Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 105
Oltre a ciò, per dar animo ai ribelli di Puglia, si fece correr voce che Federigo era morto in Toscana; ma Federigo, accorso colà, dissipò non solamente questa diceria, ma eziandio i sollevati colla prigionia d'alcuni; contra de' quali poscia, e contra de' parenti, e infine contra chiunque fu o provato o sospettato complice egli poscia con atrocissimi tormenti infierì. In una sua lettera scritta al re di Inghilterra nel dì 15 d'aprile del presente anno, parla egli de' congiurati depressi, con aggiugnere[3204] che nel dì ultimo di marzo essendo venuto il cardinal Rinieri col popolo di Perugia e d'Assisi per assalire Marino da Ebolo suo capitano nel ducato di Spoleti, questi gli avea data una rotta; e che, oltre agli uccisi, da cinque mila n'erano restati prigionieri. C'è licenza di credere molto meno. Negli Annali vecchi di Modena si leggono queste parole:_ Eodem anno 1246 Perusini conflicti fuerunt a Federico imperatore_[3205]. Da una lettera poi di Guglielmo da Ocra abbiamo che Federigo fece in quest'anno pace coi Romani e i Veneziani. Niuna menzione di ciò s'ha dalla Cronica del Dandolo[3206] da cui bensì sappiamo che circa questi tempi tornò sotto la signoria di Venezia la città di Zara. Non parlano le Croniche di fatto alcuno riguardevole accaduto in quest'anno in Lombardia. Ricavasi solamente da quelle di Piacenza[3207] che il _re Enzo_ venne colle genti di Parma e Cremona sul Piacentino ad istanza di Alberto da Fontana, che gli avea promesso di dargli la città. Seguì ancora un conflitto fra lui e i Piacentini. Colle mani vote se ne tornò il re Enzo a Cremona. In Parma[3208] i ministri dell'imperadore occuparono il palazzo e la torre del vescovo, e tutte le rendite del vescovato, con imporre eziandio delle gravissime taglie e contribuzioni a tutti i beni della Chiesa: mestiere nello stesso tempo praticato da Federigo in Puglia, e negli altri paesi posti sotto il suo giogo. _Obizzo_ e _Corrado_ marchesi Malaspina si dichiararono in quest'anno per la lega di Lombardia[3209]; ma, secondo l'uso de' marchesi di quelle parti, Corrado da lì a non poco tornò ad abbracciar il partito di Federigo. Prosperarono in quest'anno gli affari di _Eccelino_ da Romano[3210], coll'essere venuti alle sue mani Castelfranco, Triville e Campreto, castella de' Trivisani. Ebbe anche per forza il castello di Mussolento. Costui in Verona fece morire i nobili da Lendenara, e molti altri in Padova per sospetti di congiura, che si dicea tramata contra di lui. Negli Annali Veronesi[3211], i quali in questi tempi si trovano mancanti e i confusi, vien riferita una battaglia accaduta di là dal Mincio fra Eccelino e i Veronesi dall'una parte, e il _conte Ricciardo_ da San Bonifazio coi Mantovani e fuorusciti veronesi, ed _Azzo VII_ marchese d'Este coi Ferraresi, dall'altra. Niuno restò vincitore, ma molti furono i morti e prigioni, e non pochi cavalli pel troppo caldo vi rimasero soffocati. A qual anno appartenga tal combattimento nol so dire: probabilmente all'anno seguente, come osservò il Sigonio.
NOTE:
[3198] Raynald., in Annal. Eccles.
[3199] Albert. Stadens., in Chron.
[3200] Monach. Patavin., in Chron., tom. 8 Rer. Ital.
[3201] Raynald., in Annal. Eccl.
[3202] Matth. Paris, Hist. Angl.
[3203] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.
[3204] Matth. Paris, Hist. Angl.
[3205] Annales Veteres Mutinenses, tom, 11 Rer. Ital.
