Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 109

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Mentre il pontefice tuttavia dimorava in Anagni[3353], i Romani che da gran tempo assediavano Tivoli, venuta lor meno la speranza di forzar quella città alla resa, spedirono ad esso papa, acciocchè trattasse di pace, e non mancò egli di farlo, tuttochè disgustato del senatore, che non lasciava andar viveri ad Anagni, nè prestar danari al papa, nè far leva di gente per lui. Nel dì 8 di ottobre papa Innocenzo arrivò a Ceperano sui confini del regno, e nel dì seguente entrò pel ponte in esso regno, incontrato da Manfredi principe di Taranto, che, accompagnato da molti altri baroni, fu a baciargli i piedi, e l'addestrò per un tratto di strada. Io non so che mi dire del Diario di Matteo Spinelli, che troppo discordia dai migliori scrittori nell'assegnare i tempi. Egli fa giunto il papa a Napoli per la festa di san Pietro, con altre cose che non battono a segno. Passò dipoi il pontefice ad Aquino, a San Germano, a Monte Casino, accolto dappertutto con segni di singolare onore ed affetto. Davanti a lui marciava coll'esercito _Guglielmo cardinale_ di Sant'Eustachio, parente del medesimo papa, il quale da tutti facea prestare giuramento di fedeltà alla Chiesa romana; anzi pretese che Manfredi lo prestasse anch'egli: al che non volle egli mai acconsentire, pretendendo che ciò fosse contro i patti stabiliti col papa. Con questo felice passo camminavano gli affari del sommo pontefice, e già egli si contava per padrone della Puglia, quando un accidente occorse, da cui restò non poco turbata la corte pontificia. Era il papa passato a Teano, dove fu sorpreso da incomodi di sanità, che più non l'abbandonarono[3354]. Quivi trovandosi il principe Manfredi, ebbe delle liti con Borello da Anglone, barone molto favorito nella corte pontificia, per aver egli impetrato dal papa il contado di Lesina, ancorchè appartenente a Monte Sant'Angelo, che era d'esso Manfredi, ed averne anche inviato a prendere il possesso. Ricorse Manfredi al papa; niuna risoluzione fu presa. Si aspettava in que' dì alla corte il marchese Bertoldo. Volle Manfredi andare ad incontrarlo, e, preso commiato dal papa, si mise in cammino. Non molto lungi da Teano ad un passo stretto si trovò il suddetto Borello con una truppa d'uomini armati: fu creduto per insultare il principe nel suo passaggio. Allora i familiari di Manfredi s'inoltrarono per riconoscere che intenzione avessero; e Borello co' suoi prese la fuga verso la città. Inseguito da alcuni del principe (dicono contra volontà di lui), fu ferito e morto da un colpo di lancia nella schiena. Grande strepito si fece per questo nella corte del papa, il quale intanto passò a Capoa. Era giunto Manfredi ad Acerra, con pensiero di portarsi a Capoa per giustificarsi; ma fu consigliato di raccomandar piuttosto la sua causa al marchese Bertoldo. Vi mandò apposta Galvano Lancia suo zio. Bertoldo ne parlò al papa e a' ministri; e la risposta fu, che Manfredi venisse in persona, e si ascolterebbono le sue discolpe. Se veniva, già risoluta era la di lui prigionia. Il perchè Galvano Lancia gli significò che facea brutto tempo per lui, e che si ritirasse ben tosto e con gran cautela verso Lucera, ossia Nocera de' Pagani. Colà infatti, dopo aver passati molti pericoli ed incomodi, senza che alcuno osasse di dargli ricetto, sul principio di novembre arrivò una notte Manfredi. Per buona ventura non vi si trovò Giovanni Moro, governatore di quella città, il più ricco e potente de' Saraceni quivi abitanti. Fatto sapere alle sentinelle che era ivi il principe figliuolo di Federigo imperadore, questi, amantissimi di suo padre, non fidandosi di poter avere le chiavi dal vicegovernatore, determinarono di rompere la porta e d'introdurlo. Detto fatto, tanto si ruppe della porta, che il principe entrò. Fu incredibile la festa che fecero perciò i Saraceni. Il condussero al palazzo, dove si trovarono molti tesori dell'imperador Federigo, del re Corrado, di Oddone marchese fratello del marchese Bertoldo, e quei specialmente di Giovanni Moro, il quale da lì a poco tempo fu ucciso dai suoi Saraceni in Acerenza. Si esibì tutto il popolo di Nocera a' servigi di Manfredi, e giurarono fedeltà al re Corradino e a lui. Allora Manfredi, messa mano ne' suddetti tesori, cominciò ad assoldar gente, e a lui da tutte le parti concorsero i Tedeschi sparsi perla Puglia; di modo che in breve ebbe un gagliardo esercito in piedi, ed usci in campagna alla volta di Foggia, dove era accampato il marchese Oddone con un corpo assai poderoso di gente pontificia. Si diede alla fuga Oddone dopo breve combattimento, e Foggia, presa per forza, fu saccheggiata. Niccolò da Jamsilla fa ben conoscere che questa fu una vittoria, ma non già vittoria di gran rilievo, come vien descritta da Matteo Paris, se pur d'essa parla, come vogliono alcuni scrittori napoletani. La verità nondimeno si è, che questa qualunque si fosse diede tal terrore al grosso esercito pontificio[3355], accampato allora a Troia, che, come se avessero alle reni l'armata di Manfredi, disordinatamente di notte prese la fuga, con lasciar indietro molto del loro equipaggio; nè si credettero in salvo il cardinale legato ed altri, finchè non giunsero a Napoli, dove era allora la corte pontificia.

