Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 14
L'attività di questo imperadore nol lasciò consumare inutilmente il tempo in Roma. Però da lì a poco marciò egli coll'armata a Benevento e a Capoa; ed esse città, coll'altre di quella contrada, _sive vi, sive voluntaria deditione, sibi subjugavit_. Diede anche licenza ai Normanni che si trovavano in quelle parti, di abitarvi, e difendere i confini dai tentativi de' Greci. Ciò fatto, ritornò a Roma, e si avviò alla volta dell'Alpi. Era egli in Ravenna nel dì 3 di maggio, e in Verona nel dì 24 di esso mese, come consta da due suoi diplomi pubblicati dall'Ughelli[438], e da uno riferito dal padre Celestino nella Storia di Bergamo. Tanto fece, che in questi viaggi ebbe nelle mani Tasselgardo italiano, grande spogliator delle chiese e delle vedove; e colla sua morte sopra un patibolo liberò non so qual provincia dagl'insulti di costui. _Filii Taselgardi quondam comitis_ si veggono nominati all'anno 1029 nella Cronica del monistero di Farfa[439]. In uno strumento ancora da me pubblicato[440], e scritto nell'anno 1045, si trova _Tesselgardus comes filius bonae memoriae Tesselgardi comitis ex civitate Beneventi_. Sembra che del medesimo personaggio si parli in tali memorie. Mentre queste cose passavano in Italia, _Guelfo_ conte della Suevia, _dives in praediis, potens in armis_, turbò la quiete della Germania. Impadronitosi della città di Augusta, devastolla, e diede il sacco al tesoro di quel vescovo. Oltre a _Corrado duca_ di Franconia, che faceva di molti preparamenti, anche _Ernesto duca_ d'Alemagna ossia della Suevia, benchè figliastro dell'imperadore, prese l'armi contra di lui. L'arrivo di Corrado ad Augusta dissipò tutti i disegni di que' principi. Guelfo, Ernesto e Corrado vennero all'ubbidienza, e colla prigionia e coll'esilio di qualche tempo pagarono la pena della lor ribellione. Racconta Wippone[441], che Corrado _per biennium omnes Ticinenses afflixit, donec omnia quae precepit omni dilatione postposita compleverunt_. Però si può credere che i Pavesi in quest'anno, indotti a rifabbricar entro la lor città il palazzo regale, tornassero in grazia dell'Augusto Corrado. Circa questi tempi, per quanto si raccoglie da Arnolfo storico[442], venne a morte il vescovo di Lodi, e quel popolo, secondo l'antico rito, elesse il successore. Ma Eriberto arcivescovo di Milano, che in ricompensa delle tante fatiche e spese fatte per esaltare l'imperador Corrado, e per potere signoreggiar egli sotto l'ombra di lui in Lombardia, avendo fra gli altri privilegii ottenuto da esso Augusto di poter dare a Lodi quel vescovo che gli piacesse, scelse e conservò vescovo di quella città _Ambrosio_, uno de' suoi cardinali: che allora molte chiese d'Italia, massimamente le maggiori, avevano i lor cardinali al pari della chiesa romana. Sdegnati i Lodigiani per questa novità, che era anche contra de' canoni, gli fecero la testa. Ma il feroce arcivescovo, messa insieme un'armata, lor mosse guerra, prese all'intorno le lor terre e castella, e portò l'assedio alla stessa città di Lodi. Non potendo di meno que' cittadini, cedettero alla forza, accettarono Ambrosio vescovo, il qual poscia fece ottima riuscita; ma di là nacque un odio implacabile de' Lodigiani contra de' Milanesi, il qual poscia partorì immense ruberie, incendii, e stragi per moltissimi anni avvenire. Credesi che in questo anno terminasse i suoi giorni e le sue mirabili fatiche san _Romoaldo_ abbate istitutore dell'ordine camaldolese, in età di cento venti anni, come lasciò scritto san Pier Damiano[443]. V'ha chi crede che il Damiano, autore avvezzo a credere e spacciare il mirabile dappertutto, senza avvedersene abbia accresciuto di troppo gli anni di questo santo. Ma intorno a ciò son da vedere le dissertazioni camaldolesi del padre abbate Grandi, celebre letterato, che dottamente ha esaminato questo punto[444]. S'ebbe a male _Pandolfo IV_, dopo avere ricuperato il principato di Capoa[445], che _Sergio duca_ di Napoli avesse dato ricovero nella sua città a Pandolfo di Tiano, cioè al vinto emulo. E senza di questo, che non fa il mantice dell'ambizione ne' potenti signori[446]? Quando men Sergio se l'aspettava, eccoti Pandolfo colla sua armata volare all'assedio di Napoli, e strignere talmente quella città, che l'obbligò alla resa. Sergio ebbe maniera di fuggirsene; e Pandolfo di Tiano scappò anch'egli a Roma, dove miseramente terminò i suoi giorni. A niuno de' principi longobardi era mai riuscito nei secoli addietro di mettere il piede in Napoli. Questa fu la prima volta, ma Pandolfo neppur egli potè lungamente sostenere una tal conquista, siccome diremo. Nella Cronica del Volturno[447] si vede che _Pandolfo IV_ e suo figliuolo _Pandolfo V_ contavano nel mese di marzo e di aprile dell'anno seguente 1028 l'_anno primo ducatus neapolitani_.