[3206] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[3207] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[3208] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[3209] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6. tom. 6, Rer. Ital.
[3210] Roland., lib. 3, cap. 16.
[3211] Paris de Cereta, Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCXLVII. Indizione V.
INNOCENZO IV papa 5 FEDERIGO II imperadore 28.
Non so io qual fede meriti Matteo Paris in un fatto, di cui non apparisce vestigio presso gli storici tedeschi, benchè, per vero dire, la Germania non ha in questi tempi storico alcuno che ci dia sicuro lume dei suoi avvenimenti. Scrive egli adunque[3212], che mentre l'eletto _re Arrigo_ langravio di Turingia si disponeva per ricevere solennemente la corona germanica, il _re Corrado_ figliuolo di _Federigo_ con quindici mila combattenti si mise in agguato, e, venuto a battaglia con lui, sbaragliò la di lui gente con istrage di moltissimi, e prigionia di molti più, e colla presa di tutto il tesoro inviatogli dal papa. Per questo colpo caduto Arrigo in una grave malinconia, s'infermò e diede fine a' suoi giorni. Scrive il Sigonio[3213] ch'egli _ictu sagittae saucius fugam arripere coactus, haud ita multo post dolore confectus interiit_. Avrà egli presa tale notizia da Tritemio[3214], o dal Nauclero, che scrivono ciò succeduto nell'assedio d'Ulma. Gli altri storici dicono che esso re Arrigo morì nel suo letto cristianamente per disenteria. Quante ciarle mai si saranno fatte per tal morte in tempi sì sconvolti, tempi sì pieni di bugie, di falsi giudizii e di strabocchevoli passioni, interpretando ognuno a suo talento i naturali avvenimenti delle cose, come ancora si dovette fare a' tempi di papa Gregorio VII per simili avvenimenti. Non si perdè d'animo per questo il pontefice Innocenzo, ma, spedito in Germania il _cardinal Pietro_ Capoccio nel dì 4 d'ottobre dell'anno presente[3215], fece eleggere re di Germania _Guglielmo conte_ d'Olanda, giovane prode e generoso in età di circa venti anni, il qual poi essendosi colla forza impadronito di Aquisgrana nell'anno seguente, quivi nella festa d'Ognisanti fu solennemente coronato da _Guglielmo cardinale_ vescovo sabinense. Gli mandò tosto il papa un rinforzo di trenta mila marche d'argento, che felicemente arrivò alle di lui mani. Ma non ebbe già questa felicità la spedizione di quattordici altre mila marche d'argento, che il papa, stando tuttavia in Lione avea consegnato ad _Ottaviano cardinale_ di Santa Maria in Via lata, insieme con un corpo di soldatesche per soccorso dei Milanesi e degli altri collegati di Lombardia. Il Continuatore di Caffaro scrive[3216] che erano mille e cinquecento cavalli che il papa avea fatto assoldare in Lione. _Amedeo conte di Savoia_[3217], perchè amico di Federigo, benchè si mostrasse parziale del papa, trovò tante scuse, che il cardinale per quasi tre mesi fu costretto a fermarsi e a consumare il danaro nel soldo di quegli armati, i quali in fine licenziati se ne tornarono alle lor case; ed egli, se volle passar in Italia, dovette colla sola sua famiglia guadagnarsi il transito per vie inospite e dirupate. Quetati i rumori della Puglia, venne in quest'anno Federigo a Pisa, e di là in Lombardia, senza commettere ostilità veruna. Portossi dipoi a Torino, se crediamo a Matteo Paris, per andare alla volta di Lione _cum innumerabili exercitu_, con timore de' buoni ch'egli pensasse a far qualche brutto scherzo al papa e ai cardinali soggiornanti in quella città. Ma questo esercito, ed esercito innumerabile, è una frottola spacciata dal buon Paris. Particolarità di tanto rilievo non l'avrebbe omessa