Ma ritrovarono che già papa _Innocenzo IV_, sopraffatto dalla malattia, era passato a miglior vita. Il Rinaldi[3356] fa accaduta la sua morte nel dì 7 di dicembre. Il che vien confermato da Pietro da Curbio[3357], che il dice defunto in Napoli nella festa di sant'Ambrosio. Niccolò da Jamsilla e Bernardo di Guidone mettono la sua morte nel dì 13 del mese suddetto; altri nel dì 40; ma si dee stare all'asserzione de' primi. L'infelice successo di Foggia portò al cuore ancora de' cardinali esistenti in Napoli un grave scompiglio, di maniera che, se non era il marchese Bertoldo, che facesse lor animo, già pensavano a ritirarsi verso Roma. Nel dì 21 del suddetto mese di dicembre, secondo il Rinaldi, o piuttosto, siccome scrive chiaramente Pietro da Curbio, nel sabbato giorno 12 del suddetto mese, fu eletto pontefice _Rinaldo vescovo_ d'Ostia da Anagni della nobil famiglia de' conti di Segna, e parente dei predefunti papi Innocenzo III e Gregorio IX. Prese il nome di _Alessandro IV_, e portò sulla sedia di san Pietro delle prerogative ben degne del sommo pontificato. Buono e mansueto, nè portato a maneggiar le chiavi e la spada con tanto imperio, e con tante gravezze agli ecclesiastici, come avea praticato il suo predecessore, _revocat et cassat, quae in gravamen multorum suus constituerat antecessor_, son parole di Arrigo Sterone[3358]. Fu guerra in questo anno[3359] fra i Pisani dall'una parte, e i Fiorentini e Lucchesi dall'altra. Sulle prime riportarono i Pisani dei vantaggi, poscia ebbero molte busse e danni, in guisa che vennero in parere di chieder pace. Se ne trattò per parecchi giorni; e convien ben credere che il comune di Pisa si sentisse debole, dacchè per ottenerla fece compromesso delle sue differenze in Guiscardo da Pietrasanta Milanese, podestà di Firenze. Questi poi diede un laudo, condannando i Pisani a restituire a' Lucchesi le castella di Motrone e Monte Topolo; ai Genovesi Ilice e Trebiano, con altre condizioni, per le quali tenendosi aggravato il comune di Pisa, non volle accettar quella sentenza: il che fu cagione di nuova guerra. In questo medesimo anno nel mese di agosto fecero oste i suddetti Fiorentini contra di Volterra[3360], che si reggeva a parte ghibellina. Usciti disordinatamente i Volterrani, furono incalzati, e con esso loro entrarono anche i Fiorentini nella città. Gran cosa fu che si salvarono dal sacco. Ne furono cacciati i Ghibellini, lasciato presidio in quelle fortezze. Anche Poggibonzi, già ribellato, tornò per forza sotto la signoria de' Fiorentini. Fecero guerra in quest'anno i Bolognesi[3361] alla città di Cervia. Se ne impadronirono, e vi misero un podestà che a loro nome la governasse. Di ciò neppure una parola si legge presso Girolamo Rossi nella Storia di Ravenna. Dalle Croniche di Milano[3362] altro non si ricava sotto il presente anno, se non che qualche combattimento seguì fra i nobili e popolari di quella città; e che fu chiamato colà un certo Beno dei Gonzani Bolognese, a cui fu data balia di cavar danari dal popolo. Costui, sapendo ben esercitare il, per altro facile, mestiere di pelare chi non può resistere, inventò nuovi dazii e gabelle, ed introdusse ogni mala usanza in quella città. Come il popolo dominante allora si lasciasse calpestare e spolpare da costui per quattro anni, non si sa intendere. Secondo la Cronica Piacentina[3363], il _marchese Oberto_ Pelavicino, che già signoreggiava in Cremona, seppe così ben maneggiarsi, che dal popolo di Piacenza fu eletto per loro signore perpetuo. Tentò di fare lo stesso anche in Parma coll'aiuto della fazion ghibellina esistente in quella città[3364], e a questo fine passò ad assalir Borgo San Donnino e Colorno. Gli veniva fatto, se, alzatosi un vil sartore parmigiano, e divenuto capo popolo, non avesse costretto i Ghibellini colle minaccie a desistere dal loro proponimento. Perciò il marchese Oberto se ne tornò a Cremona senza far altro. Il Sigonio, che narra questo fatto, l'avrà preso dalla Cronica del Salimbeni, che si è perduta. Era il marchese Pelavicino suddetto gran sostenitore della parte ghibellina, e perciò amico di Eccelino. Alcuni scrittori guelfi cel rappresentano non inferiore al medesimo Eccelino nella crudeltà e fierezza, forse con qualche ingiuria del vero. Abbiamo bensì in quest'anno da Rolandino[3365] e da Parisio da Cereta[3366] una serie d'altri inumani fatti d'esso Eccelino, che ogni dì più peggiorava nella sua tirribil tirannia.

