10.
[552] Antiquit. Italic., Dissert. XI.
[553] Ibid., Dissert. XXX.
Anno di CRISTO MXXXVIII. Indizione VI.
BENEDETTO IX papa 6. CORRADO II re di Germania 15, imperadore 12.
Cessato il rigore del verno, marciò nella primavera di quest'anno l'Augusto Corrado per la Toscana alla volta di Roma coll'esercito suo. Se vogliamo credere a Glabro[554], ebbe bisogno della di lui venuta _Benedetto IX_ papa, perchè alcuni de' baroni romani tramavano congiure ed insidie contra la di lui vita. _Sed minime valentes, a sede tamen propria expulerunt. Tam pro hac re, quam aliis insolenter patratis, imperator illuc proficiscens, propriae illum sedi restituit_. Niun altro autore abbiamo che parli di questa cacciata e restituzione d'esso pontefice. Quivi fece che il papa fulminò la scomunica contra di _Eriberto arcivescovo_ di Milano. Ma altro recipe ci volea che questo per guarire quella cancrena. Eriberto co' Milanesi tranquillamente seguitò a difendersi. Passò dipoi Corrado a Monte Casino[555], dove da que' monaci gli fu rinfrescata la memoria de' tanti aggravii e danni recati al loro imperial monistero da _Pandolfo IV_ principe di Capoa, con disprezzo dell'augusta sua maestà: lamenti anche molto prima portati al di lui trono. Per questo avea già spedito l'imperadore a Capoa i suoi legati, con intimare a quel malvagio principe il risarcimento e la restituzione di tutto ai monaci casinesi. Si trovò indurato l'animo di Pandolfo nell'antica malizia: laonde Corrado, dopo essere stato a Monte Casino, passò colle armi alla volta di Capoa nuova, e v'entrò nella vigilia della Pentecoste, cioè nel dì 15 di maggio. Erasi ritirato Pandolfo nella forte rocca di sant'Agata; ma per tornare in grazia dell'imperadore, gli fece esibir trecento libbre d'oro, e per ostaggi una figliuola e un nipote: offerta che fu accettata. Poco nondimeno stette a scoppiare che Pandolfo tuttavia macchinava delle novità per la voglia e speranza di ricuperar la città, subitochè se ne fosse partito Corrado. Il perchè esso imperadore col parere de' principali di Capoa diede quel principato a _Guaimario IV_ principe di Salerno, cioè ad un principe, a cui non mancassero forze per sostener quell'acquisto. Così tolta la speranza a Pandolfo di rientrare in casa, egli, dopo aver lasciato _Pandolfo V_ suo figliuolo con buona guarnigione nella rocca suddetta, se ne andò a Costantinopoli per implorare dal greco Augusto aiuto o di gente o di danaro. Ma prevenuto _Michele_, allora _imperadore_, dai messi spediti da Guaimario, in vece di soccorso, il mandò in esilio, dove stette finchè s'udì la morte dell'imperador Corrado. Ad intercessione ancora d'esso Guaimario, l'Augusto suddetto diede l'investitura del contado di Aversa a _Rainolfo_ normanno. E perchè era andato crescendo il corpo de' Normanni a cagion d'altri che andavano di tanto in tanto sopravvenendo, con esser poi insorte dissensioni fra i vecchi stabiliti in quelle contrade e i nuovi venuti[556], Corrado colla sua autorità le troncò o compose. Ma intanto sopravvenuta la bollente state, entrò la peste, oppure una feroce epidemia nell'esercito imperiale, in maniera che la morte cominciò a mietere senza ritegno le vite de' soldati tedeschi, avvezzi a clima troppo diverso. Questa disavventura fece affrettar i passi dell'imperador Corrado, dappoichè egli ebbe fatta una visita a Benevento, per tornarsene in Germania; ma coll'armata sua marciava del pari il malore con fiera strage dei minori ed anche de' maggiori. Fra questi ultimi specialmente fu compianta da tutti