Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 93
Un'altra più sonora ne fece in quest'anno il re Ugo. Vedemmo costituito duca di Toscana per via d'iniquità _Bosone_ fratello del medesimo re. Aveva egli per moglie Willa, donna nobile di Borgogna, avidissima di accumular danaro o per diritto o per rovescio. Per paura di lei s'erano ridotte le nobili donne di Toscana a dismettere tutti i loro ornamenti, essendo pericoloso il portarne. Nessun maschio, quattro femmine bensì aveva essa partorito al marito, una delle quali, _Willa_ anche essa di nome, fu maritata con _Berengario_ figliuolo di _Adalberto marchese_ d'Ivrea, cioè con quello stesso che vedremo a suo tempo re d'Italia. Per quanto ne scrive Liutprando[2023], pervenne all'orecchio del re Ugo che Bosone, ad istigazion della moglie, macchinava contra di lui delle novità. Chi sa nondimeno che quella volpe non fingesse ancor questi delitti nel fratello, per far passare il ducato della Toscana in un suo proprio figliuolo, siccome in fatti avvenne? Liutprando poi volea male a _Willa_. Studiò pertanto e trovò la maniera di imprigionar Bosone; lo spogliò anche di tutte quante le ricchezze sue, ed ordinò che _Willa_ sua moglie, come origine dei falli del marito, fosse ricondotta in Borgogna. Sopra tutto faceva il re l'amore ad un pendone assai lungo e largo, tutto gioiellato, che Bosone soleva portare. Questo non si trovò fra lo spoglio di lui. Ciò inteso dal re, diede ordine che si usasse ogni maggior diligenza per rinvenirlo; e se non compariva, che si cercasse anche sotto i panni di Willa. In fatti osservato che pendeva una fibbia di sotto le natiche di Willa assisa sul cavallo, una delle guardie con galanteria le fece partorire il pendone. Liutprando, umor buffone, mette in bocca di quella guardia delle piacevoli parole intorno a questa scoperta. Dopo la caduta di Bosone, di cui non sappiamo cosa divenisse, fu dato dal re Ugo il ducato di Toscana ad _Uberto_ figliuolo suo bastardo, a lui partorito da Waldelmonda una delle sue concubine, giacchè questo piissimo re agli altri suoi vizii univa ancor quello di mantenerne molte alla turchesca. Al placito tenuto in Pavia nell'anno precedente, e da me accennato di sopra, oltre ad _Azzone_ rinomato vescovo di Vercelli, e a _Baterico_ vescovo d'Ivrea, intervenne ancora _Ubertus illustris marchio, et filio, idem domni Ugoni piissimi regis_. Sicchè egli portava già il titolo di _marchese_, e dovea governar qualche marca. E se non ci fosse l'autorità di Francesco Maria Fiorentini[2024], che ci assicura trovarsi in una carta lucchese tuttavia Bosone duca in Toscana _nel dì sei di luglio del 936_, si sarebbe potuto sospettare che nel precedente anno fosse accaduta la disgrazia di Bosone, e divenuto duca ossia marchese di Toscana Uberto. Ma abbiamo qui concorde anche Frodoardo[2025], che sotto quest'anno scrive: _Hugo rex repertis quibusdam fratris sui Bosonis contra se, UT FERTUR, insidiis, eumdem fratrem suum dolo capit, atque in custodia mittit._ Sul principio di luglio dell'anno presente mancò di vita _Arrigo re_ di Germania, principe per le sue molte virtù e per varie segnalate vittorie glorioso nella storia, che ebbe per successore in quel regno un figliuolo più glorioso del padre, cioè _Ottone il grande_, di cui avremo non poco da favellare nel progresso di questi Annali. Fra le carte del monistero vulturnense[2026] una se ne legge, scritta _regnante domno Ugo rex gratia Dei in Italia in anno XI, et Lotharius rex filius ejus insimul cum eo in anno V, et vigesimo die mense julii per Indictionem nonam. Actum in Marsi._ Erano i Marsi nel ducato di Spoleti, e però quivi si contavano gli anni del re d'Italia. Nel presente anno fu scritta quella carta, ma i copisti han guaste alquanto le note, cioè s'ha da scrivere _anno V Lothario_, essendo certo che Lottario prima del mese di luglio dell'anno 931 avea conseguita la dignità regale.
NOTE:
[2013] Frodoardus, de Roman. Pontificib.
