Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 99
Andavano prosperando in Italia l'armi di _Litolfo_ duca di Lamagna, figliuolo del re Ottone, e già pareva che, abbattuto Berengario col figliuolo, non potesse più risorgere: quando l'improvvisa morte di esso Lidolfo troncò il filo alla fortuna e vita di lui, e fece mutar aspetto alle cose d'Italia. Donizone[2219] cel rappresenta passato da parte a parte in una battaglia dalla lancia del re Adalberto. Ma più fede merita chi il dice morto in altra maniera. _Febre correptus_, scrive Epidanno[2220] nella sua Cronica. E Froduardo[2221]: _Liudulfus Othonis filius, qui paene totam obtinuerat Italiam, obiit, sepeliturque Moguntiae apud sanctum Albanum_. Ed Ermanno Contratto[2222]: _Liutolfus dux commissa pugna Adalpertum vincit, cunctisque sibi una cum regno Italiae subjugatis, ipse eodem anno apud Plumbiam immaturo obitu vita decessit, et magno multorum luctu Moguntiae sepultus est_. Non so se qui si parli di _Plombia_ terra della diocesi di Novara. Ditmaro[2223] ci ha conservato il dì della sua morte, con iscrivere, non senza qualche differenza dagli altri scrittori circa il motivo della sua venuta in Italia: _Liudulfus regis filius, malorum depravatus consilio, rursum rebellavit, patriaque cedens, Italiam perrexit; ibique quum annum ferme unum esset, octavo idus septembris (proh dolor!) obiit. Hujus corpus a sociis ejusdem Moguntiam delatum, lugubriter in ecclesia Christi martyris Albani sepultum._ Vanno concordi questi autori in asserire seppellito il corpo del suddetto principe in Magonza, nè si oppongono a Donizone, il quale attesta che le viscere di lui ebbero sepoltura nella chiesa di san Prospero di Antognano, vicino al prato di Carpineto sul Reggiano, ma il corpo imbalsamato fu mandato in Germania al re Ottone suo padre. Facilmente s'intende ancora che la mancanza di questo principe si tirò dietro il risorgimento dei re _Berengario_ e _Adalberto_, i quali, tornati che furono i Tedeschi nelle loro contrade, dovettero senza fatica rimettersi in possesso delle città perdute. Ma si vuol aggiugnere essere corso in Italia un sospetto che Berengario avesse procurata a Litolfo la morte con quei mezzi a' quali può ricorrere solamente chi è servo dell'iniquità. _Postea vero_, scrive Arnolfo storico milanese, _pius ille Liutulfus perfidia Langobardorum fertur veneno necato._ Nelle giunte da me fatte alla Cronica del monistero di Casauria[2224] si legge uno strumento di terre concedute a livello da Ilderico abbate di quel sacro luogo ad _Attone_, ossia ad _Azzo conte_, scritto _regnantibus domno Berengario, et Adelberto filio ejus regibus, anno regni eorum in Dei nomine VII, et temporibus Teobaldi ducis et marchionis anno ejus IV, mense junii, per Indictionem XV_. Abbiamo qui assai luce per conoscere che in questi tempi era il governo del ducato di Spoleti e della marca di Camerino appoggiato a _Teobaldo_ ossia _Tebaldo_. Egli, siccome di sopra osservai all'anno 946, era figliuolo di quel _Bonifazio_ di nazione ripuaria, che era stato duca anch'esso e marchese di quelle contrade. Numerandosi qui l'_anno quarto_ del suo ducato, convien credere che nell'anno 953, o 954 mancasse di vita Bonifazio suo padre, e che egli succedesse nel governo di quegli stati. L'autore della Cronica farfense[2225] fa parimente menzione sotto questi tempi _marchionis Theobaldi, qui tunc Sabinensibus praeerat_. Nella Sabina è situato il monistero di Farfa; e la Sabina era allora compresa nel ducato di Spoleti. Abbiamo poi dalla Cronica arabica[2226], che venuto nell'agosto dell'anno precedente in Sicilia un generale moro, appellato Ammar, dopo avere svernato in Palermo, uscito di colà nella primavera, passò in Calabria. All'incontro arrivato in Sicilia Basilio ammiraglio de' Greci, vi spianò la moschea di Riva, e prese la città di Termine; e venuto alle mani con Assano moro, signore dell'isola nella valle di Mazara, misero a filo di spada molti di quegli infedeli.
