Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 91
Per maggiormente assicurarsi la corona sul capo e conservare ne' suoi discendenti il regno d'Italia, il re _Ugo_ dichiarò in quest'anno collega e re _Lottario_ suo figliuolo, natogli da _Alda_ sua moglie defunta; e concorsero coi lor voti in questa elezione tutti i principi e baroni nella dieta del regno. Credette il Sigonio[1963] che ciò seguisse nell'anno 932. All'incontro Girolamo Rossi[1964] asserì che questo principe fu promosso alla dignità regale nell'anno precedente 930, per aver veduto nell'archivio di Ravenna strumenti scritti, dice egli, in quell'anno col regno di _Ugo_ e _Lottario_. Prese il padre Pagi[1965] con ambe le mani una tale asserzione, e la stabilì per cosa indubitata. Ma s'egli avesse fatto mente a tanti altri documenti che restano di Ugo e Lottario, si sarebbe anche egli trovato confuso, come son io, in accertare il principio del regno di Lottario. Vero è che dal signor Sassi[1966] bibliotecario dell'Ambrosiana sono allegate varie memorie indicanti conferito il titolo regale a Lottario nell'anno 930. Ma egli stesso ne accenna dell'altre che cominciano il regno di lui nell'anno presente, con aver anche immaginata una lodevol maniera di sciogliere questo gruppo, supponendo due epoche diverse di Lottario, la prima dell'elezione, e la seconda della coronazione. È ingegnoso il trovato; ma se ci erano popoli che non riconoscevano il re d'Italia, se non dappoichè egli era coronato, e se la coronazione fu di tale importanza che recava il compimento all'essenza dei re in quei tempi: non si saprà sì facilmente intendere come dopo l'elezione si differisse cotanto il prendere la corona. Io per me confesso di aver qualche diffidenza dei documenti che mettono il cominciamento del regno di Lottario nell'anno 930. I diplomi scritti con lettere d'oro non sono in molto credito presso di me; non mancano carte false negli archivii; e le legittime per colpa o de' secondi notai, o de' copisti, o degli stampatori, non di rado sono giunte a noi con delle slogature. Ora ancorchè n'abbia anch'io veduto di quelle, dalle quali si può arguire innalzato al trono regale Lottario nell'anno 930, ed alcuna per avventura se ne legga nelle mie Antichità italiche; pure così abbondante è il numero di quelle che mettono il principio del suo regno nell'anno presente 931, che più sicuro tengo il fermarmi in questa opinione. Ho io pubblicato un bel placito[1967], cioè uno de' più certi monumenti dell'antichità, tenuto in Pavia stessa, _anno regni domni Hugoni et Lotharii filio ejus gratia Dei reges, Deo propicio, domni Hugoni decimo, Lotharii vero quinto, XIV kalendas octobris, Indictione nona_, cioè nell'anno 935. Un altro placito si vede tenuto in Lucca, _anno domini Ugoni quintodecimo, domni Lotharii vero decimo, hoctavo kalendas aprilis, Indictione quartadecima_, cioè nell'anno 941. Il primo ci fa conoscere Lottario nel settembre dell'anno 931 re, e il secondo cel mostra non per anche re nel marzo dello stesso anno. Nell'archivio dei canonici di Modena uno strumento fu scritto, _Domnus Hugo, et Lothario filio ejus gratia Dei regis hic in Italia. Domno Hugo anno octavodecimo, et domno Lothario anno terciodecimo, V kalendas januarias per Indictione secunda_, cioè nell'anno 943. Adunque neppure nel dì 28 di decembre dell'anno 930 Lottario era salito sul trono. E che neppure nel dì 4 di marzo del 931 egli godesse del titolo regale, si raccoglie da una carta scritta in Lucca _anno XIX, regni Lotharii regni, IV nonas martii, Indictione VIII_, cioè nell'anno 950. Veggansi altri documenti da me rapportati nelle Antichità italiane[1968], che neppur nell'aprile dell'anno 931 aveva avuto principio il regno di Lottario. Da queste notizie non discordano le pubblicate dal Campi[1969], dall'Ughelli[1970] e dal Margarino[1971], benchè non sempre esattamente copiati sieno i loro documenti, dimodochè dee parer più sicuro il fissare nell'anno presente il principio dell'epoca del regno di Lottario figliuolo del re Ugo. E tanto più ciò si troverà certo, quanto più si rifletterà ad uno strumento dato alla luce dal padre Tatti[1972], dove son queste note cronologiche. _Ugo gratia Dei rex anno regni ejus in Italia quinto, mense maii, Indictione quinta_, cioè nell'anno presente di maggio. Adunque non era per anche in uso epoca alcuna di Lottario prima del corrente maggio. Che poi verso il fine del maggio stesso egli