[2014] _Di Marozia._
[2015] _Al re Ugo._
[2016] _Quinctum._
[2017] Frodoardus, in Chron., tom. 2 Rer. Fran. Du-Chesne.
[2018] Mabill., in Annal. Benedictin., lib. 43.
[2019] Antiquit. Ital., Dissert. XXVIII.
[2020] Frodoardus, in Chronico.
[2021] Mabill., Saecul. V Benedict., in Vita S. Odonis, lib. 2.
[2022] Liutprandus, lib. 4, c. 1.
[2023] Liutprandus, lib. 4, cap. 1.
[2024] Fiorentini, Memor. di Matilde.
[2025] Frodoardus, in Chronico.
[2026] Chronic. Vulturnens., P. II, tom. 1. Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCXXXVII. Indiz. X.
LEONE VII papa 2. UGO re d'Italia 12. LOTTARIO re d'Italia 7.
Fu quest'anno funestissimo alla Campania; perciocchè, secondo l'attestato di Leone Ostiense[2027], _Indictione decima, venientes innumerabiles Hungari super Capuam, omnia in circuitu ipsius depraedati sunt. Similiter etiam Beneventi fecere, usque Sarnum et Nolam discurrentes et devastantes omnia; cunctamque Liburiam peragrantes, iterum Capuam reversi per duodecim dies in Campo Galliano commorati sunt._ Fecero prigioni molti degli uomini sudditi del monistero di Monte Casino, per riscattare i quali convenne ai monaci d'impiegar molti sacri arredi e vasi d'argento della lor chiesa. Gonfii que' Barbari dal non trovare opposizione alcuna alle loro rapine, si avanzarono entro al paese de' Marsi, commettendo anche ivi incendii e saccheggi. Ma i Marsi uniti coi Peligni gli aspettarono in agguato ad un sito, e piombando loro addosso, quasi tutti li misero a fil di spada, con levar loro tutto il copiosissimo bottino dianzi fatto. Pochi di que' masnadieri ebbero la fortuna di sottrarsi alle loro spade e di tornarsene al loro paese. Lupo protospata[2028] mette questa irruzion degli Ungheri all'anno precedente 936. Se più a lui che all'Ostiense s'abbia a credere, non saprei dirlo. Vero è che da Frodoardo, da Witichindo e da alcuni altri scrittori si sa che in questo medesimo anno un nuvolo d'Ungheri, passati per la Baviera, diedero un terribil guasto all'Alsazia e a tutto il regno della Lorena con arrivar fino all'Oceano. Ed Ermanno Contratto scrive[2029] _che anno dominicae Incarnationis DCCCCXXXVII, Ungari Franciam, et Alemanniam, et Galliam usque ad Oceanum, Burgundiamque devastantes, per Italiam redierunt._ Ma non c'è apparenza alcuna che gli Ungheri guastatori delle provincie oltramontane venissero fino a Capua con un giro sì lungo. Quei, passando per l'Italia, se ne tornarono sani e salvi al lor paese: laddove gli altri che saccheggiarono la Campania e Benevento lasciarono per la maggior parte la vita in quelle contrade. Però diverse dovettero essere le brigate degli uni e degli altri. Lascerò ch'altri decida se a questo anno, oppure al precedente, appartenga un giudicato di Capua, riferito nella Cronica del monistero vulturnense[2030], e scritto _vigesimo septimo anno imperii domni Constantini imperatoris, et XXXVI anno principatus domni Landulfi gloriosi principis, et XXVII anno principatus domni Atenulfi eximii principis, mense septembri, Indictione X._ Ne fo io menzione, affinchè dagli anni di _Costantino VIII_ imperadore de' Greci, registrati ne' documenti di Capua, si riconosca che doveva essere ristabilita la pace fra la corte imperiale di Costantinopoli e i principi di Benevento e Capua, cioè di _Landolfo_ ed _Atenolfo_. Arrivò in quest'anno al fine de' suoi giorni _Rodolfo II_, re di Borgogna, quel medesimo che era stato re di Italia, attestandolo Frodoardo[2031], il Continuatore di Reginone[2032], Ermanno Contratto[2033] ed altri. Lasciò dopo di sè _Corrado_ suo figliuolo, che