Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 11
Sotto il presente anno scrive Ermanno Contratto[344] che _Conradus adolescens filius Conradi quondam ducis Carentani_ (e marchese ancora della marca di Verona) _auxiliante patruele suo Conrado, postea imperatore, Adalberonem tunc ducem Carentani apud Ulmam pugna victum fugavit_. Abbiam veduto di sopra che questo Adalberone era anch'egli duca di Carintia, e insieme marchese di Verona. L'aveva con lui il giovinetto Corrado, quasichè gli avesse Adalberone rubati quegli Stati che, se non di giustizia, almeno per introdotto costume doveano toccare a lui dopo la morte del padre suo Corrado. È da credere che Adalberone possedesse ancora degli Stati in Germania, e che per cagion d'essi tra lor seguisse il conflitto suddetto. Per attestato di Lupo Protospata[345], Bugiano generale dei Greci venne a battaglia in questo medesimo anno circa il dì primo d'ottobre coll'armata di Melo, e gli diede una rotta tale, che non potè più risorgere. Leone ostiense[346] lasciò scritto che Melo col soccorso de' Normanni avea dinanzi riportate tre vittorie de' Greci _primo apud Arenolam, secundo apud civitatem_ (_Marsicum_ la chiama Angelo della Noce), _tertio apud Vaccariciam campestri certamine dimicans, tribus eos vicibus vicit, multosque ex his interficiens, et usque Tianum eos constringens, omnes ex hac parte, quas invaserant, Apuliae civitates et oppida recepit. Quarta demum pugna apud Cannas Romanorum clade famosas, Bojani catapani insidiis et ingeniis_ (macchine di guerra) _superatus, universa, quae facile receperat, facilius perdidit_. Appresso racconta, essere stata fama che di dugentocinquanta Normanni, aiutatori di Melo, non ne rimanessero in vita se non dieci, e che la vittoria nondimeno costò ben cara ai Greci. Melo disperato, non sapendo più dove rivolgere le sue speranze, dopo avere raccomandato i pochi Normanni, che gli restavano, a _Guaimario III_ principe di Salerno, e a _Pandolfo IV_ principe di Capua, imprese il viaggio di Germania, o per muovere l'imperadore Arrigo a venire in persona in Italia, o almeno per ottenere da lui un poderoso soccorso di milizie. Ecco come di quest'ultimo fatto d'armi parla Guglielmo pugliese[347].
_Vicinus Cannis qua defluit Aufidus amnis,_ _Circiter octobris pugnatur utrimque calendas,_ _Cum modica non gente valens obsistere Melus,_ _Terga dedit magna spoliatus parte suorum,_ _Et puduit victum patria tellure morari._ _Samnites adiit superatus, ibique moratur,_ _Post Alemannorum petiit suffragia regis_ _Henrici, solito placidus qui more precantem_ _Suscipit, auxilii promittens dona propinqui._
Leggesi una cessione fatta delle decime di quattro pievi al vescovato di Cremona[348] da _Bonefacius marchio filius quondam Teotaldi itemque marchio, et Richilda filia quondam Giselberti comitis_, nell'anno presente. Bonifazio è il padre della contessa Matilda. Vo io credendo che appartenga ancora all'anno presente un diploma, spedito dall'imperadore Arrigo in favore del monistero di Monte Casino e dell'abbate Atenolfo[349]. Le note son queste: _Datum III idus julii, anno dominicae Incarnationis millesimo vigesimo, Indictione secunda, anno domni Heinrici regis decimo septimo, imperii vero ejus quinto. Actum Radesbone._ Se crediamo al padre Gattola, il diploma è originale; ma io ho pena a crederlo. _La indizione seconda_ accenna l'anno presente. Come poi sia l'anno MXX, se non ricorriamo all'anno pisano, non si sa capire. E resta poi da mostrare come in Germania avesse luogo l'era pisana. Posto ancora che sia l'anno nostro _MXIX_, non si accorda con esso l'_anno XVII_ del regno, nè il quinto dell'imperio.
NOTE:
[344] Hermannus Contract., in Chronico, edit. Canis.
[345] Lupus Protospata, in Chronico.
[346] Leo Ostiensis, Chronic., lib. 2, cap. 37.
[347] Guilielmus Apulus, de Norman., lib. 1.
[348] Antiq. Ital., Dissert. VI.
[349] Gattola, Hist. Monast. Casinens. P. I.
Anno di CRISTO MXX. Indiz. III.
BENEDETTO VIII papa 9. ARRIGO II re di Germania 19, imperadore 7.
