Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 107
Aveano i Cremonesi eletto per loro podestà nell'anno presente il _marchese Oberto_ ossia Uberto Pelavicino, signor potente, e Ghibellinissimo, per desiderio specialmente di vendicarsi dell'insopportabile affronto ricevuto dai Parmigiani, che nella vittoria del 1248 aveano preso il loro carroccio. Figurandosi dunque di poter prendere Parma, che scarseggiava allora di vettovaglie, il marchese Oberto, con grosso esercito di essi Cremonesi e dei fuorusciti di Parma, da Borgo San Donnino s'incamminò a quella volta. Arditamente, benchè con forze disuguali, uscì il popolo di Parma[3276] contro i nemici, conducendo il suo carroccio appellato Biancardo, e nel giovedì 18 di agosto in un luogo chiamato Agrola attaccò un fierissimo combattimento. Nel furor della battaglia s'alzò una voce de' fuorusciti: _alla città, alla città_: il che udito da' Parmigiani, abbandonato il conflitto, furiosamente retrocederono per prevenire il tentativo de' nemici. Tale fu la calca di essi al ponte della città, che questo si ruppe, nè solamente precipitarono e si annegarono nell'acqua della fossa coloro che v'erano sopra, ma assaissimi altri di quei che venivano dietro, incalzati non meno dai suoi che dai Cremonesi. Perì per quell'accidente e per le spade dei nemici gran quantità di cittadini di Parma, e ne restarono prigionieri tre mila pedoni ed assaissimi cavalieri, giacchè era loro tolto l'ingresso nella città. Furono tutti condotti a Cremona in trionfo, trionfo soprattutto, secondo l'opinion d'allora, nobilitato dalla presa ancora del carroccio parmigiano, per cui si fece gran festa da' Cremonesi. Restò in Parma per lungo tempo la memoria di questo infelice giorno, nominato la _mala zobia_. Scrive il Sigonio[3277] ch'essi prigioni furono dipoi tormentati e ingiuriati, acciocchè si riscattassero; ma, se crediamo ad Antonio Campo[3278], cavate loro le brache per ischerno e vergogna, furono rimessi in libertà. Con questa vittoria tal credito si acquistò il marchese Oberto Pelavicino, che a poco a poco in altissimo stato salì, siccome andremo vedendo. Da lì a tre dì essendo assediato Mozano castello di Parma da Alverio da Palù ossia da Palude, e giunta nuova che i Mantovani venivano in aiuto di Parma, animosamente essi Parmigiani corsero a liberar quel castello, e vi fecero prigioni cento degli assedianti. Anche i Reggiani diedero il guasto a Novi, e presero Campagnola con ducento sessanta uomini. Dal vedere che i Milanesi[3279] in questo anno presero ai Lodigiani le castella di Fissiraga, Brignate e Zimido, si può conghietturare che il comune di Lodi coll'esempio di Piacenza si staccasse dalla lega di Lombardia, ed abbracciasse il partito imperiale. Molti nondimeno de' Milanesi pel soverchio caldo morirono in essa spedizione; laonde quello fu poi chiamato _l'esercito della Caldana_. Nell'agosto dell'anno precedente[3280] aveva Eccelino da Romano data la podesteria di Padova ad Ansedisio de' Guidotti, figliuolo d'una sua sorella, fatto dalla natura per essere ministro d'un crudele tiranno. Costui nell'anno presente per sua iniquità, ed ordine ancora dell'inumano suo zio, levò di vita molti cittadini di Padova a cagione d'alcuni versi fatti contra di Eccelino, o sotto altri pretesti. Fra questi spezialmente si contò Guglielmo da Campo San Piero, uno de' più cospicui non solo di Padova, ma anche della marca di Ancona.
