Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 100
Passata la metà d'agosto, arrivò di nuovo in Italia l'imperador Federigo, e fece incontanente dismettere l'assedio di San Bonifazio[3057], por attendere a maggiori imprese, e specialmente perchè cominciò ad intavolarsi un trattato del suddetto conte Ricciardo e de' Mantovani con esso Augusto. Verso il fine d'agosto egli passò il fiume Mincio[3058], e si accampò coll'esercito a Goito, avendo seco i Padovani, Veronesi e Vicentini, due mila cavalli tedeschi e molti Trentini. Quivi si fermò alquanti giorni per unire gli altri soccorsi ch'egli aspettava. Fece venir di Puglia sette mila Saraceni arcieri. Riccardo da San Germano[3059] ne conta dieci mila. I Reggiani e Modenesi colle lor forze accorsero colà. Lo stesso fecero i Cremonesi e i Parmigiani coi lor carrocci[3060]. Stando Federigo in quell'accampamento, a' suoi piedi si presentarono gli ambasciatori di Mantova, che si offerirono ai di lui servigi col conte Ricciardo da San Bonifazio. Gli accolse egli con volto allegro, perdonò loro le passate ingiurie ed offese, e confermò con suo diploma i privilegii e le consuetudini della loro città. Anche il marchese Azzo Estense comparve colà, e fu ben ricevuto da Federigo. Vi si portarono i cardinali legati del papa per avere udienza da lui[3061]. Insuperbito Federigo per l'acquisto di Mantova, neppur volle ascoltarli, di modo che se ne tornarono assai scontenti di lui a Roma. Mossa dipoi la poderosa armata, entrò nel territorio di Brescia, con dare il sacco e il guasto dappertutto, e nel dì 7 di ottobre intraprese l'assedio della forte e ricca terra di Montechiaro. L'aveano i Bresciani eletta per lor antemurale; e però posto ivi un grosso e valoroso presidio, che si difese finchè potè, ma finalmente nel dì 22 del suddetto mese fece istanza di capitolare. Restò prigioniera tutta la guarnigione, e fu inviata a Cremona; ma con grave biasimo di Federigo, perciocchè, per attestato di Rolandino[3062] e di Jacopo Malvezzi[3063], avea loro promessa la libertà, se rendevano la terra, e non osservò loro la fede. Andò tutto l'infelice luogo a ruba, ed appresso fu consegnato alle fiamme. Nel dì 2 di novembre vennero in potere di Federigo[3064] le castella di Gambara, Gotolengo, Prà Alboino e Pavone; di queste ancora fu fatto un falò. Passò dipoi Federigo coll'imperiale armata al castello di Pontevico con disegno di portarsi di là dal fiume Oglio, ma ritrovò l'esercito milanese[3065], rinforzato dagli Alessandrini, Vercellini e Novaresi, accampato nell'opposta riva, e risoluto di contrastargli il passaggio. In questo mentre i Bolognesi[3066], prevalendosi della lontananza de' Modenesi che erano iti all'oste dell'imperadore, occuparono Castel Leone, ossia Castiglione, fabbricato da essi Modenesi in faccia a Castelfranco, e talmente lo distrussero, che appena oggidì ne rimane vestigio. Nelle prigioni di Bologna furono condotti tutti i soldati che quivi si trovarono. Presero anche il ponte di Navicello, e fecero scorrerie per varie ville del Modenese. Per molti giorni stettero le due armate dell'imperadore e de' Milanesi separate dal fiume Oglio, l'una l'altra guardandosi[3067]. Ma o sia che per le pioggie e per gli disagi della stagione i Milanesi fossero forzati a decampare; oppure che prestassero fede ad una voce fatta spargere da Federigo, cioè che tornasse indietro l'esercito cesareo, e veramente alcuni degli ausiliarii erano stati licenziati dal campo; certo è ch'essi Milanesi si misero in viaggio per tornarsene a casa. A questo avviso Federigo ebbe maniera di passare il fiume colle sue milizie, e raggiunse nel dì 27 di novembre a Corte Nuova l'esercito nemico, che con poca disciplina facea viaggio, nè si aspettava d'avere da combattere[3068]. I primi ad assalire l'oste milanese furono i Saraceni, ma ne restarono assaissimi di essi estinti sul campo. Entrato in battaglia il nerbo dell'esercito cesareo, ne seguì un asprissimo combattimento con grande strage dell'una e dell'altra parte. Finalmente piegò e prese la fuga il popolo di Milano; e allora fu che molte migliaia di essi rimasero prigioni.
