Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 108

Chapter 1083,600 wordsPublic domain

Abbiamo di certo che il _re Corrado_ nel dì 4 di dicembre dell'anno precedente si partì da Verona, e, fatto il viaggio per Vicenza e Padova, s'imbarcò in mare coll'aiuto di Eccelino, e passò a Porto Naone[3315]. I conti suoi erano di poter giugnere in Puglia per mare in pochi giorni, con risoluzione di tenere in Foggia per la festa del Natale un general parlamento. In qual tempo precisamente vi arrivasse egli, non è ben chiaro. Niccolò da Jamsilla[3316] scrive ch'egli sbarcò a Siponto nell'anno presente senza specificarne il giorno. Altrettanto abbiamo dalla Cronica Cavense[3317]. Non può certamente stare ciò che si legge nel Diario di Matteo Spinelli[3318]: cioè che _alli 27 d'agosto 1251 venne lo re Corrado coll'armata de' Veneziani, e sbarcò a Pescara, o alla montagna di Sant'Angelo_. Nel tempo suddetto Corrado neppur era giunto in Lombardia. E il Continuatore di Caffaro[3319] scrive ch'egli non già si servì di legni veneziani, ma _transiens per Marchiam venit in partibus Istriae et Sclavoniae, ibique sexdecim galeas regni, quae serie paratae erant, ipsum regem cum sua comitiva levaverunt, et ipsum in Apuliam traduxerunt_. Giunto questo principe in Puglia, ricevè gli ossequii e il giuramento di fedeltà dai baroni, e specialmente fece buona accoglienza a Manfredi principe di Taranto suo fratello, con lodare la sua condotta, e prendere da lui tutte le necessarie informazioni dello stato presente degli affari. Avendo poscia, o mostrando premura della grazia di papa _Innocenzo_[3320], che avea già fulminata la scomunica contra di lui e di tutti i suoi aderenti, gli spedì Bartolommeo marchese di Hoemburgo Tedesco, l'arcivescovo di Trani, e Guglielmo da Ocra suo cancelliere, suoi ambasciatori, per ottener l'investitura del regno di Sicilia e Puglia, e la succession nell'imperio, con esibirsi pronto a far quello che avesse il papa ordinato. Furono questi cortesemente accolti; ma nulla fruttarono i lor maneggi, stando saldo il pontefice a pretendere che quel regno, per li reati di Federigo suo padre, fosse decaduto alla Chiesa romana. Da ciò irritato Corrado, non guardò più misura alcuna, ed attese a debellar chiunque s'era ribellato ed avea alzato le bandiere del romano pontefice. Le armi sue adunque, rinforzate dai Saraceni di Nocera e Sicilia, piombarono addosso ai conti d'Aquino, con ispogliarli di tutte le loro terre[3321], e con prendere e saccheggiare Arpino, Sezza, Aquino, Sora, San Germano, ed altri luoghi che prima s'erano dati al papa. Verso la festa di san Martino ostilmente s'inviò l'esercito suo contra di Capoa; ma quella terra senza fare resistenza, e con rendersi, schivò l'eccidio delle persone. Altro non vi restava che la città di Napoli, la quale negasse ubbidienza. Questa, confidata nella sua situazione, nelle forti mura, e nella speranza de' soccorsi del papa, si accinse ad una gagliarda difesa. Passò dunque lo sdegnato re all'assedio di quella città nel dì primo di dicembre, secondochè è scritto nel Diario di Matteo Spinelli[3322], dove nondimeno si truovano slogati gli anni. Egli dice del 1251, ma ha da essere il presente 1252. Nella Cronica Cavense[3323] è scritto che fu dato principio all'assedio di Napoli nel dì 18 di giugno dell'anno seguente. Non può stare. Invece di giugno sarà ivi scritto gennaio. Durò di molti mesi quell'assedio. Ma in questi tempi si raffreddò non poco il re Corrado verso del fratello Manfredi, anzi concepì astio contra di lui, non ben si sa, se per sospetti conceputi in vederlo sì savio ed amato dai popoli, oppure per mali uffizii fatti contra di lui dai malevoli, fra' quali specialmente si distinse Matteo Ruffo, nato nella città di Tropea in Calabria, che di povera fortuna, per la sua abilità, era arrivato sotto l'imperador Federigo II ai primi gradi della corte, e da lui fu lasciato aio del figliuolo _Arrigo_ e vicebalio della Sicilia. Era questi nemico dichiarato di Manfredi. Ma non mancò prudenza a Manfredi per navigare in mezzo a tanti scogli. Destramente rinunziò a Corrado i contadi di Gravina, Tricarico e Montescaglioso. Ed ancorchè il re gli sminuisse anche la giurisdizione nel principato di Taranto, che solo gli restò, e tuttochè Corrado ordinasse che Galvano e Federigo Lancia, e Bonifazio d'Anglone, parenti dal lato materno di Manfredi, uscissero del regno, pure Manfredi non ne mostrò risentimento alcuno, e seguitò con allegria e fedeltà ad aiutare il re suo fratello in tutte le di lui imprese.