gli succedette nel regno, e _Adelaide_ figliuola, di cui parleremo all'anno seguente. Presso il padre Tatti[2034] abbiamo un privilegio conceduto nella città di Como dai re _Ugo_ e _Lottario_ ad _Azzone vescovo_ di quella città, in cui compariscono queste note cronologiche: _Datum XVII kalendas julii anno dominicae Incarnationis DCCCCXXXVII, domni Hugonis piissimi regis XI, Lotharii vero filii ejus item regis VII, Indictione X. Actum Cumis civitate._ Questo documento, diversamente dall'allegato nell'anno precedente, ci fa riconoscere già creato re il giovane Lottario nel dì 15 di giugno dell'anno 931. Secondo me, in quel della Cronica del Volturno, e non in questo, v'ha dell'errore. Abbiamo dalla Cronica arabica[2035] che continuavano in Sicilia le dissensioni e sedizioni fra i Cristiani e Mori. Quivi è notato che nel presente, oppur nel susseguente anno, il popolo di Gergenti si rivoltò contra di Salem generale del re dell'Africa in quell'isola. Adunò questi un'armata, e passò ad assediare Osra. Colà ancora accorsero con tutte le loro forze gli Agrigentini, e misero in rotta il nemico esercito; e di là passarono fin sotto Palermo, con dare a quella città varii assalti. Ma usciti i Mori coi Palermitani, comandati dal generale Salem, sbaragliarono gli assedianti, e buon pro a chi ebbe migliori gambe. Era in questi tempi console e duca di Napoli _Giovanni_. Da un'altra Cronica arabica di Abulphedà[2036] si ricava che nell'anno 936 _Amiras Siciliae, qui dicitur Salem, multis molestiis et injiuriis vexavit Siculos, ita ut Agrigentini coacti sint expellere milites regis. Tum rex Africae misit exercitum circumseditque civitatem. Agrigentini vero petierunt succursum ab imperadore Constantinopolis, qui statim eis allegavit praesidium. Perduravit adhuc obsidio usque ad annum 329 aegirae_ (_Christi vero 940_). Credesi che in quest'anno ad _Ilduino arcivescovo_ di Milano defunto succedesse _Arderico_ canonico milanese. Arnolfo storico racconta[2037] che desiderando il re Ugo di mettere in quella sedia un suo figliuolo (creduto da me quel _Teobaldo_ di cui fa menzione Liutprando), nè potendo per la di lui poca età ottener l'intento, fece eleggere arcivescovo questo Arderico, uomo vecchio, per isperanza che tardasse poco ad uscire di vita. Scorgendo poi ch'egli non avea gran fretta d'imprendere quel viaggio, fece in una dieta di Pavia attaccar lite dai suoi coi Milanesi, per levar dal mondo con questa frode l'arcivescovo. Ma Arderico ebbe la fortuna di salvarsi. Restaronvi nondimeno morti novanta nobili milanesi; e il re Ugo dipoi per penitenza diede alla chiesa di Milano la badia di Nonantola posta sul modenese, _quae propter nonaginta sui juris curtes sic vocata perhibetur_. Questo si può credere un tessuto di fole, mischiato di qualche verità. Indubitata cosa è che la ricchissima badia di Nonantola fu formata e magnificamente dotata due secoli prima di questo.
NOTE:
[2027] Leo Ostiensis, in Chron. lib. 1, cap. 55.
[2028] Lupus Protospata, in Chron.
[2029] Herman. Contract., in Chronic. edit. Canis.
[2030] Chron. Vulturn. P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[2031] Frodoardus, in Chron.
[2032] Continuator Rheginonis.
[2033] Hermann. Contractus, in Chronic.
[2034] Tatti, Annal. Sacri di Como, tom. 2.
[2035] Chron. Arabicum, P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[2036] Idem, ibidem.
[2037] Arnulf., Hist. Mediolanens. tom. 4 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCXXXVIII. Indiz. XI.
LEONE VII papa 3. UGO re d'Italia 13. LOTTARIO re d'Italia 8.