NOTE:
[433] Antiquit. Ital., Dissert. XLV.
[434] Wippo, in Vit. Conradi Salici.
[435] Arnulfus, Mediolan. Hist., lib. 2, c. 3.
[436] Chron. Farfense, P. I, tom. 2, Rer. Ital.
[437] Antiquit. Italic., Dissert. LXV.
[438] Ughell., Ital. Sacr., tom. 5 in Episcop. Patav. et Veronens.
[439] Chronic. Farf. P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[440] Antiquit. Italic., Dissert. XIX.
[441] Wippo, in Vit. Conradi Salici.
[442] Arnulf., Hist. Mediol., lib. 2, cap. 6.
[443] Petrus Damian., in Vita S. Romualdi.
[444] Grandi, Dissertationes Camaldulenses.
[445] Anonymus Casinensis, tom. 5 Rer. Ital.
[446] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 58.
[447] Chron. Vulturnense, P. II, tom. 1 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MXXVIII. Indizione XI.
GIOVANNI XIX papa 5. CORRADO II re di Germania 5, imperadore 2.
Avea nell'anno precedente terminato il corso di sua vita _Arrigo duca_ di Baviera[448]; però l'_Augusto Corrado_ scelse per quel ducato la persona più cara ch'egli avesse, cioè il suo stesso figliuolo _Arrigo_. In quest'anno poscia gli procurò una maggior dosa d'onore, con farlo eleggere re di Germania in età di soli undici anni. La sua coronazione fu solennemente fatta in Aquisgrana nel dì 14 di aprile, cioè nel giorno santo di Pasqua. Abbiam veduto di sopra che _Corrado duca_ di Franconia, ossia di Wormacia, cugino dell'imperadore, restò escluso dal trono imperiale. Da lì innanzi non si quietò giammai, e fece guerra contra d'esso imperadore per più anni, ma con suo grave discapito. Alla perfine l'Augusto Corrado, in riguardo massimamente della parentela, ed anche per compensarlo dei danni a lui recati, perchè gli avea smantellate tutte le sue fortezze, il rimise in sua grazia, gli restituì tutti i suoi stati di Germania; e poi, siccome diremo all'anno 1035, gli fece anche una considerabil giunta e regalo. Chi dopo la morte di _Ugo marchese_ di Toscana, succeduta sul fine dell'anno 1001, succedesse a lui nel governo del ducato di Spoleti e della marca di Camerino, e reggesse quel paese fino a questi dì, non l'ho saputo finora discernere per mancanza di documenti. Nelle giunte da me pubblicate alla Cronica del monistero di Casauria[449], noi troviamo chi in quest'anno fosse duca di Spoleti e marchese di Camerino, cioè un altro _Ugo_. Veggonsi due placiti, tenuti l'uno nella città di Penna, e l'altro nella città di Marsi, _anno ab Incarnatione Domini MXXVIII, et imperante domno Chonrado gratia Dei imperatore Augusto, anno imperii ejus in Italia primo, et die mensis januarii, per Indictionem X_. Nell'originale sarà stato _Indict. XI_. Era presidente ad essi placiti _Ugo dux et marchio_. La pena imposta ai trasgressori è di mille libbre d'oro ottimo, _medietatem ad partem imperatoris, et medietatem ad partem praedicti sancti monasterii_ di Casauria: parole indicanti il dominio dell'imperadore in quella contrada, e che per conseguente ivi si parla del ducato di Spoleti, oppur della marca di Camerino, ossia di Fermo. Probabilmente questo Ugo ebbe per padre _Bonifazio_ juniore duca di Spoleti, come ho conghietturato altrove[450].