Intanto in Lombardia, cessato il timore di Federigo II, che teneva uniti in più città gli animi de' cittadini, e succeduta la troppa libertà, questa cominciò a generar la discordia. Soprattutto in Milano insorsero gare e dissensioni fra il popolo e i nobili. Nel dì 6 di aprile, sabato in albis dell'anno presente[3324], nel venire da Como a Milano _fra Pietro_ da Verona dell'ordine de' Predicatori, inquisitore ed uomo di santa vita, fu da Carino, sicario degli eretici, in vicinanza di Barlassina sacrilegamente ucciso, e poi nel seguente anno canonizzato e posto nel catalogo de' martiri da papa Innocenzo IV. Preso il sicario, e messo nelle mani di Pietro Avvocato da Como, allora podestà di Milano[3325], dopo dieci giorni di prigionia, fu lasciato fuggire. Gran sollevazione per questo sorse in Milano; fu imprigionato il podestà, dato il sacco al suo palazzo, ed appena potè egli ottenere in grazia la vita. Allora i nobili proposero di dare il dominio della città a _Leone de Perego_ arcivescovo. Non solamente si opposero i popolari, ma suscitarono anzi una lor pretensione: cioè, che non ai soli nobili, ma anche a quei dell'ordine popolare si conferissero le dignità e i canonicati della metropolitana. Si venne alla forza; fu cacciato di città l'arcivescovo, svaligiato il suo palazzo, e maggiormente per questo crebbe la rissa fra il popolo e la nobiltà. Capo del popolo fu Martino dalla Torre, e de' nobili Paolo da Soresina. Allora il popolo chiamò per suo capitano il _marchese Manfredi_ Lancia, che venne con mille cavalli al suo servigio. Così gli Annali di Milano[3326]. Ma Galvano Fiamma, differisce fino all'anno 1256 questa perniciosa novità, e ne tornano a parlare allora gli stessi Annali. _Gregorio da Montelungo_, legato apostolico[3327], in ricompensa de' tanti servigi da lui prestati alla Chiesa romana negli anni addietro, promosso al patriarcato d'Aquileia, nel mese di gennaio andò a prenderne il possesso. Morì all'incontro in Brescia _Ricciardo_ conte di San Bonifazio, lasciando dopo di sè un glorioso nome, e un figliuolo appellato Lodovico, che in prodezza non si lasciò vincere dal padre. Negli Annali di Verona[3328] la sua morte si fa accaduta nel febbraio dell'anno susseguente. Senza inorridire non si possono leggere nelle Storie di Rolandino[3329], del Monaco Padovano e di Parisio da Cereta le crudeltà praticate in questi tempi dal tiranno _Eccelino_ da Romano contra de' cittadini di Verona e di Padova. Fecero nell'anno presente i Parmigiani oste contro il castello di Medesano[3330]; e quantunque _Oberto marchese_ Pelavicino co' fuorusciti di Parma e coi Cremonesi accorresse in aiuto degli assediati, tuttavia s'impadronirono di esso castello, e similmente di quei di Berceto e Miaro. Abbiamo da Matteo Paris[3331] che i Romani elessero per loro senatore per l'anno vegnente Brancaleone di Andalò Bolognese, uomo giusto, di gran petto, ma di non minor rigidezza, il quale ricusò di accettare, se non gli veniva accordata cotal dignità per tre anni, non ostante lo statuto di Roma. Nella Vita di papa Innocenzo[3332] vien dipinto Brancaleone per un gran Ghibellino e nemico del papa. Con questa condizione fu accettato, e ito poscia a Roma, tenne in esercizio le forche e le mannaie per castigar la gente troppo sediziosa, ed avvezza a non rispettar le leggi. In quest'anno poi, secondo il suddetto Paris, oppure nel 1254, secondo Pietro da Curbio (che sembra meritar in ciò maggior credenza), i Romani, disgustati della superbia ed insolenza del popolo di Tivoli, coll'esercito si portarono contro quella città. La presero e diroccarono con fiero esterminio; e se quei cittadini vollero salvar la vita, convenne che andassero scalzi e colle corde al collo a chiedere misericordia in Roma. Per quello nondimeno che vedremo all'anno 1254, non sussiste questa rovina di Tivoli. Guerra grande fu del pari in Toscana[3333] tra i Fiorentini, Lucchesi ed Orvietani Guelfi, e i Sanesi e Pisani Ghibellini. Ebbero gli ultimi una rotta a Montalcino.

