Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 111
Era insorta nel precedente anno una fiera discordia rivile fra i Guelfi e Ghibellini di Brescia. Prevalsero gli ultimi, confidati nelle forze di _Eccelino_ e del _marchese Oberto_ Pelavicino, che allora mettevano a sacco il contado di Mantova. Incarcerarono, o fecero fuggire molti degli aderenti alla Chiesa. Ebbero nondimeno tanto giudizio di non ammettere nella lor città il perfido Eccelino, che già era giunto a Montechiaro con isperanza d'entrarvi; ed elessero per loro governatore Griffolino, uomo saggio ed amante della patria. Nell'anno presente _Filippo_ da Fontana Ferrarese, legato apostolico ed eletto di Ravenna, soggiornando in Mantova, spedì colà[3399] frate Everardo dell'ordine de' Predicatori, uomo di molta dottrina e destrezza, il quale con tal facondia si adoperò, che la libertà e i beni furono restituiti ai Guelfi incarcerati e fuorusciti. Questo buon principio diede animo al legato di passare con poco seguito alla stessa città di Brescia, dove riconciliò gli animi alterati di que' cittadini, promettendo tutti di star saldi nell'antica divozione verso la Chiesa romana. Fecesi anche una riguardevole mutazione in Piacenza[3400]. Si reggeva quella città a parte Ghibellina; ne era signore e capo il marchese Oberto Pelavicino. Formata una potente congiura, nel dì 24 di luglio levarono i Guelfi rumore, cacciarono dalla città il suddetto marchese ed Ubertino Landò suo fedel seguace, e spogliarono d'armi e cavalli tutta la gente loro, con eleggere dipoi per loro podestà Alberto da Fontana. Questi fece dipoi guerra agli aderenti de' Landi, col condannarli e bandirli dalla città. Non minore commozione civile fu in questi tempi in Milano[3401]. Continuando _Leone da Perego_ arcivescovo, coll'assistenza de' nobili, a pretendere il governo della città, a questo suo ambizioso disegno ripugnavano forte i popolari, disgustati anche di molto per la prepotenza d'essi nobili, e per un vecchio iniquo statuto, in cui altra pena non s'imponeva ad un nobile che ucciso avesse uno del popolo, se non di pagare sette lire e danari dodici di terzuoli. Essendo appunto in questi tempi stato ammazzato da Guglielmo da Landriano nobile un popolare, per avergli fatta istanza d'esser pagato, il popolo di Milano prese l'armi, si sollevò, e avendo alla lor testa Martino dalla Torre, obbligò l'arcivescovo e la nobiltà ad uscir di città. Si ritirarono questi nel Seprio, e ricevuto dai Comaschi un gagliardo rinforzo di gente, tentarono poi di rientrare in Milano, e più volte vennero alle mani coi popolari, ma sempre colla peggio. Interpostosi poi papa Alessandro coi cardinali, ne seguì pace, e mandati ai confini molti dei nobili, l'arcivescovo col resto se ne tornò in città. Allora fu che Martino dalla Torre prese per moglie una sorella di Paolo da Sorecina podestà de' nobili; e il popolo, chiamato al sindacato Beno de' Gonzani Bolognese allora podestà, che tante angherie avea fatto in addietro in Milano, il condannarono a pagar dodici mila lire. E perciocchè egli non potè o non volle pagare sì grossa somma, l'uccisero, e il suo corpo come di un cane gittarono nelle fosse. Andava in questi tempi a dismisura crescendo la potenza de' Bolognesi. Erano già padroni d'Imola, Cervia e d'altri luoghi. Nell'anno precedente, siccome diffusamente narra il Sigonio[3402], e s'ha ancora dalla Cronica di Bologna[3403], stesero la loro giurisdizione sopra Faenza, Forlì, Forlimpopoli e Bagnacavallo, di maniera che parte della Romagna riceveva da essi podestà, e ubbidiva ai loro comandamenti. Cagione fu questo alto loro stato, ch'essi, ridendosi del laudo proferito da Giberto podestà di Parma, non vollero restituire al comune di Modena le castella del Frignano. Mancava ai Modenesi quel buon recipe che per sì fatti mali occorre; perciò fecero ricorso alle città di Lombardia, acciocchè interponessero i lor buoni uffizii, con far loro costare la forza delle proprie ragioni. Unitamente