Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 106

Chapter 1063,668 wordsPublic domain

Era tornato a Padova sul principio di quest'anno Eccelino da Romano[3235]; e giacchè era andata a male l'impresa di Parma, pensò egli a far delle nuove conquiste. Nelle città di Feltre e Belluno signoreggiava Bianchino da Camino aderente alla parte guelfa. Eccelino nel mese di maggio, presi seco i Padovani e i Vicentini, ostilmente s'inviò verso Feltre. Nel viaggio una gazza venne a posarsi sopra la bandiera di Eccelino, e fu sì piacevole, che si lasciò prendere. Parve questo ad Eccelino un buon augurio, e ordinò che fosse da lì innanzi la buona gazza delicatamente nudrita in Padova. Feltre non fece molta resistenza; ed Eccelino passò anche sotto Belluno; ma ritrovatovi del duro, riserbò ad altro tempo l'impresa. Nella Cronica eziandio di Verona si legge[3236] che esso Eccelino, venuto l'ottobre dell'anno presente, coi popoli di Verona, Padova, Vicenza, Feltre e Belluno (secondo Rolandino, non per anche Belluno era sua), passò sul mantovano, e per lo spazio d'un mese diede il guasto a quelle campagne, e menò via molti prigioni. Fu in quest'anno[3237], che papa Innocenzo fulminò la scomunica contra di quel tiranno, cioè contra del crudele Eccelino. Ricuperarono i Parmigiani[3238] nell'anno presente le castella di Bianello, Cuvriaco, Guardasone e Rivalta. Nè si dee tacere che al conte Ricciardo da San Bonifazio, il quale tanto si segnalò nella difesa della lor città, donarono il palazzo dell'imperadore che era posto nell'Arena. Erasi staccata la città di Vercelli da Federigo; la fece egli in quest'anno ritornare all'ubbidienza sua. Ma Novara, secondo la Cronica Piacentina[3239], si diede in quest'anno al legato del papa e ai Milanesi. I Bresciani[3240] anch'essi ritolsero ai Cremonesi il castello di Pontevico. Nuovi guai recò ancora la potenza de' Bolognesi al comune di Modena con torgli Nonantola, San Cesario e Panzano. Dagli Annali di Genova[3241] abbiamo che i Pisani e il marchese Oberto Pelavicino aveano fatto un grande armamento per muover guerra ai Genovesi, i quali si prepararono per ben riceverli. La rotta degl'imperiali sotto Parma fece lor calare l'orgoglio. Aggiungono che Federigo venne sino ad Asti, e spedì suoi messi a Lodovico re di Francia, il quale era già in procinto di passare il mare contra degl'infedeli, con esibir di nuovo sè stesso e tutte le sue forze per la medesima sacra spedizione, purchè gl'impetrasse l'assoluzione della scomunica e deposizione. Ma nulla di ciò fu fatto, e Federigo si fermò tutto il verno in Lombardia senza recare offesa alcuna ai Crocesignati, o ad altri popoli. Succederono bensì molte novità nella Romagna[3242]. Spedito colà il _cardinale_ _Ottaviano_ degli Ubaldini, prese seco tutta la milizia di Bologna, e nel mese di maggio andò a mettere l'assedio a Forlì, che dopo pochi giorni capitolò la resa. Altrettanto amichevolmente fecero le città di Forlimpopoli, Cervia, Cesena, Imola e Ravenna. Con questi popoli poi passò nel mese di giugno ad assediar Faenza, che tuttavia era in potere di Tommaso dalla Marca, creato conte della Romagna da Federigo. Tenne forte quella città per quindici giorni, dopo i quali si diede al cardinale. Anche Malatestino (si comincia ora ad udir questa famiglia, che col tempo salì ben alto) fece ribellare Rimini all'imperadore. Crede Girolamo Rossi[3243], che queste città venissero sotto la signoria della Chiesa, e che il pontefice dichiarasse allora Ugolino de' Rossi suo nipote conte della Romagna. Più probabile a me sembra, che fossero prese a nome di _Guglielmo re_ di Germania e de' Romani, creatura del papa, per le ragioni che andando innanzi accennerò. Il Ghirardacci[3244] altro non conobbe, se non che que' popoli giurarono di stare ai comandamenti del papa e de' Bolognesi, conservando la libertà delle loro città. Tal guerra fu fatta in quest'anno in Germania da Guglielmo nuovo re coronato in Aquisgrana, al _re Corrado_ figliuolo di Federigo, che fu costretto a ritirarsi in Italia presso il padre. Non farei io sigurtà della verità di questo racconto che è di Matteo Paris[3245], perchè della venuta di esso Corrado in Puglia non v'ha menomo vestigio in altre storie di questi tempi.

