Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 95
In questi tempi maneggiò il _re Ugo_ il matrimonio di _Berta_ sua figliuola, a lui nata da Bezola sua concubina, e giovane di bellezze rare, con ROMANO figliuolo di _Costantino Porfirogenito_ imperadore dei Greci[2087]. Allorchè questo imperadore mandò la flotta in aiuto del re Ugo, fece istanza per avere una delle di lui figliuole legittime. Di queste Ugo niuna ne avea, e però gli esibì la bastarda o spuria; nè la città di Costantinopoli la rifiutò. Ebbe esecuzione questo trattato nell'anno seguente. Ma intanto in Germania altro che nozze andava manipolando _Berengario_ marchese d'Ivrea contra del medesimo re Ugo[2088]. Fece egli più istanze al re _Ottone_ per ottenere un corpo di milizie da condur seco in Italia; ma le fece indarno, perchè non mancavano impegni e bisogni ad Ottone in casa propria; ed oltre a ciò peroravano in favore d'Ugo i regali che di tanto in tanto egli ne andava ricevendo. Trovavasi con Berengario un gentiluomo per nome Amedeo, che Liutprando chiama _apprime nobilem_, personaggio di singolar destrezza ed accortezza ornato. Questi il consigliò di rivolgere le sue speranze ai principi d'Italia, sapendo che tutti erano malcontenti del re Ugo, perchè d'ordinario non conferiva le cariche, i governi e i vescovati, se non ai figliuoli delle sue concubine e ai Borgognoni, e continuamente esiliava i nobili italiani; e pel suo aspro governo, peggio che il lupo dalle pecore, era odiato dai popoli. Si esibì egli di venir a scoprire gli animi dei principi d'Italia; e in fatti travestito da pezzente, col bordone e la tasca, sen venne in compagnia di que' poveri pellegrini che andavano per divozione a Roma. Segretamente s'abboccò con assaissimi vescovi, conti e nobili potenti dell'Italia, e spiò i lor sentimenti intorno al re Ugo, aprendosi ancora con quelli che conobbe più portati alla di lui rovina. Ma non potè sì celatamente condurre l'impresa, che non ne avesse sentore il re Ugo, siccome quegli che manteneva spie dappertutto. Volarono gli ordini di cercarne conto, ma Amedeo andava mutando abiti: si tinse con pece la bella e lunga barba, che, secondo gli usi d'allora, anch'egli portava; facea cambiar colore ai capelli; ora era zoppo, ora cieco, ora assiderato; e in una di queste figure si presentò anche al re in compagnia degli altri poveri, e ne ebbe per limosina una veste. Dappoichè ebbe terminate le sue faccende, informato delle perquisizioni che d'ordine del re si faceano alle chiuse sopra tutti i passeggieri, per istrade disastrose e fuor di mano felicemente se ne tornò in Germania, dove fece a Berengario il rapporto delle sue commissioni eseguite. Ancorchè Lupo protospata riferisca all'anno 942 la morte di _Landolfo I_ principe di Benevento e di Capua, pure Camillo Pellegrini[2089], diligentissimo scrittore delle memorie de' principi longobardi, osservò trovarsi ancora nei primi mesi di quest'anno menzione di lui negli strumenti antichi. Credesi dunque ch'egli terminasse la vita nell'anno presente nel dì 10 d'aprile. Aveva egli dichiarato nell'anno 940 suo collega nel principato _Landolfo II_ suo figliuolo, il quale, dopo la morte del padre, tardò poco a proclamar principe e collega _Pandolfo_ ossia _Pandolfo I_ suo figliuolo, che fu poi soprannominato _Capo di ferro_. Abbiamo nella storia sacra di Piacenza[2090] un diploma (non so ben dire se documento sicuro o no) di donazione fatta in quest'anno da Ugo e Lottario alla chiesa di sant'Antonino d'essa città di Piacenza colle seguenti note: _Data V idus martii, anno dominicae Incarnationis DCCCCXLIII, regni vero domni Hugonis piissimi regis XVII, Lotharii XIII, Indictione I. Actum Placentiae._ Ma dee essere _Lotharii XII_, come si scorgerà da un altro documento spettante alla medesima chiesa, e dato nel giorno _VII idus martii_ del 945. Nè è da credere che il re Ugo, come si legge in questo diploma, desse il titolo d'imperadore a _Lottario_ avolo suo materno, seppellito in essa chiesa di sant'Antonino con dire: _Pro Dei amore et animae avii nostri Lotharii imperatoris, cujus corpus infra basilicam sancti Antonini martyris humatum quiescit_. Sapeva Ugo che l'avolo suo Lottario era stato solamente re della Lorena e non mai imperadore. Vedesi presso il suddetto Campi una donazione fatta da _Bosone_ vescovo di Piacenza e figliuolo bastardo del re Ugo alla chiesa di san Fiorenzo in Fiorenzuola con queste note: _Hugo et Lothario filio ejus, gratia Dei reges, anno regni eorum Hugonis, Deo propitio, septimodecimo, Lotharii vero tertiodecimo, VII die mensis junii, Indictione prima_, cioè nell'anno presente.