dunque col podestà di Modena[3404] si portarono a Bologna gli ambasciatori di Milano, Brescia, Mantova, Ferrara, Parma e Reggio; ma, per quante esortazioni e preghiere adoperassero, non si potè espugnare l'avido e superbo cuore de' Bolognesi. Portarono allora i Modenesi le lor doglianze al papa, il quale, per timore che questa città non si gittasse in braccio al partito de' Ghibellini, scrisse nel dì 7 di agosto da Viterbo una lettera, rapportata dal Sigonio, al vescovo di Mantova, dandogli commissione di ordinare ai Bolognesi l'esecuzione del laudo, ma di non sottoporre all'interdetto Bologna senza suo nuovo ordine. Non apparisce che il vescovo facesse più profitto degli altri intercessori. In quest'anno finalmente, secondo il Guichenon[3405], uscì delle prigioni d'Asti _Tommaso conte_ di Savoia; e ciò si può dedurre ancora da Matteo Paris[3406], che nell'anno seguente il dice arrivato in Inghilterra. Il trattato della sua liberazione fu conchiuso in Torino nel dì 18 di febbraio, e in esso il conte, forzato dalla necessità, rinunziò a tutti i suoi diritti sopra la città di Torino e sopra altri suoi luoghi. Dal Continuatore di Caffaro[3407] all'anno 1259 si ricava ch'egli diede agli Astigiani in ostaggio i suoi figliuoli.
NOTE:
[3394] Stero., Annal. Augustan. Matth. Paris., Hist. Angl. Roland., lib. 11, cap. 2.
[3395] Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.
[3396] Nicolaus de Jamsilla, Hist., tom. 8 Rer. Ital.
[3397] Roland., lib. 10, cap. 13.
[3398] Paris de Cereta, Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.
[3399] Malvecius, Chron. Brix., tom. 14 Rer. Ital.
[3400] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[3401] Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital. Gualvan. Flamma, Manip. Flor., cap. 291.
[3402] Sigonius, de Regno Ital., lib. 19.
[3403] Chron. Veronense, tom. 18 Rer. Ital.
[3404] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.
[3405] Guichenon, Histoire de la Mais. de Savoye, tom. 1.
[3406] Matth. Paris. Hist. Angl.
[3407] Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCLVIII. Indizione I.
ALESSANDRO IV papa 5. Imperio vacante.
Era già il fin qui principe di Taranto _Manfredi_ in pacifico possesso di tutto il regno di Sicilia di qua e di là dal Faro. Non mancavano a lui voglie di maggiore ingrandimento, nè consiglieri che la fomentassero e ne promovessero il compimento. Benchè intorno alle cose di lui non ci restino da qui innanzi, se non istorici guelfi, talvolta sospetti di troppo maliziare, e di alterar la verità secondo le loro passioni; pure non ci mancherà lume per discernere quello che sia più probabilmente da credere negli avvenimenti spettanti a lui. Pensò dunque Manfredi, e vi avea pensato anche molto prima, di assumere il titolo e la dignità di re di Sicilia. A questo fine fece egli sparger voce che Corradino suo nipote in Germania fosse mancato di vita. Niccolò da Jamsilla[3408] pare che ci voglia dare ad intendere che tal fama naturalmente e senza frode sorgesse e prendesse piede; ma non si fallerà giudicando che artificiosamente fosse disseminata, acciocchè, tenuto per estinto il legittimo erede della corona di Sicilia, si facesse apertura alla succession di Manfredi. E ciò poi sarebbe più chiaro del sole, qualora fosse fuor di dubbio quanto vien raccontato da Ricordano[3409], da Giovanni Villani[3410] e da altri Guelfi: cioè che Manfredi mandò suoi ambasciatori in Suevia per avvelenar Corradino, e, credendo essi d'aver fatto il colpo, se ne tornarono in Sicilia vestiti di gramaglia, asserendo la di lui morte. Le credo io favole. Saba Malaspina[3411] altro non dice, se non che si fecero correre certe lettere finte, come scritte da baroni tedeschi, coll'avviso della morte di Corradino, fondate forse anche sopra qualche grave malattia di lui, che diedero da dubitar di sua vita. Bastò questo per indurre, come vuole il Jamsilla, i prelati e baroni del regno a fare istanza a Manfredi di prendere lo scettro del regno. Più