Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 12

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Nel gennaio dell'anno presente col suo poderoso esercito continuò l'Augusto Arrigo il suo viaggio alla volta della Puglia[376]. Per la marca di Camerino inviò il patriarca Poppone con quindicimila combattenti contra de' Greci; e per quella di Spoleti e del ducato romano spedì Piligrino, ossia Piligrimo arcivescovo di Colonia, con altri ventimila armati verso Monte Casino e verso Capua, ad oggetto di prendere Atenolfo abbate e il principe di Capua _Pandolfo IV_ suo fratello, amendue proclamati come segreti fautori dei Greci, e che avessero tenuta mano alla morte di Datto. L'abbate non volle aspettar questo turbine, e se ne fuggì ad Otranto con disegno di passare a Costantinopoli. Ma imbarcatosi e colto da una fiera burrasca, lasciò con tutti i suoi la vita in mare. Saputasi dall'arcivescovo la di lui fuga, per timore che _Pandolfo_ principe non gli scappasse dalle mani, con isforzata marcia arrivò sotto Capua, e la cinse d'assedio. Allora Pandolfo, che sapea d'essersi colle sue iniquità comperato l'odio dei Capuani, anzi era informato che macchinavano di tradirlo, la fece da disinvolto; ed affidato si venne a mettere in mano dell'arcivescovo Piligrino, con dire che gli dava l'animo di giustificarsi delle imputazioni disseminate contra di lui. Intanto l'Augusto Arrigo era passato all'assedio di Troia, città che, quantunque non fossero per anche terminate le incominciate fortificazioni, pure tante n'avea, e sì copioso presidio di Greci, che si accinse ad una gagliarda difesa. Sotto a quella città fu a lui presentato il principe di Capua, il quale poco mancò che non vi lasciasse la testa, perchè condannato a morte dal pieno consiglio. Ma cotanto si adoperò l'arcivescovo di Colonia, geloso del salvocondotto a lui dato, che gli guadagnò la vita. Posto nondimeno in catene, fu dipoi menato prigione in Germania. Ma non si dee tralasciare, che prima d'imprendere l'assedio di Troia, l'imperadore Arrigo, per attestato di Lupo Protospata[377], giunse di marzo a Benevento, dove da _Landolfo_ principe, e, come lasciò scritto Epidanno[378], _a Beneventanis gratulantibus honorifice ac magnifice suscipitur_, e fu riconosciuto ivi per sovrano. Di questo ancora ci restano buone testimonianze ne' documenti di quelle contrade, vedendosi il suo nome nei pubblici contratti d'allora, e trovandosi dei placiti tenuti da lui per l'amministrazione della giustizia in quelle parti. Uno di questi si legge nella Cronica del monistero del Volturno[379], tenuto _in territorio beneventano in locum, qui nominatur ad Campum de Petra, ibique in praesentia domni Henrici serenissimi imperatoris_, ec. Fu scritto quel giudicato _anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi sunt MXXII, et imperante domno Henrico serenissimo imperatore Augusto, anno imperii ejus, Deo propitio in Italia octavo, et dies mense februarii per Indiction. IV_ (scrivi _V_). _Actum in territorio beneventano_. Un altro placito tenne nel mese di marzo di quest'anno in Balva _domnus Ambrosius, qui est missus et capellanus domni Henrici imperatoris Augusti_. Un altro parimente in essa Cronica si legge, tenuto nell'_aprile_ dell'anno presente da _Leone_ vescovo di Vercelli, e da un altro vescovo deputati _a praeclara potestate serenissimi Einrici Augusti, in territorio beneventano juxta ecclesiam sancti Petri apostoli, situs propinquo hanc Beneventi civitatem_, ec. Ci fa anche vedere un diploma d'esso Augusto in favore del monistero di santa Sofia di Benevento, rapportato dall'Ughelli[380], che il medesimo soggiornava in Benevento _VI idus martii_. Posesi dunque l'imperadore all'assedio della città di Troia, valorosamente difesa da quei cittadini e dalla guarnigione greca, di modo che per tre mesi convenne tener ivi il campo con gran disagio degli assedianti e non minore degli assediati. Radolfo Glabro[381], storico di questi tempi, descrive un tal assedio. Era tormentata la città dai mangani e da altre macchine di guerra. Uscirono i cittadini, e ne fecero un falò: perlochè montato forte in collera l'imperadore, fece prepararne dell'altre coperte di crudo cuoio, e continuar le offese. Indarno furono invitati i difensori alla resa con buone condizioni: s'ostinarono essi, perchè lor si faceva credere imminente un gagliardo soccorso. Per questo impazientatosi l'imperadore, gli uscì di bocca, che se potea mettere il piede in quella città, volea mandar tutti quanti a fil di spada. Ma non potendo più i cittadini, allora si rivolsero a chiedere misericordia: al qual fine spedirono fuori della città un romito con dietro tutti i lor fanciulli in processione, che gridavano _Kyrie, eleyson, cioè, Signore, abbiate pietà_. Arrigo colle lagrime agli occhi ordinò che si rimandassero in città. Tornò il dì seguente il romito coi fanciulli e colle stesse voci, ed, uscito l'imperadore dal suo padiglione, non potè reggere a quel tenero spettacolo, e perdonò a quei cittadini, con che abbattessero quella parte delle mura che aveano fatta resistenza alle sue macchine, e che poi le rifacessero. Lasciato dunque ivi presidio, e presi gli ostaggi, se ne venne a Capua, dove, per attestato dell'Ostiense[382], diede quel principato a _Pandolfo_ conte di Tiano, senza che s'oda che papa Benedetto VIII pretendesse ivi giurisdizione alcuna temporale. Creò ancora conti, non si sa di qual luogo, Stefano Melo e Pietro, nipoti del già defunto Melo duca di Puglia, co' quali allogò quei pochi Normanni che erano restati in quelle contrade.