nella vita di papa Innocenzo IV Pietro da Curbio, che si trovava allora in Lione. Altro non dice questo autore, se non che Federigo venne a Torino,_ ubi cum comite Sabaudiae, et aliis quibusdam baronibus sibi adhaerentibus nequiter machinans contra summum pontificem, ipsum Lugduni circumvenire fraudulentissime procurabat_. Profittò di questa congiuntura il conte di Savoia per farsi consegnare da Federigo il castello di Rivoli. Secondo il suddetto autore, si teneva in Lione che Federigo fosse venuto per ingannar con qualche frode, e non già per opprimere colla forza dell'armi il pontefice. Per lo contrario, Federigo in una lettera, rapportata dallo annalista Rinaldi scrisse che la risoluzione da lui presa di portarsi a Lione gli era venuta da Dio, affine di terminar le discordie, e giustificarsi appresso il papa e i Franzesi, per quanto io vo credendo, dell'imputazione datagli d'essere un eretico e miscredente. Se fosse vera o finta questa sua intenzione, non saprei dirlo io: ben so che non sarebbe mai convenuta a lui una protesta sì fatta, quando egli avesse condotto seco un esercito smisurato, capace di accusarlo presso d'ognuno, non già di pacifici, ma bensì di perniciosi disegni. Così dall'Annalista di Genova impariamo ch'egli venne in Lombardia mansueto come un agnello, e diceva di voler ubbidire agli ordini del papa, e dar pace al mondo; e ciò ad istanza del re di Francia. Comunque sia, eccoti disturbati i di lui o buoni o perversi disegni dall'avviso d'una novità, che il fece smaniar per la collera, e tornare ben tosto indietro.
I parenti di papa Innocenzo scacciati da Parma[3218], cioè i Rossi, i Correggeschi, i Lupi ed altri, tenendo buona intelligenza in quella città, nel dì 16 di giugno, giorno di domenica, con grosso corpo d'armati vennero alla volta di Parma. Arrigo Testa da Arezzo, che quivi era podestà per l'imperadore, ciò presentito, andò loro incontro fino al fiume Taro colla milizia di Parma, e venne con loro a battaglia. O così portasse la fortuna dell'armi, oppure perchè il popolo di Parma facesse due diverse figure, restò egli morto in quell'azione, i suoi sbandati se ne tornarono alla città, dove entrarono anche i nobili fuorusciti col seguito loro. Gherardo da Correggio a voce di popolo fu immantinente proclamato podestà, furono prese le torri e il palazzo del comune, con iscacciarne gli uffiziali e soldati dell'imperadore. Trovavasi allora il re Enzo all'assedio di Quinzano, castello de' Bresciani[3219]. Appena ebbe intesa questa nuova, che, senza perdere un momento di tempo, venne coll'armata sua a portarsi alle rive del Taro, per impedire i soccorsi a Parma. Non per questo rimasero i Milanesi di spedirvi mille uomini d'armi, ciascuno de' quali, secondo gli Annali di Milano[3220], avea quattro cavalli. Secento ancora (forse _ducento_, secondo la Cronica di Piacenza) ne mandarono i Piacentini[3221]. Fu condotta questa brigata per la montagna da Gregorio di Montelungo legato apostolico, e da Bernardo figliuolo d'Orlando Rosso, e felicemente arrivò in Parma con somma consolazione di quel popolo. Essendo volata anche a Torino questa novità, Federigo, ben conoscente delle conseguenze che seco portava, perchè a lui tagliava la comunicazione con Reggio e Modena, città a lui fedeli, e colla Toscana, precipitosamente venne alla volta di Parma, e in vicinanza d'essa cominciò a trincierarsi. Attesero anche i Parmigiani a far fossi, e a fabbricar palancati e bitifredi per lor difesa. Ordinò Federigo al comune di Reggio di far prigioni quanti Parmigiani si trovavano in quella città; e fu ubbidito. Un pari comandamento andò a Modena, e quivi fu presa la cinquantina de' cavalieri