Passò _Federigo_ imperadore l'anno presente in Puglia, senza che resti memoria d'alcuna sua particolare azione od impresa. Probabilmente pativa egli qualche sconcerto nella sanità. Nondimeno Pietro da Curbio scrive[3281] ch'egli in questi tempi cacciò fuori del regno i frati predicatori e minori, che troppo a lui erano sospetti; alcuni ancora ne fece tormentare e morire. Ma si è di sopra veduto ch'egli non aspettò a quest'anno a bandire i religiosi suddetti. Assalito fu egli da una mortale dissenteria nel castello di Fiorentino in Capitanata di Puglia, e nel dì 13 di dicembre, festa di santa Lucia, per consenso de' migliori autori[3282], cessò di vivere. Le circostanze della sua morte posso ben io riferirle, ma con protesta di non saper che mi credere a quegli storici e tempi che niuna misura ebbero negli odii e nelle passioni, nè si studiavano di depurar la verità dalle dicerie del volgo. Ricordano Malaspina[3283] e il suo copiatore Giovanni Villani[3284], ed anche Saba Malaspina[3285], scrissero che gli era stata predetta la sua morte in Firenze, e però non volle mai entrare nè in Firenze, nè in Faenza, senza avvedersi che in Fiorenzuola (Fiorentino era appellato quel luogo) dovea trovarlo la morte. Questo racconto ha cera d'una fandonia, dedotta forse dal non essere egli entrato per qualche accidente in quelle città. Aggiugne Ricordano che Manfredi suo figliuolo bastardo, per voglia _di avere il tesoro di Federigo suo padre e la signoria del regno di Sicilia_, con un guanciale postogli sulla bocca l'affogò. Anche questa può essere una ciarla. Niuno degli autori più antichi ne parla; nè è punto ciò verisimile, perciocchè Federigo avea de' figliuoli legittimi, chiamati al regno, nè Manfredi vi potea allora aspirare; e se questi avesse occupato i tesori del padre, ne avrebbe renduto buon conto al re Corrado. Finalmente scrive che Federigo II_ morì scomunicato e senza penitenza_. Lo stesso viene asserito da Pietro da Curbio, cappellano di papa Innocenzo IV, e scrittore della sua Vita[3286], e dal Monaco Padovano[3287]. Eppure Guglielmo dal Poggio, storico di questi tempi[3288], Alberto Stadense[3289], scrittore parimente contemporaneo, e Matteo Paris (non già il suo Continuatore), che scriveva anche egli allora le sue storie[3290], affermano esser egli morto compunto e penitente, con aver ricevuta l'assoluzione de' suoi peccati dall'arcivescovo di Salerno. E lo stesso si vede confermato da una lettera scritta da Manfredi al _re Corrado_ suo fratello, pubblicata dal Baluzio[3291]. Il cattivo concetto, in cui era Federigo, facea che solamente si pensasse e credesse il male di lui. In quest'anno ancora aveva egli spedito al sultano per la liberazione del re di Francia prigioniere. Dai malevoli suoi fu interpretato che la spedizione fosse tutta a fine contrario. Per altro a Federigo non mancarono delle rare doti, accennate da Niccolò da Jamsilla[3292], affezionato partigiano di Manfredi suo figliuolo; cioè gran cuore, grande intendimento ed accortezza, amore delle lettere, ch'egli fu il primo a richiamare e dilatare nel suo regno; amore della