Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 104

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Essendo ridotto a sì scarso numero il collegio de' cardinali, papa Innocenzo ne creò dodici nel sabbato fra l'ottava della Pentecoste. Poscia nel dì 7 di giugno, uscito di Roma, andò a Cività Castellana, e di là a Sutri. Non si vedeva egli sicuro nè in Roma nè fuor di Roma, perchè la maggior parte delle città della Chiesa erano occupate da Federigo, ed avea che fare con un nemico, le cui arti e il cui cattivo umore davano da sospettare o temere a tutti. Conosceva inoltre che senza essere in paese di libertà, non si potrebbe mai domare l'alterigia di Federigo. Per questo spedì segretamente a Genova[3173] un frate minore ad Obizzo del Fiesco suo fratello, e a Filippo Visdomino da Piacenza podestà di quella città, rappresentando loro i pericoli ne' quali si trovava, e pregandoli di venire a prenderlo con una squadra di galee. Ne armarono tosto i Genovesi ventidue, oltre ad altri legni, e sopra d'esse imbarcatosi lo stesso podestà Alberto, Jacopo ed Ugo nipoti del medesimo papa, nel dì 27 di giugno arrivò a Cività Vecchia. Fattolo tosto sapere al pontefice, egli nella notte seguente con pochi familiari, consapevoli della sua intenzione, salito a cavallo, per disastrose strade e per boschi si condusse sano e salvo a Cività Vecchia nel dì seguente; e poscia nella festa de' santi Pietro e Paolo entrato in nave col solo _cardinal Guglielmo_ suo nipote, ed altri pochi di sua famiglia, fece sciogliere le vele al vento, e nel dì 7 di luglio felicemente pervenne a Genova, dove con incredibil festa e magnificenza d'apparato fu accolto da' suoi nazionali. Gli altri cardinali, a riserva di quattro, il seguitarono per terra, e andarono ad aspettarlo a Susa. Udita questa inaspettata partenza del papa, Federigo, che soggiornava allora in Pisa, rimase estatico; e scorgendo bene dove andava a parare la determinazion del pontefice, allora fu che spedì di nuovo il conte di Tolosa con lettere, nelle quali si maravigliava forte della risoluzione da lui presa, con esibirsi nondimeno prontissimo a far quanto egli voleva. Il conte, andato a Savona, di là significò il tutto a papa Innocenzo; ma senza frutto, perchè il pontefice, tante volte deluso dalle promesse e parole di Federigo, volle continuar il suo viaggio alla volta di Lione, dove avea già determinato di fermarsi. Infermatosi il pontefice in Genova, appena alquanto si riebbe, che neppure giudicandosi sicuro nella patria, dove stavano i Mascherati fazionari dell'imperadore, fattosi portare in letto, passò a Varragine[3174], ed indi a Stella, dove _Manfredi marchese_ del Carretto l'accolse con una copiosa mano d'armati per maggior sua sicurezza, perchè non mancavano insidie e nemici in quelle parti. Cadde quivi di nuovo malato, e si dubitò di sua vita; migliorato e scortato dal marchese di Monferrato, arrivò ad Asti nel dì 6 di novembre, e vi trovò le porte chiuse, perchè quel popolo