Vi restò nondimeno da superare il corpo di battaglia che era alla guardia del carroccio milanese, tutta gioventù forte ed animosa, che, per quanto sforzo facessero gl'imperiali, tenne saldo il suo posto, e rispinse sempre i nemici, finchè arrivò la notte che fece fine alla battaglia. Gran gloria era, come ho già detto di sopra, il prendere il carroccio ai nemici[3069]. Lo stesso Federigo conduceva anch'egli il suo, ma sul dorso d'un elefante col gonfalone in mezzo, con quattro bandiere negli angoli, ed alcuni Saraceni e cristiani ben armati in esso. Dacchè non era riuscito a Federigo di conquistar quel carro trionfale de' Milanesi, ansioso pur di questa gran lode, lasciò bensì riposar nel tempo della notte la gente sua, ma senza che si spogliassero dell'armatura, per essere pronti la seguente mane ad assalir di nuovo gli ostinati difensori del carroccio. Trovò poi, fatto giorno, che i Milanesi s'erano ritirati, lasciando il carroccio spogliato e sfasciato fra la massa dell'altre carrette, giacchè le strade fangose non aveano permesso loro di condurlo in salvo. Federigo, principe sommamente vanaglorioso sparse per tutta Italia ed Oltramonti questa sua insigne vittoria[3070], in cui, secondo i suoi conti, facili in tali casi ad essere alterati, e certamente diversi da quei degli storici di Milano e di Cesena, rimasero circa dieci mila Milanesi tra morti e prigioni. Fra questi ultimi si contarono moltissimi nobili di Milano, Alessandria, Novara e Vercelli; e specialmente Pietro Tiepolo, figliuolo del doge di Venezia, che era allora podestà di Milano. Questi poi con altri nobili condotto in Puglia, fu, per ordine di Federigo, fatto barbaramente e pubblicamente impiccare sulla riva del mare[3071]: la quale onta ed iniquità irritò sì fattamente il popolo di Venezia, che infine si dichiarò apertamente contra di lui. Inoltre perchè passava ottima intelligenza tra Federigo e il popolo romano, il quale anche nel suddetto mese di novembre gli avea spedito degli ambasciatori, mandò esso imperadore fino a Roma lo sguarnito carroccio preso ai Milanesi coll'iscrizione in versi riportata da Ricobaldo[3072] e da altri, acciocchè questo gran trofeo fosse collocato nel più augusto luogo dell'Italia, cioè nel Campidoglio. E a' dì nostri s'è trovata anche memoria di questo in Roma, siccome ho io dimostrato altrove[3073]. Passò dipoi il vittorioso Federigo a Cremona, e di là a Lodi, città che venne alla sua divozione, ed ivi celebrò il santo Natale. Godifredo Monaco[3074] scrive che lo solennizzò in Pavia. Varie furono in quest'anno le vicende di papa Gregorio IX[3075]. Duravano le differenze d'esso pontefice col senato romano. Creato senatore Giovanni da Poli nel mese di maggio, insorse una sedizione contro di lui, che maggiormente si riaccese nel seguente luglio, talmente che fu deposto esso Giovanni, e sostituito in suo luogo Giovanni di Cencio: per la qual cagione si venne alle armi, e ne seguì molto sangue. Poscia nell'ottobre, essendo prevaluta la fazione pontificia contro l'imperiale in Roma, papa Gregorio fu, dopo lungo tempo di lontananza, richiamato. Con grande onore si trovò accolto dai Romani; ma siccome nulla v'era di stabile in tempi sì sconcertati, quando egli si credette in porto, si trovò, siccome prima, in tempesta, perchè non tardò quel senato a fargli provare di nuovi disgusti, massimamente col tenere aperta corrispondenza coll'imperadore[3076]. Si aggiunse che il popolo di Viterbo, dianzi sostenuto e colmato di favori dal papa, dacchè il vide amicato co' Romani, cominciò a voltargli le spalle e ad occupare i diritti della Chiesa. Nè volendo cedere alle ammonizioni, in fine obbligò il pontefice a fulminar contro di loro le sacre censure. Erano antiche le ragioni della Chiesa romana sopra la Sardegna. In quest'anno ancora i giudici, o vogliam dire i regoli di Gallura, di Turri e d'Arborea, cioè di tre parti di quell'isola, prestarono il giuramento di fedeltà al legato di papa Gregorio IX: il che è da avvertire per quello che poscia succedette. Gli atti di questo affare si leggono nelle mie Antichità Italiane.