NOTE:

[3230] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[3231] Raynald., in Annal., Eccl.

[3232] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[3233] Roland., in Chron., lib. 5, cap. 22.

[3234] Monach. Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Italic. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital. Petrus de Curbio, Vita Innocentii IV, P. I, tom. 3 Rer. Italic.

[3235] Roland., lib. 5, cap. 23.

[3236] Paris de Creta, Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital.

[3237] Raynaldus, in Annal. Eccl.

[3238] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[3239] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[3240] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.

[3241] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.

[3242] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital. Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[3243] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.

[3244] Ghirardacci, Istor. di Bologna, tom. 1.

[3245] Matth. Paris, Hist. Angl.

Anno di CRISTO MCCXLIX. Indizione VII.

INNOCENZO IV papa 7. FEDERIGO II imperadore 30.

Si accinse nell'anno precedente il santo re di Francia _Lodovico IX_ a compiere il suo voto di Terra santa[3246], e raunato un possente esercito si mise in viaggio, accompagnato da _Roberto conte_ di Artois e da _Carlo conte_ d'Angiò e di Provenza, suoi fratelli, e da molti vescovi e baroni di Francia. Gli fornirono i Genovesi[3247] un copioso stuolo di galee e di navi da trasporto a nolo. Seco era _Ottone cardinale_, vescovo tuscolano legato apostolico. Imbarcatosi coi suoi arrivò felicemente all'isola di Cipri, dove passò il verno. Venuta la primavera, il piissimo re sciolse le vele verso l'Egitto, e prosperosi furono i principii della sua spedizione, perchè giunto colà verso la festa dell'Ascension del Signore, s'impadronì dell'importante città di Damiata, dove si trovò gran copia d'armi, vettovaglie e ricchezze. Per la solita inondazione del Nilo gli convenne far pausa tutta la state. Poscia nel novembre uscì coll'armata in campagna, e più di una volta ruppe i Saraceni, che ardirono d'azzuffarsi con lui. Per questi progressi del re Cristianissimo, grandi speranze concepì tutta la cristianità; ma dove andassero queste a finire, lo vedremo all'anno seguente. Passò in questo anno in Puglia Federigo, nè si sa ch'egli facesse impresa militare in alcun paese. Abbiamo bensì da Matteo Paris[3248], che mentre _Marcellino vescovo_ di Arezzo nelle parti d'Ancona per ordine del pontefice facea guerra a Federigo e ai Ghibellini suoi aderenti, cadde nelle mani de' Saraceni, posti da esso imperadore alle guardie di quelle contrade. Dopo tre mesi e più di prigionia, d'ordine di Federigo fu pubblicamente impiccato; sacrilega crudeltà, che fece orrore a tutti i buoni, ed accrebbe il discredito ed odio comune contra di Federigo. Scrive ancora Pietro da Curbio[3249], cappellano del papa, ch'egli, detestando l'opere buone del santo re di Francia, chiuse i passi e i porti del suo regno, perchè egli non passasse di là, nè fossero portate vettovaglie all'armata navale di lui e de' Crocesignati. Ma che dobbiamo noi credere alla storia tanto discorde ed appassionata di questi tempi? Tutto il contrario scrive Matteo Paris, con dire che san Lodovico, dimorando in Cipri, spedì a Venezia per aver soccorso di viveri. Gli spedirono i Veneziani sei navi cariche di grano, vino e di altri commestibili, e un corpo