Dopo la morte di _Rodolfo II_ re di Borgogna, il _re Ugo_ intavolò un trattato di nozze col re _Corrado_ di lui successore, e lo conchiuse nell'anno presente, se crediamo al padre Mabillone[2038] e al padre Pagi[2039]. Cioè essendo egli vedovo per la morte della regina _Alda_ sua moglie, e riguardato per insussistente e nullo il suo matrimonio con Marozia patrizia romana, egli prese per moglie _Berta_[2040] vedova del suddetto re Rodolfo. Stabilì ancora il matrimonio del re _Lottario_ suo figliolo con _Adelaide_ figliuola del medesimo re Rodolfo, donna che per la sua santità e per le sue avventure divenne poi celebratissima nelle storie. Di che età fosse allora questa regal fanciulla, allorchè andò a marito, l'abbiamo dalla vita di lei, scritta da santo _Odilone abbate_ di Clugnì[2041]: _Quum adhuc esset_, dic'egli, _juvencula, et sextumdecimum aetatis suae ageret annum, Deo donante, adepta est regale matrimonium, juncta scilicet regi Lothario, Hugonis ditissimi regis italici filio._ La ragione per cui i suddetti scrittori giudicarono appartenere a quest'anno il matrimonio di Adelaide, è fondata sullo strumento dotale che tuttavia si conserva in Pavia nell'archivio dell'insigne monisterio di san Salvatore, e fu dato alla luce dal Margarino[2042]. Da esso pare che tanto il re Ugo, quanto il re Lottario si fossero portati in Borgogna per ultimar quelle nozze. Fu scritto il diploma _pridie idus decembris anno dominicae Incarnationis DCCCCXXXVIII, regni vero domni Hugonis XII, filii ejus Lotharii item regis VII, Indictione XI. Actum Curte, quae Columbaris dicitur_. Ma queste note tutte indicano l'anno 937, essendo certissimo che nel dì 12 di dicembre d'esso anno correva l'_anno XII_ di Ugo e il _VII_ di Lottario. L'_indizione XI_ doveva aver avuto principio nel settembre di esso anno. Però qui o è fallato l'anno, o esso è l'anno pisano; e quel 938, secondo me, ha da essere il nostro 937. Se poi quelli fossero gli sponsali solamente, oppure lo effettivo matrimonio, ne parleremo all'anno 950. Certo è che quivi Lottario dona ad Adelaide cinque corti, fra le quali son riguardevoli quella di _Marengo_, e l'altra di _Olonna_, oltre ancora a tre badie, secondo i costumi corrotti d'allora. La dote tutta a lei costituita da esso Lottario ascende a 4580 mansi di terra: dono veramente da re, se non v'entrassero anche i beni della Chiesa. Aggiugne Liutprando che il re Ugo perduto dietro alle concubine, non solamente mancò dell'amor maritale verso la nuova sua moglie Berta, ma in tutte le maniere mostrò averla in abbominazione. E che nella mandra d'esse sue concubine fu specialmente distinta dalla di lui parzialità Bezola, di vilissima nazione sveva, che gli partorì non solamente _Bosone_, creato vescovo di Piacenza dopo la morte di _Guido_ nell'anno 940, ma anche _Berta_ maritata poi a _Romano_ juniore imperadore greco. Inoltre amò forte Roza, figliuola di quel medesimo Gualberto a cui egli avea fatto tagliare il capo, la quale gli partorì una bellissima figliuola; e finalmente Stefania romana, da cui ebbe un figliuolo Teobaldo, fatto dipoi arcidiacono della chiesa milanese. Era Ugo sì screditato presso d'ognuno per questa sua sfrenata patentissima disonestà, che il monaco autore della Cronica della Novalesa[2043] lasciò correre una scandalosa diceria, che con tutta l'infame vita di questo re non dee meritar fede presso gli assennati lettori. Dopo aver egli detto che Ugo era uomo di estrema astuzia e malizia, e che teneva spie per tutte le città per indagar chi parlava male di lui, il che tal timore sparse in tutti, _ut minime auderent palam loqui de eo, sed more scurrarum per calamos fossos ad invicem loquentes, sic insidias parabant ei_; seguita poi a dire che Ugo ebbe un figliuolo appellato _Lottario_, al quale, giunto che fu alla convenevol età, diede moglie. _Iste namque obtemperans monitis patris, conjugem accepit. Pater vero post dotem succensus face luxuriae, nurum vitiat, antequam ad filii perveniat thalamum. O nefas! o libido indomita!_ ec. Continuò in questo anno la guerra fra i Siciliani rivoltati e i Saraceni dominanti in quell'isola[2044]. Sulle prime restarono in un fatto d'armi vincitori i Siciliani, sconfitti poscia in un altro. Venne dall'Africa un nuovo generale de' Mori con un copioso esercito a Palermo, e cominciò a smantellar le mura e le porte di quella città; la qual novità fu cagione che quei di Gergenti si ribellarono. Leggesi nel Bollario casinense[2045] un diploma di Ugo e Lottario, dato in favore del monistero delle sante Flora e Lucilla d'Arezzo, _pridie kalendas junii, anno dominicae Incarnationis DCCCCXXXIX, regni domni Hugonis anno XII, filii ejus Lotharii regis VII, Indictione XI._ Corrisponde all'anno presente l'_indizione XI_. Per conseguente, l'anno 959 dee essere secondo l'era pisana, cioè a dire il nostro 938. Ma che nel dì 31 di maggio di esso anno 938 corresse l'anno XII di Ugo e il VII di Lottario, nol so credere. Forse quel diploma è dell'anno 937.