NOTE:
[3049] Raynaldus, in Annal. Eccl.
[3050] Richardus de S. Germano, in Chron.
[3051] Godefridus Monachus, in Chron.
[3052] Chron. Augustan. apud Freherum.
[3053] Pipinus, Chron., tom. 9 Rer. Ital.
[3054] Roland., lib. 3, cap. 11.
[3055] Gerardus Maurisius, Hist., tom. 8 Rer. Italic.
[3056] Roland., lib. 4, cap. 3.
[3057] Annales Veronens., tom 8 Rer. Ital. Memorial. Potest. Regiens., tom. eodem.
[3058] Roland, lib. 4, cap. 4.
[3059] Richardus de S. Germano, in Chron.
[3060] Annal. Veronens., tono. 8 Rer. Ital. Chron. Placent., tom. 9 Rer. Ital.
[3061] Richardus de S. Germano, in Chron. Card. de Aragon., in Vita Gregorii IX, P. I, tom. 3 Rer. Italic.
[3062] Roland., lib. 4, cap. 4.
[3063] Malvec., Chron. Brixian., cap. 125, tom. 14 Rer. Ital.
[3064] Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.
[3065] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.
[3066] Chron. Bononiens. tom. 18 Rer. Ital.
[3067] Annales Mediolanenses, tom. 16 Rer. Ital. Gualv. Flamma, in Manipul. Flor. Godefridus Monachus, in Chron.
[3068] Matth. Paris., Hist. Anglic.
[3069] Memor. Potest. Regiens.
[3070] Matth. Paris. Richardus de S. Germano, in Chron.
[3071] Annal. Veronenses, tom. 8 Rer. Italic.
[3072] Richobald., in Pomar., tom. 9 Rer. Ital.
[3073] Antiq. Ital., Dissert. XXVI.
[3074] Godefridus Monachus, in Chron.
[3075] Richardus de S. Germano, in Chron.
[3076] Raynald., in Annal. Eccl.
Anno di CRISTO MCCXXXVIII. Indiz. XI.
GREGORIO IX papa 12. FEDERIGO II imperadore 19.
O per la festa del Natale dell'anno precedente, o nel gennaio presente, _Federigo_ imperadore fu in Pavia. Servì la vicinanza sua ad indurre il popolo di Vercelli a sottomettersi al di lui dominio[3077]. Trovossi egli in essa città di Vercelli nel dì 11 di febbraio. Venne anche alla divozione di lui tutto il paese da Pavia sino a Susa, e cominciò a pagargli tributo. Da tanta prosperità di Federigo mossi i Milanesi, che oramai restavano coi soli Bresciani, Piacentini e Bolognesi esposti all'ira di lui[3078], gli spedirono ambasciatori per essere rimessi in sua grazia, offerendo fedeltà e denaro, e facendo altre esibizioni, quali si giudicarono più grate a lui. Trovaronlo inesorabile; li voleva a discrezione, nè volle intendere di condizione alcuna, pieno solo d'astio e di vendetta, e dimentico affatto della clemenza, una delle virtù più luminose de' principi saggi. Vedremo bene che Dio seppe abbassare e confondere quest'orgoglioso principe, nè lasciò impunita cotanta sua superbia. Il popolo di Milano, udite sì crude risposte, ben conoscendo di che fosse capace l'animo barbarico di un tale Augusto, allora determinò di morir piuttosto colla spada alla mano, che di mettersi nelle forze, cioè nelle prigioni e sotto le mannaie di questo da lor chiamato