Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 97

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La credo fattura de' secoli posteriori; potrebbe nondimeno essere che contenesse qualche verità. Che questa regina fosse imprigionata, non già nel lago di Como, ma bensì nella rocca di Garda sul lago Benaco, oggidì lago di Garda, l'abbiamo da Donizone[2153]; e pare che così porti il contesto delle sue avventure. Parimente l'Annalista sassone[2154], pubblicato dall'Eccardo, scrive che Berengario _Adeleidem XII kalendas maii captam Cumis depraedavit, et in custodia media_ (scrivi _et inedia_) _lacrymabiliter afflixit_. E leggonsi tali parole anche in Ditmaro[2155] autore più antico. Forse qui fu ricavata l'iscrizione di Treviri. Per altro falla l'Annalista sassone rapportando la prigionia di Adelaide all'anno 949, quando essa non può essere seguita se non nell'anno presente 951; perchè Berengario fu eletto re solamente nel dì 15 decembre dell'anno precedente 950, nè sì subito dovette egli mettere le mani addosso alla sfortunata regina. Ora de' mali trattamenti fatti ad Adelaide non meno da lui che da _Willa_ ossia _Guilla_ sua moglie, donna che anche da Liutprando ci viene dipinta per un vaso di tutti i vizii, ne abbiamo un buon testimonio, cioè sant'_Odilone[2156] abbate_ di Clugnì, e personaggio confidente di questa medesima santa principessa. _Postquam_, dice egli, _mortuus esset Lotharius vir ejus, honorem italici regni adeptus est quidam vir nomine Berengarius, qui habebat uxorem nomine Willam. A quibus innocens capta, diversis angustiata cruciatibus, capillis caesariei distractis, frequenter pugnis exagitata et calcibus; una tantum comite famula, ad ultimum tetris inclusa carceribus, divinitus postmodum, ordinante Deo, imperialibus est sublimata culminibus._ E la monaca Rosvida[2157], poetessa di quel secolo, che narra a lungo questa scena, attesta che Adelaide fu anche spogliata di tutte quante le sue gioie, vesti ed altre suppellettili.

Secondochè s'ha dal suddetto Donizone, per molto tempo stette confinata Adelaide con una sola damigella in fondo di una torre. Ma essendo riuscito ad un prete appellato Martino di fare una apertura nel muro di quella prigione, oppure, come altri vogliono, con una cava fatta sotterra, una notte la cavò fuori, e dopo aver vestita lei e la sua damigella da uomo, trovò un pescatore che in una barchetta li condusse tutti e tre ad una selva contigua al lago di Garda, a cui Odilone dà il nome di palude; dove fra quegli alberi o fra quelle canne si appiattarono, ma con pericolo di morir di fame, se un pescatore non avesse loro somministrato del pesce. Fu spedito il prete dalla regina ad _Adelardo vescovo_ di Reggio, in cui essa confidava non poco, per ottener soccorso; il vescovo raccomandò questo affare ad _Attone_ (lo stesso è che dire _Azzo_), il quale riconosceva in feudo dalla chiesa di Reggio la fortezza di Canossa. Convien ora sapere che questo _Azzo_, bisavolo della rinomata contessa Matilde, di cui avremo assai da parlare, era figliuolo di _Sigifredo_ appellato da Donizone

