Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 13

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Perduta questa speranza, e tanto più perchè esso giovinetto Ugo fu rapito dalla morte in quest'anno nel dì 17 di settembre, passarono que' marchesi a tentare _Guglielmo IV_ duca d'Aquitania, oppure suo figliuolo _Guglielmo V_. Fulberto vescovo di Chartres così ne scrive a Roberto re di Francia[410]: _Guillelmo Pictavorum comes_ (lo stesso è che il duca d'Aquitania) _herus meus loquutus est mihi nuper dicens, quod postquam Itali discesserunt a vobis, diffisi, quod vos regem haberent, petierunt filium suum ad regem. Quibus ille invitus coactusque respondit, tamdem acquiescere se voluntati eorum._ Ma per non imbarcarsi male a proposito, fece il duca Guglielmo avvisare per mezzo del conte d'Angiò il re Roberto dell'esibizion fattagli dagli Italiani; e ch'egli l'accetterebbe, qualora il re volesse secondarlo e muovere all'armi i duchi della Lorena contro il re Corrado: al qual fine gli offeriva una buona somma di danaro. Nè questo gli bastò. Volle in persona venir egli in Italia, per meglio scandagliare gli animi e le forze di questi principi. Ma qui non trovando quella concordia che occorreva in un affare di tanta importanza, e non gli piacendo certe condizioni che si dimandavano dai principi italiani, se ne tornò in Guienna, e si diede a disfare la tela ordita. In una lettera[411], da lui scritta a Maginfredo marchese, gli dice: _Quod coeptum est de filio meo, non videtur mihi ratum fore, nec utile, neque honestum. Gens enim vestra infida est. Insidiae graves contra nos orientur._ Però il prega di rompere con buon garbo questo negozio. Odasi ancora Ademaro, monaco di santo Eparchio, che nella sua Cronica scrive:[412] _At vero Langobardi, fine imperatoris_ (Henrici) _gavisi, destruunt palatium imperiale, quod erat Papiae, et jugum imperatorium a se excutere volentes, venerunt multi nobiliores eorum coram pictavam urbem ad Willelmum ducem Aquitanorum, et eum super se regem constituere cupiebant. Qui prudenter cavens cum Willelmo comite Engolismae Langobardorum fines penetravit, et diu placitum tenens cum ducibus Italiae, nec in eis finem_ (o piuttosto _fidem_) _reperiens, laudem et honorem eorum pro nihilo duxit_. Leone, vescovo di Vercelli, uno di quelli fu che si sbracciò non poco per tirare in Italia l'amico suo duca d'Aquitania. Leggesi una lettera faceta del duca ad esso Leone, nella quale venendo poi al serio, scrive[413]: _Longobardos non arguo deceptionis, quam in me exercere vellent. Quantum enim in ipsis fuit, partum erat mihi regnum Italiae, si unum facere voluissem, quod nefas judiravi: scilicet, ut ex voluntate eorum episcopos, qui essent Italiae, deponerem, et alios rursus illorum arbitrio elevarem. Sed absit, me rem hujusmodi facere_, ec. Ecco quanta fosse la pietà e saviezza di quel principe.