Circa questi tempi succedette quanto lasciò scritto Glabro storico[451], benchè con qualche imbroglio di cronologia. Cioè in un castello, appellato Monforte, nella diocesi d'Asti, pieno di molti nobili, s'era introdotta un'eresia, con rinnovar i riti dei pagani e de' Giudei. Per quel che dirò, furono costoro piuttosto manichei, giacchè questa mala razza s'era di soppiatto molto prima introdotta in Italia e in Francia, e pur troppo in tutti e due questi regni avea sparse di grandi radici coll'andare degli anni. _Saepissime tam Mainfredus marchionum prudentissimus, quam frater ejus Alricus, astensis urbis praesul, in cujus scilicet dioecesi locatum habebatur hujusmodi castrum, ceterique marchiones, ac praesules circumcirca creberrimos illis assultus intulerunt._ Ciò che avvenisse di quel castello e di quegli eretici, Glabro lo lasciò nella penna. Ma ne parla ben diffusamente Landolfo seniore[452], storico milanese del presente secolo, con dire che _Eriberto arcivescovo_ in questi tempi di Milano, trovandosi in Torino, udì l'eresia degli abitanti del castello di Monforte. Fatto prendere un di coloro, appellato Girardo, volle intendere da lui in che consistesse la setta e credenza di quel popolo. Allegramente espose costui i suoi dommi, e chiaro si scorge che era la eresia de' manichei. Allora Eriberto spedì le sue milizie a quel castello, e fece prendere tutti quanti quegli abitatori, e specialmente la contessa di quel luogo. Fattili condurre a Milano, cercò tutte le vie di ridurli a ravvedimento, ma in vece d'abiurare i loro errori, si misero a sedurre chiunque andava a visitarli. Perciò fu loro intimata la morte, se non ritornavano alla vera fede di Cristo. Alcuni, almeno in apparenza, la abbracciarono; ostinati gli altri vivi furono bruciati. Ma giacchè abbiam parlato qui di _Odelrico Magnifredo_, ossia _Manfredi_ marchese di Susa, da noi altre volte menzionato, ed onorato da altri scrittori di questi tempi coll'elogio di principe prudentissimo, bene sarà il ricordare ch'egli fondò in quest'anno (come costa da uno strumento presso l'Ughelli[453]) il convento delle monache di santa Maria di Caramania, oggidì nella diocesi di Torino, insieme con _Berta_ contessa sua moglie. Con queste parole si veggono essi enunziati: _Nos in Dei nomine Odelricus, qui miseratione Dei Magnifredus marchio scilicet nominatus, filius quondam Magnifredi similiter marchionis, et Berta, auxiliante Deo, jugales, filia quondam Auberti itemque marchionis_. Dal che si scorge che Berta sua moglie fu figliuola del marchese _Oberto II_, progenitore della casa d'Este. Hassi ancora all'anno seguente la fondazione fatta da questi due piissimi consorti, e da _Alrico_ vescovo d'Asti, fratello d'esso marchese, della badia di san Giusto di Susa[454], in cui si vede che Berta avea per fratelli _Adalberto_ marchese, _Azzo_ ed _Ugo_, che appunto si trovano in questi tempi figliuoli del suddetto marchese Oberto II. Da _Azzo_ vengono i principi estensi.
NOTE:
[448] Annalista Saxo, Hermannus Contractus, in Chron.
[449] Chron. Casaur., P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[450] Antiq. Ital. Dissert. VI, pag. 987, et Dissert. XV, pag. 855.
[451] Glaber, Hist., lib. 4, c. 2.
[452] Landulfus senior, Hist. Mediolan. lib. 2, cap. 27.
[453] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4.
[454] Antichità Estensi, P. I, cap. 13.
Anno di CRISTO MXXIX. Indizione XII.
GIOVANNI XIX papa 6. CORRADO II re di Germania 6, imperadore 3.