_Princeps praeclarus lucensi de comitatu;_

il quale co' suoi figliuoli si protesta di _nazione_ longobarda. Venuto Sigifredo in Lombardia, crebbe in potenza e ricchezze, ed oltre a due altri figliuoli che stabilirono due doviziose case in Parma, ebbe il suddetto _Azzo_, chiamato anche nelle vecchie carte _Adalbertus, qui et Atto_, che più de' fratelli s'ingrandì, e fra gli altri beni acquistò dal suddetto Adelardo vescovo di Reggio in feudo _Canossa_, dove fabbricò una inespugnabil fortezza. È situato questo celebre luogo nelle prime montagne del distretto di Reggio, verso il fiume Enza. Ivi s'alza ben in alto un sasso, tutto isolato, la cui sommità con buone mura e torri fortificata non avea paura nè di assalti, nè di macchine militari; e però, purchè la vettovaglia non mancasse, si rideva la guarnigion di Canossa anche delle più grandi armate. Prese _Alberto Azzo_ l'impegno di soccorrere la perseguitata regina; e messa a cavallo una mano de' suoi armati, andò con essi in persona a levar Adelaide, e condussela a Canossa. Lo attesta anche il suddetto santo Odilone con dire che _supervenit quidam clericus, qui ejus fuerat captivitatis et fugae socius, nuncians adesse exercitum militum armatorum, qui eam cum gaudio accipientes, deduxerunt secum in quoddam inexpugnabile castrum_. Scrive Donizone[2158] che Alberto Azzo diede avviso di questa sua risoluzione a papa _Giovanni_, il quale la lodò. Aggiugne aver esso Alberto Azzo trattato con _Ottone re_ di Germania per dargli in moglie Adelaide; ed essendo segretamente venuto Ottone a Verona, gliela condusse colà; ed egli, sposatala, seco la menò in Germania: il che non sussiste, siccome vedremo. Seguita poi a dire Donizone, che scoperto l'affare da Berengario, spedì l'esercito all'assedio di Canossa. E questo assedio, se vogliam credere a Leone Ostiense, durò ben tre anni[2159]. Lo stesso si legge nella Cronica della Novalesa[2160]. Di qui poi han preso motivo alcuni moderni scrittori, e fra gli altri il padre Pagi[2161], di credere assediata in quest'anno Adelaide entro Canossa, e di dire che si sono ingannati i suddetti storici parlanti di un assedio di sì lunga durata. Ma non hanno avvertito (l'avvertì bensì il Sigonio) che l'assedio di Canossa vien raccontato da Donizone come impresa fatta dappoichè il re Ottone ebbe sposata e condotta in Germania Adelaide. Però fu così ben condotta la fuga di questa regina e il suo passaggio a Canossa, che non ne ebbe sentore il re Berengario, se non dappoichè fu calato in Italia Ottone il grande. Per altro Leone Ostiense e Donizone hanno disavvedutamente confuse le circostanze dell'affare. Viveva allora papa _Agapito II_, e non già papa _Giovanni_. Le nozze di Adelaide furono celebrate in Pavia, e non già in _Verona_. Rosvida, più antica che Donizone di un secolo, neppur ella racconta che Adelaide fosse assediata in Canossa, e solamente dice che fu ricoverata da Adelardo vescovo di Reggio in una sua forte città, volendo significare Canossa, dove essa fu servita con tutto onore, finchè Ottone calò in Italia, e la fece andare a Pavia. Ora, tornando indietro, si dee mettere per cosa certa che fece gran rumore anche nella corte di Ottone il grande re di Germania la crudeltà di Berengario, e la sventura e prigionia dell'innocente regina. Bisogna eziandio supporre, come troppo verisimile, che Ottone fosse informato del luogo ove ella era celata, per avergliene scritto o ella, o il vescovo Adelardo, oppure Azzo signore di Canossa. Nè mancarono alcuni di lui cortigiani, che conoscendo di vista le rare doti di questa principessa, il consigliarono a prenderla per moglie, giacchè la regina _Editta_ sua consorte era mancata di vita cinque o sei anni prima, con aggiugnere ancora che, così facendo, egli poteva aprirsi la strada a conquistare il regno d'Italia.

Preparossi dunque per tale spedizione il re germanico. Mandò innanzi _Lodolfo_ suo figliuolo, il quale, se vogliam credere al continuatore di Reginone[2162] e all'Annalista sassone[2163], trovò dappertutto degli ostacoli e degl'incomodi, perchè niuna città o castello il volle ricevere; e tutto ciò per colpa di _Arrigo duca_ di Baviera suo zio paterno, che portando invidia agli avanzamenti del nipote, per tre anni andò facendo sapere agl'Italiani quanto si macchinava in Germania, ed alienava quanti poteva in Italia dall'amore di lui. Ma temo che si sieno ingannati questi autori in riferir tali circostanze. Certamente Rosvida[2164], istorica di questo secolo, scrive tutto il contrario, dicendo di Lodolfo:

_Perpaucis secum sociis secreto resumptis_ _Italiam petiit, fortique manu penetravit._ _Exhortans patris imperio populum dare collum;_ _Moxque redit, clarum referens sine Marte triumphum._