Di là passò in compagnia del romano pontefice al monistero di Monte Casino, dove seguì l'elezione di Teobaldo abbate, consecrato poscia dal papa. Pativa l'imperadore dei gravi dolori, e ne fu guarito per intercessione di san Benedetto; per la qual grazia fece dei ricchi regali a quell'insigne santuario. Rapporta il padre Gattola[383] un diploma, da lui dato allo stesso monistero, con queste note: _Anno ab Incarnatione Domini MXXII, Indictione V, anno vero domni Heinrici Romanorum imperatoris Augusti secundi regnantis XXI, imperantis autem nono. Actum in Monte Casino_. Non dia fastidio ad alcuni il veder ivi sottoscritto il cancellier Teodorico _vice Ebbonis papembergensis episcopi et archicapellani_, quando negli altri diplomi questo vescovo di Bamberga porta il nome di _Eberardo_ e di _arcicancelliere_; perciocchè _Ebbone_ è lo stesso nome di Eberardo; ed egli era anche _arcicappellano_ dell'imperadore, se pure in questi tempi non era lo stesso il grado di _arcicancelliere_ e di _arcicappellano_. Leggesi inoltre una lettera del medesimo Augusto a papa Benedetto, in cui gli raccomandò efficacemente il monistero imperiale di Monte Casino, sottoscritto colle stesse note cronologiche. Tutti i sopra narrati avvenimenti appartengono all'anno presente; e se il Sigonio li riferì all'anno seguente, non si dee già argomentare che in lui mancasse la diligenza, ma bensì che gli mancarono molte storie e documenti, de' quali noi godiamo ora, disotterrati dagli eruditi. Lo stesso dee dirsi del cardinal Baronio, il quale si figurò che l'imperadore Arrigo si trattenesse sino all'anno seguente in Italia, quando è fuor di dubbio oggidì ch'egli in questo se ne tornò frettolosamente in Germania. Ma prima di accennare il suo viaggio convien qui avvertire, avere scritto Epidanno[384], monaco di san Gallo in questo secolo, che l'Augusto Arrigo _Trojam, Capuam, Salernum, Neapolim, urbes imperii sui ad Graecos deficientes ad deditionem coegit_. Che anche _Guaimario III_ principe di Salerno, atterrito dall'esempio di Capua, riconoscesse per suo sovrano l'imperadore, niuna difficoltà ho a crederlo. Leggesi tuttavia un diploma[385] d'esso Arrigo, conceduto ad _Amato II_ arcivescovo di Salerno, dove è chiamato _fidelis noster, dato pridie kalendas junii, Indictione V_, cioè nell'anno presente coll'_Actum Troje_. Potrebbe solo dubitarsi di Napoli. Ma abbiamo ancora _Ermanno Contratto_ che lo conferma con iscrivere sotto il presente anno[386]: _Beneventum intravit, Trojam oppidum oppugnavit et cepit; Neapolim, Capuam, Salernum, aliasque eo locorum civitates in deditionem omnes accepit_.