NOTE:
[2038] Mabillon., Annal. Benedict. ad hunc annum.
[2039] Pagius, ad Annal. Baron.
[2040] Liutprandus, Hist., lib. 4, cap. 6.
[2041] Vita S. Adelhaidis apud Canisium et Surium, ad diem 16 decembris.
[2042] Margarinius, in Bullar Casinens., tom. 2, Constit. XLIX.
[2043] Chron. Novaliciense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[2044] Chronic. Arab., P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[2045] Bullar. Casinense, tom. 2, Constit. XLVIII.
Anno di CRISTO DCCCCXXXIX. Indiz. XII.
STEFANO VIII papa 1. UGO re d'Italia 11. LOTTARIO re d'Italia 9.
Pretende il padre Mabillone[2046], che rinnovandosi di mano in mano le gare fra il _re Ugo_ ed _Alberico principe_ di Roma, fosse di nuovo chiamato a Roma in quest'anno santo _Odone abbate_ di Clugnì, per aggiustar le differenze fra questi due emuli guerreggianti. Ne parla veramente la di lui vita, e si vede che quel santo abbate andò a Pavia, e fu alloggiato nel monistero di san Pietro in _coelo aureo_. Ma non è ben chiaro il tempo de' suoi viaggi a Roma. Fra gli altri gravissimi disordini di questo infelice secolo assai considerabile fu quello della non solo snervata, ma abbattuta disciplina monastica nella maggior parte de' monisteri d'Italia, per colpa specialmente dei re, che o vendevano le badie agli ambiziosi e simoniaci monaci, o le concedevano in commenda alle regine, ai vescovi, ed anche ai secolari, in ricompensa dei loro servigi. Specialmente andò per questo in malora il nobilissimo monistero di Farfa posto nella Sabina. Gregorio monaco, autore della Cronica farfense[2047], attesta che quel sacro luogo era salito sì alto tanto nello spirituale che nel temporale, _ut in toto regno italico non inveniretur simile huic monasterio, nisi quod vocatur Nonantulae_, cioè il nonantolano posto nel contado di Modena, che patì anch'esso le disgrazie medesime in questi infelici tempi. Era abbate di Farfa _Ralfredo_. Due scellerati monaci Campone ed Ildebrando col veleno se ne sbrigarono. Ildebrando portatosi a Pavia, ottenne a forza di danaro quella badia dal re Ugo per Campone, il quale in ricompensa diede a goder quattro buone celle, cioè quattro piccioli monisteri dipendenti dal farfense, ad Ildebrando. Per un anno stettero d'accordo questi due falsi monaci; poscia vennero alle mani fra loro. Ildebrando, guadagnati con danaro gli uomini della marca di Camerino ossia di Fermo, s'impossessò di Farfa. Campone, con esibir più danaro a que' medesimi, cacciò l'altro; e senza contare altre sue iniquità, attese a mettere al mondo de' figliuoli e delle figliuole, che tutte arricchì e dotò coi beni del monistero. Serva questo picciolo saggio ai lettori per conoscere la corruttela di que' tempi infelici. Ora abbiamo dal suddetto autore della Cronica di Farfa, oppur da una relazione di _Ugo abbate_ d'esso monistero una particolarità che fa onore ad _Alberico_ principe allora di Roma, facendolo vedere pio riformatore del monachismo d'allora. _Erat autem_, dice egli, _tunc temporis Albericus Romanorum princeps gloriosus, qui comperta hujus monasterii crudeli devastatione, quam pessimus praedictus abbas Campo satagebat exercere, valde condoluit, et sicut alia monasteria, sub suo constituta dominio, ad regularem normam, quam amiserant in paganorum devastatione praedicta, ita et hoc coenobium reducere studebat._ Pertanto mandò egli de' monaci regolari a Farfa; ma Campone co' suoi mal avvezzati monaci non li volle ricevere, e poco vi mancò che la notte non facesse levar loro colle coltella la vita. Tornati che furono questi a Roma, Alberico salito in collera, spedì gente armata che ne scacciò l'indegno Campone, il quale si ritirò a Rieti. Dal che si può dedurre che Farfa e la Sabina erano in questi tempi della giurisdizione del ducato romano. Pose Alberico in Farfa un esemplarissimo abbate, cioè _Dagiberto_, e gli fece rendere tutti beni del monistero; ma questi da lì a cinque anni attossicato dai pessimi monaci lasciò di vivere. Tale era allora in assaissimi luoghi la corruzione del dianzi sì fiorito monachismo.
