Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 16

Chapter 163,310 wordsPublic domain

Secondochè s'ha da Ermanno Contratto[512], nell'anno presente _Adelbero dux Carentani et Histriae_ (marchese ancora della Marca di Verona) _amissa imperatoris gratia, ducatu quoque privatus est_. Wippone[513] parla di questo fatto all'anno 1028, e scrive che esso Adalberone fu mandato in esilio. Diede poscia l'imperadore nell'anno seguente, per attestato del medesimo Ermanno Contratto, il ducato di Carintia e d'Istria, e per conseguente anche la Marca veronese, a _Corrado_ duca di Franconia suo cugino, cioè a quel medesimo ch'era stato suo concorrente alla corona, ed avea poscia portate le armi contra di lui. _Corrado_, padre di questo Corrado, avea anch'egli, per quanto altrove s'è detto, dianzi goduto questi medesimi Stati. Nota inoltre il suddetto Wippone che in questa maniera, cioè colla giunta di un tal regalo, _dux Chuno_ (lo stesso è che _Corrado_) _fidus et bene militans imperatori, et filio ejus Heinrico, regi, quousque vixit permansit_. Dagli Annali pisani[514] abbiamo che in questo anno _Pisani fecerunt stolum magnum_ (cioè un'armata navale, onde la voce italiana _stuolo_), _et vicerunt civitatem Bonam in Africa, et coronam regis imperatori dederunt_. Scrisse inoltre il Sigonio[515] nell'anno 1050 che dai medesimi Pisani fu fatta una spedizione in Africa, e presa la città di _Cartagine_, del che si può dubitare, quantunque il Tronci[516] con altri moderni sotto quell'anno parli di tale impresa, con descriverla come s'egli vi si fosse trovato presente. A quest'anno poi il prefatto Tronci racconta che i Pisani ebbero per assedio la città di _Lipari_, con aver fatto un grosso bottino in quell'isola. Questo nol dovettero sapere i suddetti antichi Annali pisani, perchè neppure una parola ne dicono. Poscia, secondo il medesimo Tronci, accadde nell'anno 1036 la conquista di _Bona_: il che per conto del tempo non s'accorda co' suddetti Annali pisani, e piuttosto sarebbe da credere che ciò avvenisse nell'anno 1035, perchè i Pisani di nove mesi anticipano l'anno nostro volgare. Del resto _Bona_, città dell'Africa, è l'antica _Hippona_, di cui fu vescovo il glorioso sant'Agostino dottore della Chiesa. Si turbò gravemente in quest'anno la quiete della Lombardia. Ermanno Contratto[517] ne parla con queste parole così: _In Italia minores milites contra dominos suos insurgentes, et suis legibus vivere, eosque opprimere volentes, validam conjurationem fecere_. Medesimamente Wippone scrive che in questi tempi seguì una confusione non prima udita in Italia, perchè congiurarono tutti i valvassori d'Italia e i militi gregarii contra de' loro signori, e tutti i minori contra de' maggiori, col non lasciare senza vendetta, se dai signori veniva lor fatta cosa ch'essi riputassero di loro aggravio; e diceano: _Si imperator eorum nollet venire, ipsi per se legem sibimet facerent_. Dovette il Sigonio leggere in qualche testo, o autore, _regem_ in vece di _legem_, perchè scrive, che _conjurarunt, se non passuros quemquam regnare, qui aliud, quam quod ipsis luberet, sibi imponeret_. È confusa nell'edizion d'Epidanno, fatta del Goldasto, la cronologia di questi tempi, veggendosi ivi posticipati i fatti di sei anni. Però sotto l'anno 1041 egli[518] parla di questa cospirazione de' militi inferiori contra dei lor signori, e de' servi contra de' loro padroni. Ma nell'edizion del Du-Chesne troviamo ciò riferito all'anno presente.