ancora di combattenti. Lo stesso fecero altre città ed isole:_ hoc Frederico non tantum permittente, sed propitius persuadente. Similiter et ipse Fredericus, ne aliis inferior videretur, maximum eidem victualium diversorum transmisit adminiculum_. Aggiugne che il santo re per questo rinforzo scrisse al papa, _ut reciperet ipsum Fredericum in gratiam suam, nec amplius tantum Ecclesiae amicum ac benefactorem impugnaret vel diffamaret, per quem ipse et totus exercitus christianus, ab imminenti famis discrimine respiravit_. Anche la regina Bianca madre del re ne scrisse con premura al papa; ma questi non si potè mai piegare, e più che mai seguitò ad impugnar Federigo. Abbiamo infine una lettera di Federigo scritta a san Lodovico[3250], in occasione d'inviargli de' viveri e dei cavalli, dove esprime il desiderio di andare a trovarlo in persona alla crociata: dal che si truova impedito per la guerra che gli faceva il papa. Eppure Pietro da Curbio non ebbe scrupolo di scrivere tutto al rovescio. Che poi il cardinal Capoccio in questi tempi, spedito per legato dal pontefice verso la Puglia, facesse ribellar varie terre e baroni al medesimo Federigo, lo abbiamo dallo stesso Paris. Era restato in Lombardia vicario del padre il re Enzo. Fumava egli di collera contra dei Parmigiani per l'antecedente rotta, e contra de' Bolognesi a cagion de' danni inferiti a' Modenesi e alla Romagna, per opera loro ribellata a suo padre. Fecero in quest'anno i Parmigiani[3251], uniti coi Mantovani, uno sforzo alla volta di Brescello, che era stato rovinato insieme con Guastalla da Eccelino, durante l'assedio di Parma. Rifabbricarono essi quel castello, e vi misero buona guarnigione. Assicurato così il passo del Po, condussero alla lor città grani, sale ed altre vettovaglie, delle quali penuriavano. Ma un giorno all'improvviso eccoti comparire il re Enzo coi Cremonesi fino alle porte di Parma. Matteo Paris scrive che entrarono anche in Parma le sue genti, e dopo aver fatta gran copia di prigioni se ne andarono. Non è cosa sì facile da credere. Venne poscia a Modena, menando seco una bell'armata di Cremonesi, Tedeschi, ed altri popoli, a' quali si aggiunsero i Modenesi. Erano venuti i Bolognesi[3252] con poderoso esercito fino alla Fossalta, circa due miglia lungi da Modena. La Cronica di Brescia[3253] ha che i Bresciani ed altri collegati lombardi furono in aiuto di essi Bolognesi, i quali aveano allora per podestà Filippo degli Ugoni bresciano. Le città ancora della Romagna loro spedirono rinforzi di gente. Nel mercoledì 26 di maggio si venne ad una terribil battaglia, in cui dopo gran mortalità di gente l'animoso re Enzo non solamente restò sconfitto, ma ancora con assaissimi dei suoi, e con Buoso da Dovara, capo de' Cremonesi, fu fatto prigione dai Bolognesi, i quali trionfalmente il condussero alla lor città, e confinaronlo nelle lor carceri. In esse sopravvisse egli per più di ventidue anni, trattato nondimeno con assai onore e civiltà da quel comune. Per quante lettere scrivesse dipoi Federigo suo padre, e per quante esibizioni di riscatto facesse ai Bolognesi per riavere in libertà il figliuolo, nulla potè mai ottenere, riputando gran gloria quel popolo l'avere un riguardevol prigione, re e figliuolo, se ben bastardo, d'un imperadore. Quando non sia scorretto il testo di Pietro da Curbio, è da stupire com'egli abbia scritto[3254] che questa vittoria dei Bolognesi accadde _XII kalendas januarii, anno quo capta est Victoria_.