giustizia, per cui fece molti bei regolamenti, conoscenza di varie lingue, ed altre prerogative. Ma questi suoi pregi furono di troppo offuscati dalla sfrenata sua ambizione, per cui si mise in pensiero di abbattere la libertà de' Lombardi, senza mai volere ammettere la pace di Costanza, e di abbassare sconciamente anche l'autorità e potenza del romano pontefice e degli altri ecclesiastici. La religione, che in lui era ben poca, veniva perciò bene spesso calpestata dalla sua politica. Quindi le discordie e guerre, e da esse la necessità di scorticare i sudditi, e il pretesto d'affliggere con ismoderate gravezze le persone ecclesiastiche e le chiese. Colla sua crudeltà, colla sua lussuria diede ancora frequenti occasioni di sparlare di lui; e principalmente la doppiezza sua, e il non attener parola, gli tirarono addosso la solita pena, che non gli era creduto neppur quando parlava di cuore e daddovero. Insomma lasciò egli dopo di sè fama e nome piuttosto abbominevole, di cui non si cancellerà sì di leggeri la memoria. Fece testamento, in cui dichiarò suo erede nel regno di Sicilia _Corrado_ re dei Romani e di Germania. V'ha chi scrive, aver egli lasciata la Sicilia e Calabria ad _Arrigo_ fanciullo, a lui partorito da Isabella d'Inghilterra sua terza moglie. Non così parla il suo testamento. Costituì ancora balio ossia governatore del regno in lontananza d'esso Corrado, _Manfredi_ suo figliuolo bastardo, a cui lasciò in retaggio il principato di Taranto con quattro altri contadi. Ordinò che si restituissero alla Chiesa tutti i suoi Stati e diritti, purchè anch'essa restituisse quelli dell'impero. Le altre sue disposizioni si leggono nel suo testamento, pubblicato in questi ultimi tempi da varie persone.
NOTE:
[3270] Joinvill.
[3271] Nangius, Matth. Paris, et alii.
[3272] Giovanni Villani, Istor., lib. 6, cap. 36.
[3273] Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.
[3274] Annales Mediolanenses, tom. 16 Rer. Ital.
[3275] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[3276] Monachus Patavinus, in Chron. Memorial. Potest. Regiens.
[3277] Antonio Campo, Istor. di Cremona.
[3278] Sigon., de Regno Ital., lib. 18.
[3279] Annal. Mediol., tom. 8 Rer. Ital. Gualvan. Flamma, in Manipul. Flor., cap. 284.
[3280] Rolandinus, lib. 6, cap. 3 et seq.
[3281] Petrus de Curbio, Vit. Innocentii IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[3282] Caffari, Annal. Genuens. Monach. Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital. Albertus Stadensis. Ricordano Malaspina et alii.
[3283] Ricordano Malaspina, Istor., cap. 147.
[3284] Giovanni Villani, Istor., lib. 6.
[3285] Saba Malaspina, Histor., lib. 1, cap. 2.
[3286] Petrus de Curbio, in Vit. Innocentii IV, cap. 29.
[3287] Monach. Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Italic.
[3288] Guillelmus de Podio, apud Du-Chesne, cap. 49.
[3289] Albertus Stadensis, in Chron.
[3290] Matth. Paris, Hist. Angl.
[3291] Baluz., tom. 1 Miscellan.
[3292] Nicolaus de Jamsilla, Hist., tom. 8 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCLI. Indizione IX.
INNOCENZO IV papa 9. Imperio vacante.