Mordeva il freno _Sergio duca_ di Napoli, perchè cacciato fuori del suo nido da _Pandolfo IV_ principe di Capua, e studiava tutte le vie di rientrare in casa. Dopo due anni e mezzo ch'egli era esule[455], gli venne fatto di ricuperare il suo principato, e per conseguente o sul fine di quest'anno, oppur nell'anno seguente. Probabilmente gli prestarono aiuto per mare i Greci, perchè Napoli fin qui s'era sempre tenuta salda sotto la sovranità degl'imperadori d'Oriente, benchè i suoi duchi, appellati anche maestri de' militi, godessero una piena signoria in quella città e nelle sue dipendenze. Sembra anche certo che a tale impresa concorressero in aiuto suo i Normanni, i quali andavano crescendo in quelle contrade; gente che sapeva pescare nel torbido, e seguitava senza scrupolo ora l'uno, ora l'altro di que' principi, anteponendo sempre chi gli dava o prometteva di più. Nè mancavano a Sergio dei partigiani nella stessa città di Napoli; e però ne tornò felicemente in possesso. Si sa ch'egli donò un delizioso e fertile territorio fra Napoli e Capoa (senza fallo per guiderdone del buon servigio), ai Normanni con crear conte _Rainulfo_ capo de' medesimi, e imparentarsi seco. Allora fu che i Normanni si diedero a fabbricar case in quel sito che a poco a poco divenne una città chiamata _Aversa_, di cui fu il primo conte il predetto Rainulfo, e che servì di baluardo da lì innanzi contro la potenza de' principi di Capoa. Il trovarsi poi così ben agiati e favoriti in Italia i Normanni, e la fama delle lor delizie portata in Normandia, andava facendo venire di colà nuovi compagni nella Campania a partecipar della fortuna e felicità de' lor nazionali. Abbiamo da Lupo Protospata[456] che in quest'anno fu mandato in Italia per catapano ossia generale de' Greci _Cristoforo_, e che _Bugiano_ con _Oreste_ se ne tornò a Costantinopoli. Aggiugne il suddetto Cronista che _mense julii venit Potho catapanus, fecitque pugnam cum Rayca in Baro_. Tanto son corte queste memorie, che non si arriva a distinguere nè le persone, nè le azioni succedute in que' paesi. Tuttavia assai traluce dello Anonimo barense[457], che dopo la morte di Melo questo Rayca si fece capo dei Pugliesi ribelli ai Greci. Abbiamo di nuovo sotto quest'anno memoria di _Ugo marchese_, uno degli antenati della casa di Este, in uno strumento dato alla luce dal Campi[458] e scritto colle note seguenti: _Conradus gratia Dei imperator Augustus, anno imperii ejus, Deo propitio, secundo, X kalendas februarii, Indictione XII_, che indicano l'anno presente. Egli è quivi chiamato _Ugo marchio filius bonae memoriae Oberti, qui fuit item marchio_. È magnifica la compra ch'egli fa di una gran quantità di beni, ascendenti secondo la misura a _diecimila iugeri_, che, secondo il Campi, danno _centoventimila pertiche_. Fra questi beni posti ne' territorii di _Pavia_, _Piacenza_, _Parma_ e _Cremona_, si contano varii castelli, rocche, corti e chiese, che si trovano poi confermate nell'anno 1077 da Arrigo III, detto il IV, alla casa d'Este. Così coll'una mano raunava questo principe delle ricchezze, ma coll'altra ne faceva anche parte ai sacri luoghi. Perciocchè in quest'anno appunto, oppure nel 1038, come vuole il Campi, si osserva in un altro suo strumento[459] che egli dona alla cattedrale di Piacenza due porzioni della decima di Portalbero, e la terza alla chiesa di santa Maria _de ipso loco Portalbero_. Molt'altri effetti della sua pietà e munificenza verso le chiese ci ha nascoso il tempo; ma non ci è ignoto che egli magnificamente arricchì l'antica badia della Pomposa, situata oggidì nel distretto di Ferrara, e governata dal vivente allora _Guido_ abbate, uomo santo, di cui si è parlato di sopra. Arrigo II fra gl'imperadori in un suo diploma, da me dato alla luce nelle Antichità estensi, e scritto nel settembre dell'anno 1045, chiama essa badia _ab Ugone marchione magnifice ditatam_, e le conferma _quidquid sibi junior Ugo marchio filius Uberti dedit_. L'anno in cui questo principe mancò di vita, è a noi ignoto. Probabilmente non molto sopravvisse dopo l'anno presente. Ebbe moglie, ma non apparisce ch'egli lasciasse dopo di sè figliuoli: laonde la sua eredità pervenne al _marchese Alberto Azzo I_ suo fratello, se era vivo, oppure al _marchese Alberto Azzo II_ suo nipote, del quale comincieremo a parlar da qui innanzi. Fu di parere l'Ughelli[460], che _Eriberto arcivescovo_ di Ravenna passasse a miglior vita nell'anno 1027. Non ne adduce alcuna pruova. Ben certo è per uno strumento addotto da Girolamo Rossi[461], che si truova in quest'anno, _anno quarto Johannis papae, imperante Chuonrado anno tertio, die XI aprilis, Indictione XII_, arcivescovo di quella città _Gebeardo_. In vece di _anno quarto_, avrà avuto la pergamena _anno V_, oppure _VI_, e il Rossi per isbaglio avrà letto _anno IV_. Egli stesso confessa, che nell'anno seguente 1030 a dì 6 di giugno correva tuttavia l'_anno VI_ di papa Giovanni XIX. In un documento, da me dato alla luce[462], torna a farsi vedere il marchese di Susa _Odelrico Magnifredo_, ossia _Manfredi_, il quale si protesta figliuolo di un altro _Magnifredo_ marchese. Di questo principe avremo occasion di parlare in breve.