salisse al trono, può ricavarsi da una carta pecora dell'archivio del monistero milanese di santo Ambrosio, scritta _Hugo et Lothario filius ejus divina ordinante providentia regis anno regni praedicto Hugoni quinto, Lotharii primo, mense magio, Indictione quarta_. Credesi che in quest'anno mancasse di vita _Lamberto arcivescovo_ di Milano. Quel clero e popolo si figurava di poter eleggere, secondo l'inveterato costume, dal grembo de' suoi parrochi o canonici nazionali il successore; ma i maneggi e la potenza del re Ugo s'interposero, e furono obbligati ad eleggere per quella cattedra uno straniere. Questi fu _Ilduino_ franzese, parente del medesimo re, che eletto già vescovo di Tongres in concorrenza di un altro, soccombendo nella contesa, era negli anni addietro venuto a cercar migliore fortuna in Italia[1973]. Essendo venuto meno nell'anno 928 _Noterio_ ossia _Notecherio_, vescovo di Verona, tanto si adoperò il re Ugo, che istallò in quella sedia Ilduino, oppure gliene fece solamente godere le entrate. Ma non terminò l'ambizione di questo prelato, nè la politica del re Ugo, a cui premeva di avere un arcivescovo di Milano tutto suo: sebben pare che Raterio, di cui parleremo, metta in dubbio la volontà del re stesso in questo affare. Certo è che Ilduino passò dalla chiesa di Verona alla più insigne e più pingue ambrosiana; giacchè più non si badava ai canoni che vietavano le traslazioni de' vescovi. Aveva egli, allorchè venne in Italia, condotto seco _Raterio_ monaco di Liegi, uomo celebre in questi tempi _ob religionem, septemque artium liberalium peritiam_, come dice Liutprando, di cui avremo occasion di parlare andando innanzi. Fu spedito lo stesso Raterio a Roma[1974], per ottenere dal sommo pontefice l'approvazione dell'arcivescovato d'Ilduino e il pallio. Riuscì felicemente in questo negoziato il valente monaco, e non dimenticò i suoi propri affari, perchè, per confessione sua, insieme col pallio e colle bolle pontificie in favor d'Ilduino _allatae sunt et literae domni papae tunc temporis Johannis gloriosae indolis, quibus continebantur ejusdem preces, totiusque romanae ecclesiae, uti ego Veronensibus darer episcopus_. Perciò o nell'anno presente, o nel susseguente, dovette Raterio entrare in possesso della chiesa di Verona.
Ma avendo noi udito che questo monaco portò lettere di _Giovanni_ papa, convien ora raccontare che in quest'anno cessò di vivere _Stefano VII_ papa, di cui Frodoardo scrive così[1975]:
_Septimus hinc Stephanus praefulget in annos,_ _Aucto mense super, bisseno ac sole jugato._
Gli succedette _Giovanni XI_ figliuolo di Marozia. Ha questo papa anch'egli la disgrazia d'essere appellato _pseudopontifex_ dal cardinal Baronio[1976], che unicamente, come fecero tant'altri, si appoggiò sulle maldicenze di Liutprando storico. Troppo stomaco fece allo zelante porporato l'aver questi detto ch'esso Giovanni era nato da Marozia e da Sergio III papa. Ma siccome abbiam detto di sopra all'anno 910, ragionevolmente si possono queste credere calunniose voci sparse da' nemici contro la fama e memoria di Sergio. _Marozia_ era moglie, secondo tutte le apparenze, di _Alberico marchese_; e di esso Alberico vien chiamato da altri scrittori figliuolo esso _Giovanni XI_, creato papa in quest'anno. Che se il Baronio scrive essere egli stato portato al pontificato dalla prepotenza di _Guido marchese_ di Toscana, marito posteriore di Marozia, non s'abbia a male, se gli rispondiamo, essere questi sogni suoi ed immaginazioni, non sostenute dalla testimonianza di alcun antico scrittore. E tanto più, perchè, siccome abbiam detto, pare che il suddetto _Guido_ duca e marchese già fosse mancato di vita nell'anno 929. Per altro si può credere che Marozia non lasciasse in ozio la sua possanza per far cadere in capo al figliuolo la tiara pontificia, e seguitar ella a comandar le feste in Roma, come avea fatto in addietro. Ma di questo si ha da domandar conto ai Romani d'allora che, avviliti o effeminati, si lasciavano così aggirar da una donna. Per altro non sapendosi succeduta allora violenza alcuna, ragion vuole che legittima fosse l'elezion di _Giovanni XI_, ed egli in fatti fu riconosciuto per vero papa da tutta la Chiesa, e chiamato dal vivente allora Raterio _pontifex gloriosae indolis_; laonde al tribunale del sacro Annalista non conveniva di dichiararlo _pseudopontefice ed intruso_ contra il sentimento della Chiesa universale e della storia.