Che significasse il nome di _valvassori_ si raccoglie facilmente dai libri de' Feudi. I più nobili una volta tra i vassalli erano i duchi, marchesi, conti, arcivescovi, vescovi ed abbati, i quali a dirittura riconoscevano dai re ed imperadori i loro feudi e le loro dignità temporali. Questi poi solevano concedere in feudo castella o altri beni ai cospicui nobili privati, per avere alle occorrenze il loro servigio nelle guerre e nelle comparse onorevoli. E a questi nobili si dava il nome di _valvassori maggiori_ e di _capitanei_. Similmente poi questi nobili infeudavano corti e poderi ad altri men nobili, per aver anche eglino dei seguaci e aderenti ne' lor bisogni. E questi ultimi venivano distinti col nome di _valvassori minori_, ossia di _valvassini_. Ora insorsero dissapori, e poscia aperta dissensione e rottura fra i signori e i lor vassalli subordinati, pretendendo gli ultimi d'essere oltre al dovere aggravati dai primi. E tal briga aprì il campo anche ai servi (da noi ora chiamati schiavi) di rivoltarsi contra de' lor padroni, quasichè troppo aspramente fossero da loro trattati. L'origine nondimeno di questi disordini pare che si debba attribuire ad _Eriberto arcivescovo_ di Milano. Non mancavano a lui molte virtù, ma queste si miravano contaminate dalla superbia, talmente che egli puzzava alquanto di tiranno. Tutto voleva a suo modo, nè a lui mettevano freno o paura le leggi. Lo confessa lo stesso Arnolfo[519], storico milanese, che potè forse conoscerlo, con dire che _multis prosperatus successibus praesul Heribertus, immoderate paululum dominabatur omnium, suum considerans, non alienum animum. Unde factum est, ut quidam urbis milites, vulgo walvassores nominati, clanculo illius insidiarentur operibus; adversus ipsum assidue conspirantes. Comperta autem occasione, cujusdam potentis beneficio_ (così tuttavia si nominavano quei che ora appelliamo feudi) _privati: subito proruunt in apertam rebellandi audaciam, plures jam facti_. Si studiò a tutta prima l'arcivescovo colle buone di quetare l'insorto tumulto; ma nulla con ciò profittando, mise mano alle brusche con dar di piglio alle armi. Seguì entro la stessa città di Milano un conflitto, in cui le genti dell'arcivescovo restarono superiori, e convenne ai vinti di ritirarsi colla testa bassa, ma col cuore pregno d'ira, fuori della città. Allora fu che con costoro si unirono i popoli della Martesana e del Seprio, fecesi anche in altri contadi cospirazione ed unione; ma sopra tutti trasse a questo rumore il popolo di Lodi, troppo esacerbato per la violenza lor fatta dall'arcivescovo stesso in volere dar loro un vescovo, siccome abbiam detto di sopra. Ciò che partorisse una tal discordia lo vedremo fra poco. Crede il Sigonio[520] che l'esempio de' valvassori milanesi servisse di stimolo anche al popolo di Cremona per rivoltarsi in questo anno contra di _Landolfo_ loro vescovo, cacciar lui di città, dirupare il di lui palazzo, che era ridotto in forma di fortezza, e per maltrattare alla peggio i di lui canonici. Ma nulla ebbero che fare coi movimenti de' Milanesi quei di Cremona; erano anzi accaduti molti anni prima; e, se crediamo all'Ughelli[521], il vescovo Landolfo cessò di vivere nell'anno 1030. Di questo Landolfo così scrive Sicardo[522], vescovo anch'egli di Cremona: _Temporibus Henrici Claudi, capellanus ejus nomine Landolphus Cremonae fuit episcopus, qui monasterii sancti Laurentii, et cremonensis populi fuit acerrimus persequutor. Quocirca populus ipsum de civitate ejecit, et palatium_ (non già _oppidum_, come ha il Sigonio), _turribus et duplici muro munitum, destruxit. Proinde licei episcopio multa conquisierit, tamen multa per superbiam, multa per inertiam perdidit._ Nomina poscia Sicardo per successore di Landolfo nel vescovato _Baldo_, cioè _Ubaldo_, ai tempi di Corrado Augusto, _qui quoque monasterium sancti Laurentii persequutus est, et apud Lacum obscurum impugnatus est._

NOTE:

[512] Ermannus Contractus, in Chron. edition. Canisii.

[513] Wippo, in Vit. Conradi Salici.

[514] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.

[515] Sigonius, de Regno Ital., lib. 8.

[516] Tronci, Annal. Pisani.