NOTE:

[3346] Matth. Paris, Hist. Angl. Nicolaus de Jamsilla, Hist., tom. 8 Rer. Ital.

[3347] Matteo Spinelli, Diario, tom. 7 Rer. Ital.

[3348] Raynaldus, in Annal. Eccl.

[3349] Nicolaus de Jamsilla, tom. 8 Rer. Ital. Sabas Malaspina. Hist., lib. 1, cap. 4. Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.

[3350] Ricordano Malaspina, cap. 146.

[3351] Petrus de Curbio, Vita Innocentii IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[3352] Nicolaus de Jamsilla, in Hist.

[3353] Petrus de Curbio, cap. 40.

[3354] Nicolaus, de Jamsilla, tom. 8 Rer. Ital.

[3355] Sabas Malaspina, lib. i, cap. 5.

[3356] Raynald., in Annal. Eccl.

[3357] Petrus de Curbio, Vii. Innocent. IV, cap. 42.

[3358] Stero, in Chron. Augustano,

[3359] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.

[3360] Ricordano Malaspin., cap. 155. Ptolom. Lucensis, in Annales brev., tom. II Rer. Ital.

[3361] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[3362] Annal. Mediolan., tom. 19 Rer. Ital. Gualv. Flamm., Manip. Flor.

[3363] Chron. Placent., tom. 1 Rer. Ital.

[3364] Sigon., de Regno Ital., lib. 19.

[3365] Roland., lib. 7, cap. 10.

[3366] Paris de Cereta, Annal. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCLV. Indizione XIII.

ALESSANDRO IV papa 2. Imperio vacante.