NOTE:
[2219] Donizo, in Vita Mathild., lib. 1, cap. 1.
[2220] Epidannus, in Chronic.
[2221] Frodoardus, in Chronico.
[2222] Hermann. Contractus, in Chron.
[2223] Ditmarus, in Chronic., lib. 2.
[2224] Chronic. Casauriense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[2225] Chron. Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital., pag. 472.
[2226] Chron. Arab., P. II, tom. 1 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCLVIII. Indiz. I.
GIOVANNI XII papa 3. BERENGARIO re d'Italia 9. ADALBERTO re d'Italia 9.
Perchè _Ottone_ il grande re di Germania, dopo la morte di _Lodolfo_ suo figliuolo, succeduta in Italia, niuna inquietudine recasse ai re _Berengario_ e _Adalberto_, potrebbe taluno chiederlo; e si potrebbe rispondere che Berengario dovette placarlo in qualche maniera. Ne è anche un contrassegno il vedere che esso Berengario, quantunque per le ragioni vecchie, e per la venuta del suddetto Litolfo, a cui aderì tosto _Alberto Azzo_, dovesse nudrire rabbia e mal talento verso di questo bisavolo della contessa Matilda, pure il lasciò in pace, per riguardo, come si può conghietturare, ad Ottone di lui protettore. Anzi è da osservare, che se non prima, almeno in quest'anno esso _Alberto Azzo_ porta il titolo di conte, cioè di governatore probabilmente di qualche città. Ciò costa da uno strumento da me prodotto[2227], scritto _Berengarius et Adelbertus filio ejus gratia Dei reges, anno regni eorum, Deo propicio octavo, mense novembris, Indictione secunda_: indicanti l'anno presente. In esso strumento _Atto filius quondam idemque Attoni de comitatu parmense, qui professus sum ex natione mea lege vivere Longobardorum_, vende alcuni beni ad _Alberto, qui et Atto comes, consobrino meo, filius quondam Sigefredi de comitato lucensi_. Fu stipolato quello strumento _in loco insula Judiciaria parmensis_. Potrebbe essere che a questi tempi appartenesse ciò che narra l'autore della Cronica farfense. Quel tiranno e dilapidatore dell'insigne monistero di Farfa, _Campone abbate_, di cui parlammo all'anno 939, era tuttavia vivo, ed opprimeva quel sacro luogo. _Giovanni XII_ papa cominciò ad abborrirlo, _sicut et suus pater_, cioè _Alberico_ patrizio. E nol lasciando tornare al governo del monistero, creò in sua vece abbate di Farfa un certo _Adamo_, oriundo della città di Lucca, se pure non vuol dire di Lucania. Ma perchè in questi tempi per la maggior parte i monisteri di Italia, seminarii una volta di virtù, erano divenuti sentine di vizii, esso Adamo ben tosto si scoprì non da meno del suddetto Campone. _Pro publico autem stupri scelere, in quo detentus est a militibus papae Johannis, et marchionis Theobaldi, qui tunc Sabinensibus praeerat._ Per esimersi dal gastigo gli convenne alienar due corti ed altri fondi spettanti a quel monistero. Lupo protospata[2228] all'anno 955 notò che Mariano generale dei Greci venne in Puglia. Sotto quest'anno poi, oppur nel seguente, l'autore della Cronica arabica[2229] della Sicilia lasciò scritto che Assano saraceno, signore di quell'isola, _transfretavit et ivit obviam fratri suo Ammar. Et fugit coram eo Marianus Strategus, abducta tamen navi e navibus Moslemiorum._ Aggiugne appresso che quell'armata navale di Mori, nel tornare di settembre in Sicilia, andò tutta a male, e fu d'uopo farne una di nuova. Circa questi tempi _Attone_ vescovo di Vercelli, grande ornamento di quella chiesa