verisimile è che dalle segrete insinuazioni dello stesso Manfredi fossero mossi a far questo passo. Comunque sia, nel dì 11 d'agosto nella cattedral di Palermo fu egli solennemente coronato re da tre arcivescovi col concorso e plauso d'innumerabili prelati, baroni e popolo. Ed abbondavano bene in lui, anche per confessione de' suoi avversarii, moltissime di quelle prerogative che rendono l'uomo degno di regnare. Giovane di bell'aspetto, faceva sua gloria la cortesia, l'affabilità e la clemenza, senza avere ereditata la crudeltà de' suoi maggiori. Singolar fu la sua prudenza e l'intendimento superiore di lunga mano all'età; grande il suo amore verso le lettere e i letterati, ed egli stesso ben istruito delle scienze e dell'arti più nobili; ma soprattutto risplendeva in lui la generosità e la gratitudine in premiare chiunque gli prestava servigio. E specialmente nel tempo della coronazione si diffusero le rugiade della sua liberalità e magnificenza con profusione di donativi al popolo, e di contadi, baronie ed altri uffizii, de' quali principalmente furono a parte i suoi zii materni marchesi Lancia, ed altri suoi parenti e molti Lombardi, dei quali, più che d'altri, si fidava. Ch'egli fosse principe di poca fede, di minor pietà, e dedito a' piaceri e alla lussuria, lo dicono gli scrittori pontificii. Certo è che la politica mondana e l'ambizione ebbero il primato nel suo cuore, e fu dai più riprovato l'aver egli occupato il regno dovuto al nipote. Credeva anch'egli non poco alla strologia. Scrive Matteo Paris[3412], essersi nell'anno 1256 venuto a sapere che Manfredi, creduto fin allora bastardo, in una malattia della madre, figliuola del marchese Lancia di Lombardia, era stato legittimato dall'imperador Federigo II suo padre, coll'averla sposata. Queste erano ciance del volgo. Racconta ancora Saba Malaspina[3413], scrittore nimico di Manfredi, che non essendo per anche egli coronato, per parte del re Corradino vennero in Italia due ambasciatori con ordine di trattar col papa di accordo per succedere nel regno di Sicilia. Verso il castello della Molara furono presi, spogliati, e l'un di essi ucciso, l'altro ferito da Raule de' Sordi nobile romano. Autore di questa sceleraggine vien detto Manfredi da esso Malaspina, quasichè allora non si trovassero nel distretto romano e in altri luoghi di que' nobili assassini che andavano a caccia di chi avea cariche le valigie di oro; e non confessasse egli che questo nobile era un solennissimo scialacquatore e malvivente, capace perciò senza gli sproni altrui di così neri attentati. Per lo contrario, abbiamo da Matteo Spinelli[3414] che nel dì 20 di febbraio del 1256 (nel suo testo sono sconcertati tutti gli anni: forse è l'anno 1259) vennero a Barletta gli ambasciatori della regina _Isabella_, madre del re _Corradino_, con quei del duca di Baviera suo fratello, a trovare il re Manfredi. Fecero conoscere che Corradino era vivente, e pretesero che si gastigasse chi avea detta la menzogna di sua morte. Manfredi con saggio e bel sermone rispose loro che il regno era già perduto, ed averlo egli, siccome ognun sapeva, conquistato coll'armi e con immense fatiche; nè essere di dovere nè di utilità che lo rinunziasse ad un fanciullo incapace di sostenerlo contra de' papi, implacabili nemici della casa di Suevia. Che per altro avrebbe tenuto il regno sua vita naturale durante, e poi vi sarebbe succeduto Corradino. Con queste belle parole, e con regali magnifici, anche pel duca di Baviera, rispedì gli ambasciatori. Da Palermo ripassato il re Manfredi in Puglia[3415], tenne corte bandita e un gran parlamento in Foggia, dove rallegrò i popoli concorsi da tutte le parti colla solennità di varii spettacoli e giuochi. Indi coll'esercito passò addosso alla città dell'Aquila, che fin qui avea pertinacemente tenute inalberate le bandiere della Chiesa. Danno non venne alle persone e robe degli abitanti, che furono poi costretti ad uscirne, e la città per pena fu data alle fiamme.