teneva per l'imperadore; ma non passò molto che vennero a dimandargli perdono di quest'ingiuria. Giunto nel dì 12 del suddetto mese a Susa, ebbe la consolazione di trovar otto cardinali, che quivi l'aspettavano; e con essi non senza gravi incomodi valicate l'Alpi, felicemente nel dì 2 di dicembre giunse a Lione, ricevuto onorevolmente da quel popolo. In essa città piantò la sua corte, alla quale cominciò a concorrere una infinità di gente da tutte le parti. Pieno intanto di rabbia Federigo fece chiudere i passi, affinchè non passassero uomini e danari dall'Italia in Francia: il che servì a maggiormente screditarlo, qual manifesto persecutor della Chiesa. Scrive Matteo Paris[3175] una particolarità, della cui verità si può forte dubitare. Cioè che per li maneggi del papa, de' Milanesi, e d'altri Italiani e Tedeschi, fu proposto in Germania d'eleggere in re il langravio di Turingia. Penetratasi questa mena da Federigo, occultamente si trasferì egli in Germania, ed abboccatosi con esso langravio, e regalatolo ben bene, il fece tutto suo, e poi segretamente se ne ritornò in Italia. Lo creda chi vuole. Di ciò riparleremo anche nell'anno seguente. Certo bensì è che si staccarono in questo anno da esso Federigo le città d'Asti e di Alessandria, ed altri luoghi, con aderire alla lega di Lombardia, tutta impegnata a favorire il papa. Nel passaggio ancora che fece papa Innocenzo per gli Stati di _Amedeo conte_ di Savoia, tirò nel suo partito quel principe, con dargli in moglie una sua nipote, e concedergli in dote le castella di Rivoli e di Vigliana colla valle di Susa, che erano del vescovato di Torino, e dichiararlo suo vicario sopra tutta la Lombardia. Così scrive l'autore anonimo degli Annali Milanesi[3176], con cui va concorde Galvano Fiamma[3177]. Tutto ciò nondimeno merita esame, dacchè il Guichenon[3178] non riconosce che questo principe prendesse in moglie alcuna nipote del papa. Forse gli fu solamente promessa, ed altro non ne seguì dipoi: oppure si parla di Tommaso conte di Savoia, che poi nel 1251 sposò veramente una nipote d'esso papa. Intanto noi sappiamo di certo che papa Innocenzo passò molto tranquillamente nell'anno presente per la Moriena, e per altri paesi del conte di Savoia: il che ci porge sufficiente indizio dell'esser egli entrato nel partito del papa. Ciò non conobbe il Guichenon, il quale, appoggiandosi in gran copia di racconti a degli storici moderni, non può sovente appagar in tutto l'animo dei lettori desiderosi di più sodi fondamenti. Riuscì in questo anno a Riccardo conte di San Bonifazio, ad _Azzo VII_ marchese d'Este, ed al popolo di Mantova[3179], dopo lungo assedio, di prendere e dirupare il castello d'Ostiglia, che era de' Veronesi, castello riguardevole, perchè munito di belle e forti mura, di alte torri e grandi fosse, e difeso da un lato dal Po. Fece varii tentativi Eccelino da Romano per disturbar quell'assedio, o per soccorrere quella terra; ma non potè impedirne la perdita e rovina.

