Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 92

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Truovo io parimente nel gennaio di quest'anno il _re Ugo_ in Toscana. Stando egli in Arezzo, confermò ai canonici di quella città, _precibus karissimi fratris nostris Bosonis incliti marchionis_, i beni lasciati da _Pietro_ vescovo ai medesimi canonici, e che loro avea confermato _serenissimus avus noster Lotharius imperator_, padre di _Lottario_ re della Lorena, da cui era nata _Berta sua madre_. Fu quel privilegio[1991] dato _anno dominicae Incarnationis DCCCCXXXIII, XVI kalendas februarii, regni autem domni Hugonis piissimi regis VIII, dominique Lotharii item regis III, Indictione VI. Actum in domo sancti Donati._ Quindi si può ricavare che Ugo già fosse re nel gennaio dell'anno 926. Ma non è sicuro questo documento. Ho ben io messo qui l'anno 933, ma parmi che l'originale non fosse ben chiaro in questa nota. E poi come accordar questo diploma coll'altro dell'anno precedente? Ivi nel dì primo di luglio 932 correva l'_anno sesto_ del regno d'Ugo, e qui nel dì 17 di gennaio del 933 corre l'_anno ottavo_. V'ha anche dell'errore negli anni del regno di Lottario. Per l'affronto poi ricevuto da _Alberico_ patrizio di Roma, e dal popolo romano nell'anno antecedente, si rodeva il cuore il re Ugo, e non tardò a cercarne vendetta con passare all'assedio della stessa Roma. Trovò chi non era figliuolo della paura. Diede bensì il guasto al paese, ma non gli riuscì di condurre i Romani ad aprirgli le porte, e neppure a far capitolazione alcuna. In poche parole si sbriga Frodoardo con iscrivere[1992] sotto quest'anno: _Hugo rex Italiae Romam obsidet_. E Liutprando racconta ch'esso Ugo[1993] _qualiter Romam, ex qua ejectus turpiter fuerat, posset acquirere, cogitabat. Collecta itaque multitudine, proficiscitur Romam: cujus quamquam loca et provincias circum circa misere devastaret, eamque ipsam quotidiano impetu impugnaret, ingrediendi eam tamen effectum obtinere non potuit._ Potrebbe anche credersi succeduto in quest'anno, e forse prima, ciò che il medesimo Liutprando racconta[1994].