Costernati intanto i Modenesi per così grave disgrazia, si ritirarono alla lor città, attendendo a ben provvederla e fortificarla, perchè già miravano da lungi qual tempesta loro sovrastasse. Infatti nel mese di settembre si presentò sotto Modena il cardinale Ottaviano con tutte le forze de' Bolognesi e degli Aigoni[3255], cioè della fazione fuoruscita di Modena, e la strinse di assedio. Se vigorosa fu l'offesa, minore non fu la difesa. Gittarono un dì gli assedianti con una briccola, ossia macchina da lanciar pietre, un asino morto con ferri d'argento entro la città con altra carogna. Da questa ignominia irritato il generoso popolo modenese, fece una sortita con tal empito, che tolse ai Bolognesi la briccola, e la mise in pezzi. Essendosi dunque ostinatamente sostenuti i Modenesi per più di tre mesi, nè veggendo speranza di soccorso, diedero orecchio ad un trattato di pace offertogli dal cardinale[3256]. Si stabilì esso nel dì 15 di dicembre. Nè già sussiste ciò che narra il Monaco Padovano[3257], cioè che Modena si sottomettesse ai Bolognesi. Restarono essi nella lor libertà, obbligati nondimeno di star fedeli alla parte pontificia, e di ricevere ne' bisogni guardie nella loro città. Si leggono i capitoli d'essa pace presso il Sigonio[3258]. Tornarono allora alla patria i Rangoni cogli altri fuorusciti di Modena, e fu levato alla città l'interdetto, a cui in questi tempi erano sottoposte tutte le città aderenti a Federigo. Ad esso imperadore fu attribuito a delitto il non averne permesso l'osservanza nelle città della Puglia. Ora nello stesso tempo che l'armi pontificie erano addosso ai Modenesi, anche i Parmigiani coi fuorusciti reggiani fecero oste contro la città di Reggio, e distrussero alcuno dei suoi borghi. Secondo la Cronica antica di Reggio[3259], nel giugno, Simone de' Manfredi bandito da Reggio, occupò ad essi Reggiani le castella di Novi, Arola e Santo Stefano. Il Sigonio aggiugne, che i Reggiani col re Enzo ad Arola vi fecero prigione tutta la guarnigione, e inoltre ducento cavalieri parmigiani, che venivano per guardia a quel castello. Volle poi Enzo far uccidere questi prigionieri in faccia a Parma; e l'avrebbe fatto il crudele, se avvertito che i Parmigiani poteano con usura rendergli la pariglia, non fosse desistito da questo inumano disegno[3260]. In quest'anno i Manfredi Faentini, famiglia che comincia ora a farsi udire nella storia, occuparono la città di Faenza, mettendo in fuga la guardia che v'era de' Bolognesi[3261]. E, secondo gli Annali di Cesena[3262], i conti di Bagnacavallo coi loro partigiani s'impadronirono della città di Ravenna, con iscacciarne Guido da Polenta e la fazione guelfa, siccome osservò ancora Girolamo Rossi[3263]. Perciò dal cardinale Ottaviano furono i Ravegnani dichiarati nemici e ribelli della Chiesa romana, del re Guglielmo e de' Bolognesi. Così tornarono di nuovo ad imbrogliarsi gli affari della Romagna.