In questi tempi avendo il popolo romano trovato colle pruove Mannello dei Maggi[3416], senatore troppo parziale dei nobili, levatosi a rumore, andò colla forza a liberar dalle carceri Brancaleone già senatore, e il rimise nell'uffizio primiero. Allora egli cominciò ad esercitare spietatamente il rigore della giustizia contra de' potenti Romani che calpestavano il popolo, e fece infin presentare alle forche due della nobil casa degli Annibaldeschi. Fu coi suoi fautori scomunicato dal papa: del che non fecero eglino conto, pretendendo di avere un privilegio di non potere essere scomunicato. Tali minaccie poi si lasciarono uscir di bocca contra del pontefice e de' cardinali, che papa Alessandro colla corte, non veggendosi sicuro, si ritirò a Viterbo. Ciò dovette succedere nell'anno precedente, perchè si veggono lettere quivi allora date dal papa. Nel presente anno Brancaleone col popolo romano fu in procinto di portarsi coll'armi a distruggere Anagni, patria dello stesso pontefice. Per placarlo, bisognò che il papa con umili parole mandasse a pregarlo di desistere da così crudele disegno. Durò fatica Brancaleone a frenar il furor del popolo, e da lì innanzi tenne buona corrispondenza col re Manfredi, che gli promise ogni assistenza ed aiuto. Poscia, per abbassare la potenza della nobiltà romana, che colle case ridotte in forma di fortezze commetteva mille insolenze, fece diroccare da cento quaranta loro torri; e in questa maniera tornò la quiete e tranquillità in Roma. Ma non passò l'anno presente, che fu anche lo stesso Brancaleone atterrato dalla morte, e il suo capo, per memoria del suo valore, o, per dir meglio, della sua eccessiva giustizia e crudeltà, posto sopra una colonna entro di un vaso prezioso. Per consiglio di lui, fu eletto senatore Castellano di Andalò Bolognese suo zio dal popolo romano, senza voler dipendere dall'assenso del papa, che fece tutto il possibile per impedirlo. Prosperarono in quest'anno in Lombardia gli affari dell'empio _Eccelino_ da Romano con somma afflizione di tutti i buoni. Guardavansi con occhio bieco in Brescia le due fazioni de' Guelfi e Ghibellini, benchè riconciliate poc'anzi. Eccelino[3417] con segrete lettere soffiava nel fuoco. Tentarono i Ghibellini di cacciar la parte contraria nel dì 29 d'aprile, essendo con loro Griffo ossia Griffolino podestà della città. Si venne all'armi; si combattè tutta la notte; nel dì seguente restarono sconfitti gli amici di Eccelino, Griffo preso con altri, il resto colla fuga si salvò a Verona e Cremona. Già dicemmo uniti in lega Eccelino ed _Oberto_ Pelavicino marchese. Perchè i Bresciani erano venuti all'assedio di Torricella occupata dai lor fuorusciti, mosse il marchese l'esercito de' Cremonesi per dar soccorso agli assediati, e nello stesso tempo sollecitò Eccelino a muoversi