Cioè che i principi d'Italia, malcontenti di avere sopra di sè un re che ad una somma malizia avea cominciato ad unire la crudeltà, con avere specialmente privato sotto indegno pretesto della vista e del ducato Lamberto marchese di Toscana suo fratello, si avvisarono di richiamare in Italia il già detronizzato _Rodolfo II_ re di Borgogna. Ugo, che tenea delle spie dappertutto, lo seppe; e spediti a Rodolfo i suoi ambasciatori, gli fece uscir di cuore questa voglia, con cedergli parte degli stati ch'egli possedeva in Provenza, prima di venire al regno d'Italia, avendo all'incontro ceduto quel re ad Ugo qualsivoglia sua pretension sopra l'Italia. Così restò egli libero dal timore da quella parte. Pretendono il Du-Chesne[1995] e il Buchè[1996] che per tale accordo Rodolfo II acquistasse la Savoia, il Delfinato ed altri paesi di Provenza sino al mare di Marsiglia. Ma sarebbe da vedere se la Savoia fosse dianzi di Rodolfo oppure di Ugo. E che Ugo avesse già ceduto ad altri il marchesato di Vienna si è di sopra veduto. Pretendono inoltre quegli scrittori che Ugo ritenesse in suo potere la città d'Arles col suo contado; e certamente noi il vedremo tornare in Provenza, e quivi esercitar dominio. Vogliono ancora che Rodolfo desse allora _Alda_ ossia _Adelaide_ sua figliuola per moglie a _Lottario re_ figliuolo del re Ugo. Può essere che fra le condizioni del loro accordo vi fosse ancor questa; potrebbe anche dubitarsi che seguissero gli sponsali dell'uno coll'altra; ma che in questi tempi si accoppiasse Adelaide con Lottario, non sussiste. Vedremo all'anno 938 le loro nozze. E qui si vuol avvertire che Lottario non era per anche in età capace di unirsi con donna. Il monaco di Bobbio[1997], che scrisse i miracoli operati da Dio per intercession di san Colombano abbate di quell'insigne monistero, e vivea in questi medesimi giorni, racconta un fatto non indegno di memoria. Aveano alcuni potenti, specialmente _Guido vescovo_ di Piacenza, occupata una gran quantità di beni al monistero di Bobbio; iniquità che era alla moda in que' sì sconcertati tempi dell'Italia e della Francia. Allorchè il re Ugo fu divenuto padrone di questo regno, la regina _Alda_ sua moglie condusse in Italia un nobile e saggio uomo, appellato _Gerlenno_, con pensiero di dargli un vescovato. Fu questi creato arcicancelliere del regno da Ugo. _Suum sigillum ei tribuit, summumque cancellarium esse praecepit_. Io il truovo solamente cancelliere nell'anno 929, ma comparisce poi ne' seguenti anni arcicancelliere. Venuto a morte _Silverado abbate_ di Bobbio, il re diede quella badia in commenda a Gerlenno, che neppur era monaco. E questi trovato il monistero dianzi sì ricco, allora sì smilzo, più volte si raccomandò al re Ugo, affinchè obbligasse quegli usurpatori alla restituzion de' beni. _Sed rex potestative ea non valebat ab eis auferre. Metuebat enim eos, ne si aliquid contra eorum voluntatem ageret, regni damnum incurreret: quia scimus etiam contra eum saepius rebellasse_. Di qui ancora si conosce come fossero corrotti gli animi e i costumi dei principi sì secolari come ecclesiastici d'allora. Adunque l'accorto re gli diede per parere di condurre a Pavia il corpo di san Colombano, perchè a quella vista si commoverebbono gli usurpatori. Così fu fatto, forse circa l'anno 929 o 930, e quel sacro deposito fu esposto nella chiesa di san Michele. Allora _Lotharius bonae indolis puer, filius praedicti regis, quem Alda regina sua genuit, magnis febribus arebatur. Qui jubente patre ad supradictam ecclesiam in ulnis adductus est_. Per intercessione del santo riacquistò egli la sanità. Ricuperarono i monaci ancora alcuni dei lor beni, ma non già gli occupati dall'indurato vescovo di Piacenza. Dal che si può intendere che il re Lottario era tuttavia di tenera età circa questi tempi. Abbiamo dal sopra allegato Frodoardo sotto il presente anno che i Saraceni abitanti in Frassineto _meatus Alpium occupant, atque vicina quaeque depraedantur_. Fece parimente fine al corso di sua vita in quest'anno _Guaimario II_ principe di Salerno[1998], con lasciar suo successore _Gisolfo_ suo figliuolo in età di soli quattro anni, a cui fu dato per tutore Prisco.

NOTE:

[1991] Antiq. Ital., Dissert. LXII.

[1992] Frodoardus, in Chron. tom. II, Rer. Franc. Du-Chesne.

[1993] Liutprandus, Hist., lib. 4, cap. 1. Duc. Burgund., lib. 2.

[1994] Idem, lib. 3, cap. 13.

[1995] Du-Chesne, de Duc. Burgund., lib. 2.

[1996] Buchè, Histoire de Provence, lib. 6.

[1997] Mabill., Saecul. Benedict., tom. 2.

[1998] Romuald. Salernitanus, Chron., tom. 7 Rer. Ital.

Anno di CRISTO DCCCCXXXIV. Indiz. VII.

GIOVANNI XI papa 4. UGO re d'Italia 9. LOTTARIO re d'Italia 4.