NOTE:

[3169] Matth. Paris, Hist. Angl.

[3170] Petrus de Curbio, Vita Innocent. IV, cap. 9.

[3171] Matth. Paris, Hist. Angl.

[3172] Vita Innocentii IV, cap. 11 P. I, tom. 3 Rer. Italic.

[3173] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.

[3174] Petrus de Curbio, Vita Innocent. IV, cap. 15, P. I, tom. 3 Rerum Ital.

[3175] Matth. Paris, Hist. Angl.

[3176] Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital.

[3177] Gualvaneus Flamma, in Manipul. Flor., cap. 278.

[3178] Guichenon, Histoire de la Mais. de Savoye, tom. 1.

[3179] Roland., lib. 5, cap. 12. Paris de Cereta, Annal. Veron., tom. 8 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCXLV. Indizione III.

INNOCENZO IV papa 3. FEDERIGO II imperadore 26.

Dimorando in Lione _Innocenzo_ sommo pontefice, avea nel Natale dell'anno precedente intimato il concilio generale da tenersi in essa città nella festa di san Giovanni Batista dell'anno presente[3180]: al qual fine spedì le lettere d'invito per tutta la cristianità, con aver citato l'imperador Federigo a comparirvi in persona o per mezzo de' suoi procuratori. Arrivò poscia a Lione il patriarca d'Antiochia inviato da esso Federigo con altri suoi uffiziali, mostrando premura di ripigliare il trattato di pace. I documenti prodotti dal Rinaldo[3181] ci assicurano che Innocenzo IV con animo paterno condiscese, purchè Federigo prima del concilio restituisse la libertà ai prigionieri, e rendesse le terre della Chiesa, e si facesse compromesso nel papa stesso per le differenze dei Lombardi con esso imperadore. Tornossene il patriarca a Federigo per informarlo del negoziato. Ma bisogna ben dire che questo principe fosse invasato da una cieca alterigia; e con una strana politica conducesse i proprii affari. Niuna risposta fu data al papa, e si giunse finalmente senza conclusione alcuna al general concilio di Lione; se non che egli prima spedì colà l'arcivescovo di Palermo e Taddeo da Sessa suo avvocato, acciocchè sostenessero le ragioni sue. Che v'inviasse anche Pietro dalle Vigne, lo scrive Rolandino[3182], da cui parimente intendiamo che sul fine di maggio esso imperadore venne a Verona, ed ivi tenne un gran parlamento, al quale intervennero l'imperador di Costantinopoli, il duca d'Austria, e i duchi di Carintia e Moravia. Dopo molti ragionamenti e consulti continuati per più dì, niuna risoluzione fu presa; se non che Federigo, mostrando intenzione di trovarsi personalmente al concilio di Lione, con questa apparenza andò fino in Piemonte. Nelle prime sessioni del concilio, composto di più di centoquaranta tra patriarchi, arcivescovi e vescovi, furono proposti dal papa i reati di Federigo; nè mancò Taddeo da Sessa di addurre, per quanto seppe, le giustificazioni del suo padrone, rispondendo a capo per capo. Il vescovo di Carinola, oppure di Catania, come ha la Cronica di Cesena[3183], e un arcivescovo spagnuolo fecero un ampio racconto dei costumi e della vita di Federigo, conchiudendo ch'egli era un eretico, un epicureo, un ateista: al che Taddeo rispose con forza, pretendendole tutte calunnie[3184]; e in oltre chiese una dilazione per l'avviso pervenutogli che l'imperadore intendeva di venire in persona al concilio per giustificarsi; oppure perchè il medesimo Taddeo si lusingava di farlo venire. Si stentò ad ottenere dal papa la dilazion di due settimane; ma Federigo non comparve mai, forse credendo l'andata sua o pericolosa alla sua dignità o superflua, ovvero perchè lo spirito dell'umiliazione non era mai entrato nè sapeva entrare in quel cuore. Non imitò già l'avolo suo Federigo, perchè non albergava in lui quella religione nè quel senno che l'altro mostrò. Per ciò nel dì 17 di luglio papa Innocenzo[3185] nel concilio, dopo aver premesso i delitti principali di Federigo, proferì la sentenza di scomunica contra di lui, e il dichiarò decaduto dallo imperio e da tutti i regni, con assolvere i sudditi dal giuramento di fedeltà. Taddeo da Sessa cogli altri procuratori suoi compagni, che già avea protestato contra di tal sentenza, ed appellato al futuro concilio, se n'andò tosto a portar la nuova a Federigo, il quale, secondo Matteo Paris, fremendo di sdegno e di rabbia, scoppiò in alcune ridicolose sparate, e dopo non molto scrisse dappertutto atroci e velenose lettere contra del papa, le quali maggiormente servirono a fargli perdere il concetto di vero cristiano. Rivolse poscia il suo sdegno contra de' Milanesi, perchè informato qualmente il pontefice movea tutte le suste in Germania per far eleggere un nuovo re, e già convenivano i voti di molti di que' principi, disgustati di Federigo, nella persona di _Arrigo_ langravio di Turingia; seppe ancora che essi Milanesi con gli altri della lega di Lombardia aveano spedito i lor deputati ad animare quel principe a prendere la corona colla promessa di assisterlo con tutte le loro forze.