NOTE:
[455] Anonymus Casinens., tom. 5 Rer. Italic. Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 58.
[456] Lupus Protospata, in Chronico.
[457] Anonymus Barensis, Chron., tom. 5 Rer. Italic.
[458] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1 Append.
[459] Antichità Estensi, P. I, cap. 12.
[460] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Archiepiscop. Ravenn.
[461] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 5.
[462] Antiquit. Ital., Dissert. VI, pag. 341.
Anno di CRISTO MXXX. Indizione XIII.
GIOVANNI XIX papa 7. CORRADO II re di Germania 7, imperadore 4.
Insorse in quest'anno guerra fra l'_imperador Corrado_ e _Stefano_ primo re d'Ungheria, principe santo, per colpa non già degli Ungheri, ma bensì dei Bavaresi lor confinanti[463]. Mosse Corrado un potente esercito a quella volta, e giunse fino al fiume Rab. Seguirono saccheggi ed incendii sì nell'Ungheria che nella Baviera. Ma il buon re Stefano, a cui non piaceva questa brutta musica, e che si trovava anche inferiore di forze, con una ambasciata spedita al giovinetto re Arrigo dimandò pace; e questi dall'Augusto Corrado suo padre l'ottenne. Circa questi tempi _Pandolfo IV_ principe di Capoa, ingrato ai benefizii a lui compartiti da Dio, tornò ad imperversar come prima contra del nobilissimo monistero di Monte Casino, nulla curando che quel sacro luogo fosse sotto l'immediata signoria e protezion degl'imperadori[464]. Chiamò a Capoa Teobaldo abbate con invito di gran benevolenza, e il forzò a non partirsi da quella città. Si fece giurar fedeltà da tutti i sudditi di quella badia, distribuì ai Normanni, allora suoi aderenti, una parte delle castella dipendenti da esso monistero, e diede l'altra in governo ad un certo Todino, uno de' famigli del monistero, che aspramente cominciò a trattare i poveri monaci. In una parola fu ridotto a tal miseria quel sacro luogo, che un giorno i monaci disperati presero la risoluzione d'andarsene tutti in Germania a' piedi dell'imperadore per implorar aiuto, e si misero in viaggio. Avvisato di ciò il suddetto Todino, corse, e tante preghiere e promesse adoperò, che li fece tornare indietro. Abbiamo dagli Annali pisani[465] che in quest'anno _in Nativitate Domini Pisa exusta est_. Di simili incendii di città italiane in questi secoli noi ne andremo trovando da qui innanzi non pochi. Non erano allora molte d'esse città fabbricate colla durevolezza e pulizia de' nostri tempi. Molto legname concorreva a farle, e in molti di quegli edifizii duravano ancora i tetti coperti di paglia, siccome ho io altrove accennato[466]. Però non è da stupire, se attaccato il fuoco in un luogo, facilmente si diffondesse la fiamma sino a prendere la maggior parte delle città. Abbiam parlato di sopra con lode di _Magnifredo_ marchese di Susa. Non si vuol ora tacere un fatto narrato dall'autore della Cronica della Novalesa[467]. Secondo gli abusi di questi secoli barbari, avea l'imperador Corrado, stando in Roma, conferita la badia della Novalesa al nipote di santo Odilone abbate di Clugnì, il quale per essere giovinetto, dopo averle recato non lieve danno, la concedette in benefizio (probabilmente per danari) ad _Alberico_ vescovo di Como. Questo prelato ingordo _Taurinum veniens, egit arte callida cum marchione Maginfredo, et fratre suo Adelrico praesule_ (d'Asti), _datoque multo pretio, ut abbatem caperent: quod et fecit_. Nel dì seguente i cittadini di Torino, che amavano ed apprezzavano forte quell'abbate, fecero una gran raunata per levarglielo dalle mani. _Sed praedictus marchio cum turba militare praevaluit, interdicens illis, ne quid offenderent_. Può essere che sel meritasse l'abbate. Ne ho io fatta menzione, acciocchè il lettore osservi come in questi tempi la città di Torino dovea essere sotto la giurisdizione del marchese Magnifredo o Manfredi. In quest'anno trovandosi l'imperador Corrado in Ingeleim _XVIII kalendas aprilis, anno Chuonradi regnantis sexto, ejusdemque imperii tertio_[468], confermò i suoi beni e diritti alla badia di santa Maria di Firenze, con dichiararla badia imperiale e regale.
