Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 90

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Due diplomi originali, da me veduti in Verona, già sono alla luce[1931]. L'uno ha queste note: _Data anno dominicae Incarnationis DCCCCXXVIII pridie idus februarii, Indictione prima, regni vero domni Hugonis gloriosissimi regis secundo. Actum Verona_. L'altro ha le medesime note, a riserva dell'essere stato dato _XVIII kalendas martii_; e in questo tuttavia si conserva il sigillo di cera coll'effigie d'esso Ugo coronato e barbato, e colle lettere intorno Ugo GRA DI REX. Quel _XVIII kalendas martii_ ha qualche cosa di straniero, ma non ne mancano esempli. Adunque nel dì 12 di febbraio dell'anno 926 non dovette peranche Ugo aver presa la corona del regno d'Italia. Un placito lucchese ha parimente queste note[1932]: _Anno regni domni Hugonis_, ec. _quintodecimo, VIII kalendas aprilis Indictione quartadecima_, cioè nel dì 25 di marzo dell'anno 941: dalle quali note risulta che neppure nel dì 25 di marzo questo principe avea cominciato a contar gli anni del suo regno. Un altro diploma conforme a questi ho io prodotto altrove[1933], dato _VII kalendas aprilis_ dello stesso anno 941. E nell'archivio de' canonici di Modena v'ha uno strumento di donazione fatto a _Gotifredo_ vescovo, _regnante domno Ugho rex ic in Italia anno quinto, de mense aprilis, Indictione quarta_, cioè nell'anno 931, che conferma la verità suddetta. Rapporta l'Ughelli un altro diploma dato[1934] _ anno dominicae Incarnationis DCCCCXXVII, decimotertio kalendas martii, Indictione XV, anno Hugonis primo_, che va d'accordo con gli antecedenti. Ne riferisce poi un altro dato _IV idus maii, anno dominicae Incarnationis DCCCCXXIX regni Hugonis IV, Indictione II_. Se non vi ha errore in questo documento, vegniamo a conoscere che prima del dì 12 di maggio dell'anno 926 Ugo fu promosso alla dignità regale. Ma forse ivi sarà scritto _regni anno III_, trovando io altre memorie indicanti che neppure nel dì 7 di giugno dell'anno 926 egli contò l'anno primo del regno. Uno strumento dell'archivio dei canonici di Modena è scritto: _Regnante domno nostro Ugho rex ic in Italia anno tercio, de mense julio, Indictione quintadecima_, cioè nell'anno 927. Adunque nel mese di luglio dell'anno 925 si truova che egli avea già conseguita la corona del regno d'Italia. Un altro è scritto regnante domno nostro Hugo, gratia dei rex in Italia anno octavo, et regnante domno nostro Lottario filio ejus, gratia Dei rex ic in Italia anno tertio, et dies XII de mense julio per Indictione VI, cioè nell'anno 933. Queste note significano che egli era già re nel dì 12 di luglio dell'anno 926. Uno strumento, riferito dal padre Tatti[1935], fu scritto: _Ugo gratia Dei rex. Anni regni ejus in Italia quinto, mense maii, Indictione quarta_, cioè nell'anno 931: fa conoscere che nel maggio del 926 egli non era per anche re. Sicchè dopo tanto scandaglio sembra potersi decidere che il regno di questo principe cominciò nell'anno presente 926 nel mese di giugno, o poco prima, o poco dopo. Truovasi poi esso Ugo[1936] in _Verona VII idus augusti_ dell'anno presente, come costa da un altro suo diploma, in cui è espresso l'_anno primo_ del suo regno. Chi avendo sotto gli occhi le carte di qualche antico e dovizioso archivio, le esaminerà con pazienza, potrà più sicuramente decidere questo punto di controversia.