E, a proposito del re Guglielmo[3264], ho io altrove prodotto un suo documento nell'anno 1249, con cui a dì 2 d'ottobre dà in feudo a Tommaso da Fogliano nobile reggiano, nipote e maresciallo di papa Innocenzo IV, i diritti che, _ratione imperii_, a lui competevano _in civitate, districtu et episcopatu cerviensi, et in Bertonoro, et territorio, et districtu suo_, ec. Da gran tempo la Chiesa romana non avea più dominio in quella provincia, anzi neppur vi pretendeva. Spettava essa all'imperio; e per chiarirsene meglio, si osservi che il papa stesso quegli fu che impetrò questo dono al nipote dal re Guglielmo, e nella bolla di confermazione confessa il medesimo papa che quei sono Stati dell'imperio. Perciò si legge bensì nella sentenza proferita contra di Federigo nel concilio di Lione dell'anno 1245 per uno de' suoi reati l'aver egli occupata la marca d'Ancona, il ducato di Spoleti e Benevento; ma non si fa già doglianza, perch'egli facesse il padrone nella Romagna. Finalmente si noti presso l'Ughelli[3265] una concessione fatta dal suddetto Tommaso da Fogliano, come conte della Romagna, di alcune castella al vescovo di Sarsina nel dì 18 agosto del 1259, dove chiaramente dice, esser quelli _di giurisdizione imperiale_. Andiamo ora a Padova. Da che _Eccelino_ seppe la prigionia del re Enzo, considerando che anche Federigo suo padre era in Puglia e mal sano[3266], cominciò a formar pensieri di stabilir meglio la sua fortuna, e con indipendenza ancora da esso imperadore. S'impadronì dunque nell'anno presente della città di Belluno, che era dei signori da Camino. Poscia occupò con frode la forte terra e rocca di Monselice, togliendola agli ufficiali e soldati di Federigo. Levò poi dal mondo sotto varii pretesti alcuni che gli faceano ombra in Padova. Era egli avanzato in età: contuttociò menò moglie nel settembre di quest'anno Beatrice, figliuola di Buontraverso da Castelnuovo. E senza pur condurla a casa, nello stesso mese mosse l'armata de' Padovani, Vicentini e Veronesi, e andò sino a Porto e a Legnago[3267]. Poi segretamente fatta una contromarcia, la notte della vigilia di san Matteo si presentò alla nobil terra di Este, dove un traditore per nome Vitaliano da Arolda gli diede una porta. Il popolo sorpreso da questa inaspettata novità, se ne fuggì chi qua e chi là[3268]. Fu data a sacco la terra, ed incontanente formato l'assedio della rocca con belfredi ossia bitifredi, cioè torri di legno, petriere e trabucchi, che continuamente dì e notte flagellavano le mura, le torri e il palazzo del marchese. Alcuna di quelle macchine dicono che rotava per aria pietre pesanti più di mille e ducento libbre; il che ai nostri dì potrebbe parer cosa incredibile. Fece anche venir colà dalla Carintia dei minatori, che gli promisero di far delle stupende mine. Dopo un mese d'assedio gli assediati diedero la fortezza ad Eccelino con onesta capitolazione. Impadronissi dipoi di Vighizuolo e di Vescovana, luoghi tutti del marchese, e fece distruggerli. Non tentò per allora Cerro e Calaone, perchè fortezze di buon polso, e solamente gli bastò di bloccarle, acciocchè non v'entrassero viveri. Dopo un anno ancor queste vennero in suo potere. Tale fu il danno che nell'anno presente ebbe _Azzo VII_, marchese d'Este, trovandosi egli in Ferrara per podestà, senza che apparisca alcun suo movimento in soccorso di quelle sue terre. Dopo avere _Jacopo Tiepolo_ doge di Venezia rinunziata la sua dignità a cagion della vecchiaia, terminò i suoi giorni nel dì 9 di luglio dell'anno presente[3269]. In suo luogo fu sostituito _Marino Morosino_.

NOTE:

[3246] Jonvill. Nangius. Vicentius Belluacens.

[3247] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom 6 Rer. Italic.

[3248] Matth. Paris, Hist. Anglic.

[3249] Petrus de Curbio, Vita Innocent. IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[3250] Petrus de Vineis, lib. 3, epist. 23.

[3251] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[3252] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[3253] Chron. Brixianum, tom. 12 Rer. Ital. Annales Veronens., tom. 8 Rer. Ital. Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.

[3254] Petrus de Curbio, Vita Innocentii IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[3255] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[3256] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.

[3257] Monach. Patavin., in Chron. tom. 8 Rer. Ital.

[3258] Sigon., de Regno Ital., lib. 18.

[3259] Memor. Potest. Regiens.

[3260] _Se nel 26 maggio fu fatto prigioniero dai Bolognesi, come nel giugno il re Enzo poteva essere ad Arola?_ L'Ed.

[3261] Matth. de Griffonibus, Hist. tom. 18 Rer. Ital.

[3262] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[3263] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.

[3264] Piena Esposizione cap. 9.

[3265] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2, in Episcop. Sarsin.

[3266] Roland., lib. 6, cap. 1 et seq.

[3267] Paris. de Cereta, Annal. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

[3268] Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.

[3269] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCL. Indizione VIII.

INNOCENZO IV papa 8. FEDERIGO II imperadore 31.