Seppe ben prevalersi del prosperoso aspetto di sua fortuna _Manfredi_ principe di Taranto, ed anche nel verno attese a far delle conquiste. La città di Barletta, a riserva del castello, venne alla sua divozione[3367]. Venosa mandò ad offerirgli le chiavi. Trovavasi tuttavia nella corte pontificia Galvano Lancia, zio materno di esso Manfredi, uomo di gran destrezza e prudenza, che facea vista d'essere forte in collera contra del nipote per la sua ribellione. Ma tutto ad un tempo egli si ritirò da Napoli, e passò ad Acerenza con riceverne il possesso a nome di Manfredi: il che fatto, andò a trovare il nipote a Venosa. L'arrivo suo riempiè d'inesplicabil contento Manfredi, che troppo abbisognava del consiglio e braccio di un sì fidato consigliere. Quantunque la città di Rapolla fosse feudo dianzi conceduto ad esso Galvano, pure dimorava ostinata in favor della Chiesa. Andò colà Galvano coll'armata del principe, adoperò in vano le chiamate; colla forza in fine la sottomise, e l'imprudente resistenza di quei cittadini costò la vita a molti, e la desolazione della loro città. Melfi, Trani, Bari ed altri luoghi non vollero rimaner esposti a somigliante pericolo, e si diedero a Manfredi: con che, a riserva delle città della provincia d'Otranto, quasi tutta la Puglia cominciò ad ubbidire ai suoi cenni. Non sapeva digerire il nuovo papa _Alessandro IV_ colla corte pontificia che Manfredi niuno ambasciatiore peranche avesse inviato a prestargli ameno l'ubbidienza dovuta a lui come vicario di Cristo. Se gli fece insinuare da più persone che inviasse con isperanza di riportarne dei vantaggi; ed egli infine vi spedì due suoi segretarii ben istruiti con sufficiente mandato di trattar di concordia. Iti essi a Napoli, ne cominciarono di fatto il trattato. In questo mentre Manfredi collo esercito andò a mettersi in possesso della Guardia de' Lombardi, come luogo spettante al suo contado d'Andria. S'ebbe non poco a male la corte pontificia che, trattandosi di pace, egli seguitasse le ostilità, temendo ch'egli non venisse alla volta di Napoli; laonde egli per compiacerla se ne ritirò, e prese il viaggio verso d'Otranto, per l'avviso giuntogli che Manfredi Lancia suo parente era stato sconfitto dal popolo di Brindisi, il quale avea anche presa e distrutta la città di Nardò. Intanto il papa dichiarò suo legato in Puglia _Ottaviano_ degli Ubaldini cardinale di Santa Maria in Via Lata, con ordine di ammassare un possente esercito contra di Manfredi. Ora dunque, e non prima, come con errore scrisse Saba Malaspina[3368], questo cardinale cominciò a presiedere all'armi del pontefice. Da ciò presero motivo i ministri di Manfredi di rompere il trattato di pace, e se ne tornarono al loro padrone. Passato Manfredi alla volta di Brindisi, saccheggiò quel paese; assediò, ma indarno, quella città; venne a' suoi comandamenti Lecce. Pose anche l'assedio alla città d'Oria, che seppe vigorosamente difendersi. Stando egli quivi, ricevete la buona nuova che Pietro Ruffo Calabrese, conte di Catanzaro, che fin qui aveva esercitato in Sicilia l'uffizio di vicebalio e governatore di quell'isola, uomo palese nemico suo, e che teneva gran filo colla corte del papa, cacciato via dai Messinesi, s'era ritirato in Calabria ai suoi Stati. Gli ordini spediti colà a questo avviso da Manfredi, con un corpo di combattenti, e l'odiosità conceputa anche da Calabresi contra di esso Pietro Ruffo, cagion furono che que' popoli si sollevarono contra di lui, di modo che divenuto ramingo fu infine forzato a cercare rifugio nella corte pontificia.