Era già insorta, durante l'assedio di Troia, la peste, oppure una epidemia nell'esercito dell'Augusto, e questo aveva anche servito a lui di maggiore impulso a perdonare a quel popolo, per isbrigarsi da que' contorni. Si mise dunque in viaggio alla volta della Germania, e dovette passare per la Toscana; avendo io pubblicato un suo diploma[387] in favore dei Benedettini di Arezzo, dato _X kalendas augusti, anno Incarnationis dominicae MXXII, Indictione V, anno domni Heinrici regnantis secundi XXI, imperii vero VIIII. Actum Privaria in comitatu lucense._ Perchè a cagion de' calori d'Italia crebbe nell'armata imperiale l'epidemia, che ne fece grande strage, Arrigo in fretta e con poche guardie _Alpium cacumina citato transgreditur cursu_, come s'ha dall'Annalista e dal Cronologo Sassoni[388], e, giunto in Germania, raunò un numeroso concilio di vescovi. Crede il padre Solerio della compagnia di Gesù[389] che tal concilio sia stato quello di Salingenstad, pubblicato dal Labbe nel tomo IX de' concilii, e tenuto nel dì 12 d'agosto dell'anno presente. Ma se Arrigo, come abbiam veduto, nel dì 25 di luglio era tuttavia nel territorio di Lucca, resterebbe da esaminare come egli potesse compiere in tempo sì stretto il suo viaggio in Germania, e l'adunamento di tanti prelati a quel concilio. Oltre di che, in Salingenstad non si trovò se non l'arcivescovo di Magonza con cinque suoi suffraganei: laddove quel di Arrigo fu composto di moltissimi vescovi. Nel mese di dicembre dell'anno presente il marchese _Bonifazio_ padre della contessa Matilda, insieme con _Richilda_ contessa sua moglie, prese a livello da _Landolfo_ vescovo di Cremona due corti[390] _cum castro inibi habente_, e colla lor pieve; ed all'incontro egli cedette al vescovo la corte di Piadena, patria del celebre storico Bartolomeo Platina. Assistè al contratto _Tadone_ conte di Verona. E in questi tempi fiorì nel monistero della Pomposa _Guido_ abbate rinomato per la sua santità, siccome ancora Guido monaco di patria aretino, a cui ha non poche obbligazioni il _canto fermo_, da lui riformato ed insegnato colle sue regole. Trovasi tuttavia scritto a penna un suo trattato _de musica_ col titolo di _Micrologus_, di cui ancora fa menzion Donizone nella vita della contessa Matilda.

NOTE:

[376] Leo Ostiensis. Chron., lib. 2, cap. 39.

[377] Lupus Protospata, in Chron.

[378] Hepidannus, Annal. brev. inter Scriptor. Rer. Alem.