Intanto non è improbabile che accadesse nei primi mesi dell'anno presente l'ultima venuta in Italia del re Rodolfo, e la morte di Burcardo duca di Suevia, narrata sotto quest'anno da Ermanno Contratto[1937]: del che abbiamo favellato nell'anno precedente. Per attestato di Liutprando[1938], dacchè fu entrato Ugo in possesso del regno, _post paululum Mantuam abiit: ubi et Johannes papa ei occurrens, foedus cum eo percussit_. Questa lega di papa Giovanni col re Ugo non si può attribuire ad altro che alla speranza che questo principe gli desse braccio per sostenere il suo dominio in Roma. Andava quivi probabilmente ogni dì più venendo meno la di lui autorità a cagion di _Marozia_, assistita dalle forze di _Guido marchese_ e duca di Toscana, marito suo, laonde il papa cercò questo appoggio, ma appoggio sopra di un principe che non avea se non un solo interesse, cioè quello della propria grandezza. Nel dì 12 di novembre di quest'anno il re Ugo trovandosi in Asti, confermò a quel vescovo[1939] tutti i suoi privilegii e beni. Secondo la Cronica arabica di Cantabrigia[1940], il re de' Saraceni facendo guerra ai Cristiani in Calabria, prese un luogo nominato _Urah_, che forse è _Oria_, caduta, secondo il Protospata, nelle mani di quegl'infedeli nell'anno 924. Poscia fece tregua coi Calabresi, ed ebbe per ostaggio _Leone vescovo_ siciliano, governatore allora della Calabria. Attesta inoltre il suddetto Protospata[1941] che in quest'anno _comprehendit Michael Sclabus Sipontum mense julii_. E Romoaldo salernitano[1942] ne parla anch'egli con iscrivere: _Venerunt Sclavi in Apuliam, et civitatem Sipontum hostili direptione et gladio vastaverunt_. Sicchè quelle contrade non men dai Saraceni che dagli Schiavoni miseramente infestate si truovano in questi tempi.

NOTE:

[1927] Pagius, ad Annales Baron.

[1928] Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 5.

[1929] Sigonius, de Reg. Ital., lib. 6.

[1930] Saxius, in Not. ad Sigonium.

[1931] Antiquit. Ital., Dissert. LXX.

[1932] Ibid., Dissertat. X.

[1933] Ibid., Dissert. LXII.

[1934] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Episcop. Parmens.

[1935] Tatti, Annali Sacri di Como, tom. 2.

[1936] Antiq. Ital., Dissertat. XV, p. 851.

[1937] Hermannus Contractus, in Chronico.

[1938] Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 4.

[1939] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4, in Episcop. Astens.

[1940] Cronicon Arabicum, P. II, tom. 1 Rer. Ital.

[1941] Lupus Protospata, Chronic., tom. 5 Rer. Ital.

[1942] Romualdus Salern., Chron., tom. 7 Rer. Ital.

Anno di CRISTO DCCCCXXVII. Indiz. XV.

GIOVANNI X papa 14. UGO re d'Italia 2.