NOTE:
[2087] Liutprandus, lib. 5, cap. 5.
[2088] Idem, ibidem, c. 8.
[2089] Peregrinus, Hist. Princip. Langobard.
[2090] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.
Anno di CRISTO DCCCCXLIV. Indiz. II.
MARINO II papa 3. UGO re d'Italia 19. LOTTARIO re d'Italia 14.
Non lasciavano gli Ungheri il favorito lor mestiere d'infestar colle scorrerie, saccheggi e stragi tutti i paesi circonvicini, ora comparendo addosso ai Greci, ora in Germania e Francia, e talora ancora in Italia. Circa questi tempi, per testimonianza di Liutprando[2091], il _re Ugo_ per levarsi d'addosso questo flagello che si facea troppo spesso sentire in Italia, stabilì pace con loro, comperandola nondimeno con _dieci moggia di danari_, seppur non è una esagerazione di quello storico. Si obbligarono costoro di uscir d'Italia, e di non ritornarci più, con dare ostaggi della loro promessa. Ugo con sì belle parole rappresentò loro il gran bottino che farebbono in Ispagna, paese dovizioso ed intatto, che con una guida loro data da esso re presero la strada a quella volta. Sperava Ugo che non tornerebbono mai più indietro; ma costoro essendosi trovati in cammini aspri e senz'acqua, per timore di morire di sete, dopo aver dato delle buone coltellate alla guida, di nuovo comparvero in Italia, da dove poi passarono in Ungheria[2092]. Intanto si effettuarono le nozze di _Berta_ figliuola del re Ugo con _Romano_ figliuolo dell'imperador greco _Costantino_, giovane di quattordici anni. Per attestato del Continuator di Teofane[2093], fu spedito a levarla in Lombardia _Pascalio_ protospatario e duca della Lombardia, cioè degli stati che i greci Augusti possedevano nel regno oggidì appellato di Napoli. _Sigefredo_ vescovo di Parma fu scelto dal re per condottiero della figliuola alla corte di Costantinopoli, dove arrivò nel mese di settembre, seco portando un superbissimo treno di giocali e regali. Secondo il costume de' Greci, fu mutato a questa principessa il nome di _Berta_ in quello d'_Eudossia_, oppure d'_Eudocia_; e scrivono che dopo cinque anni ella mancò di vita con fama che il marito non l'avesse mai toccata. Abbiamo nell'Italia sacra[2094] uno strumento di dotazione, fatta da _Eudo_ vescovo di Camerino della chiesa di santa Maria nel castello di Santa Severina, che ci dà cognizione di una particolarità non altronde a noi nota. Fu scritta quella carta _anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi DCCCCXLIV, regnante domno Hugone nonodecimo anno, et filio ejus Lothario quinctodecimo, excellentissimis regibus, temporibus Huberto filio ejus inclito marchioni atque piissimo duci anno secundo per Indictione tertia, civitate Camerina_. Manca il mese; ma l'_indizione III_ indica alcuno degli ultimi quattro mesi dell'anno presente. Forse invece dell'_anno XV_ di Lottario sarà stato ivi _anno quartodecimo_. Di qui noi impariamo che, non contento il re Ugo di aver creato _Uberto_, suo figliuolo bastardo, conte del sacro palazzo, e marchese e duca della Toscana, gli conferì ancora nell'anno precedente 943 il ducato di Spoleti e la marca di Camerino, con profusione di grazie sopra la medesima persona. Adunque _Sarlione_ o _Sarilone_, che già vedemmo in possesso di quelle contrade, dovea essere o morto, o incorso nella disgrazia del re Ugo (cosa ben facile sotto un sì sospettoso regnante), ed avere perduto que' governi. Viene accennata sotto quest'anno dal padre Mabillone[2095] una bolla di papa _Marino II_ confermatoria di tutti i privilegii e beni del celebratissimo monistero di Monte Casino. Essa fu scritta _in mense januario per Indictionem secundam. Datum XII kalendas februarii, anno, Deo propitio, pontificatus domni nostri Marini summi pontificis_, ec. _secundo in mense januario, Indictione secunda._ Un'altra simil bolla in favore del monistero di san Vincenzo del Volturno si legge nella Cronica d'esso