Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 9
L'armata di _Tiberio_ Augusto, per relazione di Teofane[140], in quest'anno entrò nelle provincie suddite ai Saraceni, e giunse fino a Samosata, mettendo a sacco tutti que' paesi. Fama fu che uccidessero dugentomila di que' Barbari. Ma se lo storico vuol dire armati, narra un fatto che non si può credere; se poi parla di disarmati, di fanciulli e di donne, racconta una crudeltà indegna di soldati cristiani. Agnello, scrittor delle vite degli arcivescovi di Ravenna[141], dice accaduta circa questi tempi un'avventura ch'io non vo' tacere, acciocchè sempre più s'intenda quanto facili fossero ne' secoli barbari alcuni ad inventar delle favole, e più facili le genti a bersele e crederle verità contanti. Per cagione di certe oppressioni fatte al suo monistero di s. Giovanni, situato tra Cesarea e Classe nel territorio di Ravenna, _Giovanni_ abbate d'esso luogo se n'andò a Costantinopoli; e benchè si fermasse quivi per molti giorni, mai non potè veder la faccia dell'imperadore. Ruminando fra sè varii pensieri, un dì postosi sotto la finestra della camera, dove stava l'imperadore, cominciò a cantare de' versetti de' salmi intorno alla venuta del Signore. Andò una delle guardie per cacciarlo via; ma l'imperadore che prendea piacere in udirlo, fece segno dalla finestra che non gli fosse data molestia. Finito che ebbe di cantare, il chiamò di sopra, ascoltò il motivo della sua venuta, e ordinò che gli fosse fatto un buon diploma per la sicurezza de' beni del suo monistero. Oltre a ciò, l'abbate il supplicò di una lettera in suo favore all'esarco, perchè nel dì seguente scadeva il termine, in cui egli doveva intervenire ad un contraddittorio col suo avversario; e mancando, la sigurtà indotta sarebbe gravata. L'imperador gli fece dar la lettera scritta di buon inchiostro, col mese e giorno, e dell'imperial sigillo munita. Volossene l'abbate tutto lieto sulla sera al porto di Costantinopoli per cercar nave che venisse a Ravenna o almeno in Sicilia. Niuna ne trovò. Rammaricato per questo, passeggiava egli, essendo già venuta la notte sul lido, quand'ecco presentarsegli davanti tre uomini vestiti di nero, che gli dimandarono, onde procedesse quella sua turbazione di volto. Uditone il perchè, risposero che se gli dava l'animo di far quanto gli direbbono, nel dì appresso egli si troverebbe fra' suoi nel suo paese. Acconsentì l'abbate, e quegl'incogniti personaggi gli diedero una verga, dicendogli che con essa disegnasse sulla sabbia una barca colle sue vele, coi remi e nocchieri. Quanto dissero, egli eseguì. Poscia aggiunsero, che si posasse in un materasso sotto la sentina, e che se gli avvenisse di udire fremiti di venti, grida di chi è in pericolo, tempeste e rumori d'acque infuriate, non avesse paura, non parlasse, e neppur si facesse il segno della croce. Posossi in terra l'abbate, e dipoi cominciò a sentire un terribil fracasso di venti, un rompersi di remi, un gridare di marinari più neri del carbone, senza dirsi come li vedesse: ed egli sempre zitto. A mezza notte si trovò egli sopra il tetto del suo monistero, e cominciò a chiamare i monaci, che venissero a levarlo di là. Non si arrischiava alcuno, credendolo un fantasma. Tanto nondimeno disse, che gli fu aperto il luminaruolo del tetto, e con gran festa fu ricevuto da tutti. Ordinò egli, che giacchè era l'ora del mattutino, si battesse la tempella per andare al coro; e dopo il mattutino se n'andò a dormire. Nel dì seguente per la porta Vandalaria entrò in Ravenna, e portossi al palazzo di Teoderico, dove presentò il diploma all'esarco, che con venerazione lo prese; ma osservata poi la data della lettera scritta nel dì innanzi, cominciò a trattarlo da falsario, perchè non v'era persona che in tre mesi potesse andar e tornare da Costantinopoli. Allora l'abbate si esibì pronto a far costare della verità della lettera; per conto poi della maniera della sua venuta, disse che la rivelerebbe al suo vescovo. In fatti andò a trovare l'arcivescovo _Damiano_, e gli raccontò quanto era a sè accaduto, con soddisfare dipoi alla penitenza che gli fu imposta dal prelato. Avran riso a questa favoletta i lettori; ma non si ridano di me, perchè con essa gli abbia ricreati alquanto, ed anche istruiti della antichità di simili racconti falsissimi di maghi. E se mai udissero chi attribuisse un simil fatto a Pietro d'Abano, creduto mago dalla plebe de' suoi tempi, ed anche de' susseguenti, le cui memorie ha poco fa diligentemente raccolto il conte Gian Maria Mazzucchelli bresciano; imparino a rispondere, che ha più di mille anni che corrono nel volgo tali avventure, inventate da persone sollazzevoli, per fare inarcar le ciglia non alla gente accorta, ma a que' soli che son di grosso legname.
NOTE:
[140] Theoph., in Chronogr.