di Parma, già venuta in soccorso di Modena, acciocchè i Bolognesi non impedissero il raccolto de' grani; e tutti inoltre gli scolari di Parma, che erano allo studio delle leggi in Modena, città anche allora provveduta di buoni lettori per la lor gara col popolo di Bologna. Furono tutti condotti a Federigo, ed incarcerati. Fu anche sconfitta dal re Enzo la cavalleria di Parma verso Montecchio, con restarvi molti di essi prigioni. Tra questi ed altri presi in diversi luoghi, ebbe Federigo da mille prigioni parmigiani, de' quali barbaramente cominciò a farne morir quattro in un giorno in faccia alla città, e due nel dì seguente; ed era per seguitar questa barbarie, se il popolo di Pavia mosso a compassione non avesse chiesta in dono la loro vita, facendogli conoscere che la loro morte nulla serviva a prendere la città, e solamente potea rendere lui odioso a tutto il mondo. Il solo Colorno si tenne saldo in quelle congiunture; tutto il resto del distretto ebbe il guasto, e venne in potere di Federigo, il quale a quell'assedio avea ben dieci mila cavalli, e una quantità innumerabile di fanteria di varie città, con alcune migliaia di Saraceni balestrieri. Distruggevano costoro tutte le case, e ne asportavano al campo imperiale tutti i mattoni e i coppi, co' quali, d'ordine di Federigo, si andò fabbricando una città verso l'occidente in faccia a Parma, con fosse, steccati, bitifredi, baltresche, ponti levatori e mulini. Le fu posto il nome di Vittoria, per far buon augurio all'imperadore, risoluto di non muoversi di là senza aver presa la nemica città. Della nuova sua fece egli il disegno[3222], dopo aver fatto prendere da' suoi strologhi l'ascendente più favorevole; e fu da essi ben servito, siccome vedremo.
L'assedio di Parma commosse ben tosto al soccorso i circonvicini collegati della Chiesa. _Ricciardo conte_ di San Bonifazio v'entrò con una squadra d'armati. I Mantovani si scagliarono addosso ai Cremonesi, saccheggiando e bruciando tutto sino a Casalmaggiore. _Azzo VII_ marchese d'Este coi Ferraresi, i fuorusciti di Reggio, Bianchino da Camino, e infin Alberico da Romano, fratello di Eccelino, con una mano di Trivisani, accorsero all'aiuto dell'assediata città. Anche i Genovesi v'inviarono quattrocento cinquanta balestrieri, e trecento i conti di Lavagna nipoti del papa. Fece all'incontro Federigo venire alla sua armata _Eccelino_ da Romano co' Padovani, Vicentini e Veronesi. Allorchè egli giunse alla villa di Gazoldo, passando pel Mantovano, il marchese d'Este coi Mantovani nel mese di giugno assalitolo, diedero una spelazzata alla sua gente, e massimamente ai Veronesi, che aveano la retroguardia. Fu anche spedito dal papa il _cardinale Ottaviano_ degli Ubaldini, il quale coi Milanesi, Bresciani, Mantovani, Veneziani e Ferraresi si accampò nella Tagliata di Parma. Cresceva intanto ogni dì più la fame in Parma per la mancanza de' viveri. Fecero i Mantovani e Ferraresi venire una gran copia di barche per Po; e perciocchè al loro passaggio si opponeva un ponte fabbricato dal re Enzo su quel fiume, i collegati della Chiesa lo sforzarono e vinsero[3223]: dopo di che introdussero animosamente in Parma una gran quantità di frumento, melica, spelta, orzo, sale ed altre vettovaglie, delle quali abbisognava l'afflitta città. Non istettero oziosi in questo tempo i Bolognesi, profittando della lontananza de' Modenesi, iti al campo imperiale[3224]. Oltre all'aver anch'essi inviato all'armata della Chiesa in difesa di Parma mille e quattrocento soldati, a tradimento, cioè per via di danari, tolsero nel mese di luglio ai Modenesi[3225] il castello di Bazzano. Diversamente scrive il Sigonio[3226], che