Venuto dunque da Torino l'imperadore a Pavia, uscì in campagna contra d'essi Milanesi, e da un'altra parte li fece assalire anche dal _re Enzo_ suo figliuolo. Se vogliam prestar fede a Matteo Paris, succedette una fiera e sanguinosa battaglia fra l'armata d'Enzo e quella de' Milanesi, e dall'una e dall'altra parte perì innumerabil gente, colla peggio nondimeno de' secondi. Non la raccontano così gli storici di Milano[3186], e si può credere che favoloso sia in parte ciò che narra il suddetto storico inglese. Secondo i Milanesi, mosse Federigo l'esercito da Pavia, ed entrato nel territorio di Milano, distrusse il monistero di Morimondo. Nel dì 21 d'ottobre si accampò ad Abbiate sulla riva del Ticino, volendo pur passare quel fiume; ma venutagli incontro sull'opposta riva l'armata de' Milanesi, quivi stettero per ventun giorno i campi nemici senza alcuna azione. Tentò eziandio Federigo di passare il Ticinello a Buffalora; ma gliel impedirono i Milanesi, co' quali era Gregorio da Montelungo legato pontificio. Lo stesso gli avvenne a Casteno. In questo mentre con altro esercito, cioè coi Bergamaschi e Cremonesi, il re Enzo passò all'improvviso il fiume Adda vicino a Cassano, ed arrivò a Gorgonzuola. Accorsero a quella parte due delle porte di Milano sotto il comando di Simone da Locarno, e vennero alle mani col re Enzo, nè solamente sbaragliarono il di lui esercito, ma fecero anche lui prigione, benchè il suddetto Simone, dopo averne ricavato il giuramento di non mai più entrare nel distretto milanese, il rimettesse in libertà. Perciò Federigo si ritirò a Pavia, e andossene poi a passare il verno in Toscana a Grosseto. Avrei creduta mischiata qualche favola in questo ultimo racconto, se l'antica Cronica di Reggio non me ne avesse accertato colle seguenti parole: _Enzus imperatoris filius supra Taleatam Addae cum Reginis, Cremonensibus, et Parmensibus ivit. Et ceperunt Gorgunzolam, ad cujus assedium captus fuit rex, et recuperatus per populum reginum et parmensem_[3187]. Ascoltiamo ora il Continuatore di Caffaro, autore allora vivente[3188]. Narra egli che Federigo nella primavera venuto da Pisa a Parma, andò poscia a Verona, e spedì un gagliardo esercito contra de' Piacentini, nel territorio de' quali si fermò più d'un mese, dando il guasto dappertutto, senza che quel popolo si movesse punto dalla fedeltà verso la Chiesa. Fingendo poscia di voler passare al concilio di Lione, venne a Cremona e a Pavia, e di là ad Alessandria. Gli portarono gli Alessandrini le chiavi della città, e gli sottoposero tutte le loro castella. Di là passò a Tortona: del che ingelositi i Genovesi, inviarono tosto delle buone guarnigioni alle loro castella di Gavi, Palodi e Ottaggio di qua dall'Apennino. Anderarono ad incontrar Federigo i marchesi di Monferrato, di Ceva e del Caretto, con ritirarsi dalla lega di