NOTE:

[3315] Sigon., de Regn. Ital., lib. 19.

[3316] Nicolaus de Jamsilla, tom. 8 Rer. Ital.

[3317] Chron. Cavense, tom. 7 Rer. Ital.

[3318] Matteo Spinelli, Diario, tom. 7 Rer. Ital.

[3319] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.

[3320] Petrus de Curbio, Vita Innocent. IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[3321] Nicolaus de Jamsilla, Histor.

[3322] Matteo Spinelli, Diario.

[3323] Chron. Cavense.

[3324] Bolland., in Act. Sanct. ad diem 29 april.

[3325] Gualvan. Flamma, in Manip. Flor., cap. 286.

[3326] Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.

[3327] Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Italic.

[3328] Paris de Cereta, Annal. Veronens, tom. 8 Rer. Ital.

[3329] Roland., lib. 6, cap. 17 et seq.

[3330] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[3331] Matth. Paris, Hist. Angl.

[3332] Petrus de Curbio, Vit. Innocentii IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[3333] Ricord. Malasp., cap. 152. Chron. Senens., tom. 15 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCLIII. Indizione XI.

INNOCENZO IV papa 11. Imperio vacante.

Continuò il _re Corrado_ con gran vigore l'assedio di Napoli, avendo condotto colà un copioso apparato di quelle macchine[3334], colle quali si faceva allora guerra alle città e fortezze. E perciocchè v'entravano di quando in quando dei rinfreschi per mare, sul principio di maggio serrò ancora quel passo con un possente stuolo di galee, fatto venir di Sicilia[3335]. Volle ben egli che si desse un generale assalto a quella città nel dì 25 d'aprile, con promessa di tre paghe a quella nazione che prima v'entrasse. Ma vi restarono morti da secento Saraceni, e poco men di Tedeschi; laonde non più si pensò a soggiogar Napoli colla forza, ma bensì colla fame. Si ridussero infatti que' cittadini[3336] a nutrirsi ancora co' più vili e laidi cibi; nè più potendo, si renderono infine a discrezione nel fine di settembre, come ha il Diario dello Spinelli, oppure nel dì 10 di ottobre, come si legge nella Cronica Cavense. Alcuni scrivono che a forza di mine fu espugnata quella città, e che, entrato l'esercito tedesco, vi sparse gran sangue degli abitanti. Lo Spinelli anch'egli scrive che Corrado _vi fece gran giustizia e grande uccisione_. È da stupire come Pietro da Curbio e Saba Malaspina, scrittori pontificii, non parlino di questo macello di gente, che certo non dovea scappare alla lor penna. Ma ne parla bene Bortolomeo da Neocastro[3337], autore di questo secolo; e per questo i Napoletani concepirono un odio implacabile contro la casa di Suevia. La Cronica del monistero cavense ha solamente, che egli mandò in esilio molti de' Napoletani ed è fuor di dubbio che fece abbattere e spianare le belle mura di Napoli e di Capoa, affinchè non venisse più voglia a que' popoli di ribellarsi. Passò dipoi Corrado a Melfi, e quivi, celebrata la festa del santo Natale, tenne un parlamento dei baroni del regno. Queste prosperità di Corrado furono cagione che il pontefice colla sua corte cominciasse in questo anno una tela nuova in rovina della casa di Suevia: cioè spedì in Inghilterra[3338] Alberto da Parma, uno de' suoi familiari, ad offerir la corona di Sicilia a _Riccardo conte_ di Cornovaglia, fratello di quel _re Arrigo_, e ricco principe. Insorsero delle difficoltà in questo maneggio. Ossia che questo trattato venisse, come vuol Pietro da Curbio[3339], a scoprirsi, e _Carlo conte_ d'Angiò e di Provenza, fratello del re di Francia, si esibisse al papa; oppure che il papa, non trovando buona disposizione in Inghilterra, chiamasse a mercato esso conte d'Angiò: certamente pare che fin d'allora Carlo vi accudisse. Accadde dipoi, che il _re Arrigo_ trattò di ottenere per suo figliuolo _Edmondo_ il regno di Sicilia, promettendo di gran cose. Pietro da Curbio asserisce, che fu conchiuso questo contratto col re inglese, il quale cominciò a far preparamenti per effettuarlo. All'incontro dal Rinaldi[3340] sotto quest'anno sono rapportate le condizioni, colle quali il papa esibiva a Carlo conte d'Angiò il regno di Sicilia, ducato di Puglia e principato di Capoa. Quivi è nominato il suddetto Alberto da Parma, come legato del papa. Così il Rinaldi. Contuttociò tengo io per fermo che quel documento appartenga ai tempi di Urbano IV, e non ai presenti.