[379] Chronic. Vulturn., P. II, tom. 1 Rer. Ital.

[380] Ughell., Ital. Sacr., tom. 8 in Archiepisc. Benev.

[381] Glaber, Hist., lib. 3, cap. 1.

[382] Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 42.

[383] Gattola, Hist. Monaster. Casinens. P. I.

[384] Hepidannus, in Annal. brev.

[385] Antiq. Ital., Dissert. V.

[386] Hermannus Contract., in Chron. edit. Canis.

[387] Antiquit. Italic., Dissert. LXIII.

[388] Annalista Saxo. Chronograph. Saxo.

[389] Acta Sanctor. Bollandi ad diem 14 julii.

[390] Antiq. Ital., Dissert. XXXVI.

Anno di CRISTO MXXIII. Indizione VI.

BENEDETTO VIII papa 12. ARRIGO II re di Germania 22, imperadore 10.

Secondochè abbiam dal predetto Donizone[391], ebbe il marchese _Bonifazio_, padre della poco fa mentovata Matilda, due fratelli. L'uno fu, non _Tebaldo_, come scrisse il padre Pagi[392], ma _Teodaldo_ ossia _Tedaldo_, che vescovo di Arezzo vien lodato da quello storico per la sua religione, continenza ed avversione ai simoniaci. Questi nell'anno presente fece una donazione ai Benedettini d'Arezzo[393], _mense augusti, Indictione sexta_, da me data alla luce. L'altro, cioè _Corrado_, era giovane di molto fuoco. Cercarono gli emuli di questa famiglia di mettere la discordia fra esso lui e Bonifazio fratello maggiore, ma loro non venne fatto. Non si sa poi nè il tempo nè il perchè si fece una gran raunata di gente _ex regno toto_ contra di questi due fratelli, che venne a trovarli sino a _Coviolo_, un miglio e mezzo lungi da Reggio. Quivi seguì un sanguinoso fatto d'armi. Bonifazio vi fece di molte prodezze; pure gli convenne ritirarsi, quand'ecco uscire di un bosco il fratello Corrado con cinquecento cavalli, che l'incoraggì a tornare in campo contra de' nemici. Rinforzossi la battaglia, e finalmente dai due fratelli fu messa in rotta l'armata nemica. In quel conflitto riportò Corrado una ferita, che fu bensì curata; ma perchè il giovane non s'ebbe riguardo alcuno da lì innanzi nel giocare e mangiare, da lì a più anni, _post plures annos_, come si ha da Donizone (e non già in quel fatto d'armi, come scrisse il Sigonio), essa ferita il portò all'altro mondo nel dì 13 di luglio dell'anno 1030.