monistero[2096] _in mense martio, Indictione secunda, anno pontificatus domni Marini summi pontificis secundo_. Nella stessa Cronica abbiamo la confermazione dei beni spettanti al monistero suddetto nel ducato di Napoli, scritta _imperante domno nostro Constantino magno imperatore anno XXXVI, sed et Romano magno imperatore anno XXIII, die prima mensis februarii, Indictione secunda, Neapolim_. Queste note, indicanti, per cagion dell'indizione, l'anno presente, non si accordano con gli anni che dal Du-Cange[2097] e dal padre Pagi[2098] sono attribuiti a _Costantino Porfirogenito_ e a _Romano Lecapeno_. Nè corrispondono a quelle d'altri documenti della medesima Cronica. Ma di qui almen ricaviamo che durava in Napoli la sovranità de' greci Augusti; ed essere stato allora principe e duca di quella illustre città _Giovanni_ col figliuolo _Marino_, creato anch'esso duca, siccome fan fede le seguenti parole: _Nos Johannes in Dei nomine eminentissimus consul et dux pro vice nostra, quam et pro vice Marini ducis filii nostri, qui infra aetatem esse videtur_.
NOTE:
[2091] Liutprandus, lib. 5, cap. 8.
[2092] Idem, ibid., cap. 9.
[2093] Continuat. Theophan., n. 46, in Roman. Lecap.
[2094] Ughell., Ital. Sacr., tom. 1 in Episcop. Camerin.
[2095] Mabill., Annal. Benedict., lib. 44, § 63.
[2096] Chronicon Volturnense, P. II, tom. I Rer. Ital.
[2097] Du-Cang., Famil. Byzant.
[2098] Pagius, ad Annales Baron.
Anno di CRISTO DCCCCXLV. Indizione III.
MARINO II papa 4. UGO re d'Italia 20. LOTTARIO re d'Italia 15.
Fecero i due re, stando quest'anno in Pavia, donazione di una corte alla chiesa di sant'Antonino di Piacenza. Il diploma che si può leggere presso il Campi[2099], fu scritto _V idus martii, anno dominicae Incarnationis DCCCCXLV, regni vero domni Hugonis piissimi regis XIX, Lotharii vero XIV, Indictione tertia. Actum Papiae._ Camminano egregiamente queste note. Dice ivi il re Ugo che quella corte _nobis obvenit per cartulam donationis ab Ardingo venerabili mutinensis ecclesiae episcopo_. Questo _Ardengo_ vescovo di Modena non fu conosciuto dal Sillingardi, nè dall'Ughelli, e però si dee riporre nel catalogo dei vescovi modenesi fra _Gotifredo_ e _Guido_. Nei diplomi di Berengario imperadore si vede che un _Ardengo_ vescovo fu suo arcicancelliere sino all'anno 921. Quando questi non fosse stato vescovo di Brescia, dovrebbe tenersi per quel medesimo Ardengo vescovo di Modena, di cui si fa menzione in questo diploma. Leggesi ancora un altro diploma[2100] di essi re, scritto _IIII nonas martii_ coll'altre suddette note; come ancora un placito[2101], tenuto in Reggio _sextodecimo kalendas aprilis_, colle medesime note. Abbiamo poi presso l'Ughelli[2102] una conferma di beni fatta nella metà d'agosto da essi re ai canonici di Vercelli, _idibus augusti anno Incarnationis dominicae DCCCCXLV, regni vero domni Hugonis XX, Lotharii vero XV, Indictione III_: documenti che tutti servono a farci conoscere l'epoche di questi re cominciate negli anni 926 e 931. Fin qui aveva tenuto saldo la fortuna e la politica del re Ugo, ma finalmente tutto andò in fascio. Le iniquità non poche da lui commesse, il tirannico suo governo, l'avarizia, per cui aggravava forte i popoli, il non fidarsi degli Italiani che il contraccambiavano col non fidarsi punto di lui, e il conferire i posti ai soli stranieri, a' quali anche con facilità li levava, furono le cagioni ch'egli fu rovesciato dal trono[2103]. Con poche truppe calò dalla Suevia _Berengario marchese d'Ivrea_ il sospirato da tutti, perchè da tutti creduto ch'egli solo potesse liberar l'Italia dall'odiato re Ugo. Venne dalla parte di Trento. Da _Manasse arcivescovo_ d'Arles, che aveva ingoiato ancora i vescovati di Trento, Verona e Mantova, e governava inoltre la marca di Trento, era stato posto per castellano d'una fortezza chiamata Formigara un cherico suo fido per nome