Abbiamo da Frodoardo[1977] che in questo anno, _Graeci Saracenos per mare insequentes usque ad Fraxenedum saltum, ubi erat refugium ipsorum, et unde egredientes Italiam sedulis praedabantur incursibus, Alpibus etiam occupatis, celeri Deo propitio internecione proterunt, quietam reddentes Alpibus Italiam_. Di questo fatto, glorioso all'armi greche ed utile all'Italia, non resta vestigio in alcun'altra istoria. Nè si creda già il lettore che venisse fatto ai Greci di schiantar quella mala razza da Frassineto. Seguitarono que' malandrini ad abitar ivi, e ad infestar come prima l'Italia e la Provenza: e tornerà in breve occasion di parlarne. Oltre a quest'anno non si può differire una strepitosa iniquità del re Ugo[1978]. Reggeva la Toscana allora _Lamberto duca_, uomo bellicoso e capace di gran fatti. Il credito di questo principe, suo fratello uterino, era una spina sugli occhi al re Ugo, per timore che i principi d'Italia ribellandosi portassero alla corona esso Lamberto. Aveva inoltre Ugo un fratello dal lato del padre, appellato _Bosone_, che ardentemente vagheggiava il ducato della Toscana. Che dunque fece questa volpe regale? Sparse voce che _Berta_ duchessa di Toscana sua madre non aveva partorito alcun figliuolo al duca _Adalberto_ suo marito; ma che presi dei figliuoli nati da altre donne, cioè _Guido_, _Lamberto_ ed _Ermengarda_, avea finto di averli essa partoriti, per poter continuare la sua autorità dopo la morte del marito. Bisognò ben supporre stranamente semplice e scimunito Adalberto duca, che non si avvide di questa invenzione. Ciò fatto, il re Ugo stette poco ad intimare al duca Lamberto che non ardisse di appellarsi più suo fratello. Non seppe Lamberto digerir questa calunniosa voce, e fece sapere al re d'essere pronto a provare in duello che tanto egli come esso Ugo erano venuti alla luce per la medesima madre. Allora il re destinò un certo giovane appellato Teduino per suo campione, affin di decidere coll'armi a nome suo questa controversia. Seguì il combattimento, in cui restò vincitore Lamberto; e ciò in que' tempi, ne' quali il duello per pazza opinione de' popoli veniva creduto un manifesto giudizio di Dio intorno alla verità o falsità delle accuse, servì a comprovare l'innocenza del vincitore Lamberto. Liutprando crede inventata questa calunnia dal re Ugo, perchè egli era già in trattato di accasarsi con Marozia, e cercava di levar di mezzo l'impedimento della parentela, essendo ella stata moglie di _Guido marchese_ di Toscana suo fratello. Restò confuso il re Ugo, ma non lasciò per questo di continuar la persecuzione contro il fratello Lamberto; e tanto seppe fare che l'attrappolò, ed avutolo nelle mani, gli fece cavar gli occhi, e toltogli il ducato della Toscana, lo conferì a _Bosone_ suo fratello. Per attestato del Fiorentini[1979], questo Bosone si truova nell'anno seguente marchese della Toscana. Liutprando scrive[1980] che a' suoi tempi vivea tuttavia l'infelice Lamberto, _qui nunc usque lumine privatus superest_. Così in altre mani passò il ducato della Toscana, tolto con sì enorme superchieria alla schiatta dei Bonifazii ed Adalberti, gloriosi e potenti duchi di quella provincia. Ma non perciò credo io che finisse la lor prosapia, con avere addotto conghietture fortissime ed atte a persuadere, che[1981] da alcuno di quei due principi, cioè o da _Guido_ o da _Lamberto_ marchese di Toscana, e figliuoli di _Adalberto II il Ricco_, oppure da _Bonifazio_ fratello d'esso Adalberto II, sia discesa la nobilissima stirpe dei _marchesi d'Este_, che poi nel secolo undecimo diramata, fiorisce tuttavia nella real casa di Brunsvic, regnante in Inghilterra e Germania, e nella casa dei duchi di Modena. Siccome ho io provato con sicuri documenti, cominciano in questi tempi a trovarsi gli antenati della gloriosa prosapia che poi fu appellata de' _marchesi d'Este_. Si truovano essi ornati del titolo di _marchesi_; e quantunque io non abbia potuto scoprir finora documento alcuno chiaramente comprovante la lor connessione coi suddetti antichi marchesi di Toscana; pure tali conghietture concorrono, che difficilmente si potrà fallare in tenendo i principi estensi per discendenti da essi. Lo stesso Liutprando[1982] pare che indichi avere il duca Guido avuto dei figliuoli da _Marozia patrizia romana_, perchè detestando le nozze del re Ugo colla medesima, scrive ch'essa non potea valersi della legge ebraica, concedente all'un fratello di suscitare il seme dell'altro fratello defunto senza figliuoli, e perciò dice:
_Immemor aspiceris praecepti caeca Johannis,_ _Qui fratri vetuit fratris violare maritam._ _Haec tibi Moyseos non praestant carmina vatis,_ _Qui fratri sobolem fratris de nomine jussit_ _Edere, si primus nequeat sibi gignere natum._ _Nostra tuo peperisse viro te saecula norunt._
Ma che divenne di questi figliuoli di Guido? Altri ne potè avere _Lamberto_ suo fratello, ed altri anche _Bonifazio_ loro zio paterno, giacchè i Longobardi tutti soleano prendere moglie, non essendo in uso fra loro le primogeniture. Noi troviamo ricreato e conservato negli antenati della casa d'Este, viventi in questi medesimi tempi e dipoi, il nome di _Adalberto_, il titolo di _marchese_, la lor potenza, i lor beni e giuspatronati in Toscana, massimamente ne' contadi di Arezzo, Pisa e Luni, prima che venissero in Lombardia. Però fra le tenebre di questi secoli non poco lume si ha per conghietturare i principi estensi diramati dagli antichi Adalberti marchesi di Toscana. Restò per le iniquità del re Ugo depressa questa nobil prosapia, ma noi la vedremo dopo la di lui morte risorgere con non minor lustro di prima.
NOTE:
[1963] Sigonius, de Regno Ital., lib. 6.
[1964] Rubeus, Istor. Ravenn., lib. 5.
[1965] Pagius, ad Annales Baron.
[1966] Saxius, in Not. ad Sigon., de Regno Ital.
[1967] Antiquit. Ital., Dissert. XXXI et X.
[1968] Antiq. Ital., Dissert. IX, XXXIV, XXXVI, LXII, etc.
[1969] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.
[1970] Ughell., Ital. Sacr.
[1971] Margarinius, Bullar. Casinens., tom. 2.
[1972] Tatti, Annal. Sacri di Como, tom. 2.
[1973] Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 11.
[1974] Ratherius, in Epist., in Spicileg. Dacherii.
[1975] Frodoardus, de Roman. Pontificib.
[1976] Baron., in Annal. Eccles.
[1977] Frodoardus, in Chron.
[1978] Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 13.
[1979] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.
[1980] Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 15.
[1981] Antichità Estensi, P. 1, cap. 22 et seq.
[1982] Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 12.
Anno di CRISTO DCCCCXXXII. Indiz. V.
GIOVANNI XI papa 2. UGO re d'Italia 7. LOTTARIO re d'Italia 2.