La morte in questo anno rapì a Venezia il suo doge, cioè _Pietro Candiano II_, uomo di gran vaglia e prudenza[2048]. Aveva egli fra le altre sue imprese indotta la città di Giustinopoli, oggidì Capodistria, a pagar censo a quella di Venezia. E perciocchè _Wintero marchese_ d'Istria aveva imposto ai mercanti veneziani delle insolite gabelle, ed altre gravezze a chi di loro possedeva beni nell'Istria, senza che giovassero le lamentanze di questi, saviamente il doge pubblicò un editto che proibiva a tutti i Veneziani d'andare in Istria, e a quei d'Istria di venire a Venezia. Allora il marchese e i suoi popoli, tornati in sè, implorarono la mediazione di _Marino patriarca_, di Grado, il quale s'interpose col doge, e ridusse a' primieri patti e ad una buona concordia amendue le parti. Fu poscia eletto doge _Pietro Badoero_, il quale dicono che era figliuolo di _Orso Particiaco_ ossia _Participazio_, già doge di Venezia, volendo ancora che fosse la stessa casa quella de' Particiaci e dei Badoeri. Secondo la Cronica arabica[2049], seguì una battaglia in Sicilia fra i Mori e quei di Agrigento, ossia Gergenti, colla peggio de' primi. Tornato a Palermo il generale de' Mori, pose una contribuzione alla città, e fatto venire un buon rinforzo di truppe dall'Africa, s'impadronì di Butera, d'Assaro, e di qualche altra fortezza in Sicilia. Passò in quest'anno a miglior vita _Leone VII_, con danno della Chiesa, per essere stato pontefice di gran pietà e zelo della religione. Ebbe per successore _Stefano VIII_ di nazione romano, per attestato di Pandolfo pisano e d'altri[2050]. Non so io intendere come mai scrivesse il cardinal Baronio[2051]: _Quum a Romanis, posthabitis cardinalibus, esset electus opera Ottonis regis, tyrannorum in se odium concitavit._ Dovette provenir questa immaginazione dall'aver egli prestato fede a Martin Polacco, che il fa di nazion tedesco. Ma questa è asserzione insussistente. Non poteva allora _Ottone re_ di Germania avere tal possa in Roma da far eleggere un papa. Che poi non fossero ammessi alla di lui elezione i cardinali, niuno degli antichi storici lo attesta; nè sappiamo che questo eletto non fosse un di essi. Girolamo Rossi[2052] accenna uno strumento di livello fatto da _Pietro_ arcivescovo di Ravenna a qualche persona particolare, e non già, come suppone il padre Pagi, la confermazione de' privilegii della chiesa di Ravenna, fatta dal papa al suddetto arcivescovo con queste note: _Anno, Deo propitio, pontificatus domni Stephani summi pontificis, ec. anno primo, regnante domno Hugone piissimo rege anno XIIII, sed et domno Hlotario ejus filio item rege anno nono, die XXIX octobris, Indictione XIII Ravennae_, cioè nell'anno presente. Ci assicura il suddetto Rossi che in altre carte ravennati di questi tempi si veggono notati gli anni di Ugo e Lottario. Segno è questo, che non avendo potuto il re Ugo vincerla coi Romani per ottener la corona dell'imperio, s'era impadronito dell'esercato. Ed io temo che il nome del papa entrasse in quegli atti solamente per costume e riverenza verso il pontificato romano, e non già perchè Ugo lasciasse il temporal dominio di quelle contrade ai papi. Vedremo che ai tempi di Ottone il grande la santa Sede ricuperò l'esarcato.
NOTE:
[2046] Mabill., Annal. Benedict., lib. 44, n. 3.
[2047] Cron. Farfens. P. II tom. 2 Rer. Ital.
[2048] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[2049] Chron. Arab. P. II, tom. 1 Rer. Ital.
[2050] Rer. Ital., P. II, tom. 3.
[2051] Baron., in Annal. Ecclesiast.
[2052] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.
Anno di CRISTO DCCCCXL. Indiz. XIII.
STEFANO VIII papa 2. UGO re d'Italia 15. LOTTARIO re d'Italia 10.