In occasione di questi trattati passò, come vedemmo, in Francia _Ugo marchese_, uno degli antenati estensi, per indurre il re Roberto ad accettar la corona d'Italia, e, passando per la città di Tours, quivi si fermò per due giorni affin di soddisfare alla divozione sua verso san Martino. Questa notizia ci è somministrata da una carta dell'archivio di quei canonici, dove si legge[414]: _Orta est querela canonicorum sancti Martini, circa quosdam marchiones Italiae, Bonifacium videlicet, Albertum, et Aczonem, Otbertum, et Hugonem, propter terras beati Martini de Italia, quas injuste tenebant. Quorum Hugo accidit, ut in terra legationis causa Robertum Francorum regem adiret, et per sanctum beati Martini locum transiret_, ec. Siccome ho altrove dimostrato, erano questi principi della famiglia de' marchesi appellati poscia d'Este. Soddisfece il marchese Ugo a que' canonici. Ora il negoziato fin qui esposto de' principi d'Italia per iscuotere il giogo tedesco per la maggior parte fu fatto nel precedente anno, e terminò poi nel presente. Tra perchè abortirono le speranze concepute di avere un re dalla parte della Francia, e perchè l'unire e tener unite tante teste, era cosa più che difficile, _Eriberto_ arcivescovo di Milano, il primo fra' principi di Lombardia, prese il partito suo, e, seguitato da moltissimi altri, andò in Germania a darsi al re Corrado, e a promettergli la corona del regno italico, ogni volta ch'egli calasse in Italia. L'abbiamo da Arnolfo storico milanese[415]. _Factum est_ (scrive egli) _ut simul convenientes in commune tractarent de constituendo rege primates. Diversis itaque in diversa trahentibus, non omnium idem fuerat animosus. Interque talia fluctuante Italia, suorum comparium declinans Heribertus consortium, invitis illis ac repugnantibus adiit Germaniam, solus ipse regem electurus teutonicum. Quumque Teutones sibi Chuonradum eligerent, eumdem ipsum laudavit, omniumque in oculis coronavit._ Ma non sussiste che Eriberto intervenisse all'elezion germanica, e molto meno che egli coronasse Corrado, nè che v'andasse solo. Un autore meglio informato, che era allora in corte d'esso Corrado, cioè Wippone[416], ci assicura che il suo re, venuto alla città di Costanza, quivi celebrò la Pentecoste, che cadde nel dì 6 di giugno dell'anno presente. _Ibi archiepiscopus mediolanensis Heribertus cum ceteris optimatibus italici regni occurrebat, et effectus est suus, fidemque sibi fecit per sacramentum et obsidum pignus, ut quando veniret cum exercitu ad subjiciendam Italiam, ipse eum reciperet, et cum omnibus suis ad dominum et regem publice laudaret, statimque coronaret. Similiter reliqui Langobardi fecerant_ (fecerunt) _propter_ (praeter) _Ticinenses, qui et alio nomine Papienses vocantur, quorum legati aderant cum muneribus et amicis, molientes ut regem pro offensione civium placarent, quamquam id adipisci a rege juxta votum suum nullo modo valerent_. Tenevasi offeso il re, perchè i Pavesi avessero demolito il palazzo imperiale. E questi dicevano: _Chi abbiamo noi offeso? Finchè l'Augusto Arrigo è vivuto gli siamo stati ubbidienti e fedeli. Morto lui, non avendo noi re, nè obbligo verso chi non era per anche nostro re, abbiamo smantellato un palazzo, su cui niun, fuorchè noi, aveva diritto._ Ma Corrado non l'intendeva così, pretendendo che se moriva il re, il regno nondimeno vivo restava; e che quel palazzo era del re d'Italia e non de' Pavesi. Per questo motivo senza pace se ne tornarono indietro gli ambasciatori di Pavia. _Reliqui vero Italici amplissimis donis a rege honorati in pace dimissi sunt._ Nè già i Pavesi ricusavano di rifabbricare quel palazzo regale che era loro di gloria, ma lo volevano fuor di città. Corrado all'incontro lo voleva dentro, come prima. In ciò consisteva la lor discordanza. In questo anno propriamente, siccome osservò il padre Mabillone[417], ed io ancora[418], ebbe principio il celebre monistero della Cava nel principato di Salerno per cura di _Guaimario III_ principe di quelle contrade. Il suo primo abbate fu santo _Adelferio_ ossia _Alferio_. Abbiamo ancora da Leone Ostiense[419] e dall'Anonimo casinense, che in quest'anno _Pandolfo IV_ principe di Capua, già condotto prigione in Germania dal defunto Arrigo Augusto, ad intercessione dello stesso Guaimario, ottenne la sua libertà, e tornossene tutto umile e mansueto, secondo le apparenze, in Italia, con accignersi dipoi a ricuperare il perduto principato.

NOTE:

[408] Beslius, de vera orig. Hugon. Reg.

[409] Glaber, lib. 3, cap. 9.

[410] Folbertus, Epistol. 54 et 55.

[411] Fulbertus, Epistol. 58.

[412] Apud Labbe Bibliothec. MSS. tom. I.

[413] Fulbert., Epist. 126.

[414] Martene, Thesaur. nov. Anecdot. tom. I, pag. 51.

[415] Arnulf., Hist. Mediol., lib. 2, cap. 1.