Non passò l'anno presente senza memorabili avvenimenti. Lagrimevole fu quello della sacra spedizione del santo re di Francia _Lodovico IX_ in Egitto. Già egli era padrone di Damiata; si magnificava dappertutto in quelle parti la sua probità, e il valore delle sue armi per varie rotte date ai Saraceni, talmente che (se pur è mai verisimile ciò che racconta il Joinville[3270]) dopo le disgrazie che fra poco accennerò, avendo que' barbari ucciso il loro Sultano, fu dibattuto non poco fra loro, se doveano proclamar Lodovico re di Francia per loro imperadore. Eransi inoltre coloro ridotti a chieder pace[3271], e ad esibirgli la restituzion di Gerusalemme e degli altri luoghi di Terra santa tolti ai cristiani, purchè rendesse loro la città di Damiata. La superbia, la discordia, l'avarizia de' consiglieri e baroni del re non permisero che si accettasse così vantaggiosa offerta. Inviossi poi l'armata regale alla volta del Cairo, ma fu arrestata in cammino dalla fortezza di Massora. Quivi stando, nè potendo ricevere viveri da Damiata, perchè i Saraceni presero i passi per terra e per acqua, l'esercito per la fame e per le malattie epidemiche insortevi cominciò a venir meno; e calando ogni dì più il numero dei combattenti, il re, anch'egli infermo, determinò di tornarsene a Damiata. Ma nel viaggio assaliti i cristiani dall'immenso esercito di quegl'infedeli, nel dì 5 d'aprile furono sconfitti, ed il santo re co' principi suoi fratelli, e con gran numero di baroni e dodici mila di gente bassa, rimase prigione. Non so se abbia buon fondamento il dirsi da Giovanni Villani[3272] che il re fu messo ne' ceppi: forse fu sui primi giorni. I più antichi scrittori scrivono ch'egli dipoi fu onorevolmente trattato da quei Barbari. Per liberarsi convenne rendere Damiata, e promettere di pagare settanta mila bisanti saraceni: il Villani suddetto dice ducento mila di parigini. Ma i più accertati riscontri sono, che il riscatto suo e di tutti i baroni, e del resto de' prigioni ascendesse ad ottocento mila bisanti d'oro. Fecesi una tregua, che fu mal eseguita da que' perfidi. Doveano rimettere in libertà molte migliaia di prigionieri; neppur mille uscirono dalle lor mani. Continuò poscia il piissimo re, venuto ad Accon ossia Acri, a soggiornare in quelle parti circa due anni, attendendo a fortificar que' pochi luoghi che restavano in poter de' cristiani. Penuriava di viveri la città di Parma. Perchè quella di Reggio tuttavia stava costante nel partito imperiale, si mosse, affine di condurvene con sicurezza, l'esercito de' Bolognesi, Modenesi, Ferraresi e fuorusciti reggiani, e nel dì 8 di giugno, o, per dir meglio, nel dì 15 fino al fiume Crostolo ne condusse una gran quantità[3273], che fu ricevuta dai Parmigiani, e felicemente introdotta nelle lor città. Venuto Ugo dei Sanvitali da Parma alla nobil terra di Carpi, che era allora sotto la giurisdizione di Modena, quell'arciprete gliela consegnò, ed egli cominciò a farvi il padrone. Alterato per questo affare il comune di Modena, mise al bando tutti i Carpigiani, e già si disponeva per procedere ostilmente contro quella terra e distruggerla. Ma i Carpigiani prevennero il colpo con iscacciarne il suddetto Ugo, e allora i Modenesi colà spedirono una buona guarnigione per assicurarsi in avvenire da somiglianti insulti. Anche i Milanesi[3274], per sovvenire al bisogno di Parma, vi spedirono in quest'anno quattro mila moggia di biade; ma nel passare pel Piacentino, quel popolo prese e ritenne per sè tutto quel grano. Diversamente parla di ciò la Cronica di Parma. Ossia che già in Piacenza fossero de' mali umori, e a cagion d'essi venisse fatto questo aggravio ai Milanesi e Parmigiani, che pur erano lor collegati; ovvero che di qua prendesse origine la discordia: certo è che in quest'anno la fazion ghibellina prevalse nella città di Piacenza[3275], e quel popolo, per tanti anni in addietro sì attaccato alla Chiesa, voltò mantello: cotanto erano allora instabili gli animi de' popoli italiani. Ritirossi per questo il cardinale legato del papa da quella città, ed anche i nobili, cedendo alla forza de' popolari, si ridussero alle lor castella.