Lombardia e far lega con lui. Galvano Fiamma aggiugne[3189], avere altrettanto fatto il conte di Savoia. Nel mese poscia di ottobre con potente esercito uscì ai danni de' Milanesi, i quali con grandi forze il fermarono virilmente al Ticinello, nè il lasciarono mai passare. In aiuto d'essi Milanesi il comune di Genova inviò cinquecento balestrieri. Perciò, veggendo Federigo inutili i suoi sforzi, nel dì 12 di novembre congedò l'armata, e se n'andò a Grosseto. Di niuna considerabile e sanguinosa battaglia in essi Annali Genovesi e in altri si truova menzione; e però dovette la sopraddetta essere cosa di poco momento. Abbiamo dalla Cronica Piacentina[3190] che il comune di Piacenza spedì ducento cavalieri in soccorso dei Milanesi al Ticinello; e che, entrato il re Enzo coi Cremonesi ed altri popoli sul Piacentino, arrivò fin presso alla città, e bruciò lo spedale di Santo Spirito, e portò via la campana di San Lazzaro. In questo anno ancora dalla città di Parma Federigo fece scacciare Bernardo della nobile casa de' Rossi, perchè parente del papa, con distrugger anche le di lui case. In tal congiuntura[3191] uscirono parimente di Parma le nobili famiglie de Lupi e dei Correggieschi, perchè erano di fazione guelfa, ed imparentati anch'essi colla casa de' conti Fieschi. Impadronissi in quest'anno[3192] _Eccelino_ da Romano delle castella di Anoale e di Mestre, e vi fece fabbricar dei gironi, specie di fortezze usate in que' tempi. Le tolse ai Trivisani, a' quali ancora sul finire dell'anno fu occupato Castelfranco da Guglielmo da Compo San Piero. Anche dalla città di Reggio[3193], per ordine del re Enzo, furono cacciati e banditi i Roberti, quei da Fogliano, i Lupisini, i Bonifazii, quei da Palude, ed altri di fazione guelfa, insieme coi Parmigiani, che s'erano ritirati in quella città. Vedremo che anche Tommaso da Fogliano Reggiano era nipote di papa Innocenzo IV. Aggiungono gli Annali vecchi di Modena[3194] che in Reggio ne' primi giorni dell'anno vennero all'armi i Guelfi e i Ghibellini, e che nel dì 3 dì luglio si tornò a combattere; ma entrato Simone de' Manfredi e Marione de' Bonici con gran gente, ed uniti col popolo, cacciarono fuori i Roberti e gli altri Guelfi. Parimente da Verona furono forzati ad uscire quei che vi restavano di fazione guelfa, e questi si ricoverarono a Bologna. In essi Annali finalmente si legge che anche la città di Firenze si mosse a rumore, e toccò ai Guelfi di abbandonar la patria: tutto per opera e maneggio di Federigo. Secondo Ricordano Malaspina[3195], questa novità di Firenze pare succeduta solamente nell'anno 1248. Tolomeo da Lucca[3196] di ciò parla all'anno 1247, e va con lui d'accordo la Cronica di Siena[3197]. Ma è da preferire Ricordano, del cui parere sono ancora altre storie. L'Ammirato differisce fino ai 1249 l'uscita de' Guelfi da quella città.