[416] Wippo, in Vita Conradi Salici.

[417] Mabill., Annal. Benedict.

[418] Rer. Ital., tom. VI. Praefat. ad Vit. Abbat. Cavens.

[419] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 58.

Anno di CRISTO MXXVI. Indizione IX.

GIOVANNI XIX papa 3. CORRADO II re di Germania 3, d'Italia 1.

Ancorchè nell'anno addietro tendessero alla ribellione, e facessero varii movimenti contra del re Corrado, il giovine Corrado duca di Franconia, Ernesto duca di Alemagna, ossia di Suevia, e Guelfo conte suevo, figliastro del medesimo Ernesto, e Federigo duca di Lorena[420] con altri probabilmente mossi da Roberto re di Francia, che già faceva conto di pescare nel torbido: pure, tal fu l'industria e il senno d'esso re Corrado, che seppe quietar questi rumori, e dissipare in gran parte le alleanze tramate contra di lui. Però non sì tosto si vide quieto in Germania, che si accinse a calare in Italia, per prevalersi della buona disposizione che avea trovato ne' principi di Italia e nel romano pontefice in favore di lui. Per attestato di Arnolfo storico[421], l'arcivescovo Eriberto gli avea già guadagnati gli animi di quasi tutti, parte con fatti e parte con isperanze di premii. Per tanto s'incamminò egli alla volta dell'Italia, seco menando un poderoso esercito[422]. Per Verona passò a Pavia, e trovando chiuse le porte di quella città andò a Vercelli, dove celebrò la santa Pasqua nel dì 10 di aprile. _In ipsis diebus paschalibus Leo ejusdem civitatis antistes, vir multum sapiens, mundum cum pace reliquit, cui Ardericus mediolanensis canonicus successit._ Adunque circa il tempo della quaresima, come vuole Ermanno Contratto, dell'anno presente era allora _Leone_ vescovo di Vercelli; pertanto è da vedere come l'Ughelli[423] metta in questi tempi vescovo di quella città _Pietro_, tenuto ivi per santo, con dire ch'egli morì nel dì 13 di febbraio di quest'anno 1026. Secondo il suddetto storico Arnolfo, _veniens Conradus Italiam, ab Heriberto archiepiscopo, ut moris est, coronatur in regno_. Vogliono gli storici milanesi ch'egli fosse coronato nella basilica di santo Ambrosio, allora fuori di Milano. Buonincontro, storico di Monza, aggiugne[424] che questo re _ab Henrico archiepiscopo Mediolani, primo in Modoetia, postea Mediolani in sancto Ambrosio coronatur_. Neppur sapea questo scrittore che allora sedea nella cattedra di santo Ambrosio Eriberto arcivescovo: laonde neppur noi sappiamo cosa sia da credergli in questo particolare. La verità si è, che la coronazione in re d'Italia si dee tenere per certa; ma, per conto del tempo e del luogo, questo tuttavia resta involto nelle tenebre. Persistendo poi Corrado in non volere dar pace ai Pavesi, fece loro quanta guerra potè nel territorio d'essi, con incendiar le castella e le chiese, e far morire di ferro o di fuoco i poveri contadini rifuggiti in que' sacri luoghi, con tagliar tutte le viti e far altre simili azioni abbominevoli e scellerate per un re cristiano, perchè contro quella parte di popolo che niuna colpa avea nel delitto, benchè il buon Wippone le racconti quasi come gloriose prodezze del re Corrado. Ma non si mise egli a far l'assedio di Pavia, perchè la conobbe città forte e piena di popolo, e però capace di far lunga e vigorosa resistenza. Racconta Guiberto[425] nella Vita di san Leone IX papa, che questi in età di ventitrè anni, chiamato allora Brunone, correndo l'anno 1025, _vice sui pontificis Herimanni in expeditione Conradi imperatoris_ (suo zio) _Longobardiam, et maxime super Mediolanum tunc rebellem, est profectus_. S'ingannò Guiberto, e volle dir Pavia; perciocchè Milano era tutto allora per Corrado.