_Anni terdeni tunc Verbi mille sereni._

Ci porta questo a conoscere che oramai i popoli della Lombardia cominciavano a farsi guerra l'uno all'altro, senza dipendere dai ministri imperiali che governavano il regno d'Italia e le particolari città. Il che non vuol dire che i conti e marchesi perdessero la loro autorità sopra de' popoli; ma anch'essi coi lor popoli faceano guerra agli altri, e, come si può credere, senza chiederne licenza all'imperadore: il che in addietro non leggiamo che si praticasse. E di qui avvenne che a poco a poco andò crescendo l'ardimento ne' Lombardi, con giugnere finalmente, siccome vedremo, ad erigere in repubblica le loro città. Confermò in quest'anno l'Augusto _Arrigo_ al monistero di Monte Casino, e a _Tebaldo_ abbate di quel sacro luogo, tutti i suoi privilegii con diploma dato[394] _II nonas januarii, anno dominicae Incarnationis MXXIII, anno vero domni Henrici regnantis XXI, imperii vero ejus VIIII, Indictione sexta. Actum Poderbrunnon_, cioè in Paderbona. Ci ha anche conservato il registro di Pietro Diacono, esistente in quell'insigne badia, il diploma con cui esso imperadore _nonis januarii, Indictione VI, anno Domini MXXIII_, concedette _principibus inclitis nostris, quidem fidelibus dilectis Pandulfo et Johanni filio ejus, principatum Capuae cum omnibus ad eum pertinentibus, ita videlicet ut avus ejus Pandulfus tenuit, exceptis abbatibus imperialibus sancti Benedicti de Monte Casino et sancti Vincentii_. Leggesi ancor questa concessione presso il padre abbate Gattola, ed è degna di attenta considerazione. Nella copia del diploma, con cui lo stesso Arrigo primo tra gli imperadori si dice che nell'anno 1014 confermò alla Chiesa romana i di lei Stati, leggiamo _in partibus Campaniae Sora, Arces, Aquinum, Arpinum, Theanum, Capuam_, città componenti il principato di Capua. Quando ciò fosse stato, non si può già credere sì privo di memoria, nè sì mancante di religione Arrigo I, imperadore santo, ch'egli avesse dopo investito d'essa Capoa e del suo principato _Pandolfo_ e _Giovanni_ suo figliuolo. E se pur fatto l'avesse, avrebbe reclamato il romano pontefice: del che niun vestigio apparisce. Che dunque si ha da dire della copia del diploma dell'anno 1014 rapportata dal cardinal Baronio? Abbiamo poi da Lupo Protospata[395] che in quest'anno _venit Raya_ (ossia _Rayca_) _cum Saffari Criti Barum mense junii, et obsedit eam uno die. Et amoti exinde comprehenderunt pelagianum oppidum. Et fabricatum est castellum in Motula._ Erano questi due assediatori di Bari Pugliesi ribelli ai Greci, e riuscì loro di prendere la terra di Pelagiano, ossia di Corigliano, come ha un altro testo. Sotto quest'anno _Poppone_, patriarca d'Aquileia, per quanto narra il Dandolo[396], fidatosi nell'appoggio dell'imperadore, mosse lite al patriarca di Grado davanti a papa Benedetto, chiamandolo usurpatore di quel titolo, e pretendendolo soggetto alla sedia sua. Accadde che per dissensioni nate in Venezia fu obbligato _Ottone Orseolo_ doge di ritirarsi in Istria come esiliato in compagnia di _Orso_ patriarca di Grado suo fratello. Si prevalse Poppone di tal congiuntura per entrare coll'armi in Grado, e dopo avere spogliato ed abbattuto più di una chiesa ed alcuni monisteri, quivi lasciò una guarnigione di suoi soldati. A questo colpo si ravvidero i Veneziani, (e forse nell'anno seguente), richiamato il doge col patriarca fratello, passarono con grandi forze a Grado, e ripigliarono quella città ed isola, con iscacciarne le genti del patriarca d'Aquileia.

NOTE:

[391] Donizo, in Vita Comitiss. Mathild., lib. 1, cap. 5 et 6.

[392] Pagius, in Crit. ad Annales Baron.

[393] Antiquit. Italic., Dissert. XXXVI.

[394] Gattola, Hist. Monaster. Casinens., Part. I.

[395] Lupus Protospata, in Chron.

[396] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Italic.

Anno di CRISTO MXXIV. Indizione VII.

GIOVANNI XIX papa 1. CORRADO II re di Germania e d'Italia 1.