Se fosse con disgusto o piacere intesa in Lione da papa _Innocenzo_ la morte di _Federigo II_, non ha bisogno il lettore che io lo decida. Dirò bensì che egli più che mai non solo si accinse a promuovere in Germania gli affari del _re Guglielmo_ sua creatura, e a deprimere, por quanto gli era possibile, il _re Corrado_, non meno odiato da lui che il suo padre Federigo, con iscomunicarlo ancora, e dichiararlo decaduto da ogni diritto sopra i regni; ma eziandio più che, mai senza risparmio d'indulgenze plenarie e di crociate[3293], si diede a commuovere i vescovi, baroni e popoli della Germania, Sicilia e Puglia contra di lui. Tutto ciò s'ha dagli Annali Ecclesiastici del Rinaldi e da Matteo Paris. Nè andarono a voto i maneggi del pontefice. Ribellaronsi[3294] le città di Foggia, Andria e Barletta, e, quel che è più, Napoli e Capoa; e questo esempio fu seguitato dai conti di Caserta e Cerra della casa di Aquino, che possedevano allora quasi tutto il paese posto tra il Garigliano e il Volturno. Papa Innocenzo IV promise a tutti dei gran privilegii e gagliarda assistenza di soccorsi. Manfredi, giovane allora d'anni dieciotto, ma savio e grazioso, che avea preso le redini del governo a nome del re Corrado suo fratello, non perdè tempo ad accorrere con quante forze potè contra de' sollevati, e gli riuscì di ridurre alla primiera ubbidienza le tre prime città, e di assicurarsi di quelle di Avellino ed Aversa. Mise poi l'assedio a Napoli, e diede il guasto a quel territorio; ma per quanto egli si studiasse di tirar fuori della città i Napoletani per dar loro battaglia, essi, più accorti di lui, si tennero sempre alla sola difesa delle mura. Una Cronica di Sicilia[3295] aggiugne che anche Messina, Castello San Giovanni ed altri luoghi si ribellarono a Corrado in Sicilia. Intanto il pontefice Innocenzo, omai libero dalla paura di Federigo, per dar più calore alle sollevazioni della Puglia e agli altri affari dell'Italia, dopo Pasqua si mosse da Lione, e, venuto a Marsilia, per la Provenza e per la riviera del mare felicemente arrivò a Genova patria sua[3296]. Trovò quella città in gran festa e magnificenza, non solamente per la venuta sua, ma ancora perchè le città di Albenga e Savona con altri luoghi dianzi ribelli, scorgendo la difficoltà di potersi sostenere, dappoichè era mancata la vita e potenza di Federigo imperadore, erano tornate all'antica ubbidienza del comune di Genova. Quivi scomunicò il re Corrado[3297], i Pavesi, Cremonesi, ed alcuni popoli del partito imperiale. Sciolse dalla scomunica _Tommaso di Savoia_ già conte di Fiandra, e gli diede per moglie una sua nipote con ricca dote. Concorsero alla città di Genova i podestà e gli ambasciatori di tutte le città e dei principi che erano del suo partito, e particolarmente quei di Milano, Brescia, Mantova e Bologna. Diede loro il papa benigna udienza; e perchè desideravano ch'egli passasse per le loro città, determinò di compiacerli. Sul fine dunque di giugno venuto a Gavi e Capriata, fu quivi accolto dalla milizia milanese[3298], e scortato, perchè Vercelli tuttavia seguitava la parte imperiale, e nel dì 7 del mese suddetto entrò in Milano, accoltovi con grandioso e mirabil incontro e somma divozione da quel popolo, e prese alloggio nel monistero di Sant'Ambrosio. E perciocchè era morto in Genova il loro podestà, ne diede loro un nuovo, cioè Gherardo dei Rangoni da Modena. Fermossi poi por varii affari il pontefice in quella città lo spazio di sessantaquattro giorni. È lecito il credere che uno de' più importanti fosse quello di staccare dal partito ghibellino la vicina città di Lodi. Nata in quella città discordia fra due famiglie potenti[3299], cioè fra i Vistarini e gli Averganghi, questi ultimi ricorsi a Cremona, v'introdussero un presidio ghibellino. Mise per questo il papa l'interdetto in quella città, perchè allora si contava per delitto da gastigar coll'armi spirituali il seguitar la fazione imperiale. Ciò udito i Milanesi, senza farsi molto pregar da Sozzo de' Vistarini, mossero il loro esercito, ed entrarono anch'essi in Lodi, e cominciarono a disputarne il possesso ai Cremonesi. V'era anche _Eccelino_ da Romano con Buoso da Doara, se crediamo agli storici di Milano; ma, secondo la Cronica Veronese[3300], v'intervennero solamente gli ambasciatori di quel tiranno, cioè Federigo dalla Scala e Rinieri dalla Isola. E secondo la Cronica di Matteo Griffone[3301], Buoso solamente nell'ottobre di quest'anno fu rilasciato dalle carceri di Bologna. Finalmente i Cremonesi, non potendo resistere alla forza dei Milanesi, voltarono le spalle, e Lodi restò in potere d'essi Milanesi, che ne diedero il dominio per dieci anni a Sozzo de' Vistarini, e vi diruparono il castello dell'imperadore. Scrivono i suddetti storici milanesi che nel mese d'aprile di quest'anno fu stabilita una pace perpetua fra le città di Milano e Pavia. Della verità di questo fatto è da dubitare; imperciocchè Parisio da Cereta asserisce che i Pavesi continuarono nella lega de' Cremonesi ghibellini, e con essi ancora si trovarono all'assedio di Lodi.