[517] Hermannus Contractus, in Chron.

[518] Epidannus, in Annal. tom. 1 Rer. Alamann.

[519] Arnulfus, Hist. Mediolan., lib. 2, cap. 10.

[520] Sigonius, de Regno Italiae, lib. 8.

[521] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Episcop. Cremonens.

[522] Sicardus, Chron., tom. 7 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MXXXVI. Indizione IV.

BENEDETTO IX papa 4. CORRADO re di Germania 15, imperadore 10.

Bollivano più che mai le dissensioni, anzi le guerre fra _Eriberto arcivescovo_ di Milano e i suoi valvassori ribelli: nella qual briga s'erano mischiati i valvassori di altri vescovi e principi, e il popolo di Lodi mal soddisfatto di Eriberto. Però ad un luogo fra Milano e Lodi appellato la Motta (si chiamavano così le fortezze fabbricate al piano sopra un'alzata di terra fatta a mano), oppure, come abbiamo da Arnolfo storico milanese[523], nel _Campo Malo_, così anticamente chiamato, si venne fra l'una parte e l'altra ad una campale battaglia, che riuscì molto sanguinosa[524]. Fra gli altri che tennero la parte dell'arcivescovo, non so se per proprio interesse, oppure per far servigio ad esso arcivescovo, si contò _Alrico_ vescovo d'Asti, fratello di _Maginfredo marchese_ di Susa. Nè solo egli intervenne a quel fatto d'armi, ma, come un san Giorgio dovette anch'egli volere far prova del suo valore con iscandalosa risoluzione, vietando i sacri canoni agli ecclesiastici, e massimamente ai vescovi, l'andare alla guerra per combattere. Gli costò nondimeno cara, perchè ne riportò una ferita, per cui da lì a non molto morì. La notte fece fine al furore delle spade. Soffersero molto amendue gli eserciti, ma la peggio fu dalla parte dell'arcivescovo. Questi torbidi di Lombardia tenevano in agitazione l'animo dell'_Augusto Corrado_: e ossia ch'egli conoscesse troppo necessaria la sua presenza per quetarli, oppure, come vuole Arnolfo, ch'egli ne fosse pregato e sollecitato dall'arcivescovo Eriberto, determinò di tornare in Italia. Pertanto, dopo aver data in moglie al re _Arrigo_ suo figliuolo _Cunichilda_ (_Cunelinda_ è chiamata da Wippone[525], e negli Annali d'Ildeseim[526] _Cunichild nomine, in benedictione Cunigund dicta_), figliuola di _Canuto re_ d'Inghilterra, con esso re Arrigo verso il fine dell'anno mosse alla volta d'Italia, seco menando una poderosa armata. Giunse a Verona per la festa del santo Natale, e quivi la solennizzò[527]. Era esso imperadore nel dì 5 di luglio in Nimega, quando, a petizione dell'imperadrice _Gisla_, di _Pilegrino_ arcivescovo di Colonia, _ac Bonifatii nostri dilecti marchionis_[528], cioè del duca di Toscana, che dovea trovarsi in Germania, confermò i privilegii al monistero delle monache di san Sisto di Piacenza. Parimente l'Ughelli[529] rapporta un diploma d'esso Augusto, dato in favore del monistero di san Salvatore di monte Amiato della diocesi di Chiusi, _anno dominicae Incarnationis MXXXVI, regni vero domni Conradi II regnantis tertio, imperii ejus nono, Indictione IV. Actum in civitate Papia_. In vece dell'_anno III_ del regno si dee scrivere XIII. Ma che in quest'anno arrivasse l'Augusto Corrado a Pavia, ho io difficoltà a crederlo. Nè sul fine di quest'anno correva l'_anno IX_ dell'imperio, ma bensì l'_anno X_. Però quel diploma ha bisogno di chi rimetta al suo sito l'ossa alquanto slogate.