per la sua letteratura e pietà, diede fuori il suo trattato _De pressuris Ecclesiae_, dove espone il mal trattamento che si facea dei vescovi, con permettere a tutti di accusarli, con esigere da essi che in mancanza di pruove prendessero il giuramento, ed accettassero il duello da farsi con qualche loro campione. Riconosce per canoniche e come vegnenti da Dio le elezioni de' vescovi fatte dal clero e popolo. Ma i principi poco timorati di Dio, sprezzando queste regole, volevano che la lor volontà prevalesse in eleggere i sacri pastori. E quali mai? Si rifiutavano i meritevoli eletti, e conveniva prendere i prediletti da loro, ancorchè indegni, non considerando essi il merito del sapere e della bontà de' costumi, ma solamente le ricchezze, il parentado e i servigii. E se non vendevano le chiese per denaro, le davano nondimeno in pagamento della servitù prestata da essi, o dai lor parenti alla corte. Però si vedevano fanciulli alzati al vescovato, e si obbligava il popolo a dar testimonianze favorevoli a questi sbarbatelli, che appena avevano imparato a memoria qualche articolo della fede, per potere rispondere, benchè tremando, all'esame: il quale era tuttavia in uso piuttosto per formalità, che per chiarire la scienza d'essi. Ed ecco qual fosse in questi tempi lo stato miserabile delle chiese d'Italia.
NOTE:
[2227] Antiquit. Ital., Dissert. XXVIII.
[2228] Lupus Protospata, Chron.
[2229] Chron. Arabic., P. II, tom. 1 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCLIX. Indiz. II.
GIOVANNI XII papa 4. BERENGARIO re d'Italia 10. ADALBERTO re d'Italia 10.
Era assai vecchio _Pietro Candiano III_ doge di Venezia; a questa malattia si aggiunse la grave afflizione provata per la ribellione di _Pietro_ suo figliuolo, che servì ad affrettargli la partenza da questo mondo[2230]. Non fu egli sì presto morto, che raunato il gran consiglio del popolo, dove intervennero anche i vescovi ed abbati, tutti deliberarono di voler per loro doge quel medesimo _Pietro IV_ che essi prima aveano giurato di non ammettere al loro governo. Però a gara con quasi trecento barche se n'andarono a Ravenna a levarlo, e pomposamente ricondottolo a Venezia, di nuovo il crearono doge. Accadde probabilmente in questo anno un fatto, di cui ci ha conservata una breve memoria l'Anonimo salernitano[2231]. Cioè che _Giovanni XII_ papa, il quale comandava tanto in temporale che spirituale in Roma, ebbe delle dissensioni con _Pandolfo_ e _Landolfo II_ principi di Benevento e di Capua, ch'esso istorico chiama figliuoli di _Landolfo I_, ma con errore, perchè _Pandolfo_ fu figliuolo e non fratello di _Landolfo II_, il quale fin dall'anno 943 l'avea dichiarato collega nel principato. Ora papa Giovanni _dum esset adolescens, atque vitiis deditus, undique hostium gentes congregari jussit in unum, et non tantum romanum exercitum, sed et tuscos spoletinosque in suum suffragium conduxit_. Nè i popoli di Spoleti, nè quei della Toscana erano allora sudditi del papa, e però gli dovette egli trar seco in lega. A questo avviso Landolfo principe di Benevento mise in armi tutti i suoi Capuani, ed incontanente spedì a Salerno, pregando _Gisolfo_ principe di quella terra di accorrere in aiuto suo. Venne Gisolfo con fiorito esercito e gran salmeria. Non ci volle di più per fare abortire tutti i disegni di papa Giovanni; perciocchè _dum Romani, Spoletinique et Tusci adventum