Sigeberto[1999] all'anno 932 e l'Annalista sassone[2000] all'anno 933 raccontano un fatto che forse è da riferire all'anno presente. Dacchè i principi d'Italia non poterono muovere contra del _re Ugo Rodolfo II re di Borgogna_, nè c'era speranza di poter tirare in Italia _Arrigo_ glorioso re di Germania, perchè egli avea troppe faccende in casa propria, e si sa da Liutprando che il re Ugo non risparmiava regali per tenerselo amico; si rivolsero ad _Arnolfo duca_ di Baviera e di Carintia, facendogli credere che l'Italia, s'egli veniva con una buona armata, era di facile conquista, per l'avversione conceputa da molti contra del re Ugo[2001]. Liutprando narra questo avvenimento, ma senza assegnarne il tempo secondo il suo costume. Calò Arnoldo per la valle di Trento, che era da quella parte la prima marca dell'Italia, e venne a Verona, le cui porte gli furono aperte da _Milone conte_ della città e da _Raterio vescovo_: essi almeno furono creduti dei principali a chiamarlo in Italia. Non istette colle mani alla cintola il re Ugo. Ammassato il suo esercito, lo spinse a quella volta. Accadde che uscito di Gussolengo un corpo di Bavaresi, s'incontrò con un altro d'Italiani, e venuto alle mani, restò talmente disfatto, che taluno appena coll'aiuto delle gambe potè portarne la nuova agli altri. Bastò questo poco per isbalordire Arnoldo, il quale conosciuto che non era sì molle il terreno, come egli s'era figurato, determinò di tornarsene in Baviera per rifare ed accrescere l'esercito, e rimettere ad altra stagione questa impresa. Pensò ancora di condur seco Milone conte. Ma questi penetrato il disegno, restò in forse di quel che avea da fare. In Baviera per conto alcuno non voleva andare; pericoloso era il portarsi al re Ugo. Tuttavia elesse l'ultimo partito, e questo gli dovette servire per giustificarsi e per cancellare i sospetti formati contra di lui. Arnolfo se ne tornò in Baviera, menando seco il fratello di Milone e i di lui soldati prigionieri. Presentatosi il re Ugo a Verona, la riebbe senza difficoltà, e fatto prendere il _vescovo Raterio_, il confinò in una prigion di Pavia, dove ebbe tempo da poter descrivere graziosamente i salti della sua buona e rea fortuna. Pretende egli in una lettera[2002] scritta a papa _Giovanni XIII_ che ingiusto fosse il gastigo, e che il re Ugo prendesse pretesto dalle rivoluzioni di Verona per nuocere a lui secondo la suggestion del suo odio. _Cepit me_, dice Raterio, _retrusit in custodiam in quadam Papiae turricula; non dico sine mea culpa, sed citra legem ita haec egit, et sine audientia. Dicat heic quisque quod volet; temerariis enim judiciis juxta Augustinum plena tunt omnia._ Diede in quest'anno il re Ugo un diploma in confermazione dei beni posseduti dai canonici di Modena[2003]. Le note son queste: _Datum XII kalendas octobris anno dominicae Incarnationis DCCCCXXXIV, regni autem domni Hugonis invictissimi regis octavo, et domni Lotharii item regis tertio, Indictione septima_. Qui è adoperata l'indizione nostra volgare, che cominciata nel gennaio procede per tutto l'anno.

NOTE:

[1999] Sigebertus, in Chron.

[2000] Annalista Saxo, tom. 1 Hist. Eccard.

[2001] Liutprandus, lib. 3. cap. 14.

[2002] Ratherius, in Epist., tom. 1, Spicileg. Dachery postrem. edit.

[2003] Ughell., Ital. Sacr., in Episcop. Mutinensi.

Anno di CRISTO DCCCCXXXV. Indiz. VIII.

GIOVANNI XI papa 5. UGO re d'Italia 10. LOTTARIO re d'Italia 5.