Attese in quest'anno l'accorto _re Ugo_ a trattar amicizia e lega con tutti i vicini potentati. Pensò ancora a spedire ambasciatori alla corte imperiale di Costantinopoli, e scelse per tale incumbenza il padre di Liutprando storico[1943], siccome persona di gran credito per l'onoratezza de' suoi costumi e per essere bel parlatore. Andò questi, e fu ben ricevuto da _Romano_ allora imperador de' Greci. Liutprando non fa menzione se non di lui, quasichè il primo fra i greci Augusti non fosse in que' tempi _Costantino VIII_ figliuolo di Leone il Saggio. Nè si sazia d'encomiar esso Romano, come principe dotato di valore non ordinario, e di pietà, liberalità e prudenza, che non avea pari. Portò questo ambasciatore dei gran regali a quella corte. Ma ciò che riuscì più caro all'Augusto Romano, fu che essendo stato assalito nel viaggio esso ambasciatore da alcuni Sclavi, o vogliam dire Schiavoni, ribelli all'imperio greco, gli riuscì di farli prigioni e di presentarli vivi in Costantinopoli all'imperadore, che ne fece gran festa. Non così avvenne per un altro bizzarro regalo portato a lui d'Italia. Consisteva questo in due cani, non so se corsi o mastini, o pur di altra fatta, certo incogniti in quelle parti. Queste bestie, allorchè furono presentate all'imperadore, al vedere quella strana figura, quasi mirassero non un uomo, ma un mostro, a cagion dell'abito de' greci imperadori, che tuttavia comparisce nei bassi rilievi e nelle monete d'allora, troppo straniero agli occhi di genti e bestie avvezze all'Italia, con poca creanza s'avventarono contra di sua maestà imperiale; e se non erano presi colle braccia da molti, faceano un bruttissimo scherzo al dominator de' Greci. Tornò poscia in Italia tutto contento questo ambasciatore al re Ugo; ma stette poco ad ammalarsi, e scorgendo di non poterla scappare, si ritirò in un monistero, secondo l'uso di que' tempi, e preso l'abito monastico, da lì a quindici giorni passò da questa all'altra vita, con lasciare il figliuolo Liutprando in età fanciullesca. Stando in _Pavia_, confermò il re Ugo[1944] nel dì 17 di febbraio dell'anno presente i privilegii ai canonici di Parma. Crebbero intanto le calamità de' Cristiani in Calabria per la potenza de' Saraceni. Secondo la relazione di Lupo protospata[1945], assediarono que' Barbari Taranto; e quantunque una valorosa difesa facessero que' cittadini, pure toccò loro in fine di soccombere. _Anno_ 927 (scrive egli così) _fuit excidium Tarenti patratum; et peremti sunt omnes viriliter pugnando; reliqui vero deportati sunt in Africam. Id factum est mense augusti in festivitate sanctae Mariae_. Romoaldo salernitano[1946] riferisce all'anno 926 questa disavventura de' Tarentini, e l'attribuisce agli Ungheri, scrivendo che dopo la presa di Siponto fatta dagli Sclavi, _non post multum temporis Ungri venerunt in Apuliam: et capta Auria civitate ceperunt Tarentum. Dehinc Campaniam ingressi, non modicam ipsius provinciae partem igni ac direptioni dederunt_. Il Protospata è scrittore più antico di Romoaldo.

NOTE:

[1943] Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 5.

[1944] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Episcop. Parmens.

[1945] Lupus Protospata, tom. 5 Rer. Italic.

[1946] Romualdus Salernitanus, in Chron., tom. 7, Rer. Ital.

Anno di CRISTO DCCCCXXVIII. Indiz. I.

LEONE VI papa 1. UGO re d'Italia 3.