Attese esso re per qualche tempo a sottomettere alcuni gran signori, collegati co' Pavesi, cioè _Adalberto_ marchese e _Guglielmo_, ed altri principi in quei contorni, con desolare un lor castello chiamato _Orba_ verso i confini oggidì dell'Alessandrino. Passò dipoi a Ravenna, e, come scrive il suddetto Wippone, _cum magna potestate ibi regnavit_: il che sempre più ci assicura che Ravenna col suo esarcato era allora, anzi da gran tempo, compresa nel regno d'Italia. Ma anche in Ravenna si attaccò una zuffa tra que' cittadini e gl'indiscreti Tedeschi, per la quale fu in armi tutta la città, e si combattè alla disperata fra l'una parte e l'altra, e ne seguì una non picciola strage, colla peggio in fine de' Ravennati. Lo stesso re Corrado, udito il rumore, si fece armare, domandò il cavallo, ed uscì fuor del palazzo. Ma veggendo scappare i cittadini, e salvarsi nelle chiese e nei nascondigli, _misertus eorum, quia ex utraque parte sui erant, exercitum de persequutione civium revocavit_. Nel dì seguente davanti a lui i primi della città co' piedi nudi e colle spade nude in mano, per segno d'essere degni del taglio della testa, comparvero a chiedere il perdono, e l'ottennero. Grandi furono in quest'anno i calori nell'Italia, e molte perciò le malattie. Affine di custodir la sanità, il re _ultra Atim fluvium propter opaca loca et aeris temperiem in montana secessit, ibique ab archiepiscopo mediolanensi per duos menses et amplius regalem victum sumtuose habuit_. Che fiume sia questo _Ati_, nol so. Credo guasta la parola. Parrebbe _Athesis_, cioè l'Adige; ma le spese a lui fatte sì magnificamente da Eriberto arcivescovo m'inclinano piuttosto a crederlo un luogo del Milanese. Celebrò finalmente in Ivrea la festa del santo Natale, e non già in Ravenna, come si pensò il Sigonio. Riportò in quest'anno _Ingone_ vescovo di Modena la conferma de' beni e privilegii della sua chiesa da esso Corrado con un diploma pubblicato, ma non senza scorrezioni, dal Sillingardi[426] e dall'Ughelli[427]. Le note son tali nell'originale: _Data XIII kalendas julii anno dominicae Incarnationis MXXVI, Indictione nona, anno vero domni Conradi secundi regnantis primo. Actum Cremonae._ L'anno _primo_ del regno d'Italia si vede qui adoperato. Si dee anche correggere un diploma d'esso Corrado, dato in _Piacenza_ in favore del monistero di san Salvatore di Pavia[428], e conceduto in quest'anno, e non già nell'_anno MXXIII_.