L'anno fu questo in cui_ papa Benedetto VIII_ andò in Germania a trovar l'imperadore Arrigo, che l'aspettava in Bamberga. Il Sigonio, il Baronio, l'Hoffmanno, e soprattutto il padre Pagi hanno preteso che questa andata del pontefice accadesse nell'anno precedente 1019, e che mal si sieno apposti coloro che la riferiscono all'anno presente, con citare per la loro sentenza Lamberto da Scafnaburgo, Mariano Scoto, gli Annali d'Ildeseim e l'abbate Urspergense. Ma non ha fatta assai riflessione il padre Pagi a questo punto di storia. Mariano Scoto, se ben si guarda, a quest'anno[350] appunto parla del viaggio di papa Benedetto. E si conosce che le stampe hanno alterato i testi di Lamberto e dell'Urspergense, e degli Annali d'Ildeseim. Dico, si conosce, perchè ivi la morte di sant'Eriberto arcivescovo di Colonia si mira nei loro testi stampati all'anno 1020, quando è fuor di dubbio che avvenne nell'anno 1021, come confessa lo stesso padre Pagi. Però gli autori suddetti si dee credere che abbiano posta l'andata del papa nel presente anno 1020, e nel seguente la morte di sant'Eriberto. Che poi veramente il papa in quest'anno si portasse a Bamberga, l'abbiamo da Ermanno Contratto[351] nell'edizion migliore e più copiosa del Canisio, da Sigeberto[352], dall'Annalista sassone[353], dal Cronografo sassone[354], da Alberico monaco dei tre Fonti e da altri storici. Lo stesso si scorge dell'antica Vita dello stesso santo Arrigo[355] pubblicata dal Gretsero e da altri. Quivi è scritto che il papa invitato dall'imperadore, _in proximo aprili Alemanniam intravit, omnibusque civitatibus illius regionis peragratis, tempore, quo condixerat, Babengerg locum adire disposuit. Venit ergo V feria majoris hebdomadae, hora sexta, sacris pontificalibus vestimentis indutus_, ec. Questo minuto racconto fa conoscere che l'autor d'essa vita prese un tal fatto da buone notizie, e probabilmente da quella che scrisse Adelboldo, giunta a noi troppo mancante. Ma se papa Benedetto entrò d'aprile in Alemagna, ed arrivò nel giovedì santo a Bamberga, adunque nell'anno presente arrivò colà, e non già nel precedente. Perciocchè nell'anno 1019 la Pasqua cadde nel dì 20 di _marzo_, e in quest'anno si celebrò essa nel dì 17 d'_aprile_. Nè voglio tacere che viene anche citata la Vita di san Meinwerco vescovo di Paderbona[356], per comprovar l'opinione dei suddetti sostenitori dell'anno 1019. Ma quella Vita, quando anche dicesse ciò che pretendono, essendo scritta nel secolo susseguente, non può chiamarsi un testimonio infallibile di quel che cerchiamo. Oltre di che, fors'anche quella va d'accordo coll'opinione mia, scorgendosi che il medesimo autore all'anno susseguente mette il passaggio a miglior vita del suddetto santo Eriberto, ii qual pure viene stabilito nell'anno 1021. Fra l'altre cose che aggiugne l'autore della Vita suddetta di santo Arrigo imperadore, racconta che nel mattutino di Pasqua il _patriarca d'Aquileia_ recitò la prima lezione, l'_arcivescovo di Ravenna_ la seconda, e il _papa_ la terza. E che poscia il pontefice medesimo _VIII kalendas maii basilicam in honore sancti Stephani consecravit_; e lo stesso ancora abbiamo dall'autor della Vita di san Meinwerco. Il dì 24 d'aprile qui enunziato più s'accorda colla mia suddetta opinione. Saggiamente osservò il cardinal Baronio che fra i motivi per li quali andò volentieri papa Benedetto, ancor quello vi dovette essere di commuovere l'Augusto Arrigo a condurre o spedire una buona armata per far argine ai progressi dei Greci. Circa il dì primo di ottobre nell'anno precedente era succeduta, come dicemmo, la disfatta del picciolo esercito di Melo. Tutto perciò andava a seconda dei Greci, i quali non solamente ricuperarono quanto aveano perduto, ma eziandio ritirarono nel loro partito _Pandolfo II_, principe di Capua. Scrive l'Ostiense[357]: _Quum capuanus princeps latenter faveret constantinopolitano Basilio, fecit interim fieri claves aureas, et misit ad illum, tam se, quam civitatem capuanam, immo universum principatum ejus per haec imperio contradens_.