principis Gisulfi reperissent, magno metu percussi, suos repetunt fines_. Aggiugne il medesimo storico, che da lì a qualche tempo papa Giovanni per suoi ambasciatori fece intendere a Gisolfo suddetto di voler contraere lega con lui. Venne Gisolfo da Salerno a Terracina, conducendo seco un nobilissimo corteggio, e colà portatosi anche il papa, stabilirono tra loro la desiderata lega. In somma dice questo scrittore salernitano, essere stato in tanto credito Gisolfo principe di Salerno, che tanto i Greci che i Saraceni, Franzesi e Sassoni si studiavano di averlo per amico, e niuno si attentava a toccare gli stati di lui. Ho io data alla luce[2232] una donazione da lui fatta alla chiesa di san Massimo, fondata in Salerno _a domino Guaiferio principe bisavio nostro_, come egli dice. Lo strumento fu scritto _in anno vigesimo quinto principatus nostri de mense aprilis, Indictione II_, cioè nell'anno presente, se quelle note furono ben copiate. Leggesi parimente nelle Antichità italiche[2233] un diploma dei re Berengario e Adalberto, dato _VIII kalendas novembris, anno Incarnationis Domini DCCCCLVIII, regni vero domnorum Berengarii atque Adalberti piissimorum regum VIIII, Indictione III. Actum Papiae._ Anche questo documento appartiene all'anno presente. Non si sa già a quale sia precisamente da riferire una lettera scritta dal soprallodato _Attone_, ossia _Azzo_ vescovo di Vercelli in questi tempi, personaggio di sacra letteratura ornatissimo, come dimostrano l'opere sue date alla luce dal padre Dachery[2234], e tanto più degno di stima, quanto più era comune allora l'ignoranza in Italia. Tutti si lamentavano, ma specialmente i vescovi, dell'aspro governo del re Berengario, e si può credere che studiassero le maniere di sgravarsene. Ora Berengario, a cui non mancavano spie, per assicurarsi della fedeltà d'essi prelati, volle obbligarli a dargli degli ostaggi. Sopra ciò Attone scrisse ai vescovi suoi confratelli (giacchè non era loro permesso di raunarsi), per udire il loro sentimento intorno a questa novità. Egli intanto giudiziosamente propone il suo con riconoscere l'obbligo della fedeltà dovuto a' suoi sovrani, ma con sostenere che non si dee far quello che non hanno fatto i predecessori; nè essere giusto l'esporre gli ostaggi a' pericoli della vita, perchè i vescovi se non si trattenessero per timore di Dio dal mancare al loro dovere, molto men se ne guarderebbero per timore di nuocere agli ostaggi. Nel catalogo dei duchi di Spoleti, posto davanti alla Cronaca di Farfa,[2235] prima dell'anno 960 si vede menzionato _Trasmundus dux_, il quale si può credere succeduto in quel ducato dopo la morte o per altra mancanza di _Teboaldo duca_ e marchese di quella contrada. All'anno 981 noi troveremo creato duca e marchese di Spoleti e Camerino un _Trasmondo_, senza potersi chiarire se sieno diverse persone, e forse l'un figliuolo dell'altro, o se pure fuor di sito avesse il Cronista farfense parlato di un Trasmondo duca verso questi tempi.
NOTE:
[2230] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[2231] Anonymus Salern., P. II. tom. 2 Rer. Ital.
[2232] Antiquit. Italic., Dissert. XXVIII.
[2233] Ibid., Dissert. II.
[2234] Atto Vercellensis, Epist. 11, in Spicileg. Dachery.
[2235] Chron. Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCLX. Indizione III.
GIOVANNI XII papa 5. BERENGARIO II re d'Italia 11. ADALBERTO re d'Italia 11.