In quest'anno la città di Trento si levò dall'ubbidienza di _Eccelino_ da Romano[3369], dove quel popolo doveva aver fatta anch'esso pruova di quella crudeltà che egli seguitava ad esercitare in Padova, e nelle altre città a lui sottoposte. Spedì egli a quella volta un gagliardo esercito, a cui solamente riuscì di dare un terribil guasto a molte castella e ville di quel distretto. _Oberto marchese_ Pelavicino, già divenuto signor di Cremona e Piacenza[3370], di volontà de' Piacentini distrusse anch'egli nell'anno presente una mano di castella di quel territorio, che probabilmente appartenevano ai nobili fuorusciti della medesima città. Abbiamo dagli Annali d'Asti[3371], che in questi tempi _Tommaso conte_ di Savoia cominciò la guerra contra degli Astigiani, con levar loro il borgo di Chieri. Ed essendo Guiscardo da Pietrasanta Milanese podestà di Lucca, fece fabbricar due borghi nella Versilia sottoposta a Lucca[3372]. All'uno pose il nome di _Campo Maggiore_, all'altro di _Pietra Santa_ dal suo cognome. Del che fo io menzione, acciocchè si conosca la falsità del famoso decreto attribuito a _Desiderio_ re de' Longobardi, scolpito in marmo nella città di Viterbo, lodato dal Sigonio, stampato dal Grutero fra l'altre iscrizioni, dove è parlato di Pietrasanta, di cui esso re vien fatto autore. Di tale impostura ho io ragionato altrove[3373]. In Giberto da Correggio, detto della Gente, podestà di Parma, era stato fatto compromesso[3374] dai Modenesi e Bolognesi per le differenze loro intorno alla picciola provincia del Frignano, in buona parte occupata dalla potenza d'essi Bolognesi al popolo di Modena. Chiara cosa era, secondo la giustizia, che se ne dovea fare la restituzione. Abborrivano i Bolognesi la pronunzia del laudo, figurandosi bene qual esser dovesse, e la tirarono sempre a lungo; ma infine Giberto lo proferì con obbligare il popolo di Bologna a dimettere a' Modenesi l'usurpato possesso di quella contrada. Ma perchè non sanno mai i potenti, che in qualche maniera sieno entrati in possesso degli Stati dei meno potenti, persuadersi di avere il torto, e che per loro sia fatta la legge di Dio che obbliga a restituire; i Bolognesi lasciarono cantare il giudice, e seguitarono a ritener quel paese finchè poterono. Mentre questi piccioli affari si faceano in Lombardia, non perdeva oncia di tempo _Manfredi_ per migliorare quei del _re Corradino_ suo nipote[3375], o piuttosto i suoi proprii, in Puglia e Calabria. Eransi i Messinesi, dappoichè si furono sbrigati da Pietro Ruffo, invogliati di reggersi a repubblica, e già col pensiero si fabbricavano un largo dominio tanto in Sicilia che in Calabria alle spese dei vicini. A questo effetto con potente armamento di gente e di navi passarono in Calabria; ma poco durarono i lor castelli in aria, perchè ebbero delle percosse dalle soldatesche di Manfredi, per le quali la città di Reggio con altri luoghi venne alla di lui ubbidienza. Continuava intanto Manfredi l'assedio d'Oria, con averla anche ridotta all'estremità, di modo che se aveva un po' più di pazienza, si arrendeva quel popolo. Ma giuntogli l'avviso che il cardinale legato Ottaviano degli Ubaldini alla testa d'una possente armata, accompagnato dal marchese Bertoldo da Hoemburch, e da Oddone e Lodovico suoi fratelli, i quali, benchè Tedeschi, si erano tutti dati al servigio del papa, entrava in Puglia: Manfredi, rotto ogn'indugio, s'inviò a Nocera. Quivi messo insieme un forte esercito di Saraceni, Tedeschi e Pugliesi, marciò poscia nel dì primo di giugno, per impedire gli avanzamenti del pontificio, pervenuto sino a Frequento, e andò a postarsi fra esso e la Guardia de' Lombardi, dove era di guarnigione un corpo di gente papalina. Stettero per più dì a fronte le due armate; e, per quanto si studiasse Manfredi di tirare ad una campal battaglia i nemici, che pur erano senza alcun paragone superiori di forze, non vollero essi giammai dargli questo piacere.