Non ho io ben potuto chiarirmi se quel _Bonifazio conte_, che noi vedemmo di sopra all'anno 924 chiamato in aiuto da _Rodolfo re_ di Borgogna e d'Italia, fosse fin d'allora promosso alla dignità di marchese, ed avesse in governo il ducato di Spoleti e la marca di Camerino. Liutprando scrisse[2004] ch'egli _nostro tempore Camerinorum et Spoletinorum extitit marchio_: il che ci può far dubitare che molto più tardi a lui fosse conferito quell'illustre governo. Nè è molto verisimile che Ugo re promovesse questo Bonifazio, ch'era cognato del suddetto re Rodolfo. Egli è ben fuor di dubbio che in questi tempi signoreggiava nelle marche di Spoleti e di Camerino un _Teobaldo_ ossia _Tebaldo_, di cui scrive il medesimo Liutprando[2005]: _Theobaldus heros quidam, proxima regi Hugoni affinitate conjunctus, Camerinorum et Spoletinorum marchio erat_. Questo Teobaldo è poi chiamato _nipote suo_ da esso re Ugo[2006]. Bolliva tuttavia la guerra fra _Landolfo principe_ di Benevento e i Greci, e si trovava il primo a mal partito, non so ben dire se in quest'anno, oppure in alcuno degli antecedenti. Comunque sia per conto del tempo, abbiam di certo che ricorse Landolfo per aiuto a questo duca ossia marchese di Spoleti e di Camerino, il quale con grandi forze unitosi a lui, e venuto ad un fatto d'armi coi Greci, loro diede una rotta. Non tennero questi da lì innanzi la campagna, ma attesero a difendersi nelle castella di loro giurisdizione. Liutprando, persona che si dilettava forte di tagliare i panni addosso agli altri, e di rallegrare i suoi lettori con delle galanti, ma forse non sempre vere avventure, ne conta qui una alquanto oscena, e le fa i ricci colla sua piacevole eloquenza. Cioè che Teobaldo quanti Greci gli capitavano alle mani, tutti li faceva castrare, lasciandoli poi ire in pace, e con ordine di dire al loro generale, che sapendo egli quanto preziose e care cose fossero alla corte dell'imperadore di lui padrone gli eunuchi, gli faceva que' regali, e che se ne aspettasse molti più andando innanzi. Accadde che un dì usciti di un castello i Greci coi terrazzani, fecero una zuffa con quei di Teobaldo, e ne restarono molti prigioni. Si preparava la festa a questi infelici, quando dal castello giunse alle tende infuriata una giovane donna, moglie di uno di essi, che presentatasi a Teobaldo, seppe così ben dire le sue ragioni, e perorare i suoi diritti sopra il corpo e le membra del marito, che mosse a riso tutta la brigata, e le riuscì di avere sano e salvo il suo uomo. In qual anno precisamente succedesse questa guerra di Landolfo e di Teobaldo contra de' Greci, non si può dichiarare.

Circa questi tempi, per relazione del Dandolo[2007], avendo i Comacchiesi messi in prigione alquanti Veneziani, _Pietro doge_ di Venezia spedì contro di loro un'armata, che presa la città, la diede alle fiamme, uccise molti di que' cittadini, e condusse il rimanente a Venezia. Furono questi poi rilasciati con promessa di essere da lì innanzi sudditi della repubblica veneta. A questi tempi ancora dovrebbe appartenere la venuta in Italia di _Manasse arcivescovo_ di Arles, di cui parla Liutprando[2008]. Questo ambizioso prelato, non contento del grado e gregge suo, siccome parente del re Ugo, venne a pescar maggiori grandezze in Italia. Il re, che per politica amava di esaltare i suoi parenti e nazionali, gli assegnò le rendite delle chiese di Verona, Trento e Mantova, e il fece anche marchese di Trento con iscandalo di tutti i fedeli. Avendo, siccome dicemmo, ripigliata forza i Saraceni abitanti in Frassineto, può essere che in quest'anno avvenisse ciò che narra il suddetto Liutprando[2009]. Cioè che alcune brigate di que' manasdieri calarono fino ad Aiqui nel Monferrato; ma raunatisi i Cristiani di quelle contrade, con tal bravura diedero loro addosso, che neppur uno ne scampò dalle loro spade. In Genova si vide scaturire una fontana coll'acque color di sangue. Fu creduto sangue ciò che verisimilmente fu un accidente naturale, e preso perciò come un presagio di qualche calamità. Nè maggiore infatti poteva avvenire a quel popolo; perciocchè nell'anno stesso venuti dall'Africa colla loro armata i Mori, entrarono in quella città all'improvviso, e tagliarono a pezzi tutti i cittadini, con riserbar solamente le donne e i fanciulli, che furono condotti schiavi in Africa insieme col bottino di tutte le chiese e case di Genova. Pietro bibliotecario, Martin Pollaco e il Belluacense scrivono accaduta così funesta disgrazia nell'anno I di Giovanni XI papa, cioè nell'anno 931. Non so qual fede meritino simili scrittori. Liutprando, di gran lunga più antico di loro, la mette più tardi. Leggesi nelle mie Antichità italiane[2010] un bellissimo placito, che ci fa intendere che il re Ugo avea fabbricato un palazzo nuovo in Pavia, dove anche dimorava nel dì 18 di settembre del presente anno. Il suo principio è questo: _Dum in Dei civitate Papia in palacium noviter aedificatum ab domnum Ughonem gloriosissimum rex in caminata dormitorii ipsius palacii, ubi ipse domnus Ugo, et Lotherio filio ejus gloriosissimi reges praeessent, in eorum praesentia Enesaribo comes palatii_, ec. In vece di _Enesaribo_, che fu mal copiato, si dee scrivere _esset Sarilo_, ciò riconoscendosi dalle sottoscrizioni, dove è _Sarilo comes palatii_. Fu scritto quel documento, che ne contien degli altri, _anno regni domni Hugoni et Lothario, filio ejus gratia Dei reges, Deo propitio, domni Hugoni decimo, Lotharii vero quinto, XIV kalendas octobris, Indictione nona_, cioè nell'anno presente. Vien parimente rapportato dal Campi[2011] un altro privilegio da esso re conceduto alla badia di Tolla sul piacentino, dato _VIII kalendas januarii, anno dominicae Incarnationis DCCCCXXXVI, domnorum autem piissimorum regum, Hugonis videlicet X, Lotharii vero V, Indictione octava. Actum Papiae._ Era in uso presso di molti di dar principio all'anno nuovo nel Natale del Signore; però questo anno 936, secondo noi, fu il 935. Ma non so già intendere come ivi sia l'_indizione ottava_, che dovea camminare sino al fine dell'anno, quando s'è nel precedente documento veduto che in Pavia stessa l'_indizione nona_ aveva avuto principio nel settembre. Bisognerebbe in tali occasioni aver sotto gli occhi le carte pecore originali, per poterle meglio esaminare. Trovandosi poi nel suddetto placito, tenuto in Pavia, presente _Anscharius marchio quondam Adelberti, idemque marchionis filio_, si può credere che il re Ugo, come scrive Liutprando[2012], _quia Theobaldus marchio_ (di Spoleti) _hominem exuerat, Spoletinorum ac Camerinorum marchionem_ l'avesse già costituito. Egli era fratello di _Berengario marchese_ d'Ivrea, ed uomo di grande ardire. Ne avea paura il re Ugo, e però il mandò al governo di Spoleti e di Camerino, per tenerlo lontano da sè.