Calò poscia il re Ottone, fingendo (come vuole Ditmaro[2165], e dopo lui l'abbate urspergense[2166]), di fare un viaggio di divozione a Roma, e all'improvviso s'incamminò verso Pavia, che gli aprì le porte. Niuna opposizione fu fatta dal re Berengario, perchè egli solamente attese a salvarsi in un suo forte castello. Ma è ben da maravigliarsi come così accorto principe, quale era Berengario, si lasciasse cogliere sì all'impensata, e pare piuttosto da credere che il re Ottone conducesse seco un gagliardo esercito, o che tenesse di grandi intelligenze in Italia. Arrivato egli a Pavia, ed impadronitosi di quella città, fece tosto sapere alla regina Adelaide il suo desiderio di vederla, insinuandole ancora, colla giunta di molti regali, l'intenzion sua di averla per moglie. Colà portossi Adelaide, incontrata fuor della città dal suddetto duca di Baviera Arrigo, e poi ricevuta con tutto onore dal re Ottone. Sì Frodoardo[2167] come Rosvida, e gli altri antichi storiografi ci assicurano che le nozze di esso re vedovo colla giovane vedova Adelaide solennemente si celebrarono nella stessa città di Pavia. Il padre Pagi[2168], fidatosi dell'iscrizione sopraccitata di Treveri, vuol sostenere che circa il mese d'agosto seguì il loro matrimonio. Ma egli s'appoggiò ad una memoria dubbiosa, e quando pur questa contenga verità, altro non se ne può dedurre, se non che Adelaide ebbe nel dì 20 d'agosto la fortuna di salvarsi dalla prigione di Garda, e non già che in quel mese ella arrivasse al talamo del re Ottone. Che tuttavia nel dì 22 di settembre di quest'anno Berengario e Adalberto signoreggiassero in Pavia, ne fa fede un loro diploma, da me dato alla luce[2169], con queste note: _Data X kalendas octobris anno dominicae Incarnationis DCCCCLI, regni vero dominorum Berengarii atque Adalberti piissimorum regum primo, Indictione X. Actum Papiae._ Così nella Cronica di Volturno[2170] si ha un altro loro diploma dato _VI kalendas octobris anno dominicae Incarnationis DCCCCLI, regni vero dominorum Berengarii atque Adalberti piissimorum regum primo, Indictione X. Actum in plebe sancti Marini._ Che stesse pochi dì appresso ad entrare in Pavia il re Ottone, ne abbiamo il riscontro in un diploma[2171] d'esso re, dato _VI idus octobris, anno Incarnationis Domini nostri Jesu Christi nongentesimo quinquagesimo primo, Indictione decima, anno regni Otthonis regis in Francia decimosexto, in Italia primo. Actum Papiae._ Un altro simile ne esibisce il Puricelli[2172], dato nel medesimo giorno. E qui si vuol osservare che Ottone cominciò ad intitolarsi re d'Italia, quasichè Berengario e Adalberto fossero affatto decaduti dal loro diritto. Celebrò egli dipoi il santo Natale in Pavia; ed allora fu, secondo l'Annalista sassone[2173], ch'egli _cum suis fidelibus in Italia Papiae natale Domini celebravit, et celebratis juxta magnificentiam regalem nuptiis, sicque dispositis negotiis proficiscitur inde_, ec. Abbiamo dalla Cronica arabica[2174] che nel dì 2 di luglio dell'anno presente venne dall'Africa a Palermo un nuovo generale d'armi moro, appellato Saclabio, forse quello stesso che era stato nell'anno 950, oppure un suo figlio, menando seco una buona armata da valersene per terra e per mare, ed assai cammelli. Assano padron dell'isola, uniti i Siciliani con questi Africani, passò al castello di Riva, che si trovò abbandonato dagli abitanti. Assediò Geragia ma essendo osso duro, accordò pace a quel popolo, con ricevere gli ostaggi della lor fede; e fece poi lo stesso con quei di Cassana. In questi tempi, per testimonianza di Frodoardo[2175], i Saraceni, che già furono cacciati da Frassineto, tenevano occupati i passaggi dell'Alpi, di manierachè chiunque volea venire dalla Francia, o dagli Svizzeri e Grigioni, in Italia, era costretto a pagar loro una somma tassata di danaro. Aggiugne che gli _Ungheri_ in quest'anno, passando per l'Italia, arrivarono in Aquitania, dove per tutta la state commisero grandi ruberie e ammazzamenti di persone; e che poi, ripassando per l'Italia, se ne tornarono alle case loro. Non dovea già succedere passaggio alcuno di questi masnadieri, che non lasciassero dappertutto segni della loro avidità e barbarie.