Così stando le cose, arrivò di Germania un maresciallo, spedito al papa e al principe dal duca di Baviera a nome della _regina Isabella_, madre di _Corradino_, con proposizioni di pace. Diede moto il suo arrivo ad un trattato di tregua, che fu stabilita, finchè il maresciallo e i messi del principe fossero andati e ritornati dalla corte papale. Ritirossi perciò Manfredi alla marina di Bari; quand'ecco in Trani riceve nuova che il cardinal legato s'era innoltrato verso Foggia col suo esercito, e gli avea tolta la comunicazione con Nocera, sua importante città. Non poteva egli credere un tal tradimento. Ma verissimo fu; e inoltre la città di Sant'Angelo s'era data in tal occasione al legato. Animosamente allora si mosse Manfredi, e, senza mostrar apprensione alcuna de' nemici, passò alla volta di Nocera; ed avendo rinforzato il suo esercito, venne da lì a pochi giorni ad accamparsi in faccia all'armata nemica sei miglia lungi da Foggia, e ricuperò colla forza la suddetta città di Sant'Angelo. Veggendo poi che i nemici niun movimento faceano, attendendo solo a ben trincierarsi con fosse e steccati sotto Foggia, s'avvicinò anche egli a quella città, e quivi formò de' buoni trincieramenti, che l'armata pontificia, la quale dianzi meditava di far l'assedio di Nocera, si trovò come assediata da quella di Manfredi. Bertoldo marchese, ottenuti dal legato ottocento cavalli, passò in questo mentre alla marina di Bari, e tolse al principe le città di Trani, Barletta, e l'altre di quella contrada, eccetto che Andria. Ma questo furbo navigava a due contrarii venti, perciocchè nello stesso tempo trattava segretamente di comporsi col principe Manfredi. Spedì costui al campo del legato, che scarseggiava di viveri, un copiosissimo convoglio. Manfredi, informatone dalle spie, oppur dallo stesso Bertoldo, lo sorprese. Mille e quattrocento uomini della scorta vi restarono uccisi; da quattrocento cinquanta furono i feriti e i prigioni. Tutto quel gran treno venne al campo di Manfredi. Entrata dunque la fame e le malattie nell'esercito pontificio, il cardinale legato propose un accordo, che fu accettato da Manfredi. Con esso si rilasciava al re Corradino e al principe il regno, con obbligo di prenderne l'investitura dal papa, a riserva di Terra di Lavoro, che restava in poter della Chiesa romana. Sottoscritta la capitolazione, il cardinale pregò Manfredi di perdono per chiunque avea prese l'armi contra di lui. A tutti egli rendè la sua grazia, e nominatamente al marchese Bertoldo e a' suoi fratelli. Ma il papa, che intanto avea mosso il re d'Inghilterra alla conquista del regno di Sicilia per _Edmondo_ suo figliuolo, e già ne avea spedita l'investitura, credendo alle larghe promesse di quel re, ricusò di accettar l'accordo fatto dal legato. Gl'Inglesi dipoi non si mossero, e il papa deluso venne a perdere il buon boccone della Terra di Lavoro. Saba Malaspina[3376] non tace la divolgata opinione, che fra il cardinale Ottaviano e il principe Manfredi passassero segrete intelligenze. A buon conto, un temporale gran vantaggio egli avea procurato alla corte pontificia, che sel lasciò fuggir di mano. Mentre che tali cose succedeano in Puglia, Pietro Ruffo con un corpo di soldatesche papaline tornò in Calabria per riacquistar quei paesi. Fu quivi anche predicata la crociata contra di Manfredi, come se si fosse trattato di andar contra ai Turchi ed infedeli. Ma gli uffiziali di Manfredi dissiparono que' turbini, e il Ruffo se ne tornò dolente a Napoli. Non sopravvisse poi molto alle sue disgrazie, perciocchè stando in Terracina fu ucciso da un suo familiare. Saba Malaspina scrive ciò fatto per ordine di Manfredi, e detesta un tale operato; ma quando ciò sia vero, dovette credere Manfredi di aver giusto titolo di trattar così chi s'era mostrato sì ingrato ed infedele all'imperador Federigo e a' suoi successori, da' quali era stato cotanto beneficato, e ch'egli poi sì palesemente tradì. Si ridusse il papa in questo anno colla sua corte a Roma, non trovandosi più sicuro in Napoli, dacchè si era rifiutata la concordia. Nè è da tacere che il pontefice approvò che Corradino s'intitolasse re di Gerusalemme, ma non già di Sicilia, perchè questo regno si pretendeva devoluto alla santa Sede.

NOTE:

[3367] Nicolaus de Jamsilla, Hist., tom. 8 Rer. Ital.

[3368] Sabas Malaspina, lib. 1, cap. 5.

[3369] Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital. Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.

[3370] Chronic. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[3371] Chron. Astens., tom. 11 Rer. Ital.

[3372] Ptolom. Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.

[3373] Antiq. Ital., Dissert. XXVII, pag. 665.

[3374] Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.

[3375] Nicolaus de Jamsilla, Hist., tom. 8 Rer. Ital.

[3376] Sabas Malaspina, lib. 1, cap. 5.

Anno di CRISTO MCCLVI. Indizione XIV.

ALESSANDRO IV papa 3. Imperio vacante.