Adelardo. Con questo cherico abboccatosi Berengario, s'impegnò di fare arcivescovo di Milano esso Manasse, qualora egli esser volesse in aiuto suo, e di dare ad esso Adelardo il vescovato di Como. Prese l'esca l'ingrato ed ambizioso Manasse, e non solamente cedette a Berengario quella fortezza, ma cominciò anche a far grandi maneggi per tutta Italia in favore di lui. Corse ben presto per le città di Lombardia la fama dell'arrivo di Berengario. _Milone conte_ di Verona, che, chiamato alla corte dal re Ugo per sospetti, era segretamente osservato dalle guardie, fingendo di non avvedersene, diede ad esse una lauta cena; e quando vide ognuno ben abborracciato ed immerso nel sonno, con un solo scudiere scappò. Giunto a Verona, fece immantinente saperlo a Berengario, e il ricevette in quella città. A Milone tenne dietro _Guido vescovo_ di Modena, che, allettato dalla promessa di un buon boccone, come dice Liutprando, _maxima illa abbatia Nonantula, quam et tunc acquisivit, animatus_, si ribellò, e col suo credito si tirò dietro una gran folla d'Italiani. A questo avviso accorse il re Ugo coll'esercito, e pose l'assedio a Vignola, castello d'esso vescovo, e (mi sia lecito il dirlo) patria mia. Anche oggidì ha questa terra, presso il fiume Panaro, una forte rocca con tre alte torri; e dovea anche allora essere luogo ben fortificato, perchè, per quanti sforzi Ugo facesse, non potè espugnarlo. Nel testo stampato di Liutprando scorrettamente si legge _Niveola_. Ha da essere _Vineola_, e così hanno i manoscritti.
Mentre il re Ugo attendeva a questo assedio, invitato Berengario dall'arcivescovo _Arderico_, se n'andò a Milano, dove a gara, abbandonato Ugo, concorsero i potenti Italiani, tutti per ismugnere da lui qualche governo, o podere, o monistero, o vescovato. Berengario, allora poverissimo, con larga mano a chi prometteva, a chi dispensava la roba non sua, studiandosi di contentare chiunque si dichiarava per lui. Quantunque restasse in sì gran burrasca assai costernato l'animo del re Ugo, pure corso a Pavia, prese il buon partito[2104] d'inviare il figliuolo _Lottario_ a Milano, per pregare non solamente Berengario, ma il popolo tutto, che se loro non piaceva di avere più per re esso Ugo, almeno per amore di Dio tenessero per re il suo giovinetto figliuolo, che nulla avea loro fatto di male, e che essi potrebbono allevare e governare come meglio loro piacesse. Fece tal impressione e compassione nella dieta di Milano la presenza ed umiltà di Lottario, prostrato davanti alla croce, che corsi ad alzarlo, il proclamarono di nuovo loro re e signore. In questo mentre non credendosi il re Ugo sicuro, uscì di Pavia con tutto il suo immenso tesoro, e s'inviava verso le Alpi per uscire d'Italia: quand'ecco gli giugne avviso che erano contenti gl'Italiani di averlo tuttavia per re. Venne questa inaspettata risoluzione dall'accorto Berengario, come poi si seppe, non piacendo a lui che Ugo portasse oltre a' monti tanta copia di oro e d'argento, con cui avrebbe potuto tirar in Italia i Borgognoni ed altri popoli, per riacquistar colla forza il perduto regno. Era in questi tempi vescovo di Brescia _Giuseppe_, prelato giovane d'età, vecchio di costumi. Berengario, che faceva già parlar di sè tutta l'Italia (avvisandosi ciascuno di mirare in lui un nuovo Davidde, un nuovo Carlo Magno), cominciò ben tosto a farla da tiranno. Senza motivo alcuno, senza consiglio de' vescovi, tolse a Giuseppe quella chiesa, e conferilla ad _Antonio_, che la tenne fin l'anno 960. Tuttochè con giuramento avesse promesso al soprammentovato _Adelardo_ il vescovato di Como, pure per amore dell'arcivescovo di Milano lo conferì ad un certo _Waldone_, che, per testimonianza di Liutprando, fece un mondo di mali in quella diocesi con saccheggi delle campagne, con acciecamenti di varie persone; e ad _Adelardo_ diede la chiesa di Reggio. Fu