Gran premura fecero in quest'anno i Romani a papa Innocenzo IV per farlo ritornare a Roma, e, se vogliam credere a Matteo Paris[3341], minacciarono anche Perugia, se ne impediva, o non ne sollecitava la venuta. Mal volentieri si risolveva il pontefice a compiacerli, ben conoscendo la difficoltà di trovar quiete fra que' torbidi ed instabili cervelli d'allora, avvezzi a comandare e non ad ubbidire. Andò egli ad Assisi[3342] nella domenica in albis, vi dedicò la chiesa di San Francesco, visitò santa Chiara inferma, che nel dì 30 di giugno fu chiamata da Dio alla patria de' giusti, e passò egli la state in quella città. Poscia nel dì 6 di ottobre si mise in viaggio verso Roma, dove dal senatore, dal clero e popolo romano fu incontrato fuori della città, e introdotto con sommo giubilo ed onore. Pietro da Curbio scrive ch'esso senatore, cioè Brancaleone, avea fatto il possibile perchè il papa non venisse, e andò poi macchinando sempre contra di lui. Matteo Paris, per lo contrario, attesta ch'egli fu in suo favore; ed avendo il popolo romano cominciato a muovere pretensioni di grossissimi crediti per le spese da lor fatte a fin di sostenere il pontefice nei tempi di Federigo II, Brancaleone quetò con dolci parole il lor furore, e conservò la pace. Tornò poscia il re Corrado ad inviare a Roma il conte di Monforte suo zio, ed altri ambasciadori per placare il papa, ed impetrar l'investitura del regno. In Lombardia la città di Parma[3343] nell'anno presente fece qualche mutazione, pacificandosi co' Cremonesi e col _marchese Oberto_ Pelavicino capo dei Ghibellini in queste parti. Giberto da Correggio, soprannominato della Gente, prese allora un gran predominio in Parma. Vi entrarono anche i Ghibellini fuorusciti. Altrettanto fu fatto in Reggio, dove furono richiamati i Guelfi. Per l'accordo suddetto il comune di Cremona restituì a Parma il castello di Brescello, e tutti i prigionieri parmigiani che dianzi barbaramente erano trattati nelle carceri cremonesi. Si riaccese in questi tempi la guerra fra i Milanesi e Pavesi. Nel dì 10 di maggio l'esercito di Milano col carroccio[3344], avendo passato il ponte di Vigevano, s'impadronì della terra di Gambalò, e cinse poscia d'assedio Mortara. Ancor questa terra fu presa; ma, facendo gran difesa il castello, venne l'esercito pavese per soccorrerlo. Interpostisi intanto alcuni mediatori fra i due popoli, si rinnovò la pace. Più che mai continuarono in questi tempi le orride crudeltà d'Eccelino in Padova[3345] e negli altri luoghi a lui sottoposti. Papa Innocenzo rinnovò per questo le scomuniche contra di lui, e dichiarollo eretico; ma altro ci voleva che tali esorcismi a vincere uno spirito sì maligno. Monte ed Araldo da Monselice fra gli altri, imputati di tradimento, furono condotti a Padova. Gridando essi ad alta voce di non essere traditori, Eccelino, ch'era a tavola, calò al rumore, nè volle ascoltar ragione. Allora Monte, scagliatosi in furia addosso al tiranno, il rovesciò a terra, e, dopo avere indarno cercatogli addosso se avea qualche coltello, il prese per la gola por soffocarlo, e coi denti e colle unghie gli fece quanto male potè. S'egli trovava armi, in quel dì la terra si sarebbe sgravata del peggiore di tutti gli uomini. Ma accorsi i familiari del tiranno, tanto fecero che, messo in pezzi Monte col fratello, liberarono Eccelino dal pericolo, ma non già dalle ferite, a curar le quali vi vollero molti giorni. Empiè in questi tempi l'iniquissimo tiranno le infernali sue carceri di cittadini padovani e veronesi, sì ecclesiastici che laici. Tutto era terrore, tutto disperazione sotto di questo barbaro, a cui ogni menoma parola od ombra di sospetto serviva di motivo per incarcerare o tormentare o levare di vita le persone.