Mancarono in quest'anno alla repubblica cristiana i suoi due primi luminari, cioè il papa e l'imperadore. Forse il primo fu papa _Benedetto VIII_ che terminò il suo pontificato, per quanto si crede, nel mese di giugno, come osservò il padre Pagi[397]. Ebbe per successore _Giovanni XIX_, soprannominato _Romano_, fratello del predefunto _Benedetto_, ma papa screditato da Glabro[398] e dal cardinal Baronio[399], perchè di laico ch'egli era coll'intercessione della pecunia guadagnati i voti, salì sul trono pontificio. _Uno eodemque die et laicus et pontifex fuit_, dice Romoaldo salernitano[400]; il che fu contra gli antichi canoni. Che l'assunzione sua seguisse per la prepotenza dei conti Tuscolani, lo scrive il porporato Annalista, del che io non veggo le pruove. Glabro solamente attesta che fu l'efficace mezzo dell'oro che il portò in alto: e questo dire, se è vero, ferisce chiunque l'elesse. Quanto all'imperadore, abbiamo da Wippone[401], da Ermanno Contratto[402], e da altri antichi storici ch'egli fu chiamato da Dio ad un regno migliore nel dì 13 di luglio dell'anno presente, e gli fu data sepoltura nella sua prediletta città di Bamberga. Imperadore, le cui molte virtù, e massimamente l'insigne pietà, coronata da varie gloriose azioni, meritarono ch'egli fosse scritto nel catalogo de' santi, con celebrarsene anche la festa nel dì 14 d'esso mese, giorno probabilmente della sua sepoltura. Consegnò egli prima di morire ai parenti l'imperadrice _Cunegonda_ sua moglie, vergine, per quanto la fama divulgò, quale l'avea ricevuta; principessa anch'ella dotata di sì luminose virtù, che non men del marito arrivò a conseguir la laurea dei santi. Per gloria di lei, e per documenti delle strane vicende, alle quali sono esposti anche i migliori, non si vuol tacere che così santa principessa[403] fu accusata d'infedeltà all'Augusto suo consorte. Si esibì ella di provare l'innocenza sua colla pruova del fuoco, usata in que' secoli d'ignoranza; e però co' piedi nudi senza lesione alcuna passeggiò sopra dodici ferri roventi. Ma di questo gran fatto, nè della verginità di Cunegonda noi non abbiamo testimonio alcuno contemporaneo che incontrastabilmente ce ne assicuri; ed ella potè senza di questo essere principessa di rara santità. Le vite de' Santi scritte lungo tempo dopo la lor morte son suggette a varii riguardi, perchè la fama, che cresce in andare, aggiugne talvolta quello che non fu.