Possedeva quietamente il re Ugo il regno d'Italia, e dimorava in Pavia _IV kalendas madii_ di quest'anno, come s'ha da un suo diploma da me pubblicato[1983]. Ma gli pareva poco, se non arrivava anche al dominio di Roma, come avevano fatto tanti altri suoi predecessori. Conobbe che altro mezzo non v'era per ottenere l'intento, che il guadagnar l'animo di Marozia, onnipotente in quella città. Se vogliam credere a Liutprando[1984], che teneva questo furbissimo re per uom santo, fu Marozia stessa che dopo la morte di Guido suo marito, spediti a lui ambasciatori, l'invitò a Roma, con offerirgli sè stessa in moglie, e il dominio della città, per così dire, in dote. Andò il re Ugo in quest'anno a quell'inclita città, accolto cortesemente dai Romani; fu ammesso in castello di sant'Angelo da Marozia, che n'era la padrona; e confidato in questa fortezza, lasciò fuori di città l'esercito suo. Ch'egli sposasse Marozia, e si mettesse in possesso di Roma, abbastanza si raccoglie dallo stesso Liutprando, il quale detesta come incestuose tali nozze, dacchè Marozia avea dianzi avuto per marito _Guido duca_ di Toscana, fratello uterino d'esso re Ugo. Qui chiede tosto il lettore, se Ugo, che facea tanto l'uomo dabbene, veramente s'involse ad occhi aperti in quell'incesto, oppure se ottenne dispensa della parentela dal papa. Altro non so dir io, se non che non apparisce che allora fossero fatte dispense. E che probabilmente Ugo si servì per contraere quelle nozze di un galante suo trovato, cioè di far credere che Guido non era suo fratello, siccome abbiam già veduto. Si può ancora chiedere, perchè Ugo, che avea in pugno Roma e il papa, cioè Giovanni suo figliastro, non si facesse dichiarare e coronar imperador de' Romani. Forse non ebbe tempo da compiere questo suo verisimil desiderio; e si truova ancora qualche antica memoria, in cui egli è chiamato _imperadore_, ma senza aver mai conseguita la corona romana, mentre in tutti i susseguenti suoi diplomi egli usa sempre il titolo di re, e non mai d'imperadore. Ora dacchè Ugo fu in possesso di Roma, se vogliam credere a Liutprando, cominciò a mostrar poca stima della nobiltà romana. Peggio avvenne. Un dì ebbe il giovane _Alberico_, figliuolo di Marozia e di Alberico marchese, ordine dalla madre di dar da lavar le mani al re suo padrigno; ma con sì poco buon garbo colla brocca gli votò l'acqua nelle mani, che Ugo gli lasciò andare un man rovescio sul volto. Levatosi di lì Alberico, fatta raunanza di molti nobili romani, rappresentò loro la tracotanza di questo novello re, il quale se sui principii trattava sì villanamente un par suo, cosa non avrebbe fatto nel progresso del tempo in danno e vituperio de' Romani? Con queste parole, e con altre in detestazion dei Borgognoni, sì fattamente accese gli animi d'essi nobili, che data campana a martello, e messo tutto il popolo in armi, chiusero le porte, e andarono ad assediare il re in castello sant'Angelo, senza dargli tempo d'introdurre le sue milizie. Tal fu la paura del bravo re Ugo, che neppur credendosi sicuro in quella fortezza, si fece calar giù per le mura del castello fuori della città, e volò a trovar le sue truppe, colle quali assai scornato marciò tosto fuori del ducato romano. Servì questa occasione al popolo romano, stanco d'essere signoreggiato da una donna, per dichiarar loro principe e signore il suddetto _Alberico_, giacchè se avessero renduto il governo a _papa Giovanni_, come era di dovere, Marozia avrebbe continuato a governar ella sotto nome del figliuolo pontefice. Anzi Alberico per maggiormente assicurare il suo dominio, mise in prigione la stessa Marozia sua madre, e tenne in maniera le guardie al papa suo fratello, che nulla poteva operare senza saputa e consentimento di lui. Siamo tenuti di queste particolarità a Frodoardo, il quale sotto l'anno seguente scrive nella Cronica[1985], che tornati da Roma i messi della chiesa di Rems, _Pallium Artaldo praesuli deferunt, nuntiantque, Johannem papam filium Mariae, quae et Marocia