NOTE:

[3334] Chron. Cavense, tom. 7 Rer. Ital.

[3335] Matteo Spinelli, Diario, tom. 7 Rer. Ital.

[3336] Sabas Malaspina, lib. 1, cap. 3.

[3337] Bartholomaeus de Neocastro, cap. 3, tom. 13 Rer. Ital.

[3338] Matth. Paris, Hist. Angl.

[3339] Petrus de Curbio, Vita Innocen. IV, cap. 31, P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[3340] Raynald, in Annal. Eccles.

[3341] Matth. Paris, Hist. Angl.

[3342] Petrus de Curbio, in Vita Innocen. IV, cap. 32 et seq.

[3343] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[3344] Gualv. Flamma, Manip. Flor., cap. 287.

[3345] Roland., lib. 7, cap. 3 et seq. Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rerum Ital.

Anno di CRISTO MCCLIV. Indizione XII.

ALESSANDRO IV papa 1. Imperio vacante.

Mentre il _re Corrado_ soggiornava in Melfi, _Arrigo_ suo fratello legittimo, nato da _Isabella_ d'Inghilterra, giovinetto di belle doti ornato, fu a visitarlo, e nello stesso tempo infermatosi, cessò di vivere. Voce tosto si sparse che Corrado col veleno avesse tolto dal mondo l'innocente fanciullo; e non lasciò papa _Innocenzo_ di avvalorar questo sospetto, per iscreditar Corrado presso il re d'Inghilterra zio d'Arrigo[3346]. Cercò, all'incontro, Corrado di far credere falsa così nera accusa. Se con fondamento, o no. Dio solo ne può essere il giudice. Fuor di dubbio è bensì che Corrado in questi tempi caricò di contribuzioni e gravezze la Puglia[3347]; e a quelle terre e città che erano pigre al pagamento, andavano addosso o Saraceni o Tedeschi che faceano pagar con usura. Furono in tal congiuntura messe a sacco le città d'Ascoli, Bitonto ed altre: e se _Manfredi_ principe di Taranto con buona maniera non provvedeva, era imminente la distruzion di quelle contrade. Sotto il presente anno parla Matteo Paris di una battaglia seguita fra l'esercito pontificio, comandato da _Guglielmo cardinale_ nipote del papa, e quello di Corrado, colla morte di quattro mila soldati papalini. Forse egli intende di una zuffa di cui parlerò più abbasso, ma che non merita titolo di sanguinosa, molto meno di grande. Fu citato di nuovo Corrado dal pontefice a comparire in Roma, per giustificare, se potea, la sua innocenza[3348]. Spedì egli colà di nuovo il conte di Monforte e _Tommaso conte_ di Savoia a dir le sue ragioni, e ad ottenere una proroga. Ma nel giovedì santo di nuovo si udì confermata e aggravata contra di lui la papale scomunica. Preparavasi egli intanto a ripassare in Germania per far guerra al suo competitore Guglielmo d'Olanda, quando cadde infermo vicino a Lavello, e scomunicato, nel più bel fiore degli anni cedette alla violenza del male nel dì 21 di maggio, nella notte dell'Ascension del Signore[3349]. Autore della sua morte comunemente fu creduto Manfredi, che col mezzo di Giovanni Moro, capitano de' Saraceni e favorito di Corrado, il facesse avvelenare, sì in vendetta degli Stati a lui tolti, come per farsi strada al regno di Sicilia. Ma avendo Corrado un picciolo figliuolo per nome _Corradino_, a lui partorito in Germania dalla _regina Isabella_ sua moglie nel dì 25 di marzo del 