Davano negli occhi e gran gelosia recavano a papa Benedetto questi maneggi ed avanzamenti de' Greci, che stendevano il loro dominio fino ad Ascoli; e se mettevano il piede anche sopra il principato di Capua, già se li sentiva alle porte di Roma. Nè era già da sperare che i greci Augusti avessero voluto lasciare ai papi, se si fossero impadroniti di Roma, quella signoria che, secondo i patti cogl'imperadori d'Occidente, da più di due secoli godevano. Però dovette il buon papa sollecitare, per quanto potè, l'Augusto Arrigo ad impiegar le sue forze contra di quella nazione, nemica ancora dei Latini, la quale aspirava allora a dei gran voli. Abbiamo anche da Glabro[358] che Rodolfo normanno fuggito da Normandia a Roma con alquanti compagni, andò a trovar papa Benedetto VIII per contargli i suoi guai. Ma il papa _coepit ei querelam exponere de Graecorum invasione romani imperii_, e indusse que' Normanni a militar contra di loro. Portò intanto la disgrazia che Melo trovandosi in Germania per muovere quella corte contra de' Greci, infermatosi quivi nell'anno presente, cessò di vivere. L'abbiamo da Lupo Protospata[359]; e Guglielmo pugliese[360] l'attesta anch'egli scrivendo d'esso Melo, e dell'onore fattogli alla sepoltura, le seguenti parole:
_At Melus regredi praeventus morte nequivit;_ _Henricus sepelit rex hunc, ut regius est mos;_ _Funeris exsequias comitatus ad usque sepulcrum,_ _Carmine regali tumulum decoravit humati._
Nella Cronica del Protospata egli è appellato _dux Apuliae_, nè senza ragione. Questo titolo gliel diede l'Augusto Arrigo per premio del già operato, e per animarlo ad operare di più: il che è da avvertire per intendere se gli Augusti avessero donato ai papi il ducato di Benevento; e con ciò va concorde il suddetto passo di Glabro col seguente. Abbiamo nella Vita di esso santo imperadore[361], benchè non con tutta l'esattezza, che esso imperadore _Apuliam a Graecis diu possessam, romano imperio recuperavit, et eidem provinciae Ismaelem_ (vuol dire Melo) _ducem praefecit, qui postea in babenbergensi loco mortuus, et in capitulo majoris monasterii sepultus requiescit in Domino_. Oltre a ciò, sappiamo dal Protospata che in quest'anno i Saraceni assediarono la città di _Bisignano_, e la sottomisero al loro dominio: sicchè e Greci e Mori malmenavano forte quelle contrade. Specialmente poi in questi tempi si studiavano i principi e gran signori di pelare or soavemente or violentemente le chiese. La maniera soave era quella di prendere i loro beni e castella a livello con promettere un annuo canone, e intanto donar qualche terra in proprietà ad essi luoghi sacri, per indurre i vescovi e gli abbati col picciolo presente vantaggio a livellar essi beni, l'usufrutto dei quali mai più non soleva arrivare a consolidarsi col diretto dominio. Uno dei gran cacciatori di tali beni già ho detto che era il _marchese Bonifazio_, padre poscia della gloriosa contessa Matilda. Può essere motivo di stupore l'osservare quante castella, corti, chiese, ec. egli carpisse al solo vescovato di Reggio. Ne ho io pubblicata la lista[362]. Altrettanto, o poco meno, dovette egli fare co' vescovi di Modena, Parma, Cremona, Mantova, ed altre città circonvicine. Ed in questo anno appunto egli ottenne a livello da _Warino_ ossia _Guarino_ vescovo di Modena _medietatem de monte uno, qui dicitur Barelli, ubi antea castrum edificatum fuit, cum fossatum in parte circumdatum_.
NOTE:
[350] Marianus Scotus, in Chron.
[351] Ermannus Contractus, in Chron., edition. Canisii.
[352] Sigebertus, in Chron.
[353] Annalista Saxo.
[354] Chronographus Saxo.
[355] Vita S. Henrici inter Acta Sanctor. Bolland., ad diem 14 julii.
[356] Vita S. Meinwerci apud Leibnitium, tom. 1, Scriptor. Brunswic.
[357] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 38.
[358] Glaber, Chronic., lib. 3, cap. 1.
[359] Lupus Protospata, in Chronico.
[360] Guilielmus Apulus, lib. i, de Normann.
[361] Vita S. Henrici, cap. 3, in Actis Sanct. ad diem 14 julii.