Crede il Fiorentini (non so con qual fondamento) che in quest'anno venisse a morte _Richilda_, moglie del suddetto marchese Bonifazio, donna di gran pietà e liberalità verso i poveri e verso i sacri templi e monisteri[530]. Abbiamo presso il padre Bacchini[531] una donazione da lei fatta nel dì 28 d'aprile dell'anno precedente 1035 alla chiesa di Gonzaga, _subtus confirmante donnus Bonefacius marchio jugale et Mundoaldo meo_. Sappiamo da Donizone[532] che questa piissima principessa terminò i suoi giorni, senza lasciar figliuoli, in Nogara, terra del Veronese, ed ivi ebbe la sua sepoltura. Potrebbe essere che l'andata del vedovo marchese Bonifazio in Germania servisse a lui per intavolare un secondo matrimonio con _Beatrice_ figliuola di _Federigo_ duca della Lorena superiore, e di _Matilda_ nata da _Ermanno duca_ di Suevia, parente degl'imperadori e dei re di Francia. Credo io tuttavia incerto l'anno in cui seguì un tale accasamento del marchese Bonifazio. Contuttociò, perchè egli avea passato di molto il mezzo del cammino della sua vita, può parer probabile ch'egli non perdesse tempo a cercar altra moglie che l'arricchisse di prole, e che per conseguente si effettuassero in quest'anno le di lui seconde nozze. Veggonsi esse descritte dal suddetto Donizone con tali colori, che, se è vero tutto, convien confessare che era superiore ad ogni altro principe d'Italia la di lui magnificenza e ricchezza. Andò Bonifazio con sontuoso treno a prenderla in Lorena; i suoi cavalli portavano suole d'argento, attaccate con un solo chiodo. Ebbe in dote assai terre e ville in Lorena. Condotta Beatrice in Italia, per tre mesi nel luogo di Marego sul Mantovano si tenne corte bandita. Pel popolo v'erano pozzi di vino; alle tavole piatti e vasi tutti d'oro e d'argento; prodigiosa quantità di strumenti musicali e di _mimi_ a' quali

_dedit insignis dux praemia maxima._

Il che ci fa conoscere già introdotto il costume, che durò poi per più secoli, che a simili feste concorrevano in folla tutti i buffoni, giocolieri, cantambanchi e simili, che portavano via de' grossi regali. Di che ragguardevoli doti fosse poi ornata la duchessa _Beatrice_, l'andremo vedendo nel proseguimento della storia. Io non so se arrivasse in quest'anno, oppure prima, al fine di sua vita _Odelrico Maginfredo_ ossia _Manfredi_ marchese di Susa, da me più volte menzionato di sopra. Aveva egli data in moglie ad _Erimanno_ (lo stesso è che _Ermanno_) duca di Suevia, ossia di Alemagna, una sua figliuola, cioè _Adelaide_, che fu poi principessa celebre nella storia. Nè avendo lasciato maschi dopo di sè, Erimanno per le ragioni della moglie pretese quella Marca, e l'ottenne per grazia dall'imperador Corrado. _Heremannus dux Alamanniae marcham soceri sui Meginfredi ab imperatore accepit_: sono parole di Ermanno Contratto[533].

NOTE:

[523] Arnulf., Hist. Mediol., lib. 2, cap. 10.

[524] Hermannus Contract., in Chron.

[525] Wippo, in Vita Conradi Salici.

[526] Annales Hildesheim.

[527] Epidannus in Annal.

[528] Antiq. Ital., Dissert. LXX.

[529] Ughell., Ital. Sacr., tom. 3 in Episcop. Clusin.

[530] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 1.

[531] Bacchini, Istoria di Polirone.

[532] Donizo, in Vita Comitiss. Mathild., lib. 1, cap. 8 et seq.

[533] Hermannus Contract., in Chron.

Anno di CRISTO MXXXVII. Indizione V.

BENEDETTO IX papa 5. CORRADO II re di Germania 14, imperadore 11.