Ricuperarono i Milanesi in questo anno il castello di Caravaggio, e, in pena della ribellione, lo distrussero. Da Milano passò dipoi papa Innocenzo a Brescia nel mese di settembre, e di là a Bologna, dove nel dì 8 di ottobre consecrò la chiesa di San Domenico. Oltre a Pietro da Curbio[3302], gli Annali vecchi di Modena[3303] mettono il suo cammino per Brescia, Mantova, Ferrara e Bologna, con poscia soggiugnere che passò anche per Modena: il che pare che non ben si accordi. Nella Cronica di Reggio[3304] si ha ch'egli da Mantova venne a San Benedetto di Polirone, poscia a Ferrara e a Bologna. Ricobaldo scrive[3305], che essendo egli fanciullo, il vide predicare al popolo in Ferrara nella festa di san Francesco di ottobre. Andò finalmente il pontefice, passando per la Romagna, a posarsi e a fissare la sua residenza in Perugia, perchè non si fidava di Roma, dove bollivano molle fazioni, nè vi mancavano partigiani dell'imperio. Presero in quest'anno i Cremonesi il castello di Brescello sul Po, che era de' Parmigiani[3306], e ne condussero prigionieri a Cremona i soldati che vi stavano in guardia. Continuò la guerra fra il popolo e i nobili fuorusciti di Piacenza. S'impadronirono questi ultimi della rocca di Bardi, e disfecero un corpo di fanti e cavalli, che colà venivano per soccorso. Unitosi coi popolari di Piacenza il _marchese Oberto_ Pelavicino, e colla milizia cremonese, andò ai danni de' Parmigiani, e prese le castella di Rivalgario e di Raglio, che poi diede alle fiamme: nel qual tempo il popolo di Piacenza distrusse il ponte sul Po per paura di Milano. Tolsero ancora essi popolari piacentini alcune altre castella ai nobili, con isfogare la lor rabbia contra le insensate mura. In questo medesimo anno Eccelino da Romano colla milizia di Verona, Padova, Vicenza e Trento, per venti giorni stette nel distretto di Mantova, spogliando e guastando il paese[3307]. Ma ecco nel mese di ottobre calare in Italia _Corrado re_ di Germania. Bisogna ben credere che si fossero molto rinvigoriti ed assicurati i suoi affari in essa Germania, ed abbassati quei del _re Guglielmo_ d'Olanda, dacchè esso Corrado si potè arrischiare a venirsene di qua dalle Alpi. E veramente Matteo Paris[3308] fa abbastanza intendere che Guglielmo cominciò ad essere in dispregio presso i principi tedeschi. Arrivato che fu Corrado a Verona, ricevè quante dimostrazioni di gioia e rispetto potea mai desiderare da Eccelino. Passò dipoi coll'esercito suo di Tedeschi, e con quello dei Veronesi, Padovani e Vicentini di là dal Mincio, ed accampatosi al castello di Goito, quivi tenne un parlamento coi Cremonesi, Pavesi, Piacentini, ed altri popoli del suo partito. Dopo quindici giorni ritornato a Verona, continuò il suo viaggio con disegno di passar a buona stagione per mare in Puglia. Tanto il Monaco Padovano che Parisio da Cereta ed altri storici[3309] scrivono che in quest'anno il principe Rinaldo figliuolo di _Azzo VII_ marchese d'Este, che già per ostaggio fu mandato in Puglia da Federigo II imperadore, terminò i suoi giorni in quelle contrade. Papa Innocenzo IV in una lettera[3310] scritta nel