Non sapeva accomodarsi papa _Giovanni X_ alla prepotenza di _Marozia_ e di _Guido_ duca di Toscana di lei marito, che si andavano usurpando tutto il governo temporale di Roma[1947]. Dovea bollir forte la discordia fra loro, e verisimilmente il pontefice, uomo di petto, non lasciava intentato mezzo alcuno per sostenere i suoi diritti, ed abbattere questi perturbatori della sua sì ben fondata autorità. Andò a terminar questa dissensione in un sacrilego enorme eccesso. Secretamente Guido e Marozia raunarono una mano di sgherri, che entrati un dì nel palazzo lateranense, sugli occhi dello stesso papa trucidarono Pietro di lui fratello, specialmente odiato da Guido; e messe le mani addosso allo stesso pontefice, il cacciarono in una scura prigione. Non passò molto che l'infelice pontefice quivi terminò i suoi giorni, o sopraffatto dal dolore di sì indegno strapazzo, o pure come correa fama a' tempi di Liutprando, perchè con un cuscino il soffocarono. Si sarebbe aspettato il lettore che il cardinal Baronio avesse qui aguzzata la penna contra di sì esecranda iniquità, e contra dei suoi sacrileghi autori. Tutto il contrario. Grida egli, quasi esultando: _Sic igitur dignum suis sceleribus finem accepit invasor et detentor injustus apostolicae sedis Johannes, ut qui per impudicam feminam sacrosanctam apostolicam sedem violentus arripuit, aeque per impudicam mulierem ejectus et conjectus in carcerem, ea simul cum vita caruerit_. Ma e se fossero ciarle e voci inventate dagl'ingiusti nemici di questo papa Giovanni, quelle che il solo Liutprando lasciò scritto del suo ingresso nel pontificato: che sarebbe da dire della sentenza proferita qui contro la memoria di un romano pontefice, accettato e venerato per tale da tutta la Chiesa di Dio, e che lodevolmente esercitò il pontificato, e solo per sostenere i diritti temporali della santa sede incontrò l'odio de' cattivi e dei prepotenti, e restò in fine soperchiato da essi? Veggasi ciò che il medesimo Baronio dica agli anni 955 e 963 di _Giovanni XIII_ papa, che per varie ragioni non era da paragonare con _Giovanni X_. Non mi stendo a dire di più, bastando rapportar qui ciò che ne scrisse Frodoardo[1948]. I suoi versi son questi:

_Surgit ab hinc decimus scandens sacra jura Johannes._ _Rexerat ille ravennatem moderamine plebem._ _Inde petitus ad hanc romanam percolit arcem.,_ _Bis septem qua praenituit paulo amplius annis._ _Pontifici hic nostro legat segmenta Seulfo._ _Munificisque sacram decorans ornatibus aulam_ _Pace nitet dum, patricia deceptus iniqua,_ _Carcere conjicitur, claustrisque arctatur opacis._ _Spiritus at saevis retineri non valet antris;_ _Emicat immo aethra decreta sedilia scandens._