Non piccioli furono gli sconvolgimenti della Lombardia in quest'anno. Dopo avere l'_Augusto Corrado_ celebrato in Verona il santo Natale[534], se non prima, certo sul principio di quest'anno, passando per Brescia e Cremona, come scrisse Ermanno Contratto, arrivò a Milano, dove con gran magnificenza l'accolse _Eriberto arcivescovo_ nella chiesa di santo Ambrosio. Nello stesso giorno chiunque si pretendeva aggravato da esso arcivescovo, tumultuosamente comparve colà, chiedendo con alte grida giustizia. Fece lor sapere l'imperadore, che avendosi a tenere in breve una generale dieta in Pavia, quivi udrebbe le lor doglianze e ragioni. Infatti si tenne quella dieta. Un _Ugo conte_ con altri esposero gli aggravi loro inferiti dal suddetto arcivescovo. Corrado, amicissimo di lui, ma più della giustizia, ordinò ch'egli soddisfacesse. Ricusò Eriberto di farlo; anzi, se vogliam prestar fede al Cronografo sassone[535], con alterigia grande rispose, che de' beni trovati nella sua chiesa, o da lui acquistati, non ne rilascerebbe un briciolo per istanza o comandamento di chi che fosse. Avvisato che almeno eccettuasse l'imperadore, tornò a parlare nel medesimo tuono. Allora l'Augusto Corrado s'avvide che dalla durezza di Eriberto erano procedute le sollevazioni dianzi accennate; perciò gli fece mettere le mani addosso. Così raccontano questo sì strepitoso affare gli autori tedeschi, per giustificar la risoluzione presa dall'Augusto Corrado; nè vi manca probabilità, perchè Eriberto era uomo di testa calda e facea volentieri il padrone, senza mettersi pena delle altrui querele. Ma Arnolfo milanese[536], che scrisse prima del fine di questo secolo la storia sua, in altra maniera descrisse questo avvenimento, con dire, che giunto Corrado a Milano, avendo tolto all'arcivescovo il già concedutogli privilegio, per altro abusivo, di dare a Lodi quel vescovo che a lui piaceva, il popolo di Milano con alte grida sparlò contro l'imperadore, che se ne offese non poco. E perciocchè credette autore del tumulto esso Eriberto, aspettò d'averlo in Pavia, cioè lontano dal suo popolo, ed allora il mise sotto le guardie. Questo racconto porta forse più dell'altro tutta l'aria di verisimiglianza, al vedere che dipoi lo stesso popolo di Milano, lasciando andare le precedenti gare, imprese con incredibile zelo la difesa del suo pastore. In effetto seguita a dire esso Arnolfo, che all'avviso della prigionia d'Eriberto, _mediolanensis attonita inhorruit civitas, proprio viduata pastore, dolens ac gemens a puero usque ad senem. O quae Domino preces, quantae funduntur et lacrymae!_ Si adoperarono il clero, la nobiltà e il popolo per liberarlo; si venne anche ad una convenzione, per cui fu promesso dall'imperadore di rilasciarlo, e a questo fine se gli diedero ostaggi; ma, ciò non ostante, continuò Corrado a tenerlo prigione, con determinazione di mandarlo in esilio. Nè di ciò contento, essendo state molto dipoi portate delle accuse contra de' vescovi di Vercelli, Cremona e Piacenza, Corrado fattili prendere, gli esiliò: azione riprovata dallo stesso Wippone, con dire: _Quae res displicuit multis, sacerdotes Christi sine judicio damnari_. Anzi soggiugne che lo stesso re Arrigo suo figliuolo in segreto detestò la risoluzione presa dal padre contra dell'arcivescovo e dei tre suddetti vescovi, persone tanto venerabili fra i cristiani, e pur condannate e punite senza processo e senza una legale sentenza. Altri autori, che riferirò fra poco, mettono più tardi la disgrazia di questo prelato. Fu dunque consegnato l'arcivescovo Eriberto a _Poppone patriarca_ d'Aquileia e a _Corrado duca_ di Carintia e marchese di Verona, acciocchè ne avessero buona custodia. Il condussero essi a Piacenza, o piuttosto fuori di Piacenza presso al fiume Trebbia sotto buona guardia; e intanto l'imperadore se n'andò a Ravenna, dove celebrò la santa Pasqua nel dì 10 d'aprile, con ispedire i suoi messi a far giustizia per tutto il regno. Nel dì 5 di maggio del presente anno si truova _Ermanno arcivescovo_ di Colonia, che per ordine di esso Augusto tiene un placito[537] nel borgo d'Arbia del contado di Siena. Un altro placito tennero nel dì primo di marzo, per testimonianza di Girolamo Rossi[538], _Arrigo_ ed _Ugo_ messi dell'imperador Corrado nel territorio d'Osimo.