la morte di _Cunichilda_ regina, nuora d'esso Augusto[557], a cui tenne dietro l'altra di _Erimanno duca_ di Suevia, figliastro dell'imperadore, perchè nato in prime nozze dall'imperadrice Gisla. Noi vedemmo questo principe divenuto anche marchese di Susa pel suo matrimonio con una figliuola del già marchese _Maginfredo_, cioè, secondo tutte le verisimiglianze, con _Adelaide_ principessa di gran senno e ornata di rare virtù, la quale è certo, per testimonianza di san Pier Damiano[558], che ebbe due mariti, e che sotto il dominio d'essa _plures episcopabantur antistites_. Restò perciò vedova essa Adelaide, e d'essa avremo occasion di riparlare andando innanzi. Nè vo' lasciar di dire che l'imperador Corrado, nell'andare in quest'anno a Roma, si trovò _VII kalendas martii ad viam Vinariam_ (Vivinaia) _in comitatu Lucensi_, siccome costa da un suo diploma da me dato alla luce[559], e spedito in favore del capitolo de' canonici di Lucca. Vedesi il medesimo Augusto dipoi _XIII kalend. aprilis anno dominicae Incarnationis MXXXVIII, Indictione VI, anno domni Chuonradi regni XIIII, imperii XIII_ (si dee scrivere _XI_) _juxta Perusium in monasterio sancti Petri_, come s'ha da un suo diploma da me pubblicato, e confermatorio dei beni del monistero di san Sisto di Piacenza. Stando poscia esso Augusto in Benevento _nonis junii_ di quest'anno, _regnantis quartodecimo, imperantis tertiodecimo_ (dovrebbe essere _duodecimo_), _Indictione sexta_, confermò i suoi privilegii al monistero di Monte Casino, come s'ha dalla storia casinese del padre Gattola[560]. Abbiamo ancora un diploma suo dato in favore della badia di Firenze[561] _X kalendas augusti_ dell'anno presente, _anno regni XIV, imperii XIII. Vidalianae_, cioè in _Viadana_, oggidì del contado di Mantova. Come ancor qui e come in altri due sopraccennati diplomi, s'incontri l'_anno XIII_ dell'imperio, quando allora correa solamente l'_anno XII_, lascerò esaminarlo ad altri. Abbiamo inoltre due placiti tenuti in Vivanaia nel contado di Lucca da _Cadaloo_ cancelliere dell'imperadore[562] _intus curte domnicata domni Bonifatii marchio et dux per data licentia domni Conradi imperatoris, qui ibi aderat, octavo kalendas martii_ dell'anno presente. Se dice il vero uno strumento che sono per riferire, mancò di vita in quest'anno _Ingone_ vescovo di Modena, e gli succedette _Guiberto_, il quale non tardò a fare un contratto con _Bonifazio_, appellato ivi _marchio et dux Tusciae_[563], dandogli a livello tre corti, cioè _Bazani cum castro et capella sancti Stephani; Liviciani cum castro et capella sanctorum martyrum Adhelberti et Antonini; et sanctae Mariae in castello cum rocha et ecclesia_, ec. Dal che sempre più s'intende che le corti anticamente abbracciavano un buon territorio con parrocchia, e sovente con castello. Diede all'incontro il marchese Bonifazio in proprietà e a titolo di donazione al vescovato di Modena tre corti, cioè di _Gavello_, forse quella che è oggidì sul Mirandolese; di _Panzano cum castro et capella_, e di _Ganaceto_ colla porzione a lui spettante _de castro et capella infra eodem castro in honore sanctorum martyrum Georgii et Resmi_ (forse _Erasmi_); e inoltre varii poderi nelle _pievi di Pulinago e di rocca Pelago, cum rocca, quae nominatur Flumenalbo_, ec, ascendenti alla somma di mille cinquecento iugeri. Le note cronologiche sono queste: _Chuonradus gratia dei imperator Augustus, anni imperii ejus hic in Italia duodecimo, XV kalendas octobris, Indictione sexta_, continuata sino al fine dell'anno.