NOTE:

[2146] Sillingardus, in Catalogo Episcopor. Mutinens. edito anno 1606.

[2147] Ughell., Ital. Sacr., in Episcop. Mutinens.

[2148] Antichità Estensi, P. I, cap. 15 et seq.

[2149] Sigonius, de Regno Ital., lib. 6.

[2150] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[2151] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 5.

[2152] Browerus, Annal. Trevir., lib. 9.

[2153] Donizo, in Vita Mathild., lib. 1, tom. 5 Rer. Ital.

[2154] Annalista Saxo, tom. 1 Corp. Hist. Eccard.

[2155] Ditmarus, Chronic., lib. 2.

[2156] Odilo, in Vita S. Adelheidis apud Canis.

[2157] Hrosvitha, de Gest. Oddon.

[2158] Donizo, lib. 1, cap. 1.

[2159] Leo Ostiensis, Chron., lib. 1, cap. 61.

[2160] Chronic. Novaliciense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[2161] Pagius, ad Annal. Baron.

[2162] Continuator Rheginonis, ad ann. 951.

[2163] Annalista Saxo, in Chronico.

[2164] Hrosvitha, de Gestis Oddoni.

[2165] Ditmarus, in Chron., lib. 2.

[2166] Urspergensis, in Chronico.

[2167] Frodoardus, in Chronico.

[2168] Pagius, ad Annal. Baron.

[2169] Antiquit. Ital., Dissert. LXX.

[2170] Chron. Vulturnense, P. II, tom. 1 Rer. Ital.

[2171] Tatti, Annali Sacri di Como, tom. 2.

[2172] Puricellius, Monument. Eccles. Ambrosian., num. 172.

[2173] Annalista Saxo, tom. 1 Eccard.

[2174] Chronicon Arabicum, P. II, tom. 1 Rer. Ital.

[2175] Frodoardus, in Chronic.

Anno di CRISTO DCCCCLII. Indizione X.

AGAPITO II papa 7. BERENGARIO II re d'Italia 3. ADALBERTO re d'Italia 3.