Venne dunque colla morte di santo Arrigo a vacare l'imperio romano col regno della Germania e dell'Italia. L'essere egli mancato senza prole, aprì il campo alle pretensioni di varii principi, e per conseguente alla discordia. Secondo l'attestato di Wippone, storico di quei medesimi tempi[404], i due principali concorrenti furono due _Canoni_, cioè due Corradi, i quali per distinzione erano appellati, a cagion dell'età, l'uno il maggiore, l'altro il minore, cugini germani. Era nato il maggiore da _Arrigo_ duca della Franconia, il secondo da _Corrado_, che vedemmo duca di Carintia e marchese di Verona, amendue fratelli ancora di Gregorio V papa. _Ottone_ avolo dei suddetti due cugini, figliuolo di Liutgarda nata da Ottone il Grande, fu anche egli duca di Franconia. Però questi due principi, siccome discendenti dal sangue di Ottone I Augusto, furono creduti i più propri per succedere; e fra questi due competitori fu amichevolmente conchiuso che quegli sarebbe re, il quale riportasse più voti. Cadde pertanto l'elezione in _Corrado_ il maggiore, figliuolo d'Arrigo, che fu poi appellato per soprannome il _Salico_. Scrivono che Arrigo Augusto nell'ultima sua infermità consigliò i principi ad eleggere questo, siccome principe di gran valore e senno. E non furono già i sette elettori che diedero il re alla Germania, ma bensì tutti i vescovi, duchi e principi di quel regno che concorsero nella scelta di lui, come attesta il medesimo Wippone. Vi furono invitati anche i principi d'Italia, ma non giunsero a tempo. Nel dì 8 di settembre in Magonza seguì la coronazione germanica di Corrado il Salico; e per allora si tacque il minore Corrado, benchè mal contento d'essergli stato posposto. Ma appena il popolo di Pavia ebbe intesa la morte del santo imperadore Arrigo, che, ravvivando la non mai estinta rabbia per l'atroce danno inferito da lui, o, per dir meglio, dai suoi soldati alla loro città, nè sapendo qual altra vendetta fare, proruppero in una sollevazione, e corsi ad atterrare il palazzo regale, lo ridussero in un monte di pietre. _Tunc Papienses in ultionem incensae urbis, regium, quod apud ipsos erat, destruxere palatium_: sono parole di Arnolfo storico milanese[405]. Udiamo anche _Wippone_[406]: _Erat_, dice egli, _in civitate papiensi palatium a Theodorico rege miro opere conditum, ac postea ab imperatore Ottone tertio nimis adornatum_. Questo è il palazzo che, secondo Wippone, diruparono i Pavesi. Ne dubito io. Siccome abbiam veduto all'anno 1004 restò incenerito nella sedizione insorta in Pavia il regal palazzo, e i Pavesi furono condannati a rifarlo, oppure a fabbricarne un nuovo. Così di Arrigo scrive Ugo flaviniacense[407]: _Papiam veniens, ab eis miri operis palatium sibi construi fecit_. Questo dunque, e non già il palazzo di Teoderico, dianzi rovinato, dovette più verisimilmente restar nell'anno presente vittima del furor de' Pavesi. Per altro motivo ancora (bisogna confessarlo) s'indusse quel popolo a tal risoluzione, perciocchè i regali palagi, siccome altrove abbiam detto, solevano essere fuori delle città primarie, affine appunto di schivar gli accidenti funesti che per sua mala sorte provò Pavia; e perciò rincresceva al popolo pavese di vedere il suo piantato nel cuore della loro città. _Totumque palatium_ (seguita a dire Wippone) _usque ad imum fundamenti lapidem eruebant, ne quisquam regum ulterius infra civitem illam palatium ponere decrevisset_.

NOTE:

[397] Pagius, ad Annal. Baron.

[398] Glaber, Hist. Mediolan., lib. 4, cap. 1.

[399] Baron., in Annal. Ecclesiast.

[400] Romuald. Salern., Chron., tom. 7 Rer. Ital.

[401] Wippo, in Vita Conradi Salici.

[402] Hermannus Contractus, edit. Canis.

[403] Vita S. Cunegund., cap. 2.

[404] Wippo, in Vit. Conradi Salici.

[405] Arnulfus, Hist. Mediol., lib. 2, cap. 1.

[406] Wippo, in Vit. Conradi Salici.

[407] Ugo Flaviniacens., in Chron. ad ann. 1013.

Anno di CRISTO MXXV. Indizione VIII.

GIOVANNI XIX papa 2. CORRADO II re di Germania 2.

Non mancarono principi d'Italia che, concordi nel genio col popolo di Pavia, abborrivano di aver più in Italia re, o imperadori tedeschi, i quali doveano forse parer loro troppo gravosi. Fra questi specialmente ci fu _Maginfredo_ marchese chiarissimo di Susa, con _Alrico_ vescovo d'Asti suo fratello, e i marchesi progenitori della casa d'Este, cioè _Ugo_ ed _Alberto Azzo I_. Siccome osservò il Beslì[408], si voltarono essi a _Roberto_ re di Francia, esibendo a lui la corona del regno d'Italia; e quando a lui non piacesse, almeno ad _Ugo_ suo figliuolo, già dichiarato collega nel regno. Ma egli non se ne volle impacciare, perchè non gli piaceva di tirarsi addosso una guerra col re Corrado. Glabro[409] scrive, in parlando del medesimo Ugo, che _ubique provinciarum percitus peroptabatur a multis, praecipue ab Italis, ut sibi imperaret, in imperium sublimari_. E nei versi fatti sopra la morte di lui:

_Omnis quem prona proscebat Italia,_ _Caesar ut jura promeret regalia._