Era ne' precedenti anni insorta discordia fra i due fratelli saraceni Abulafar e Abucab, governatori della Sicilia[564]. Si venne all'armi, ed Abulafar superato, ebbe ricorso a _Michele imperador_ greco per ottener soccorso. Prese quell'Augusto pe' capelli questa congiuntura per isperanza di ritorre la Sicilia ai Saraceni, e con una buona armata spedì in Italia, oltre a _Michele Duciano_ e _Stefano_ patrizii, anche _Giorgio Maniaco_, famoso generale d'armi de' Greci in questi tempi. Costoro unirono al loro esercito quanti Longobardi e Normanni poterono allettare con ingorde promesse a quell'impresa, e passarono in Sicilia. Felice fu il loro ingresso colla presa di Messina, e poi di Siracusa, dove specialmente si distinse _Guglielmo_ figliuolo di Tancredi d'Altavilla, venuto dalla Normandia a cercar fortuna con altri Normanni in Puglia[565]. Le sue prodezze gli acquistarono il soprannome di _Ferrodibraccio_. Intanto venuto dall'Africa un gran rinforzo di gente, i Saraceni siciliani formarono un'armata di circa cinquanta mila combattenti. Maniaco andò coraggiosamente colla sua gente ad assalire quegl'infedeli al fiume Remata, e diede loro una gran rotta, alla quale tenne dietro la presa di tredici piccole città di quell'isola, colla più bella apparenza del mondo di ridur tutta la Sicilia all'ubbidienza del greco Augusto. L'autore della Vita di san Filareto monaco siciliano, che fiorì in questi tempi, racconta[566], che, oltre alla bravura de' Greci, anche un vento gagliardo che soffiava in faccia a' nemici, servì a mettere i Saraceni in rotta, e che il governator saraceno di Sicilia se ne fuggì ignominiosamente con pochi de' suoi. Aveano coloro sparsa per la campagna gran copia di triangoli acuti di ferro, sperando di rovinar la cavalleria de' Greci; ma erano ferrati in maniera i cavalli greci, che punto loro non nocque l'insidiosa invenzione de' nemici, la quale sappiamo che in altre guerre fece un buon giuoco. Secondo la Cronica casauriense[567], in questi tempi si truova ne' contorni di quel monistero il giovane _Trasmondo marchese_, il quale, a mio credere, governava allora la marca di Camerino, essendochè in essa marca era compreso quel monistero. Se ciò è vero, dovea essere mancato di vita quell'_Ugo duca_ e marchese che vedemmo all'anno 1028. In una carta dell'anno 1056 da me pubblicata[568] si truova _domna Willa inclita comitissa, reclita quondam domni Ugo gloriosissimo, qui fuit dux et marchio_. Questa fu sua moglie.
NOTE:
[554] Glaber, Hist., lib. 4, cap. 8.
[555] Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 65.
[556] Wippo, in Vit. Conradi Salici.
[557] Hermannus Contractus, in Chron. Annal. Saxo apud Eccard.
[558] Petrus Damian., Opusc. XVIII.
[559] Antiq. Ital., Dissert. XL et XLI.
[560] Gattola, P. I Hist. Casin. Access.
[561] Bullar. Casinense, tom. 2, Constit. LXXXVI.
[562] Antiquit. Italic., Dissert. VI et IX.
[563] Ibidem, Dissert. XXXVI.
[564] Cedren., in Compend. Histor.
[565] Guafrid. Malaterra, Hist., lib. 1. Leo Ostiensis, lib. 2.
[566] Vita S. Philaret., in Act. Sanct. ad diem 6 aprilis.
[567] Chron. Casauriense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[568] Antiquit. Ital., Dissert. VI.
Anno di CRISTO MXXXIX. Indizione VII.
BENEDETTO IX papa 7. ARRIGO III re di Germania e d'Italia 1.
Fu questo l'ultimo anno della vita dell'_imperador Corrado_. Aveva egli fatto un viaggio nel regno della Borgogna, dove que' popoli accettarono per loro re l'unico di lui figliuolo _Arrigo_. Trovandosi poi in Colonia, confermò ed accrebbe i privilegii ad _Ingone_ vescovo di Modena, con cui il crea conte di Modena. Il diploma, già accennato dal Sigonio sotto il presente anno, e da me dato intero alla luce, ha le seguenti note[569]: _Datum XVII kalendas aprilis, anno dominicae Incarnationis MXXXVIII, Indictione VII, anno autem domni Chuonradi regni XIIII, imperii XII. Actum Colonia_. Ma io truovo qui degl'intoppi. Pare fallato l'anno, e che si deggia scrivere _MXXXVIIII_; e così l'intese il Sigonio. Ma v'ha anche dell'errore negli anni del regno; e quando si volesse questo diploma riferire all'anno precedente, Corrado allora dimorava in Italia, e non già in Colonia. Oltre di che, quando sussista la carta additata nell'anno precedente, era già succeduto Guiberto ad Ingone