NOTE:

[2004] Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 17.

[2005] Idem, lib. 4, cap. 4.

[2006] Idem, lib. 5, cap. 2.

[2007] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[2008] Liutprandus, lib. 4, cap. 3.

[2009] Liutprandus, lib. 4, cap. 2.

[2010] Antiquit. Ital., Dissert. XXXI.

[2011] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.

[2012] Liutprandus, lib. 5, cap. 2.

Anno di CRISTO DCCCCXXXVI. Indiz. IX.

LEONE VII papa 1. UGO re d'Italia 11. LOTTARIO re d'Italia 6.

Giunse al fine de' suoi giorni in questo anno papa GIOVANNI XI, e se mancasse di morte naturale, o in altra guisa, non ne abbiamo lume alcuno nella storia. Ecco ciò che di lui lasciò scritto Frodoardo scrittore di questi tempi[2013]:

_Nato patriciae[2014] hinc cedunt pia jura Johanni,_ _Undecimus Petri hoc qui nomine sede levatur,_ _Vi vacuus, splendore carens, modo sacra ministrans,_ _Fratre a patricio juris moderamine rapto._ _Qui matrem incestam, rerum fastigia moeco[2015]_ _Tradere conantem, decimum sub claustra Johannem_ _Quae dederat, claustro vigili et custode subegit._ _Artoldus noster sub quo sacra pallia sumit._ _Papaque obit, nomen geminum[2016] fere nactus in annum._

Cioè, per attestato di Frodoardo, a questo sfortunato pontefice fu usurpata tutta la signoria temporale di Roma. E sebben dice questo scrittore, _modo sacra ministrans_ in vece di _tantummodo_, quasichè Alberico patrizio suo fratello si contentasse ch'egli attendesse a dir messa e a regolar lo spirituale della Chiesa; pure giusto motivo ci è di credere che l'usurpatore Alberico volesse anche far da papa, con obbligare il fratello a fare quel solo che a lui piaceva. Non vituperio, ma disgrazia fu questa della santa Sede romana, tiranneggiata allora da' suoi proprii cittadini. Abbiamo dal medesimo Frodoardo[2017] sotto quest'anno che _Johanne papa fratre Albrici defuncto, Leo quidam Dei servus Romae papa constituitur_. Queste parole congiunte con altre riflessioni fatte dal padre Mabillone[2018] intorno ai brevi di questo pontefice, zelantissimo perchè si rimettesse in piedi la troppa scaduta disciplina monastica, hanno somministrato qualche fondamento da credere ch'egli fosse monaco. Ma se tale non fu, certo fu uomo di rara probità, e che difficilmente acconsentì alla sua elezione, appunto promosso a questo sublime grado da _Alberico principe_ di Roma, perchè si sapeva ch'egli non curava punto le pompe del secolo, e pensava solo alle cose di Dio, il che era appunto ciò che Alberico desiderava, Frodoardo, che finì di scrivere il suo poemetto de' romani pontefici, vivente esso papa Leone, così ne parla:

_Septimus exsurgit Leo, nec tamen ista voluntas,_ _Nec curans apices mundi, nec celsa requirens,_ _Sola Dei quae sunt, alacri sub pectore volvens,_ _Culminaque evitans, dignusque nitore probatur_ _Regminis eximii, Petrique in sede locatur._ _Ac geminans dono cumulatum muneris almi_ _Pergere laetantem amplexu dimisit honoro._ _Quem Pater omnipotens alacrem cultuque venustum_ _Attollat, servetque diu...._

Se Leone fosse stato monaco, non avrebbe probabilmente taciuta questa sua qualità Frodoardo monaco. Uno strumento di _Leone abbate_ di Subiaco si legge nelle mie Antichità italiane[2019], scritto _anno, Domino propitio, pontificatus domni Leonis summi pontificis, et universalis sexti_ (dovrebbe dire _septimi_) _papae I, Indictione VIII_, cioè nell'anno presente. Dacchè Roma ebbe la consolazione di veder nella sedia di san Pietro collocato un sì degno personaggio, tardò poco a provar dei gravissimi affanni per l'assedio che di nuovo ne intraprese il re Ugo, sempre inviperito contra de' Romani e del loro principe, a cagion dell'insulto a lui fatto nell'anno 932, e sempre voglioso del dominio di quell'augusta città. Ecco ciò che ne scrive nella sua Cronica il suddetto Frodoardo[2020]: _Hugo Italiae rex Romam nisus capere, afflicto suo exercitu fame, et equorum interitu, pacta tamdem pace cum Albrico, dans ei filiam suam conjugem, ab obsidione desistit._ È da credere che Alberico, veggendosi venir la piena addosso, avesse spogliato di grani e di foraggio la campagna: dal che nacque la penuria dell'esercito d'Ugo. Ad intavolar questa pace non poco si adoperò _Odone abbate_ santo e celebre del monistero di Clugnì, che risplendeva allora dappertutto per la riforma del monachismo felicemente in esso introdotta. Era egli amicissimo del re Ugo, e però fu chiamato a Roma dal buon papa, sì perchè trattasse d'accordo, e sì ancora perchè rimettesse l'osservanza monastica e il buon ordine nel monistero di san Polo di Roma. Giovanni monaco[2021], e discepolo di esso santo Odone, nella di lui vita così scrive: _Sub idem tempus Italiam missi sumus a Leone summo pontifice, ut pacis legatione fungeremur inter Hugonem Longobardorum regem, et Albericum romanae urbis principem._ Più sotto aggiugne: _Dum romuleam urbem ob inimicitiam Alberici jam fati principis praedictus Hugo rex obsideret, coepit ille_ (Odo) _intra extraque discurrere, et pacis concordiaeque monita inter utrosque disseminare, quatenus posset furorem praedicti regis sedare, et praedictam urbem tueri a tanta obsidione._ Ma forse non è certo che in quest'anno santo Odone fosse chiamato da papa Leone. Liutprando[2022], che non parla se non d'un assedio di Roma, fatto circa questi tempi del re Ugo, scrive, che sperando egli di far cadere nella rete colle sue furberie Alberico, gli propose di dargli in moglie _Alda_ sua figliuola, e di tenerlo da lì innanzi in luogo di figlio. Ma Alberico, che sapeva anch'egli il fatto suo, acconsentì alle nozze, e prese Alda per moglie, ma non lasciò mai mettere piede in Roma ad esso re Ugo, nè mai si fidò, sinchè visse, di lui. Tuttavia (aggiugne Liutprando) sarebbe riuscito al re Ugo di far cadere nella tagliuola il genero, se non fossero stati tanti nobili e soldati, che per paura del re Ugo scappavano a Roma, ed ivi ben accolti ed onorati da Alberico, il tenevano saldo in non volere nè confidenza nè pace con lui.