NOTE:

[3180] Petrus de Curbio, Vita Innocent. IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[3181] Raynald., in Annal. Eccl.

[3182] Roland., lib. 5, cap. 13.

[3183] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[3184] Matth. Paris, Hist. Anglic.

[3185] Raynaldus, in Annal. Eccl. Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.

[3186] Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital. Gualv. Flamm., in Manipul. Flor.

[3187] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[3188] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6.

[3189] Gualvan. Flamma, cap. 279.

[3190] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[3191] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[3192] Roland., lib. 5, cap. 15.

[3193] Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.

[3194] Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.

[3195] Ricordano Malaspina, Storia Fiorent., cap. 137.

[3196] Ptolom. Lucens., in Annal. brev.

[3197] Chronic. Senense, tom. 15 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCXLVI. Indizione IV.

INNOCENZO IV papa 4. FEDERIGO II imperadore 27.

Di gran maneggi avea già fatto il pontefice _Innocenzo_ coi principi della Germania, affinchè si venisse all'elezione d'un nuovo re, senza neppure avere riguardo a _Corrado_ figliuolo di _Federigo_, che non era nè scomunicato nè deposto. Alieni da questa risoluzione essendosi trovati il re di Boemia, i duchi di Baviera, Sassonia, Brunsvich e Brabante, e i marchesi di Misnia e di Brandeburgo[3198]: ne scrisse loro il papa lettere efficaci. Tanto innanzi andò l'affare, che finalmente fu eletto _re Arrigo langravio_ di Turingia dagli arcivescovi di Magonza, di Colonia e di Treveri, e da alcuni altri principi[3199]: nuova che sommamente rallegrò il papa per la conceputa speranza che col braccio di questo principe egli schianterebbe Federigo e tutta la sua casa. Mandò _Filippo vescovo_ di Ferrara per suo legato in Germania con un buon rinforzo di danari al re novello, e con ordine di forzar tutti gli ecclesiastici a riconoscerlo per tale. Scrisse parimente ai principi secolari, pregandoli ed esortandoli a far lo stesso, con dispensar loro per questo l'indulgenza plenaria di tutti i loro peccati. Volle inoltre che i soldati del nuovo re prendessero la croce, e godessero di tutte le indulgenze ed immunità, come se andassero a militare contro ai Turchi e agli altri infedeli: il che servì di cattivo esempio per li tempi susseguenti, con vedersi la religione servire alla politica. Intanto il re Corrado figliuolo di Federigo, alla cui rovina ancora tendeva tutta questa novità, raunato un forte esercito, marciò alla volta di Francoforte per disturbar la dieta che ivi dovea tenere il langravio[3200]. Venuto alle mani coll'armata del nemico re, ne restò totalmente disfatto, di maniera che si giudicava come ridotto a fuggirsene in Italia, se il duca di Baviera non avesse imbracciato lo scudo per lui. Furono creati nello stesso tempo dal pontefice due cardinali legati, acciocchè facessero un'armata, e commovessero la Puglia e Sicilia contra di Federigo[3201]. E perciocchè occorrevano di grandi spese per sostenere sì strepitosi impegni, s'imposero alle chiese di Francia, Italia, Inghilterra e d'altri paesi non poche gravezze, per cagione delle quali uscirono poi molte doglianze degl'Inglesi, riferite da Matteo Paris[3202], essendo ben probabile che anche gli ecclesiastici degli altri paesi si lamentassero forte che il loro danaro avesse da servire in uso tale. Infatti si cominciarono varie congiure contra di Federigo nella Puglia. Ne erano autori Teobaldo Francesco, Pandolfo Riccardo, la casa de' conti di San Severino, ed altri non pochi baroni. Per attestato del Continuatore di Caffaro[3203], la volevano anche contra la vita d'esso imperadore. Fu in questi tempi, oppure molto più tardi, come altri vogliono, i quali sembrano più veritieri, che anche Pietro dalle Vigne, gran cancelliere di Federigo e suo favorito in addietro, cadde dalla sua grazia. Chi scrisse, perchè trovato che avesse parte nelle suddette congiure; chi perchè nel concilio di Lione non articolasse parola in favore del suo padrone; chi perchè lo avesse voluto avvelenare: del che fu convinto. Dei segreti dei principi ognun vuol dire la sua. Quel che è certo, Federigo il fece abbacinare, lo spogliò di tutti i suoi beni, e confinollo in una prigione, dove dicono che da lì a tre anni egli stesso disperato, con dar della testa nel muro, si abbreviò le miserie e insieme la vita. Abbiamo da Matteo Paris, che trovandosi Federigo assediato da tanti turbini da tutte le parti, ricorse al santo re di Francia _Lodovico IX_, acciocchè s'interponesse col papa per la concordia, con esibirsi di passare in Terra santa colle sue forze per ricuperare quel regno, e quivi terminare i suoi giorni, purchè fosso rimesso in grazia della Chiesa. Lodovico, perchè avea già presa la croce, voglioso d'impiegar le sue armi in Oriente in pro della cristianità, parendogli questa un'offerta di sommo rilievo, per poter unitamente con Federigo promuovere gli interessi di Terra santa, e perchè conosceva che, durante la discordia fra la Chiesa e l'imperio, nulla di bene potea sperare in Oriente; cercò di abboccarsi col sommo pontefice, e l'abboccamento seguì nel monistero di Clugnì. Per quanto si affaticasse il re a far gustare al papa questa proposizione, nulla potè mai ottenere, persistendo Innocenzo IV in dire che non si dovea più fidar di Federigo, principe tante volte provato mancator di parola. Poco aggustato se ne tornò il re Lodovico alla sua residenza. Del suo ardore per questa pace ne siamo anche assicurati dal Rinaldi annalista pontificio.