In questi medesimi tempi fioriva e scriveva Frodoardo, e la testimonianza sua vale ben più di quella di Liutprando, che era allora un ragazzo, e cresciuto poscia in età, pescò le notizie di questi tempi nei libelli infamatorii e romanzi d'allora. E s'egli fosse ben informato di quegli affari, basta leggere ciò ch'egli dopo il suddetto empio fatto soggiugne: _Quo mortuo, ipsum Marotiae filium nomine Johannem, quem ex Sergio papa meretrix ipsa genuerat, papam constituunt_. Ma questa è una spropositata asserzione. Imperocchè di certo sappiamo che dopo _Giovanni X_ fu eletto e consecrato papa _Leone VI_ nel mese di giugno, secondo i conti del padre Pagi. E dopo _Leone_ venne papa _Stefano VII_, e dipoi _Giovanni_ figliuolo di Marozia. Ora vatti a fidare di Liutprando. Frodoardo differisce la morte di papa Giovanni X sino all'anno seguente. Abbiam veduto che esso papa fu _patricia deceptus iniqua_, cioè da Marozia; ma nella Storia Frodoardo stesso[1949] asserisce che _Guido duca_ di Toscana, fratello del re Ugo, ebbe mano in quella empietà. Una carta esistente nell'archivio archiepiscopale di Lucca, e da me veduta, porta le seguenti note cronologiche: _Hugo gratia Dei rex anno regni ejus, Deo propitio, secundo, ipsa die kalend. januarii Indictione prima_, cioè nel dì primo di gennaio del presente anno, confermandosi che Ugo non conseguì il regno nell'anno 925. Contiene quel documento una permuta di beni fatta da _Pietro vescovo_ di Lucca, _et Wido dux direxit missos suos_, per chiarire che non interveniva danno o frode in quel contratto: dal che intendiamo ch'egli soggiornava allora in Lucca. Circa il mese di settembre dovette il re Ugo fare una scorsa ai suoi Stati di Provenza. Abbiamo questa particolarità a noi conservata dal sopraddetto Frodoardo. _Heribertus comes_, dice egli, _cum Rodulfo_ (re di Francia) _proficiscitur in Burgundiam obviam Hugoni Italiae regi_. Aggiugne ancora che _Hugo rex habens colloquium cum Rodulfo, dedit Heriberto comiti provinciam viennensem vice filii sui Odonis_. Però il re Ugo, vedendo di non poter tener quegli Stati, dovette farne un sacrifizio alla potenza di Eriberto conte di Vermandois, arbitro allora del regno di Francia. Rapporta il padre Dachery[1950] un diploma d'esso re Ugo, dato _pridie idus novembris anno dominicae Incarnationis DCCCCXXVIII, regni vero domni Hugonis piissimi regis tertio, Indictione prima_. Da questo ricaviamo il tempo in cui egli era in Vienna, e che o non avea ceduto per anche quegli Stati, oppure gli avea ceduti con ritenersi la sovranità. Nella Cronica d'Amalfi[1951], correndo questi tempi, noi troviamo duca di quella città ed imperial patrizio _Mastaro_ figlio del già duca _Mansone_. Il titolo di patrizio fa intendere che quella città continuava a riconoscere la sovranità de' greci imperadori.