Ci ha conservata il suddetto Frodoardo una particolarità dei disegni del _re Ottone_: cioè ch'egli _legationem pro susceptione sui Romam dirigit. Qua non obtenta, cum uxore in sua regreditur._ Dovette il re Ottone tentare se _papa Agapito_ volesse concedergli la corona imperiale, giacchè al vasto regno della Germania pareva ormai aggiunto quello ancora dell'Italia. Ma fece male i suoi conti. Alberico patrizio era tuttavia padrone di Roma, nè voglia si sentiva di deporre quel manto sì luminoso. Si può credere che le risposte date colla negativa dal pontefice ad Ottone, fossero dettate dal medesimo Alberico. Truovo io il re Ottone sul principio del febbraio di quest'anno tuttavia dimorante in Pavia, dove confermò tutti i beni al monistero delle monache di san Sisto di Piacenza con un diploma[2176] dato _VIII idus februarii, anno Incarnationis Domini nostri Jesu Christi DCCCCLII, Indictione decima, anno vero domni Ottonis in Italia primo, in Francia XVI. Actum Papiae._ Ma insorsero liti in essa città di Pavia fra _Lodolfo_ figliuolo del re Ottone ed _Arrigo_ duca di Baviera fratello del medesimo Ottone, che misero di mal umore quel giovane principe. S'aggiunse ancora che egli s'indispettì non poco per le nozze del re Ottone suo padre[2177]. Era Ottone in età alquanto avanzata, nè di maschi avea se non quel figliuolo, a lui nato dalla moglie _Editta_, prima d'essere re. Concepì Lodolfo un timore, e timore anche non mal fondato, che se dal secondo matrimonio nascessero figliuoli, questi potessero disputare la successione al regno, perchè nati dal padre re. Perciò in collera partitosi da Pavia prese il cammino verso la Sassonia, dove cominciò a macchinar delle novità contra del padre. Questo accidente foce risolvere il re Ottone a tornarsene in Germania. Lasciò in Pavia _Corrado duca di Lorena_ suo genero (maritato con _Liutgarda_ sua figliuola) con sufficienti milizie per guardia di quella capitale contro i tentativi di Berengario. E, giunto in Sassonia, quivi celebrò la santa Pasqua. Ma Berengario che la sapeva lunga, non volle già impugnar l'armi contra di un re di tanta possanza, e a cui mostrava egli molte obbligazioni, per le finezze usategli in tempo del suo esilio. Mise egli il suo studio in guadagnarsi, come si può sospettare, con de' segreti regali il cuore del duca _Corrado_, governator di Pavia. Il consiglio ch'esso Corrado gli diede, fu di gittarsi alla misericordia del re Ottone. Da un principe sì magnanimo si poteva sperar tutto. Abbracciato questo parere, e preventivamente, come si può conietturare, avvertito di tal risoluzione il re Ottone, Corrado stesso condusse in Germania Berengario. Stette Berengario tre giorni senza poter ottenere udienza da Ottone: del che si offese non poco il duca Corrado, dappoichè egli con buona fede l'aveva imbarcato in questo affare. Se l'ebbe anche a male il principe Lodolfo, siccome quegli che sposava tutti gl'interessi di Corrado suo cognato. Finalmente Berengario giunse alla presenza del re Ottone; si esibì pronto a far tutto quanto piacesse alla maestà sua; e restò conchiuso che nella dieta, la qual si dovea tenere nella città d'Augusta, si terminerebbono i suoi affari, siccome in fatti avvenne. Scrive il Continuatore di Reginone[2178], seguitato dall'Annalista sassone[2179], che Berengario sulle prime _nihil de his, quae voluit, obtinuit; sed machinatione Henrici ducis fratris, vix vita et patria indulta, in Italiam rediit: unde Chunradus dux multum offensus a debita regis fidelitate defecit_. Potrebbe essere che Berengario in vigore del salvocondotto se ne tornasse in Italia colle mani vote per allora. Scrivendo poi Frodoardo[2180] che _ipse quoque Otho post celebrationem Papiam regreditur_, io non so credere questo ritorno di Ottone in Italia. Forse in vece di Otho si ha ivi da scrivere _Berengarius_. Comunque sia, Berengario e Adalberto, coll'intervenire dipoi alla dieta di Augusta, acconciarono i fatti loro col re Ottone.

Abbiamo da Vitichindo[2181] scrittore contemporaneo, e dall'Abbate Urspergense[2182] in che consistessero le cose accordate da Ottone a Berengario: cioè contentossi il re che Berengario col figliuolo seguitasse ad essere re d'Italia, ma con riconoscere da lui questo regno in feudo, e con giurargli fedeltà e suggezione. Il giuramento fu prestato solennemente in faccia di tutta la corte e di tutta l'armata: dopo di che Berengario _dimissus cum gratia et pace in Italiam remeavit_. Ditmaro[2183] aggiugne, ch'egli _reginae_ (cioè di Adelaide) _iram supplici venia placavit, bonaque cum pace patriam revisit_. E la monaca Rosvida[2184] conferma la stessa verità con iscrivere di Berengario:

_Hunc regem certe digno suscepit honore,_ _Restituens illi sublati culmina regni,_ _Ista per certe tantum sub conditione,_ _Ut post haec causis non contradiceret ullis_ _Ipsius imperio, multis (sotto pene) longe metuendis,_ _Sed seu subjectus jussis esset studiosus._ _Hoc quoque sollicitis decrevit maxime dictis,_ _Ut post haec populum regeret clementius ipsum,_ _Quem prius imperio nimium contrivit amaro._ _Qui se complendis simulans promptum fore jussis,_ _Ocyus abscessit, patriam laetusque petivit._