vicino ancora a cacciar dalle loro sedie _Bosone_ vescovo di Piacenza, figliuolo spurio del re Ugo, e _Liutfredo_ vescovo di Pavia; ma guadagnato segretamente con oro da essi, mostrò di lasciarli per amore di Dio in pace. Queste sue sregolate processure le racconta in un fiato Liutprando, ma io non farei la sicurtà che tutte succedessero in questi tempi. Anzi quando sussistesse uno strumento di _Adelardo_ vescovo di Reggio, da me pubblicato[2105], e scritto _anno domni Hugonis serenissimi regis XIX Lotharii vero filii ejus similiter rex XIV kalendis januarii, Indictione II_, (non so bene, se spettante all'anno 943, o 944, perchè v'ha del difetto in queste note) traballerebbe l'asserzione di Liutprando intorno alla persona d'esso Adelardo, oltre al sapersi da Donizone[2106], che _Adelardo_ fu amicissimo di _Adelaide_ moglie del re Lottario, e l'aiutò contra di Berengario. Scrive sotto quest'anno Frodoardo:[2107] _Hugo rex Italiae regno depulsus a suis, et filius ipsius in regnum susceptus est_. Ma che restasse tuttavia in Italia per qualche tempo con titolo di re esso Ugo non se ne può dubitare, e lo confessa dipoi lo stesso Frodoardo.
NOTE:
[2099] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.
[2100] Antiquit. Ital., Dissert. VIII.
[2101] Ibidem, Dissert. IX.
[2102] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4, in Episcop. Vercellens.
[2103] Liutprandus, Hist., lib. 5, cap. 12.
[2104] Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 13.
[2105] Antiq. Ital., Dissert. LXII.
[2106] Donizo, in Vit. Mathild., lib. 1.
[2107] Frodoardus, in Chronico.
Anno di CRISTO DCCCCXLVI. Indiz. IV.
AGAPITO II papa 1. UGO re d'Italia 21. LOTTARIO re d'Italia 16.
Sotto il presente anno scrive Frodoardo[2108]: _Hugo rex Italiae a suis in regnum recipitur_: il che ci può far credere che succedesse sul principio di quest'anno parte di quello ch'io ho raccontato nel precedente. Aggiugne poco dappoi quello storico: _Marinus papa decessit, et pax inter Albericum patricium et Hugonem regem Italiae depaciscitur_. Certo è che papa _Marino II_ fu chiamato da Dio a miglior vita in quest'anno, ed ebbe per successore nella cattedra di san Pietro _Agapito II_ di nazione romano. Quel _depaciscitur_ vuol dire in buon latino che seguì finalmente pace fra il _re Ugo_ ed _Alberico patrizio_, ossia principe di Roma; perciocchè Ugo, veggendosi omai ridotto in basso stato, lasciò andar le vecchie pretensioni, e convertì per forza in amicizia la nimistà fin qui sostenuta con Alberico suo genero; ma senza pro. Imperocchè gli Italiani, secondo l'attestato di Liutprando storico[2109], lasciarono bene il titolo di re ad esso Ugo e Lottario, ma coi fatti neppur li consideravano come conti. All'incontro Berengario riteneva bensì il nome di marchese d'Ivrea, ma presso di lui stava tutto il potere e l'autorità regale. Questo suo ascendente e un'aria di gran cortesia, accompagnata da un credito di molta liberalità, furono le cagioni che i genitori d'esso Liutprando, di nazione Pavese, giudicarono rara fortuna il poter accomodare ai servigii di lui il figliuolo, allora assai giovane, ma di buon talento, amator delle belle lettere, e perito nella lingua latina e greca. Bisognò nondimeno comperar con immensi regali il di lui impiego, consistente nell'essere segretario delle lettere d'esso Berengario. _Ei ad serviendum_ (dice egli) _me tradunt: cui etiam immensis oblatis muneribus, secretorum ejus conscium, ac epistolarum constituunt signatorem._ Ma del suo lungo e fedel servigio mal pagato ben fu col tempo il misero Liutprando; e però non cessa d'inveire contra d'esso Berengario e di _Willa_ ossia _Guilla_ sua moglie, ch'egli ci vuol anche far credere adultera, secondo il consueto tenore della sua penna. Peggio ancora ne avrebbe detto, se avesse continuata la sua storia, e se questa fosse a noi pervenuta intera.