Non ha la storia d'Italia autore alcuno da cui si possa ricavare in che consistessero gli aggravii fatti dal re Berengario a quasi tutti i principi d'Italia, ed in particolare al romano pontefice. Ch'egli ne facesse, e molti ed intollerabili, si può argomentare da quanto lasciarono scritto gli antichi storici, fra i quali Liutprando, dove racconta[2236], che _regnantibus, immo saevientibus in Italiam, et, ut verius fateamur, tyrannidem exercentibus Berengario atque Adelberto, Giovanni XII_ papa spedì per i suoi legati ad _Ottone_ il grande re di Germania _Giovanni cardinal_ diacono ed Azzone notaio, oppure archivista, con pregarlo che per amore di Dio e dei santi apostoli Pietro e Paolo volesse liberar lui e la santa Chiesa romana dalle griffe di questi due re, e rimetterla nella sua primiera libertà. Dietro ai legati pontificii arrivò in Sassonia _Gualberto_ arcivescovo di Milano, che appena vivo s'era potuto sottrarre alla rabbia di Berengario e Adalberto, protestando di non poter più sofferire la loro crudeltà, e molto men quella di _Willa_ ossia _Guilla_ moglie di Berengario, che contro le leggi ecclesiastiche volea sostenere come arcivescovo di Milano _Manasse_ arcivescovo d'Arles, il quale altronde si sa che seguitava tuttavia ad intitolarsi arcivescovo di Milano. In oltre sopraggiunse _Gualdone vescovo_ di Como, e non già di Cuma, come si pensò il padre Pagi, lamentandosi anch'egli di varie oppressioni a lui fatte dai due re suddetti e dalla regina Willa. Aggiugne Liutprando: _Venerunt et nonnulli alterius ordinis ex Italia viri, quos inter illustris marchio Otbertus cum apostolicis cucurrerat nuntiis, a sanctissimo Othone tunc rege, ut dixi, nunc augusto Caesare, consilium, auxiliumque expetens_. Lo stesso abbiamo dal Continuatore di Reginone[2237], le cui parole, rapportate ancora dall'Annalista Sassone[2238], sono le seguenti sotto quest'anno: _Legati quoque ab apostolica Sede veniunt Johannes diaconus, et Azo scriniarius, vocantes regem ad defendendum Italiam et romanam rempublicam a tyrannide Berengarii. Waltbertus etiam archiepiscopus mediolanensis, et Waldo cumanus episcopus, et Opertus marchio, Berengarium fugientes, in Saxonia regem adeunt. Sed et reliqui paene omnes Italiae comites et episcopi, literis eum autem legatis, ut ad se liberandos veniat, exposcunt._ Convien qui por mente a questo _Oberto_ marchese, indubitato ascendente della real casa d'Este, che mireremo anche diramata nella real casa di Brunsvich dominante in Germania e nella gran Bretagna. Noi vedemmo questo principe nell'anno 951, caro al re Berengario, e suo confidente. Ma Berengario, facile a farsi dei nemici, era anche più facile a perdere gli amici. Non potendo più il marchese reggere alle aspre ed ingiuste maniere di lui, ricorse anch'egli al re Ottone. Siccome si dimostrerà, questo marchese _Oberto_ non è già lo stesso che _Uberto_ figliuolo bastardo del re Ugo, e marchese di Toscana, del quale Uberto non parlano più da qui innanzi le carte antiche di Lucca. Noi troveremo il nostro _Oberto_ sotto Ottone il grande, uno de' primi personaggi nella sua corte e di tutta l'Italia; laddove _Uberto_ marchese di Toscana fu da esso Ottone cacciato in esilio.