NOTE:

[1947] Liutprand., Hist., lib. 3, cap. 12.

[1948] Frodoardus, de Roman. Pont.

[1949] Idem. in Chronic. tom. II Rer. Francis Du-Chesne.

[1950] Frodoardus, de Roman. Pontific.

[1951] Dachery, in Spicileg., tom. 3 postrem. edition.

Anno di CRISTO DCCCCXXIX. Indiz. II.

STEFANO VII papa 1. UGO re d'Italia 4.

Non più di sette mesi e cinque giorni durò il pontificato di _Leone VI_ papa, attestandolo Frodoardo[1952] con questi versi, dopo aver parlato della morte di papa Giovanni X:

_Pro quo celsa Petri sextus Leo regmina sumens,_ _Mensibus haec septem servat, quinisque diebus,_ _Praedecessorumque petit consortia vatum._

Però il padre Pagi, che il fa creato papa circa il fine di giugno dell'anno precedente, il crede per conseguente morto intorno al dì 3 di febbraio dell'anno presente. Ma il suddetto Frodoardo, col riferire sotto quest'anno la morte di _papa Giovanni X_ carcerato, può far dubitare di questi conti, non essendo probabile che i Romani eleggessero un pontefice novello, se prima non furono accertati che, coll'essere mancato di vita Giovanni, era vacante la sedia di san Pietro. _Johannes papa_ (dice egli) _quum a quadam potenti femina, cognomine Marocia, principatu privatus sub custodia detineretur, ut quidam, vi, ut plures astruunt, actus angore defungitur_[1953]. Che anche _Leone VI_ fosse imprigionato e morisse in carcere, l'ha bensì scritto il cardinal Baronio[1954], ma senza addurne autore, o pruova alcuna. Tolomeo da Lucca[1955] trecento anni prima del Baronio scrisse: _De hoc nullae historiae aliqua gesta tradunt, quia modicum sedit, sed quod in pace quievit, nullam tamen tyrannidem exercuit_. Ora è fuor di dubbio che a _Leone VI_ nel romano pontificato succedette _Stefano VII_, le cui azioni restano tuttavia seppellite nel buio di quell'ignorante secolo. Abbiamo poi dal suddetto Frodoardo che in questi tempi _viae Alpium a Saracenis obsessae, a quibus multi Romam proficisci volentes, impetiti revertuntur_. Venivano questi malanni ed impedimenti dai Saraceni, che s'erano ben fortificati nel luogo di Frassineto ai confini dell'Italia e Francia, da dove infestavano tutte le circonvicine provincie. Non si sa bene l'anno preciso, in cui _Guido duca_ di Toscana passò da questa all'altra vita. Tuttavia giacchè Liutprando[1956], dopo aver narrata la morte di Giovanni X papa, scrive: _Wido vero non multo post moritur, fraterque ejus Lambertus ipsi vicarius ordinatur_; si può fondatamente conietturare che in quest'anno succedesse il fine dei suoi giorni. In luogo d'esso fu creato duca di Toscana _Lamberto_ suo fratello. Noi troviamo in Pavia il re Ugo nel mese di maggio, ciò apparendo da un suo diploma[1957] spedito in favore di Sigefredo vescovo di Parma e della sua chiesa. _IV idus maii, anno dominicae Incarnationis DCCCCXXIX, regni vero domni Hugonis piissimi regis quarto_ (più probabilmente _tertio_) _Indictione II, Actum Papiae_. _Landolfo principe_ di Benevento e di Capoa, tuttochè creato patrizio dagli imperadori greci, ebbe di quando in quando delle liti con essi, e fece lor guerra. In questo anno ancora per attestato di Lupo protospata[1958], unitosi egli con _Guaimario II_, principe di Salerno, guerreggiò contro i Greci, ciò apparendo dalle parole di quello scrittore: _Anno 929, Indictione II, Pandulphus_ (vuol dire _Landulphus_) _et Guaimarius principes Langobardorum intraverunt Apuliam_, dove i Greci erano specialmente padroni di Bari. Abbiamo inoltre dalla Cronica arabica[1959] che Saclabio generale de' Saraceni in Sicilia, il quale nel precedente anno avea presa Zarmina, in questo _excursionem fecit usque ad Alancaberdam_ (si crede che voglia dire _Langobardiam_, cioè il ducato beneventano), _et multos captivos cepit, nullam tamen civitatem expugnavit. Inducias tamdem unius anni fecit cum Calaurensibus._

NOTE:

[1952] Antiquit. Ital., Dissert. V, pag. 210.

[1953] Idem, in Chronico.

[1954] Baron., in Annal. Eccl.

[1955] Ptolomaeus Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital.

[1956] Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 12.

[1957] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Episc. Parmens.

[1958] Lupus Protospata, in Chron., tom. 5 Rer. Ital.

[1959] Chron. Arab., P. II, tom. 1 Rer. Ital.

Anno di CRISTO DCCCCXXX. Indiz. III.

STEFANO VII papa 2. UGO re d'Italia 5.