quel popolo si arrendè a patti di buona guerra. In aiuto de' Modenesi accorse allora Eccelino da Romano; e però andarono ad accamparsi vicino a Bazzano a fronte del campo bolognese, con aspettar anche un rinforzo d'uomini d'armi dal re Enzo. Vennero poscia alle mani coi Bolognesi nel dì 23 di luglio, e vi fu molta perdita di gente dall'una parte e dall'altra, colla peggio nondimeno del campo bolognese. Ancor qui il Sigonio discorda dai nostri Annali. Contuttociò essi Bolognesi s'impadronirono dipoi anche di Montalto, di Savignano, e d'altri luoghi del Modenese. Jacopino, e Guglielmo suo nipote, de' Rangoni da Modena, erano dianzi passati al servigio del re Enzo con venticinque uomini d'armi. Senza licenza dell'imperadore si partirono dall'assedio di Parma, e però furono banditi da Modena con tutta la fazione guelfa, appellata degli Aigoni. Loro diedero i Bolognesi il castello di Savignano da abitare. In quest'anno i popoli della Lunigiana e Garfagnana si ribellarono all'imperadore[3227], ed imprigionarono il di lui vicario nel castello di Groppo San Pietro. Allora Obizzo marchese Malaspina ricuperò le sue terre di Lunigiana. Vennero anche alla divozion de' Genovesi molte terre, che dianzi si erano rivoltate, ma non già Savona, città ostinata nella sua ribellione. Presero essi Genovesi una galea di Federigo vegnente in Puglia, che conduceva tre nobili milanesi della casa Pietrasanta, destinati da esso imperadore a far cambio con dei prigioni bergamaschi detenuti in Milano. Fecero in essa galea prigioni ducento uomini con Rubaconte, uno de' principali bergamaschi. Per attestato di Matteo Paris[3228], in quest'anno l'imperador Federigo diede una sua figlia per moglie a _Tommaso_ della casa di Savoia, già conte di Fiandra, fratello di Amedeo IV, conte di Savoia, di Guglielmo arcivescovo di Cantorberì, e d'altri degni personaggi di quella nobilissima casa. Gli assegnò in dote Torino e Vercelli colle adiacenze, affinchè impedisse il passo al papa e agli aderenti di lui per quelle. Questo matrimonio è negato dal Guichenon[3229], e non senza ragione, perchè lo stesso Paris afferma che il papa nel 1251 maritò con lui una sua nipote. Chi sa che non si trovasse qualche fondamento allora per disciogliere il matrimonio contratto con una figliuola d'un imperadore scomunicato e morto? Intanto questo patto di Matteo Paris viene a mettere in dubbio il dirsi dal suddetto Guichenone, che la città di Torino nel 1245 riconobbe per suo signore Amedeo conte di Savoia.
NOTE:
[3212] Matth. Paris, Hist. Angl.
[3213] Sigonius, de Regno Ital., lib. 18.
[3214] Trithemius, Annal. Hirsang.
[3215] Raynaldus, in Annal. Ecclesiast. Albertus Stadens., in Chron. Petrus de Curbio, Vita Innocentii IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[3216] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.
[3217] Matth. Paris. Hist. Angl., Petrus de Curbio, in Vita Innocentii IV, cap. 23.
[3218] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[3219] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.
[3220] Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital.
[3221] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[3222] Rolandinus, lib. 5, cap. 21.
[3223] Annales Veronens., tom. 8 Rer. Ital.
[3224] Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.
[3225] Annales Veter. Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.
[3226] Sigonius, de Regno Ital., lib. 18.
[3227] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.
[3228] Matth. Paris, Hist. Angl.
[3229] Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. 1.
Anno di CRISTO MCCXLVIII. Indizione VI.
INNOCENZO IV papa 6. FEDERIGO II imperadore 29.