Se mi vien chiesto di qual marca avesse allora il governo il suddetto _Oberto_, non so rispondere, per mancanza di lumi. So bene (e lo vedremo andando innanzi) ch'egli, mancato di vita circa l'anno 975, lasciò dopo di sè due figliuoli, cioè _Adalberto_ ed _Oberto II_, amendue marchesi. E questo _Adalberto_, siccome costa da uno strumento lucchese, citato dal Fiorentini[2239], e da me poi pubblicato nelle Antichità estensi[2240] vien chiamato _Adalbertus marchio, filio bonae memoriae Obberti, et nepos bonae memoriae Adalberti, qui fuit similiter marchio_. Sicchè padre di questo _Oberto_, chiamato _illustre marchese_ da Liutprando, fu un altro _marchese Adalberto_; e però, secondo i miei conti e per le osservazioni già addotte in essa opera, concorrono fortissime conietture a farci credere il padre d'esso Oberto discendente da uno dei due _Adalberti_ duchi e marchesi di Toscana, o per via di _Bonifazio_ figliuolo di _Adalberto I_, o per quella di _Guido_ o di _Lamberto_ figliuoli di _Adalberto II_ duchi anch'essi di Toscana. Sotto i re Ugo e Lottario fu perseguitata e depressa la prosapia d'essi Adalberti; ma sotto Berengario, e maggiormente poi sotto Ottone il Grande, si rialzò nella persona del mentovato marchese _Oberto_, con durar tuttavia per misericordia di Dio nelle nobilissime due case regnanti che testè ho accennato. Ora tornando ad Ottone I re di Germania, dovette ben parergli saporito l'invito a lui fatto da tanti principi di acquistare non solamente il regno d'Italia, ma anche la corona dell'imperio romano; e però in questo anno egli accudì alle provvisioni necessarie per calare con forza e decoro in Italia nell'anno vegnente. Truovasi una donazione fatta dal re Berengario alla regina _Willa_ ossia _Guilla_ sua moglie[2241], _interventu ac petitione Widonis marchionis, nostrique dilecti filii_. Fu dato quel diploma _octavo die kalendas novembris anno dominicae Incarnationis DCCCCLX, Indictione quarta regni vero domnorum Berengarii, et Adalberti regum decimo. Actum vero Papiae._ Sotto questo medesimo anno racconta il Dandolo[2242] che _Pietro Candiano IV_ doge di Venezia, insieme con _Buono patriarca_ di Grado, con _Pietro vescovo_ di Olivola, ossia di Venezia stessa, con _Giovanni vescovo_ di Torcello, e con gli altri vescovi, clero e popolo, rinnovò il decreto già fatto da _Orso I_ doge, di non far da lì innanzi mercatanzia degli servi ossia degli schiavi cristiani. Cioè da gran tempo costumavano i mercatanti veneziani di comperare dai corsari schiavoni o ungheri, dei poveri cristiani fatti schiavi, e poi li rivendevano ai Saraceni o ad altre nazioni pagane. Circa l'anno 877 fu proibito questo infame traffico dai dogi e dal clero e popolo di Venezia con pene temporali e spirituali. Ci fu bisogno ancora in quest'anno di rinnovar lo stesso divieto, con proibire nel medesimo tempo il portar lettere d'Italiani, o di Tedeschi ai Greci, o al loro imperadore, ad istanza forse del re Berengario, a cui non doveano piacere simili intelligenze. Donizone[2243], oltre all'assedio di Canossa fatto dal re Berengario, o sciolto nell'anno 946, ne racconta un altro succeduto dipoi, od intrapreso dal _re Adalberto_, ma con imbrogliare i tempi, perchè scrive essere venuto in Italia Litolfo figliuolo del re Ottone, per le cui forze restò libera Canossa. Ucciso poi, com'egli vuole, Litolfo in una battaglia, _Alberto Azzo_ signore di quella rocca scrisse immediatamente al re Ottone che scendesse in Italia, perchè questa sarebbe sua: e che Ottone
_. . . . . . confestim multos secum inde revexit_ _Italiam secum, quem pacifice petierunt_ _Cuncti Lombardi, sibi dantes oppida gratis._
Questo secondo assedio, secondo lui, durò _tempora per bina, ternos mensesque_, cioè, se so ben intendere, due anni e tre mesi. Conosce il lettore che v'ha degli sbagli nella narrativa di Donizone. Ma posto che sussista il suddetto secondo assedio, ed assedio anch'esso ben lungo, parrebbe che dovessimo crederlo incominciato nell'anno 959, e terminato nell'anno 961, allorchè un gran temporale venne dalla Germania in Italia.
NOTE:
[2236] Liutprandus, Hist., lib. 6, cap. 6.
[2237] Continuator Rheginonis, in Chronico.
[2238] Annalista Saxo.
[2239] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 4.
[2240] Antichità Estensi P. I, cap. 21.
[2241] Antiquit. Ital., Dissertat. XIX.
[2242] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[2243] Donizo, in Vita Mathild., lib. 1, cap. 1.
Anno di CRISTO DCCCCLXI. Indiz. IV.
GIOVANNI XII papa 6. BERENGARIO II re d'Italia 12. ADALBERTO re d'Italia 12.