tiranno. Inoltre, per attestato di Matteo Paris, cagione fu questo suo fiero contegno che molti popoli cominciarono a guardarlo di mal occhio, e a sospirar la sua rovina. Fece dipoi Federigo[3079] nella primavera una scappata in Germania, per trarre di là in Italia un buon rinforzo di soldatesche, ed ordinò al _re Corrado_ suo figliuolo di condurle in persona di qua da' monti. Tornossene di poi a Verona nel mese d'aprile. Ebbe egli, siccome principe libidinoso e poco timoroso di Dio, in uso di tener sempre alla maniera turchesca più concubine, senza curar punto la fede maritale, e però non mancavano a lui bastardi e bastarde. Una di queste appellata Selvaggia[3080] comparve nel presente anno nel dì 22 di maggio a Verona con bella comitiva. Per maggiormente assodare nel suo servigio Eccelino da Romano, sì zelante e profittevol ministro suo, glie la diede in moglie nel dì della Pentecoste, ed egli ne celebrò con gran pompa le nozze. Ebbe ancora Federigo fra gli altri bastardi suoi figliuoli uno, a sè molto caro, che portava il nome d'_Arrigo_, ma che è già conosciuto nella storia con quello d'_Enzio_. Gli cercò egli in questo anno buona fortuna, con procurargli in moglie _Adelasia_, ossia _Adelaide_, erede in Sardegna dei due giudicati, o vogliam dire principati di Turri e Gallura[3081]. Forse la Sardegna venne per tali nozze a poco a poco tutta in potere di lui. Fuor di dubbio è ch'egli ne fu creato re dal padre, il quale unì quel regno all'imperio, con gravissimi richiami nondimeno della corte romana, che lo pretendeva suo, sostenendo Federigo in contrario, ch'era di antico diritto del romano imperio, ed allegando l'obbligo suo di ricuperare il perduto. Non cessava egli intanto di ammassar gente per l'accesa voglia di soggiogar Milano e Brescia. Molti ne fece venir di Puglia. Il re Corrado suo figliuolo nel mese di luglio[3082] arrivò a Verona con molti principi e un fiorito esercito di Tedeschi. Fino il re d'Inghilterra suo cognato gl'inviò[3083] cento uomini a cavallo, tutti ben montati e guerniti, e, quel ch'è più, colla giunta di una gran somma di danaro in dono. I Reggiani[3084] vi spedirono ducento cavalieri e mille fanti. I Cremonesi con tutte le lor forze, i Bergamaschi, i Pavesi ed altri popoli concorsero ad ingrossar la cesarea armata. Era già egli passato a Goito nel dì 28 di giugno, per quivi far la massa di tutta la gente[3085]. Determinò poscia col consiglio d'Eccelino, giacchè gli restavano due ossi duri, cioè Milano e Brescia, di sbrigarsi da quello che era creduto più facile, cioè da Brescia, per la cui caduta veniva poi Milano a restar bloccato da tutte le parti. E perciò mosse l'esercito alla volta di Brescia, saccheggiando e ardendo dovunque arrivava, e nel dì 3 d'agosto strinse d'assedio quella città.