nel vescovato di Modena prima dell'anno presente 1039. Però che dee dire di questo diploma il saggio lettore? Ito poscia l'imperadore Corrado ad Utrecht nella Frisia[570], quivi celebrando la festa della Pentecoste, fu sorpreso da dolori, che nel lunedì seguente, cioè nel dì 4 di giugno, il condussero al fine de' suoi giorni. Era dianzi stato eletto e coronato re di Germania il suddetto _Arrigo III_ suo figliuolo, soprannominato il NERO a cagion della barba, e come suo successore fu immediatamente riconosciuto da tutti. Una curiosa novella cominciò ad avere spaccio nel secolo susseguente intorno alla persona d'esso re Arrigo. Gotifredo da Viterbo pare che fosse il primo a darle credito[571]. Eccone, per ricreazion di chi legge, un transunto. Caduto in disgrazia di Corrado Augusto un _Lupoldo conte_, si ritirò colla moglie a vivere incognito in una capanna in mezzo ad una selva. Questa favola, passata poi in Italia, fu applicata in altri termini ad alcune nobili case dagl'impostori genealogisti. Ora accadde che Corrado, smarrito nella caccia, giunse a quel tugurio una notte, e vi prese riposo. Nello stesso tempo partorì la moglie di Lupoldo un maschio, e Corrado, al sentirlo vagire, intese una voce dal cielo che gli disse: _Corrado, questo fanciullo sarà tuo genero ed erede_. Levatosi per tempo l'imperadore, ordinò a due suoi famigli di prendere quel bambino e d'ucciderlo. N'ebbero compassione, e il lasciarono vivo sopra di un albero. Passò di là un certo duca, che il prese ed allevò, e veggendolo crescere in bellezza e senno, l'adottò per figliuolo. Dopo alcuni anni guatando l'imperadore questo giovinetto, gli venne sospetto che fosse il medesimo di cui avea comandata la morte, forse perchè seppe come era stato trovato dal duca; e con apparenza di volerlo onorare, l'arrolò fra' suoi cortigiani. Un dì poscia scrisse all'imperadrice Gisla una lettera, in cui gli ordiva di farne immediatamente uccidere il portatore, e la diede al giovinetto Arrigo con ordine di presentarla in mano d'essa Augusta. Andò questi; ma addormentatosi per viaggio in una chiesa, il prete d'essa adocchiata quella lettera, gliela tolse di saccoccia ed aprì. Per compassione il buon prete ne scrisse un'altra con ordine all'imperadrice che, alla comparsa di quel giovane, immantinente gli desse in moglie la comune lor figliuola. Andò il giovane, senza nulla sapere dell'operato dal prete, e presentata la lettera, non tardò a divenir genero dell'imperadore. Bel suggetto per una tragedia, purgato che fosse da varii inverisimili, ma per conto della storia, avvenimento inventato di peso, essendo fuor di dubbio, secondo l'autorità di più scrittori contemporanei, che _Arrigo III_ nacque da Corrado e Gisla Augusti, ed ebbe due mogli l'una _Cunichilde_ morta nell'anno precedente, e poscia nell'anno 1045 _Agnese_ figliuola di _Guglielmo duca_ di Poitiers. Benchè poi non fosse costume di contare in Italia gli anni del regno italico, nè dell'imperio, se non dopo le coronazioni; pure mi prendo io la libertà di cominciar qui l'epoca del di lui regno in Italia, al vedere che una carta riferita dal Campi[572], e scritta in _Piacenza_, ha queste note: _Anno ab Incarnatione Domini MXLIV, anno regni donni Henrici rex hic in Italia quinto, nono kalendas aprilis, Indictione XII_, il che fa bastevolmente intendere che almeno i Pavesi ed altri popoli d'Italia, anche senza la coronazione italiana, non tardarono molto a ricevere esso Arrigo III per re. Un'altra carta piacentina nell'anno seguente _MXLV_ ha l'_anno sesto_ del regno d'Arrigo. Così nel Bollario casinense[573] e presso l'Ughelli[574] si truovano diplomi dati da esso re alle chiese d'Italia coll'epoca suddetta. Ho io parimente pubblicata[575] una lettera di Adalgerio, _cancellarius et missus gloriosissimi regis Henrici, cujus vice in regno sumus_, a tutto il popolo di Cremona, con cui gli ordinava d'intervenire al placito di _Ubaldo vescovo_ di quella città. Contuttociò potrebbe essere che solamente all'anno susseguente si desse principio all'epoca del regno d'Italia, cioè dappoichè _Eriberto arcivescovo_ di Milano, siccome vedremo, andò a riacquistar la grazia del medesimo re Arrigo. Nè mancano documenti italiani di questi tempi, ne' quali niuna menzione è fatta del regno d'esso Arrigo.