dicitur, sub custodia detineri a fratre suo nomine Alberico, qui matrem quoque suam Marociam clausam servabat, et Romam contra Hugonem regem tenebat_. Ripete lo stesso nella storia della chiesa di Rems con dire[1986]: _Artoldus episcopus post annum ordinationis suae pallium suscipit, missum sibi per legatos ecclesiae remensis a Johanne papa filio Mariae, quae et Marocia dicebatur, vel ab Alberico patricio fratre ipsius papae, qui eumdem Johannem fratrem suum in sua detinebat potestate, et praedictam matrem ipsorum in custodia clausam tenebat; Hugonem quoque regem Roma depulerat_. Ed allora, a mio credere, fu che si scatenò liberamente la satira contro della depressa _Marozia_ e di _papa Giovanni_ suo figliuolo, con aggiugnere ai veri vizii di quell'ambiziosa donna gli altri inventati dalla maldicenza, per giustificare in qualche maniera l'usurpazione del dominio di Roma, e le risoluzioni prese da Alberico contra di una madre e di un fratello papa. Servirono poi a Liutprando quelle pasquinate per denigrar la fama dei papi d'allora. Probabilmente in quest'anno fu promosso alla cattedra episcopale di Verona _Raterio_ monaco, ma contro il volere del re Ugo, il quale unicamente consentì all'ordinazione sua, per non dispiacere alla corte di Roma, che l'avea caldamente raccomandato, e per isperanza ch'egli, aggravato da particolari indisposizioni, sloggerebbe presto dal mondo. Ma Raterio guarì, e fu consecrato. Allora Ugo, secondochè attesta lo stesso Raterio[1987], _iratissimus redditur; juravit per Deum (nec est mentitus) quod diebus vitae suae de ipsa ordinatione non essem gavisurus. Misit ergo in pitaciolo certam quantitatem stipendii, quod tenerem de rebus ecclesiae; de ceteris exigens jusjurandum, ut diebus illius, filiique sui amplius non requirerem. Ego intelligens, quanta absurditas ex hoc consequeretur, non consensi._ Ed ecco come si abusassero allora i principi del secolo della lor potenza, con disporre a lor talento dei beni delle chiese; e se il re Ugo fosse quel principe sì pio e timorato di Dio che Liutprando ci vorrebbe far credere. Paggio egli allora del re Ugo scrive di sè stesso[1988]: _Ea tempestate tantus eram, qui regis Hugonis gratiam vocis mihi dulcedine acquirebam. Is enim euplioniam magnopere diligebat, in qua me coaequalium puerorum nemo vincere poterat._ Truovasi nel dì primo di luglio dell'anno presente in Lucca esso re Ugo, dove[1989] _admonitione karissimi fratris nostri Bosonis illustrissimi marchionis_ (già creato marchese di Toscana) dona ai canonici di Lucca una corte _pro remedio animarum Adalberti marchionis, et Bertae serenissimae comitissae matris nostrae_. Così quel buon re, dopo averla infamata colla calunnia dei parti supposti. Il diploma fu dato _kalendis julii, anno dominicae Incarnationis DCCCCXXXII, regni autem domni Hugonis piissimi regis sexto, Lotharii item regis secundo, Indictione quinta. Actum in civitate Lucae_. Non so se Ugo andasse allora a Roma, oppure se ne venisse. In questo anno, per attestato del Dandolo[1990], _Orso Particiaco ossia Participazio_, doge di Venezia, veggendosi oramai vecchio, dato un calcio al mondo, si fece monaco. In luogo suo fu eletto doge _Pietro Candiano II_, figliuolo di Pietro Candiano I doge. Questi pel suo valore e saviezza accrebbe non poco la potenza de' Veneziani con assuggettar varii popoli confinanti, e far lega con altri. Mandò tosto alla corte di Costantinopoli _Pietro_ suo figliuolo con assaissimi regali, ed ottenne da quegli Augusti la dignità di protospatario.
NOTE:
[1983] Antiq. Ital., Dissert. XIX, pag. 57.
[1984] Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 12.
[1985] Frodoardus, in Cron. apud Du-Chesne.
[1986] Idem, in Chronic. Remensi, lib. 4, cap. 24.
[1987] Ratherius, in Epist. ad Johannem papam.
[1988] Liutprandus, lib. 4, cap. 1.
[1989] Ughell., Ital. Sacr., tom. 1, in Episcop. Lucens.
[1990] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCXXXIII. Indiz. VI.
GIOVANNI XI papa 3. UGO re d'Italia 8. LOTTARIO re d'Italia 3.