Qualche mutazione dovette seguire in questi tempi nel ducato di Spoleti e nella marca di Camerino, se non c'inganna il catalogo dei duchi di Spoleti[2110], posto avanti alla Cronica di Farfa, dove leggiamo: _Anno DCCCCXLVI Bonefatius et Thebaldus duces_: il che sembra indicare che non più signoreggiasse ivi _Uberto_ figlio del re Ugo, ma bensì _Bonifazio_ e _Tebaldo_ suo figliuolo. Lo stesso autore di quella Cronica, dopo aver narrata la morte di _Alberico principe_ di Roma, avvenuta nell'anno 954, fa menzione _marchionis Thebaldi, qui tunc Sabinensibus praeerat_. E in un altro catalogo degli abati di Farfa è registrato _Radfredus presbyter et abbas temporibus Hugonis regis, et Hlotharii filii ejus, et Theobaldi ducis_. Seguita poi, _Campo presbyter et abbas temporibus Hugonis et Hlotharii filii ejus regum, et domni Leonis papae, et Bonifacii et Thebaldi filii ejus ducum_. Pertanto abbiamo bastevol fondamento di credere, che non piacendo al marchese _Berengario_ tanto accrescimento di potenza in _Uberto_ figliuolo bastardo del re Ugo, il quale al ducato della Toscana aveva aggiunto quello di Spoleti e la marca di Camerino, facesse in maniera ch'egli si contentasse del primiero, e fosse creato _Bonifazio_ duca e marchese di Spoleti e di Camerino. Ebbe questo Bonifazio un figliuolo appellato _Teobaldo_, il quale abbiam già detto trovarsi duca e marchese di quelle contrade nell'anno 954. Di sopra, all'anno 893, ci comparve mentovato da Liutprando[2111] un _Ubaldo_ padre di quel Bonifazio, _qui post nostro tempore Camerinorum, et Spoletinorum extitit marchio_. Similmente fu da noi trovato all'anno 923 in aiuto del re Rodolfo questo _Bonifazio_, scrivendo il medesimo Liutprando[2112]: _Dederat rex Rodulfus Waldradam sororem suam, tam forma, quam sapientia, quae nunc usque superest, honestam matronam, conjugem Bonifacio comiti potentissimo, qui nostro tempore Camerinorum ac Spoletinorum extitit marchio._ Si può ora chiedere in qual tempo questo _Bonifazio_ conseguisse le marche di Spoleti e di Camerino. Tengo io per fermo che solamente nell'anno presente, e ciò per le ragioni da me addotte nelle Antichità italiche[2113]. Quivi ancora ho fatto conoscere che questo medesimo Bonifazio fu di _nazione ribuaria_, e si può credere che fosse suocero del suddetto _Uberto_ marchese di Toscana. Per attestato di san Pier Damiano[2114], _Ubertus marchio, pater Hugonis marchionis_ (di Toscana) _filius naturalis regis Hugonis, Guillam majoris Bonifacii marchionis filiam conjugali sibi foedere copulavit._ Chiama egli _Bonifazio maggiore_ il soprannominato Bonifazio marchese di Spoleti e di Camerino, perchè vedemmo che un suo nipote chiamato anch'esso _Bonifazio_ fu poi marchese (e probabilmente di Camerino) nell'anno 1009, e questi, secondo san Pier Damiano, doveva essere _Bonifazio minore_.