Mentre soggiornava esso augusto in Ravenna, gli venne la disgustosa nuova che Eriberto arcivescovo di Milano era fuggito. Wippone scrive che, postosi uno de' familiari dell'arcivescovo nel di lui letto, ingannò le guardie; e in questo mentre Eriberto, travestito e salito sopra un cavallo, che gli fu condotto, spronò forte finchè fu in sicuro. Il Cronografo sassone[539] attribuisce il colpo ad un monaco che solo era stato lasciato a' servigii d'esso arcivescovo. Ma par bene che più fede in questo si possa prestare a Landolfo seniore, storico milanese di questo secolo. Secondo lui[540], Eriberto, che ben conosceva la ghiottoneria de' Tedeschi, e quanta parzialità avessero pel vino, spedì con buone istruzioni un suo fedele alla badessa di san Sisto di Piacenza, per concertare la maniera di rimettersi in libertà. Inviò essa all'arcivescovo venti some di varie carni e dieci carra di diversi squisiti vini. Può essere che fossero meno, e certo non occorreva tanto al bisogno. Fu fatta una sontuosa cena: tutte le guardie si abboracchiarono ben bene; il sonno col ronfare tenne dietro ai votati bicchieri; e nel più proprio tempo l'arcivescovo se la colse felicemente con trovare in Po una barca preparata che il condusse in salvo. Arrivato a Milano, non si potrebbe esprimere la gioia di quel popolo: segno ch'egli era ben veduto e stimato da tutti. Ma neppur si può dire quanto affanno e rabbia recasse all'Augusto Corrado la fuga d'Eriberto. Tosto immaginò la ribellione di Milano, nè si ingannò. Corse coll'esercito suo ad assediare quella città, città forte di mura e di torri, città ricca di popolo, e popolo risoluto di difendere fino all'estremo il suo pastore. Vedesi ampiamente descritto quell'assedio dal suddetto Landolfo seniore; e sappiamo da Wippone e da Ermanno Contratto, ch'esso durò, non già per tutto quest'anno, nè pel susseguente, come scrisse il Cronografo sassone, e, prima di lui, l'autore degli Annali d'Ildeseim, ma solamente poche settimane. Perciocchè Milano si trovò osso troppo duro, si andò intanto sfogando la rabbia tedesca sopra le castella e ville di quel territorio. La terra di Landriano specialmente rimase un monte di pietre. Nel dì dell'Ascensione fecero una vigorosa sortita i Milanesi, e nel fiero combattimento, per attestato di Arnolfo[541], fra gli altri un nobile tedesco (forse quel nipote dell'imperatore di cui parla il suddetto Landolfo) _et Wido italicus marchio, signifer regius, inter media tela confixi sunt_. Probabilmente questo _Guido_ marchese era uno degli antenati della casa d'Este, e fratello del marchese _Alberto Azzo I_ progenitore d'essi Estensi, per quanto ho io detto altrove[542]. Di lui si ha memoria in uno strumento dell'anno 1029, accennato dal Guichenon nella Storia genealogica della real casa di Savoia. Ora accadde, che trovandosi l'imperadore Corrado nel sacro dì della Pentecoste all'assedio di Corbetta, castello poco distante da Milano, all'improvviso s'alzò un temporale sì furioso di pioggia, gragnuola e fulmini, che andarono per terra tutte le tende dell'esercito[543], e vi restò, oltre a molti uomini, estinta una prodigiosa quantità di cavalli e di armenti con isbalordimento universale di tutta l'armata. Fu creduto miracoloso un sì funesto accidente, e che santo Ambrosio in questa maniera liberasse la città[544] e l'arcivescovo dall'ingiusta persecuzion di Corrado. Certo di più non ci volle, perchè l'imperadore, veggendo sì conquassata l'armata sua, si ritirasse a Cremona. Io non so bene se prima o dopo l'assedio suddetto, ovvero se esso durante, l'arcivescovo Eriberto facesse una spedizione ad _Odone conte_ ossia duca di Sciampagna, cioè a quel medesimo che avea disputato il regno della Borgogna all'Augusto Corrado.