dall'altro canto. Allora Eccelino con quante forze potè di Tedeschi, e delle milizie di Verona, Feltre, Vicenza e d'altri luoghi[3418], marciò alla volta del Mincio, e, passatolo in fretta, andò ad unirsi coi Cremonesi. Intanto il legato pontificio _Filippo arcivescovo_ di Ravenna, al primo movimento de' Cremonesi avendo chiamati in aiuto i Mantovani, che v'accorsero colla loro milizia, uscì in campagna coll'esercito bresciano e con tutti i suoi crocesignati, e andò a Corticella presso al fiume Oglio. Ma arrivata nel suo campo la nuova che Eccelino s'era accoppiato coi Cremonesi, ben conoscendo d'essere inferiore di forze, propose di ritirarsi a Gambara, e che s'aspettasse Azzo marchese d'Este, il quale a momenti dovea giugnere collo sforzo dei Ferraresi e dei suoi Stati. Parve a Biachino da Camino e ai principali Bresciani una viltà il retrocedere[3419]. Da lì a poco eccoti si veggono da lungi sventolar le bandiere di Eccelino; All'armi, all'armi. Si diede la battaglia nel dì 28 d'agosto, secondo Rolandino, ma, secondo il Monaco Padovano[3420] e Jacopo Malvezzi[3421], nel dì 30. Atterriti sul principio, in breve sbaragliati rimasero i Bresciani, e preso il legato del papa con _Damiano Cossadoca_ vescovo eletto di Verona, Simone da Fogliano di Reggio podestà di Mantova, e molti altri nobili, e gran quantità di popolo. Nel dì seguente _Cavalcante da Sala_ vescovo, e gli altri cittadini rimasti in Brescia, tutti sbigottiti, credendo di far cosa grata ad Eccelino, liberarono Griffo e gli altri prigioni, ma scioccamente e in propria rovina, perciocchè costoro aprirono le porte della città ad Eccelino, il qual vittorioso col marchese Oberto e Buoso da Doara ne prese il possesso. Il vescovo, i preti e gran copia d'altri cittadini guelfi si sottrassero colla fuga a quel flagello del genere umano. Aveva Eccelino, per attestato di Parisio da Cereta, nel primo dì di febbraio dell'anno presente fatto morir ne' tormenti moltissimi Veronesi, tanto nobili che plebei. Non dimenticò già egli il suo barbarico costume, giunto che fu in Brescia. Ivi ancora le carceri e le mannaie si tennero in esercizio, e le chiese spogliate, e le torri dei principali nobili per ordine suo furono spianate. Doveva essere il dominio di Brescia la metà de' Cremonesi; e infatti sul principio fu divisa la città, e l'una parte d'essa assegnata al marchese Pelavicino e a Buoso da Doara. Ma Eccelino la volea tutta, e ne trovò a suo tempo la maniera. Intanto, a riserva della terra degli Orci, tutto il territorio di Brescia venne in poter del tiranno. Per questa disavventura di Brescia, città di tanto nerbo, fu un gran dire per tutta Italia, e n'ebbe un sommo cordoglio e terrore la parte della Chiesa. Ma i giudizii di Dio sono ben diversi da quelli degli uomini, e ce ne avvedremo all'anno susseguente.