Era mancato di vita dopo cinquanta anni d'imperio _Basilio_ imperadore dei Greci nel precedente anno 1025, ed era restato solo imperadore _Costantino_ suo fratello. Pensò questi nell'anno presente alla conquista della Sicilia, che da tanti anni languiva sotto la tirannia de' Saraceni. La spedizione sua è narrata da Lupo Protospata con queste parole[429]. _Despotus Nicus_ (forse _Andronicus_) _in Italiam descendit cum ingentibus copiis Russorum, Wandalorum, Turcarum, Bulgarorum, Brunchorum, Polonorum, Macedonum, aliarumque nationum ad Siciliam capiendam. Captum est autem Rhegium, et ob civium peccata destructum est a Vulcano catapano, et Basilius imperator obiit anno secundo._ Si dee scrivere Constantinus, come osservò Camillo Pellegrini. La morte di questo imperadore, succeduta nell'anno seguente a dì 9 di novembre, e la peste entrata nell'esercito de' Greci mandò a male tutta quell'impresa. _Oreste_ è chiamato da Cedreno il generale de' Greci, spedito, secondo lui, in Sicilia, quand'anche era vivo Basilio Augusto. Sconvolse in quest'anno la discordia la città di Venezia[430]. Perchè _Ottone Orseolo_ doge non volle investire _Domenico Gradonico_ ossia _Gradenigo_ juniore, eletto vescovo di quella città, alzossi contra del doge una potente fazione che il depose, e, tagliatagli la barba, il mandò in esilio a Costantinopoli. _Orso_ patriarca di Grado suo fratello, siccome sospetto, fu anche egli in tal congiuntura cacciato dalla sua sedia. In luogo del bandito Ottone venne eletto _Pietro Barbolano_ ossia _Centranico_. Ma poca quiete provò egli, parte perchè di tanto in tanto si formavano delle sedizioni contra di lui, e parte perchè Poppone patriarca di Aquileia, assistito dagli aiuti del re Corrado, infestava i confini de' Veneziani. Anzi lo stesso Corrado, senza voler confermare gli antichi patti, si mise anch'egli a perseguitare e danneggiar i Veneziani. Secondo l'Anonimo casinense[431], _Pandolfo IV_ ritornato libero dalle carceri di Germania, e andando dietro alla ricupera del suo principato di Capoa, uniti tutti i suoi seguaci e fautori, ottenne anche un rinforzo considerabile di armati da Boiano ossia Bugiano generale dell'armi greche, e da _Guaimario III_ principe di Salerno, marito di Gaitelgrima sua sorella. Ebbe anche dalla sua Rainulfo e Arnolfo capi de' Normanni, e i conti di Marsi. Con questo sforzo di gente mise l'assedio a Capoa, che durò, chi scrive sei mesi, e chi un anno e mezzo. _Pandolfo_ conte di Tiano, giù creato principe di Capoa da Arrigo I Augusto, finchè ebbe forza, difese la città; ma in fine la necessità il costrinse a renderla. Affidato dal catapano de' Greci, insieme con _Giovanni_ suo figliuolo e con tutti i suoi aderenti fu condotto a Napoli, e lasciato in libertà. Così _Pandolfo IV_ tornò ad essere principe di Capoa, e dichiarò suo collega nel principato _Pandolfo V_ suo figliuolo. Fu chiamato da Dio in quest'anno nel dì 30 di agosto a miglior vita _Bononio_ abbate di Lucedio nella diocesi di Vercelli. Le sue insigni virtù ed azioni di rara pietà, accompagnate da miracoli, indussero _Arderico_ vescovo di Vercelli a riconoscerlo per santo: il che fu anche approvato dal sommo allora pontefice Giovanni XIX. Nacque Bononio in Bologna, e quivi nel monistero di santo Stefano per alquanti anni visse monaco. La Vita di lui, scritta da autore contemporaneo, si legge presso il padre Mabillone[432].

NOTE:

[420] Hermannus Contractus, in Chron.

[421] Arnulf., Histor. Mediolanens., lib. 2, cap. 2.

[422] Wippo, in Vit. Conradi Salici.

[423] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4.

[424] Bonincontr., Chronic. Modoet. tom. 12 Rer. Ital.

[425] Wibertus, Vita S. Leonis IX, lib. 1, cap. 7.

[426] Sillingard. Calalog. Episcop. Mutinens.

[427] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2.

[428] Bullar. Casinens.

[429] Lupus Protospata, in Chronico.

[430] Dandulus, in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.

[431] Anonymus Casinensis, tom. 5 Rer. Ital. Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 58.

[432] Mabill., Saecul. VI Benedict., P. I.

Anno di CRISTO MXXVII. Indizione X.

GIOVANNI XIX papa 4. CORRADO II re di Germania 4, imperadore 1.

Nel febbraio dell'anno presente dovette muoversi il re Corrado alla volta di Roma, dove, secondo i maneggi e il concerto seguito fra loro, papa GIOVANNI XIX era per concedergli la corona imperiale. Un suo diploma[433], dato probabilmente nel febbraio di quest'anno, benchè manchi il mese e il giorno, ci fa vedere in _Verona_ appellato solamente re lo stesso Corrado, cioè non per anche nomato imperadore. _Rinieri_ marchese di Toscana, per quanto ne lasciò scritto Wippone[434], con tutta quella provincia, non avea voluto per anche riconoscerlo per re, e stava forte nella ribellione. A quella volta marciò Corrado colla sua armata, cioè con un possente esorcismo per costrignerlo all'ubbidienza. Infatti Rinieri, dopo essersi tenuto chiuso in Lucca per pochi giorni, vedendo la malparata, venne finalmente ad arrendersi. L'esempio di Lucca e del marchese servì a ridurre in breve la Toscana tutta a suggettarsi. Ci mancano documenti per conoscere se dopo questo fatto seguitasse il marchese Rinieri a reggere la Toscana, oppure s'egli fosse deposto, e in luogo di lui creato duca di Toscana _Bonifazio marchese_, padre dell'inclita contessa Matilda. Inclino io a credere che Bonifazio profittasse di tal congiuntura. Andossene dipoi Corrado a Roma, e quivi nel mercordì santo con sommo onore e magnificenza fu accolto da papa Giovanni e da tutti i Romani. Poscia _in die sancto Paschae, qui eo anno VII calendas apriles terminabatur, a Romanis ad imperatorem electus_ (doveano dunque concorrere anche i Romani col papa all'elezion dell'imperadore) _imperialem benedictionem a papa suscepit_,

_Caesar et Augustus romano nomine dictus_.