[362] Antiquit. Ital., Dissert. XXXVI.
Anno di CRISTO MXXI. Indizione IV.
BENEDETTO VIII papa 10. ARRIGO II re di Germania 20, imperadore 8.
Ardevano di voglia i Greci di aver in lor mano _Datto_, che già dicemmo uno dei principali della Puglia ribellati alla lor signoria, e parente del defunto Melo. Dopo l'infelice battaglia di Canne, per attestato dell'Ostiense[363], s'era egli ritirato colla sua famiglia sotto la protezione di Atenolfo abbate di Monte Casino. Ma poscia papa Benedetto VIII, perchè il conosceva fedele all'imperadore Arrigo, il mise alla custodia della torre del Garigliano, _quam idem papa tunc retinebat_, con alcuni Normanni. Che fece il catapano greco _Boiano_ (lo stesso è che _Bugiano_) per averlo? Guadagnò con danari _Pandolfo II principe_ di Capua, acciocchè gli permettesse di prendere il misero Datto. All'improvviso dunque arrivato colle sue soldatesche sotto quella torre, cominciò a tormentarla con assalti e macchine. Per due giorni si difesero quei di dentro, ma in fine colla torre rimasero presi. Alle preghiere dell'abbate Atenolfo, lasciò Bugiano la libertà ai Normanni; ma _Datto_[364] fra le catene e sopra un asinello condotto a Bari nel dì 15 di giugno, a guisa de' parricidi, chiuso in un sacco di cuoio, fu gittato in mare. Secondo gli Annali di Pisa[365], avea Mugetto re de' Mori, oppure, come io credo, corsaro potente, preso nell'anno precedente castel Giovanni (forse in Sardegna) che era sotto l'arcivescovo di Milano. Nell'anno presente poi con poderosa armata di navi tornò in Sardegna. Allora i Pisani, tirati in lega i Genovesi contra di questo comune nemico, fatto un grande sforzo di navi e di gente, il cacciarono dall'isola, e maggiormente poscia attesero a stabilirsi e fortificarsi in quella vasta isola. Il ricco tesoro d'esso Mugetto, venuto alle lor mani, fu da essi ceduto ai Genovesi in pagamento delle loro spese e fatiche. Il Tronci storico pisano scrive[366] che Mugetto in quest'anno s'impadronì di nuovo della Sardegna, e che nel seguente ne fu cacciato. E qui combattono gli storici di Pisa con quei di Genova, pretendendo i primi che niun diritto acquistassero i Genovesi sopra la Sardegna, e gli altri sostenendo il contrario; intorno a che li lasceremo duellare. Se parimente vogliam credere al Tronci suddetto, i Pisani divisero poi quell'isola in quattro giudicati, _che furono dati in governo a quattro nobili pisani_, cioè di _Cagliari_, di _Gallura_, di _Arborea_ e di _Torri_, volgarmente detto _Sasseri_. E tali _giudici arrivarono a tanto fasto, che furono anche nominati regi, e le loro mogli regine_. Ma temo io forte che non sieno assai sicure tali notizie, dappoichè ho altrove fatto vedere[367] che in questo medesimo secolo vi era in Sardegna la division dei giudicati, e che quei giudici usavano anche liberamente il titolo di re: il che punto non conviene a chi unicamente fosse stato governatore di quelle contrade per la repubblica pisana. Oltre di che, non v'ha negli atti di quei giudici o re menomo vestigio di dipendenza da Pisa. Anzi da un fatto narrato dall'Ostiense[368] circa l'anno 1063 si scorge che i Pisani miravano con invidia i Sardi, ed aveano nemicizia con Barasone re di quell'isola. Però si può sospettare che molto più tardi la potenza dei Pisani fissasse il piede nella Sardegna; o almeno meriterebbe questo punto d'essere più sodamente chiamato ad esame. L'insulto fatto alla torre del Garigliano, colla presa e morte crudele di Datto, dovette far rinforzare le istanze e preghiere di papa _Benedetto VIII_ all'Augusto _Arrigo_, perchè accorresse alla difesa dell'Italia orientale che era in manifesto pericolo di perdersi. Perchè Arrigo, siccome scrive Leone ostiense[369] _reputans secum, fore ut Graeci amissa Apulia ac principatu, Romam quoque maturarent, Italiamque totam simul amitteret_, determinò di tornare, e ben armato, in Italia. Comunemente il Sigonio, il Baronio, il padre Pagi ed altri hanno scritto ch'egli venisse solamente nell'anno seguente.