giugno di quest'anno a _Pietro cardinale_ legato per indurre Manfredi a voler sottomettere e cedere il regno alla Chiesa romana, fra le altre cose gli raccomanda la liberazione del suddetto Rinaldo. Alcuni scrittori tengono che Manfredi o per iniqua sua politica, o per ordine del re Corrado, se ne sbrigasse col veleno. Chi ci può assicurar della verità in tempi di tante dicerie e calunnie? Quel che è certo, restò di lui un picciolo figliuolo, a cui fu posto il nome d'_Obizzo_. Giacchè le cattive congiunture de' tempi aveano privato il marchese del caro suo figliuolo, si fece egli portare a Ferrara il nipotino, e, riconoscendo in esso le fattezze e lo spirito del defunto figliuolo, il dichiarò poi suo erede; e noi a suo tempo il vedremo padrone di Ferrara e d'altre città. In questi tempi Eccelino da Romano più che mai seguitò ad infierire contra dei Padovani. Le di lui crudeltà minutamente vengono riferite da Rolandino[3311] testimonio di veduta. Sul principio di questo anno nel dì 7 di gennaio il popolo di Firenze[3312], dacchè ebbe intesa la morte di Federigo II, si mosse a rumore; e rimise in città la fazione guelfa fuoruscita, e fece loro far pace coi Ghibellini. Ma poco andò ch'essi Ghibellini furono forzati a ritirarsi fuori di città. Fecero poi oste i Fiorentini nel mese di luglio a Pistoia, che si reggeva in questi tempi a parte ghibellina. I Pistojesi, venuti con loro a battaglia, ne rimasero sconfitti a Monte Robolino. Ebbero i medesimi Fiorentini guerra ancora coi Sanesi[3313], perchè questi ricettarono i lor banditi, ed erano in lega coi Pisani e Pistoiesi di fazion ghibellina. Abbiamo dalla Cronica di Reggio[3314] che gli Alessandrini e Milanesi una tal rotta diedero al popolo di Tortona, che la maggior parte d'esso restò prigioniere.
NOTE:
[3293] Matth. Paris, Hist. Angl.
[3294] Nicolaus de Jamsilla, Hist., tom. 8 Rer. Ital.
[3295] Chronic. Sicil., cap. 26, tom. 10 Rer. Ital.
[3296] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.
[3297] Matth. Paris, Hist. Angl.
[3298] Annales Mediol., tom. 14 Rer. Ital.
[3299] Gualvan. Flamma, Manipul. Flor., cap. 285.
[3300] Paris de Cereta, Annal. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.
[3301] Matth. de Griffonibus, Memor., tom. 18 Rer. Ital.
[3302] Petrus de Curbio, Vita Innocentii IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[3303] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.
[3304] Memoriale Potest. Regiens., toro. 8 Rer. Italic.
[3305] Richobald., in Pomar., tom. 9 Rer Ital.
[3306] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[3307] Paris de Cereta, Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital.
[3308] Matth. Paris, Hist. Angl.
[3309] Monach. Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital. Paris de Cereta, Annal. Veron, Annal. Mediol. et alii.
[3310] Raynald., in Annal. Eccles.
[3311] Roland., lib. 6, cap. 15.
[3312] Ricordano Malaspina, Istor., cap. 144.
[3313] Chron. Senense, tom. 15 Rer. Ital.
[3314] Memoriale Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.
Anno di CRISTO MCCLII. Indizione X.
INNOCENZO IV papa 10. Imperio vacante.