Ricevette eziandio la sacra unzione e coronazione la regina _Gisela_ sua moglie, figliuola di _Erimanno_ duca di Alemagna. Fu quella gran funzione onorata dalla presenza di due re, cioè di _Rodolfo III_ re di Borgogna, e di _Canuto_ ossia _Cnuto_ re d'Inghilterra, in mezzo ai quali l'Augusto Corrado se ne tornò al palazzo. Ma anche in Roma succedette il medesimo che era avvenuto in Ravenna. Mi sia permesso il dirlo, doveano ben essere allora indisciplinati, barbarie bestiali i Tedeschi. Per ogni picciolo rumore correvano a far laghi di sangue, e sfoggiavano nella crudeltà: dal che poi venne che si tirarono addosso l'odio degl'Italiani, e ne stancarono la pazienza, siccome vedremo. Per un vil cuoio di bue in un dì di quella settimana nacque contesa fra un Romano e un Tedesco, e vennero ai pugni. Invece di spartirli, diede all'armi tutto l'esercito imperiale, e i Romani anch'essi ricorrendo per difesa alle armi loro, fecero una pazza resistenza; ma in fine convenne loro dar alle gambe, _et innumerabiles ex illis perierunt_. Nel dì seguente i così maltrattati Romani, _ante imperatorem venientes, nudatis pedibus, liberi cum nudis gladiis, servi cum torquibus vimineis circa collum, quasi ad suspensionem praeparati, ut imperator jussit, satisfaciebant_. Queste furono le allegrezze e consolazioni de' Romani. Se vogliam credere ad Arnolfo storico milanese di questo secolo[435], accadde in occasione della stessa coronazione anche una rissa fra _Eriberto arcivescovo_ di Milano ed _Eriberto arcivescovo_ di Ravenna. Quest'ultimo arditamente si mise alla destra di Corrado. L'arcivescovo di Milano, ciò veduto, e sentendo che il corteggio de' suoi Milanesi, che era grande, incominciava a fare tumulto, e poteane succedere scandalo, saviamente si ritirò. Accortosene Corrado, fermò il passo e disse, che siccome toccava all'arcivescovo di Milano di dare la corona al re d'Italia, per cui si saliva all'imperio; così convenevol cosa era che quel medesimo presentasse il re al papa per ricevere dalle di lui mani la corona imperiale; e però, tolta la man destra all'arcivescovo di Ravenna, giacchè se ne era ito quel di Milano, per parere del pontefice Giovanni XIX, fece supplire le di lui veci ad _Alderico vescovo_ di Vercelli, suffraganeo dell'arcivescovo. Intanto i Milanesi, altercando co' Ravennati, vennero con essi alle mani, e ne seguirono molte ferite, e crebbe sì fattamente la mischia che lo stesso arcivescovo di Ravenna fu obbligato a mettersi in salvo colla fuga. Da lì poi a pochi giorni in un concilio tenuto dal papa fu deciso che l'arcivescovo di Ravenna avesse da cedere la mano a quel di Milano. Lite nondimeno che non finì, e noi la vedremo risorgere all'anno 1047. Abbiamo un diploma di Corrado Augusto[436], in cui conferma tutti i suoi beni al monistero di Farfa, dato _V kalendas martii, anno dominicae Incarnationis MXXVII, anno vero domni Conradi regnantis III, imperii quoque I. Actum Romae_: il che maggiormente ci assicura del tempo della sua coronazione. Ch'egli abitasse fuori di Roma _in civitate leoniana_, si raccoglie da un suo diploma, dato _nonis aprilis_ dell'anno presente, e da me tolto alle tenebre[437].