Finalmente Liutprando[2185] nell'anno 968 diceva al greco imperadore: _Berengarius et Adalbertus sui milites_ (vassalli) _effecti, regnum italicum sceptro aureo ex ejus manu susceperunt, et jurejurando fidem promiserunt_. E di qui ebbe principio il diritto preteso dai re di Germania sopra l'Italia. E fin allora succedette una mutazione degna di molto riguardo, cioè che il re Ottone riservò per sè le marche di Verona e di Aquileia, le quali immediatamente diede in governo ad Arrigo duca di Baviera suo fratello. Lo attesta dipoi il suddetto Continuatore di Reginone[2186], con tornare sul buon sentiero, e scrivere che Berengario col figliuolo Adalberto _regiae se per omnia in vassallitium dedit dominationi, et Italiam iterum cum gratia et dono regis accepit regendam. Marca tantum veronensis et aquilejensis excipitur, quae Heinricho fratri regis committitur._ Lo stesso viene asserito dall'Annalista sassone[2187], e da Ottone vescovo di Frisinga[2188] nella sua Cronica. Un gran capezzone in questa maniera fu posto al re Berengario; ma egli, ciò non ostante, di cattivo che era, diventò peggiore. Noi il troviamo insieme col figliuolo Adelberto nel dì 9 di settembre dell'anno presente in Pavia, ove diede un suo diploma[2189] in favore di _Ramberto abate_ d'Asti. Come se la passasse _Uberto duca_ di Toscana, figliuolo bastardo del già re Ugo, dacchè Berengario si fece arbitro, e poi anche divenne re d'Italia, niuna memoria ce lo addita. Perchè appunto in questi tempi non s'incontra il di lui nome nelle carte della Toscana, può insorgere qualche sospetto che Berengario l'avesse abbattuto, come persona di cui poco si avesse a fidare. Ma o sia ch'egli pacificamente continuasse in quel dominio, o che vi fosse rimesso dopo la venuta in Italia del re Ottone: certo è, che s'incontra memoria di lui in quest'anno in uno strumento da me renduto pubblico[2190] e scritto in Lucca _anno ab Incarnationis ejus nongentesimo quinquagesimo secundo, quinto nonas magii, Indictione decima_. Non vi compariscono gli anni del re per gl'imbrogli che erano allora in Italia. _Manifestus sum ego Uberto marchio, legem vivente saliga, bonae memoriae domni Ugoni regi._ Segno può essere questo ch'egli governasse allora la Toscana col titolo di marchese, ma da lì innanzi se ne perde la memoria. Ho io parimente data alla luce[2191] una donazione fatta al monistero di Subiaco da _Benedetto console e duca, anno, Deo propitio, pontificatus domni Agapiti summi pontificis et universalis junioris_ (cioè secondo) _papae in sacratissima sede beati Petri apostoli VII, Indictione decima, mense madio, die XXIV_. Dal che risulta che Agapito prima del dì 24 di maggio nell'anno 946 avea conseguito il pontificato romano. Da questo poi e da altri simili documenti dei papi d'allora scorgiamo che _Alberico_ lasciava ai romani pontefici l'onore d'essere nominati negli atti pubblici, come se fossero eglino i padroni di Roma e del suo ducato, quando si sa di certo ch'egli la faceva da principe assoluto nel temporale di quegli Stati.

NOTE:

[2176] Antiq. Ital., Dissert. LXV.

[2177] Ditmarus, Chronic., lib. 2. Uspergensis, in Chron.

[2178] Continuator Rheginonis, in Chronico.

[2179] Annalista Saxo, in Chron.

[2180] Frodoardus, in Chronico.

[2181] Witichindus, Histor., lib. 3.

[2182] Urspergensis, in Chron.

[2183] Ditmarus, in Chron., lib. 2.

[2184] Hrosvitha, de Gest. Oddonis.

[2185] Liutprandus, in Legationib.

[2186] Continuat. Rheginonis, in Chronic.

[2187] Annalista Saxo, in Chronico.

[2188] Otto Frisingensis, lib. 6, cap. 19.

[2189] Antiquit. Italic., Dissert. XVI, pag. 909.

[2190] Ibid., Dissert. XXII.

[2191] Antiquit. Ital., Dissert. V.

Anno di CRISTO DCCCCLIII. Indiz. XI.

AGAPITO II papa 8. BERENGARIO II re d'Italia 4. ADALBERTO re d'Italia 4.