Memorabile fu quest'anno per la gloriosa liberazion di Parma. Avea la rigida stagion del verno fatto ritirare ai quartieri buona parte degli eserciti pontificio e cesareo, esistenti sotto Parma[3230], Federigo nondimeno stette costante all'assedio nella sua città di Vittoria. Nel gennaio dell'anno presente la cavalleria de' Parmigiani a Collecchio restò sconfitta dai fuorusciti di Parma. Perchè restò preso nella zuffa Bernardo de' Rossi, fu poscia da essi iniquamente ucciso, ma ne fecero lo stesso dì un'esecranda vendetta i Parmigiani col dar morte a quattro de' più nobili della fazione imperiale. Ebbero essi un'altra disavventura. Erano venuti i Mantovani con sette grosse navi incastellate su per Po, per vietare a' Cremonesi la fabbrica d'un ponte su quel fiume. Passarono al dispetto de' Cremonesi; ma venuto loro addosso il re Enzo, abbandonarono quelle navi, e si diedero alla fuga, restandovi molti d'essi prigioni. Federigo, gran vantatore delle cose prospere, e solito ad impicciolir le contrarie (costume nondimeno familiare di tutti i tempi), in una sua lettera[3231] scrisse che erano state prese cento navi tra grandi e picciole in questa occasione. Tali perdite furono in breve ben compensate. Passata la metà di febbraio in un giorno di martedì, cioè nel dì 18 di quel mese, per quanto io vo conghietturando (la Cronica di Reggio[3232] dice _XII exeunte februario_ che in quell'anno bissestile vien ad essere il dì 18), un soldato milanese, secondochè vien raccontato da Rolandino[3233], per nome Basalupo, persuase al legato pontificio Gregorio da Montelungo, a Filippo Visdomini Piacentino podestà di Parma, e agli altri baroni difensori di Parma, che s'avea da assalire la città Vittoria dell'imperadore, avendo egli osservato che ne era molto sminuita la guarnigione, e che Federigo ogni dì di buon tempo ne usciva per sollazzarsi alla caccia del falcone, suo favorito esercizio[3234]. Fu risoluta l'impresa, ed uscito l'esercito collegato andò vigorosamente a dar l'assalto alla nemica città. Se ne stavano sbadigliando gl'imperiali, non mai imaginandosi una tal visita; e quantunque fossero superiori di numero e ben fortificati, pure talmente s'invilirono, che dopo qualche contrasto presero la fuga. Entrati i vittoriosi pontificii, fecero man bassa contra dei Pugliesi, e principalmente contra de' Saraceni; a moltissimi de' Lombardi diedero quartiere. Vi restò fra gli altri ucciso Taddeo da Sessa, quello stesso che nel concilio avea fatto da avvocato di Federigo. Lasciovvi anche la vita il marchese Lancia. Il tesoro trovato nella camera imperiale in danaro, gioielli, vasi d'oro, d'argento, corone, ed altre cose preziose, fu inestimabile. Circa duemila si contarono di uccisi, più di tremila furono i prigioni. Preso anche il carroccio de' Cremonesi tenuto per gioia di gran prezzo, trionfalmente fu condotto a Parma. Berta era il nome d'esso carroccio. Federigo, che si trovava alla caccia tre miglia lungi di là, ragguagliato del fatto, senza pensarvi molto, spronò coi suoi alla volta di Borgo San Donnino, e di là senza fermarsi passò a Cremona, portando seco non so se più di rabbia, oppure di malinconia. Furono i fuggitivi inseguiti sino al Taro, e molti ancora dei Parmigiani per due miglia di là andarono facendo de' prigioni. La città Vittoria data alle fiamme, col suo falò terminò il trionfo de' Parmigiani, che poi non vi lasciarono pietra sopra pietra. Grande strepito fece per tutta Italia e ne' paesi oltramontani questo glorioso successo della parte pontificia, e ne venne un gran crollo agli affari di Federigo in Italia.