NOTE:
[463] Annales Hildesheim. Wippo, in Vita Conradi Salici.
[464] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 58 et seq.
[465] Annali Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
[466] Antiq. Ital., Dissert. XXI.
[467] Chron. Novalic., P. II, tom. 2 Rer. Ital., pag. 760.
[468] Bullar. Casinense, tom. 2, Constit. LXXXV.
Anno di CRISTO MXXXI. Indizione XIV.
GIOVANNI XIX papa 8. CORRADO II re di Germania 8, imperadore 5.
Scrive Romoaldo salernitano[469] che _anno MXXX, Indictione XIII Johannes princeps Salerni defunctus est anno principatus sui LVII, et successit ei Guaymarius filius ejus_. Ma è fallato il testo, e in vece di _Johannes_ avrà scritto Romoaldo _Guaymarius_, cioè _Guaimario III_ principe di Salerno. Anche l'Anonimo barense presso il Pellegrini mette all'anno 1030 la morte di questo principe. In un testo di Lupo Protospata[470] essa viene riferita all'anno 1029. Ma il suddetto Camillo Pellegrini portò opinione che Guaimario III conducesse la sua vita fino all'anno presente 1031, parendogli che si possa ciò ricavare da alcuni antichi strumenti. Abbiamo inoltre tanto dall'Anonimo barense[471], quanto dal Protospata suddetti, che _mense junii comprehenderunt Saraceni Cassianum_, cioè la piccola città di Cassano nella Calabria; e che nel dì 3 di luglio Poto catapano de' Greci venne a battaglia con quegli infedeli, e restò sconfitto con lasciarvi egli la vita. Passò alla gloria de' beati in quest'anno san _Domenico abbate_ del monistero di Sora, appellato da Leone ostiense[472] _mirabilium patrator innumerum, et caenobiorum fundator multorum_. Il Sigonio, e dopo lui Angelo dalla Noce[473] abbate casinese stimarono Domenico Sorano lo stesso che san _Domenico Loricato_. Ma andarono lungi dal vero. Certo è che furono due persone diverse. Il Loricato volò al cielo nell'anno 1061, come dirittamente osservò il cardinal Baronio[474]. Ossia che si pentissero finalmente i Veneziani dell'aspro trattamento da lor fatto ad _Ottone Orseolo_ lor doge; oppure che s'infastidissero del governo di _Pietro Barbolano_ a lui sustituito nel ducato; oppure, come è più probabile, che prevalesse la fazion degli Orseoli: certo è, per attestato del Dandolo[475], ch'essi preso in questo anno il suddetto Pietro doge, senza saponata gli levarono la barba, e vestitolo da monaco, il mandarono in esilio a Costantinopoli. Quindi inviarono alla stessa città di Costantinopoli _Vitale_ vescovo di Torcello con bello accompagnamento a ricondurre di colà _Ottone Orseolo_, per rimetterlo sul trono ducale. Intanto diedero il governo della terra ad _Orso Orseolo_ patriarca di Grado, e fratello d'esso Ottone, uomo di gran senno e generosità, il quale per un anno e due mesi fece da vice-duca con molta sua lode.