Fra i popoli d'Italia portarono sempre mai i Bresciani il vanto d'essere uomini di gran valore e costanza, e questa volta ancora ne diedero un illustre saggio. Trattavasi dell'ultimo eccidio della lor patria e di sè stessi; però, dopo aver dianzi ben provveduta la città del bisognevole, senza far caso d'oste sì sterminata, si accinsero animosamente alla difesa, risoluti, se così avesse portato il caso, di vendere almeno caro le loro vite. Fece Federigo mettere in esercizio contra della città tutte le macchine allora usate per espugnar fortezze, cioè torri di legno, mangani, manganelle, trabucchi ed altre specie di petriere. Ma di queste ancora non penuriavano i Bresciani. Per buona ventura aveano essi colto un ingegnere spagnuolo, uomo di gran perizia in fabbricar macchine da guerra, che veniva di Alemagna al servigio dell'imperadore. Scoperto il suo mestiere, ed intimatagli la morte, se non soccorreva esattamente ai bisogni della città, servì loro di tutto punto. Non ignorando Federigo l'esecrabil trovato dell'avolo suo Federigo I all'assedio di Crema, anche egli, fatti venir da Cremona i prigioni bresciani, di mano in mano lifacea legare davanti alle sue macchine, affinchè gli assediati, per pietà de' lor cittadini e parenti, non osassero di tirar contra di quelle per romperle. Non restarono per questo i Bresciani di far giocare le lor macchine, nulla badando se uccidevano i propri attinenti, purchè spezzassero le macchine nemiche, od ammazzassero chi le maneggiava. Nondimeno la Cronica di Reggio[3086], cioè più antica della Bresciana del Malvezzi, ci assicura che niun male fecero a quei miseri lor concittadini; anzi, per rendere la pariglia all'imperadore, anch'essi attaccavano pe' piedi i prigioni cesarei fuori del palancato, esponendogli ai colpi delle macchine tedesche. Nè lasciavano i coraggiosi Bresciani di dare di quando in quando delle sortite con grave danno del campo imperiale. Massimamente nella notte del dì 9 d'ottobre, allorchè men se l'aspettavano i Tedeschi, s'inoltrarono tanto ferendo ed uccidendo, che lo stesso imperadore corse pericolo di restar preso. Durò questo assedio due mesi e sei giorni. Scorgendo finalmente Federigo ch'egli gittava il tempo e le fatiche, dopo aver dato il fuoco a tutte le sue macchine, si ritirò coll'armata a Cremona: avvenimento, che, quanto fu di gloria al popolo bresciano, altrettanto riuscì di vergogna all'imperadore, il cui credito cominciò a calare per questo. Secondo le Croniche di Milano[3087], si fecero nel presente anno i Milanesi rendere conto dai Pavesi della fede rotta con darsi all'imperadore. Uscirono con grandi forze addosso al territorio, guastando e bruciando; di maniera che il comune di Pavia implorò misericordia, e tornò a giurar fedeltà a quel di Milano. Non ci resta alcuna storia antica di Pavia che possa assicurarci di questo fatto. Nè ciò s'accorda con quello che fra poco dirò. Rivolsero poscia i Milanesi i loro sdegni e l'armi contra al distretto di Bergamo, dove diedero un terribil guasto. Non lasciarono di recar quel soccorso che poterono a Brescia. Anche i Piacentini[3088] inviarono mille de' lor cavalieri in aiuto de' Milanesi, e nel distretto di Lodi presero il castello d'Orio, che appresso fu distrutto. Quivi succedette una battaglia svantaggiosa ad esso popolo di Piacenza. Forse è quella che viene accennata da Alberico Monaco[3089], con dire che Guglielmo eletto vescovo di Valenza, e poi di Liegi, trovandosi di presidio in Cremona per parte dell'imperadore, co' suoi Borgognoni diede una sconfitta ai Piacentini, con ucciderne molti, e farne prigioni più di mille. In questo medesimo anno, se pure non fu nel seguente, i Pavesi colle lor milizie, e con quelle di Vercelli, Novara, Tortona ed Asti, e col marchese Lancia, vennero per terra ed acqua al Ponte Nuovo, fabbricato da' Piacentini, per distruggerlo; nel qual tempo anche i Cremonesi co' Bergamaschi si portarono a Lodi, affine, credo io, d'impedire il passo ai Milanesi. Per quanto sforzo facessero que' collegati contra d'esso ponte, avendo anche spinto barche incendiarie alla volta d'esso, a nulla servì, perciocchè i Piacentini con altre barche presero que' brulotti, e ne schivarono il danno: sicchè colle mani vote se ne tornarono i lor nemici a casa. Eransi già accorti i Padovani[3090] che il lupo era venuto alla guardia delle pecore. Eccelino ogni dì facea delle novità, imprigionando or questo or quello, e principalmente gli amici di _Azzo VII_, marchese d'Este. Perciò tutti i buoni cominciarono a spronar lo stesso marchese che volesse torre di mano ad Eccelino quella città, promettendo di dargli l'entrata per la porta delle Torreselle. Al marchese non fu discaro l'avviso, trovandosi anch'egli maltrattato nei suoi Stati da Eccelino.