Nel dì 4 d'aprile, dell'anno presente, coll'interposizione del suddetto Filippo legato del papa, s'erano accordati insieme i nobili e popolari di Milano con istabilire una concordia, che fu appellata la pace di Sant'Ambrosio[3422]. Il Corio[3423], che ne vide lo strumento, rapporta distesamente tutte le condizioni d'essa. Ma, secondo il pessimo uso di tempi tali, durò questa ben poco. Nella festa di san Pietro di giugno, Martino dalla Torre capo del popolo cacciò di città _Leone da Perego_ arcivescovo colla fazione de' nobili, i quali si ridussero a Cantù, e poscia andarono in soccorso de' Rusconi, potenti cittadini di Como, i quali voleano abbattere la parte contraria de' Vitani. Ma, accorso in aiuto degli ultimi il suddetto Martino con un possente corpo di Milanesi, toccò ai Rusconi di sloggiare da Como, e i Vitani ne restarono padroni. Ebbe nondimeno un'altra cagion di sospirare nell'anno presente la città di Milano. Suddita de' Milanesi era da gran tempo la nobil terra di Crema[3424]. Entrata anch'ivi la discordia fra i cittadini, i Benzoni, famiglia potente, chiamarono il marchese Oberto Pelavicino, il quale ben volentieri con cinquecento cavalli ne andò a prendere il possesso e dominio, con iscacciarne la contraria fazione. L'emulazione ancora che d'ordinario regnava fra quelle nazioni italiane, che si trovavano allora possenti in mare, e intente alla mercatura, era già passata in aperta guerra tra i Veneziani[3425] e Genovesi per accidente occorso in Accon. Il Continuatore di Caffaro[3426] descrive il principio e progresso della lite, per cui restarono aggravati i Veneziani. E quantunque s'interponesse coi suoi paterni uffizii papa Alessandro IV, e andassero innanzi e indietro lettere ed ambasciatori, pure non ne venne concordia, e continuò il mal animo dell'altra nazione. Fecero lega i Veneziani coi Pisani, Provenzali e Marsiliesi, e con gran flotta navigarono tutti in Oriente. Colà comparvero ancora con possente sforzo di galee e di navi i Genovesi. Nel dì 24 di giugno si affrontarono queste armate navali, e dopo un ostinato combattimento la vittoria si dichiarò in favore de' Veneziani e Pisani[3427], con prendere venticinque galee dei vinti. Restarono perciò i Genovesi in molto abbassamento in quelle parti, e fu distrutta in Accon la lor bellissima torre, e spogliati i lor magazzini. A queste nuove il buon papa Alessandro, considerando il grave pregiudizio che da ciò risultava agl'interessi della cristianità in Soria, rinforzò le sue premure per la pace. Intimò tosto una tregua; ottenne da' Veneziani la libertà de' prigioni, e finalmente stabilì fra questi popoli la concordia, con alcune condizioni nondimeno, che forse furono moleste ai Genovesi. Crescendo anche in Bologna[3428] ogni dì più le discordie civili, che ordinariamente nascevano dalle pazze parzialità e fazioni guelfa e ghibellina, ovvero dall'incontentabil ambizione di soprastare nel comando agli altri, in quest'anno vennero alle mani in essa città i Geremii e i Lambertazzi, famiglie delle più potenti, cadauna delle quali tirava seco il seguito d'altre nobili casate, e ne succedette la morte di molti. Quel solo che potè ottenere con tutti i suoi sforzi il podestà, fu di mettere tregua fra le parti: il che per allora sopì, ma non estinse l'incendio, che continuò poi per anni parecchi.
NOTE:
[3408] Nicolaus de Jamsilla, Hist., tom. 8 Rer. Ital.
[3409] Ricordano Malaspina, Istor., cap. 147.
[3410] Giovanni Villani, et alii.
[3411] Sabas Malaspina, lib. 1.
[3412] Matth. Paris, Hist. Angl. ad ann. 1256.
[3413] Sabas Malaspina, Histor., lib. 1, cap. 5.
[3414] Matteo Spinelli, tom. 7 Rer. Ital.
[3415] Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 1.
[3416] Matth. Paris, ad hunc annum.
[3417] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.
[3418] Rolandinus, lib. 11, cap. 9.
[3419] Paris de Cereta, Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.
[3420] Monachus Patavinus, in Chron., tom. eod.
[3421] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.
[3422] Annales Mediolanenses, tom. 16 Rer. Ital., Gualvan. Flamma, in Manip. Flor., cap. 292.
[3423] Corio, Istor. di Milano.
[3424] Chronicon Placentinum, tom. 16 Rer. Ital.
[3425] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[3426] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom 6 Rer. Italic.
[3427] Annales Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
[3428] Matth. de Griffonibus, Histor. Bononiens., tom. 18 Rer. Italic.
FINE DEL VOLUME IV.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (Montevio/Montevìo e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.