1252, a cui toccava il regno; e l'aver egli lasciato nel suo testamento per governatore della Sicilia Bertoldo marchese di Hoemburch, e non già Manfredi, il quale si mostrò anche alieno da tale impiego, pare che non s'accordi col sopraddetto disegno. Maraviglia fu che anche i nemici della corte di Roma non attribuissero ad esso Manfredi questo colpo, come Matteo Paris asserisce fatto dianzi per altro veleno dato al medesimo Corrado. Conoscendosi l'impossibilità di chiarire in casi tali la verità, a me basta di avere accennato ciò che allora e, molto più, poi si disse, specialmente dagli storici guelfi, nemici di Manfredi[3350]. S'impossessò il nuovo balio e governatore del regno Bertoldo di tutto il tesoro di Corrado; e perciocchè questi nel suo testamento avea raccomandato il figliuolo Corradino alla Sede apostolica, e ordinato al marchese di Hoemburch di fare ogni possibile per metterlo in grazia del papa, affinchè potesse succedere nel regno di Sicilia, furono immediatamente spediti ambasciatori ad esso Innocenzo. Ma niuna apertura si trovò a trattato di pace. Il pontefice saldo in dire ch'egli voleva prima il possesso del regno, e che poi si esaminerebbe se alcun diritto vi avea il fanciullo Corradino, rigettò ogni proposizione d'accordo. Cassò pertanto tutti gli atti e le disposizioni testamentarie di Corrado, citò il marchese Bertoldo balio del regno, come occupatore di uno Stato devoluto alla Chiesa; e per dar più calore a' suoi disegni, celebrata in Assisi la festa della Pentecoste, si mosse colla corte[3351]: e nel viaggio pacificati i popoli di Spoleti e Terni, che erano in rotta fra loro, per Orta e Civita Castellana arrivò alla basilica vaticana. Dopo aver quivi celebrata solenne messa, e predicato con raccomandare ai Romani i presenti affari, andò a posarsi in Anagni, con aver intanto spediti ordini in Lombardia, Genova, Toscana, marca d'Ancona, patrimonio e ducato di Spoleti, per fare copiosa leva di soldati. Comparve ad Anagni _Manfredi_ principe di Taranto con altri baroni a trattar d'accordo, e per quindici dì un gran dibattimento si fece; ma quando era già per sottoscriversi la capitolazione, si ritirò il principe con gli altri. Scopertosi intanto che Pietro Ruffo vicebalio in Sicilia[3352], Riccardo da Montenegro, ed altri baroni guadagnati dal pontefice lavoravano sott'acqua. Bertoldo marchese d'Hoemburch depose il baliato, e tanto fece egli con altri dei partito della casa de' Suevi, che il principe Manfredi accettò, benchè con ripugnanza almeno apparente, quell'uffizio. Attese pertanto Manfredi a raunar un esercito; ma mancandogli il principale ingrediente, cioè il danaro, nè potendone ricavare da Bertoldo, che tutto avea occupato, trovato inoltre che i baroni camminavano con doppiezza, e i popoli, stanchi del barbarico governo de' Tedeschi, inclinavano a mutar padrone: egli fu il primo a sottoporsi all'ubbidienza del pontefice, e a cedere alle contingenze del tempo, salvi nondimeno i diritti del re suo nipote e i suoi proprii. All'esempio suo tennero dietro gli altri baroni; alcuni nondimeno l'aveano preceduto.