Non ha la storia d'Italia, se non Liutprando, che abbia con qualche estensione parlato dei fatti d'_Ugo_ re d'Italia. Ma ne parla egli senza assegnarne i tempi, anzi talora confondendo l'ordine dei tempi. Sarà perciò a me lecito di rapportar sotto il presente anno la congiura fatta in Pavia contra del re Ugo da Gualberto e da Everardo soprannominato Gezone[1960]. Erano essi due giudici di quella città, ma prepotenti per la loro nobiltà, ricchezze e aderenze. Il primo avea avuto un figliuolo appellato _Pietro, vescovo_ di Como, e una figliuola per nome Raza maritata in _Gilberto conte_ del sacro palazzo. Gezone era una sentina di vizi. La cagion non si sa: un dì fecero costoro adunanza di gente con pensiero di andare addosso al re, che vivea senza sospetto alcuno. Tanto tardarono, che Ugo fu avvertito della mena, e da uomo scaltro mandò a dir loro le più belle parole del mondo, esibendosi pronto a correggere, se v'era cosa che lor dispiacesse. Con ciò restò quetata la foga dei due congiurati, ma non cessò l'animo loro perverso di macchinar contro la vita del re, seppure lo astuto Ugo non finse quest'ultima partita per liberarsi da chi avea nudrito sentimenti sì perniciosi contro la di lui corona e vita. Facendo egli vista di non curar questi movimenti, uscì un giorno di Pavia, e andato in altre città, fece venire a sè varie brigate de' suoi soldati, e specialmente Sansone uomo di gran potenza e nemico dichiarato di Gezone. Ugo fu consigliato da lui di tornarsene in Pavia; e perciocchè costumavano i nobili Pavesi, allorchè il re ritornava, di uscirgli incontro fuori della città, gli disse essere necessario di ordinare segretamente a _Leone vescovo_ di Pavia, nemico anch'esso di Gezone, di serrare, uscita che fosse la nobiltà, le porte d'essa città, e di ben custodire le chiavi, acciocchè niuno potesse rientrarvi. Così fu fatto. E Gualberto e Gezone restarono colti in questa maniera, e i loro seguaci. Il primo pagò colla testa i suoi debiti; a Gezone furono cavati gli occhi e tagliata la lingua, perchè avea sparlato del re; il fisco tese le unghie a tutti i loro tesori; e ai complici di costoro toccò una disgustosa prigionia. Questo colpo servì ad accrescere la riputazion del re Ugo, e a farlo temere e rispettare, non solo in Pavia, ma per tutto il regno: il che non avea saputo fare in addietro il buon imperador Berengario. Un diploma del re Ugo, dato in Pavia nel settembre di quest'anno in favore di _Sigefredo vescovo_ di Parma, fu da me dato alla luce[1961]. Secondo la Cronica arabica di Sicilia[1962], Saclabio generale de' Saraceni in questo anno _excursione in Calauriam facta, cepit arcem, cui nomen Termulah, et abduxit captivorum duodecim millia_. Intanto convien confessare che in questi tempi, ancorchè l'Italia godesse comunemente la pace, pure assai deforme era il suo volto, perchè le belle arti, le scienze, la pulizia da gran tempo ne erano bandite, e una somma ignoranza regnava dappertutto, non solamente fra i laici, che per lo più non possedevano libri, troppo cari allora perchè manoscritti, ma anche fra gli stessi ecclesiastici, e fino tra i monaci, che pure in molti luoghi mantenevano l'uso di trascrivere essi libri. Per cagion di questa ignoranza, e per gli esempli de' viziosi che erano cresciuti a dismisura, si aumentò di molto la corruzion de' costumi, e ne patì la religione stessa, divenuta, per così dire, materiale senza spirito. Non già che nascessero eresie, perchè il popolo e i pastori della Chiesa tenevano saldo quel che aveano appreso della fede cristiana; ma perchè pochi leggevano le divine Scritture; e il non udire inculcata nelle prediche la parola di Dio e le sue gran verità, lasciava libero il campo ai vizii e alle superstizioni: che tali erano il duello, e varie altre prove appellate giudizii di Dio, ed inventate per iscoprire, come scioccamente si credeva, la verità delle cose, e l'innocenza o reità delle persone, per tacere altre cose. Allora ancora più che mai si spacciarono miracoli falsi; si formarono varie leggende di santi, che oggidì si scorgono favolose; e però andò in decadenza anche la disciplina monastica nella maggior parte de' monisteri, massimamente perchè que' sacri luoghi venivano divorati dai principi, e dati in commenda ad abbati anche secolari e scandalosi; e i vescovi, e fin gli stessi romani pontefici, più a distruggere, che ad edificare erano rivolti, stante la voga in cui cominciò ad essere la simonia, l'incontinenza, il dover andare alla guerra, per nulla dire di tanti altri disordini di questi secoli barbarici, non taciuti dal cardinal Baronio.

NOTE:

[1960] Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 10.

[1961] Antiquit. Ital., Dissert. XXXI, pag. 935.

[1962] Chron. Arab. P. II, tom. 1 Rer. Ital.

Anno di CRISTO DCCCCXXXI. Indiz. IV.

GIOVANNI XI papa 1. UGO re d'Italia 6. LOTTARIO re d'Italia 1.