Ma si ha a tenere per certo che la sua calata fu nell'autunno dell'anno presente, sotto il quale Ermanno Contratto[370] _racconta che Henricus imperator in Italiam expeditionem movit_. E l'Annalista sassone[371] aggiugne ch'egli _Natale Domini celebravit in Italia_. Abbiamo inoltre documenti che ce ne assicurano. Ho io prodotto un insigne placito[372], da lui stesso tenuto in Verona, _anno praedicti Domni Heinrici gloriosissimi imperatoris Deo propicio, hic in Italia, octavo, sexta die mensis decembris, Indictione V_, cominciata nel settembre di quest'anno. Degno è d'essere rapportato qui il principio di quell'atto: _Dum in Dei nomine foris, et non multum longe urbis veronensis, in solario proprio beatissimi sancti Zenonis confessori Christi, quod est constructum juxta praedictum monasterium sancti Zenonis confessoris Christi, in caminata dormitoria ad regalem imperium in judicio resideret domnus gloriosissimus Heinricus Romanorum imperator Augustus, unicuique justitias faciendas, hac deliberandas, residentibus cum eo domnus Popo sanctae aquilejensis ecclesiae patriarcha_. Fermiamoci qui per dire che non meritava censura il Sigonio, per avere scritto che Arrigo passò in Italia _cum Piligrino coloniensi, et Poppone aquilejensi praesulibus_, con pretendersi che non Poppone patriarca di Aquileia, ma bensì _Poppone_ allora arcivescovo di Treveri, ignorato dal Sigonio, quegli fosse che accompagnò in tale spedizione l'imperadore. Perchè l'Ostiense chiamò _arcivescovo_ questo Poppone, perciò si è creduto che sbagliasse il Sigonio. Il Browero[373] anch'egli (e poscia il padre Mabillone[374]), fondato solamente sopra quella parola dell'Ostiense, quasichè il patriarca d'Aquileia non fosse anch'egli arcivescovo, si figurò che il suo Poppone venisse in Italia, e seco menasse un grosso corpo di truppe. Ma noi qui abbiam chiaramente _Poppone patriarca d'Aquileia_ al corteggio dell'imperadore, e non già l'arcivescovo di Treveri, e però salda saldissima resta l'asserzion del Sigonio. Seguitano le parole del placito: _Pelegrinus coloniensis, Eribertus mediolanensis, sanctarum dei ecclesiarum archiepiscopis, Johannes veronensis, Leo vercellensis, Siginfredus placentinus, Henricus parmensis, Arnaldus tervianensis_ (di Trivigi), _Ermingerius cenedensis, Rigizo feltrensis, Ludovicus bellunensis, Ugo marchio_, ec. De' marchesi d'Italia non si trovò in tale occasione a corteggiare Arrigo, se non _Ugo_, uno degli antenati della casa d'Este, di cui tornerà occasion di parlare. Fra i pochi che sottoscrissero, si legge ancora _Ugo marchio_. Era, come abbiam veduto, l'imperadore in Verona nel dì 6 di dicembre. Io il trovo nel dì 10 d'esso mese in Mantova, ciò constando da un suo diploma, dato da esso Augusto in favore d'_Itolfo_ vescovo di quella città, e da me pubblicato[375], le cui note guaste, da me allora non esaminate, conviene ora raddirizzare. Tali sono esse nella copia ch'io n'ebbi: _Data IIII idus decembris, Indictione V, anno dominicae Incarnationis MXX, anno domni Heinrici regnantis XVIII, imperii vero VII. Actum Mantuae in palatio ejusdem episcopi_. L'indizione V cominciata nel settembre ci dà a conoscer che nell'originale sarà stato scritto _anno dominicae Incarnationis MXXI_, ec. _regnantis XX, imperii VIII_.
NOTE:
[363] Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 37 et 38.
[364] Lupus Protospata, in Chronico.
[365] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
[366] Tronci, Annal. Pisan.
[367] Antiquit. Ital., Dissert. V et XXXII.
[368] Leo Ostiensis, Chron. lib. 3, cap. 23.
[369] Idem, ibidem, lib. 2.
[370] Ermannus Contract., edition. Canisii.
[371] Annalista Saxo apud Eccardum.
[372] Antichità Estensi P. 1, cap. 14.
[373] Brovverus, Annal. Trevirens., tom. I.
[374] Mabillon., in Annal. Benedictin.
[375] Antiquit. Ital., Dissert. LXXIII.
Anno di CRISTO MXXII. Indizione V.
BENEDETTO VIII papa 11. ARRIGO II re di Germania 21, imperadore 9.