[141] Agnell., tom. 2 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCC. Indizione XIII.
SERGIO papa 14. TIBERIO Absimero imper. 3. LIUTBERTO re 1.
Scrive Paolo Diacono[142] che _Cuniberto_ re dei Longobardi dopo la morte del padre regnò _dodici anni_. Per conseguente, se _Bertarido_ suo genitore cessò di vivere nell'anno 688, convien dire che nell'anno presente Cuniberto compiesse la carriera dei suoi giorni. Anche Ermanno Contratto[143] mette sotto quest'anno la morte sua. Paolo in poche parole ne forma un grande elogio, con dire ch'egli era amato da tutti: al che senza molta virtù non arriva principe alcuno. Dal medesimo storico sappiamo che egli era signore di molta leggiadria, di tutta bontà, e di sommo ardire negli affari della guerra, siccome ancora, che egli fabbricò un monastero di monaci in onore di s. Giorgio (e non Gregorio) martire nel campo di Coronata, dove diede battaglia al tiranno _Alachi_, e ne riportò vittoria. Ha creduto il padre Mabillone[144] che questo monistero di san Giorgio sia quel riguardevole che tuttavia esiste ne' borghi di Ferrara. Ma gli autori ferraresi non hanno mai data questa origine al monistero ferrarese di s. Giorgio, nè Cuniberto avea dominio allora nella città, ossia nel territorio di Ferrara. Oltredichè chiaramente scrive Paolo Diacono che quella battaglia succedette in vicinanza dell'Adda, fiume troppo lontano dal ferrarese. Però, siccome accennai di sopra, il sito di quel conflitto e combattimento conviene al luogo di _Cornà_, notato nell'Italia del Magino, alquanto distante dalla riva occidentale dell'Adda. Ed essendo vicino a quel sito Clivate, dove anticamente esisteva un monistero, mentovato da Landolfo[145] juniore storico milanese del secolo XII, io avrei sospettato che non fosse diverso da quel di Cornà, se il Corio non avesse avvertito che quel di Clivate era dedicato in onore di s. Pietro apostolo, con farne anche autore _Desiderio_ re de' Longobardi. Un altro monistero posto in Pavia, ma di sacre vergini, dee qui essere rammentato in parlando del re Cuniberto, tuttavia esistente, tuttavia sommamente illustre e riguardevole in quella città. Chiamavasi anticamente il _monastero di santa Teodota_, o piuttosto _di santa Maria di Teodota_. Oggidì si appella _della Posterla_, perchè anticamente quivi era una picciola porta della città. Di quel sacro luogo parla Paolo Diacono[146] nel riferire che fa una debolezza di Cuniberto. Trovavasi al bagno, secondo i costumi d'allora (nei quali forse niuna città mancava di terme, e i bagni erano usati e lodati dai medici) trovavasi, dico, una gentil donzella, di nazione non longobarda; ma nobilissima romana, di singolar bellezza, e coi capelli biondi che le arrivavano fin quasi ai piedi. Le leggi dei Longobardi ci fanno abbastanza intendere che le zitelle in questi tempi si riconoscevano fra le maritate, perchè tutte portavano e nudrivano i lor capelli, e ne faceano pompa; e beata chi gli avea più belli e più lunghi. _Intonsae_ credo io che fossero appellate per questo; e che da questa parola corrotta venisse _tosa_, nome adoperato dai Milanesi per significar le zitelle. Allorchè le donne andavano a marito, si tosavano, come oggidì si pratica dai Giudei. Ora questa giovane per nome _Teodota_, stando al bagno, fu adocchiata dalla regina _Ermelinda_, che dipoi con imprudenza femminile ne commendò forte la bellezza al re Cuniberto suo consorte. Finse egli colla moglie di lasciar cadere per terra questo ragionamento, ma nel suo cuore talmente s'invaghì di questa non veduta bellezza, che non sapea trovar luogo. Laonde prese il partito di portarsi alla caccia nella selva chiamata Urba dal fiume o castello vicino, e seco menò anche la regina. Fatta notte, segretamente se ne tornò a Pavia, e trovata maniera di far venire a palazzo la suddetta fanciulla, l'ebbe alle sue voglie. Ma non tardò a ravvedersi del suo trascorso, e la mise nel sopraddetto monistero, che per ciò cominciò a chiamarsi di _Teodota_.
Rapporta il padre Romoaldo[147] da santa Maria agostiniano scalzo, un antichissimo epitafio tuttavia esistente in quel sacro luogo, che quantunque abbondi di errori, perchè non copiato coll'esattezza che conveniva, merita nondimeno d'esser maggiormente conosciuto e tramandato ai posteri. Esso è composto in versi ritmici e popolari, imitanti gli esametri latini, ma senza verun metro, servendosi l'autore, per esempio, a formare il dattilo e spondeo sul fine di _prosapiam texam, di nimium plures_, ec.
CAELICOLAE[148] SIC DEMVM EIVS PROSAPIAM TEXAM MATER VIXIT VIRGINVM PER ANNOS NIMIVM PLVRES, IN GREGE DOMINICO PASCENS OVICVLAS CHRISTO; QVAE FAVENS DOCVIT, ARGVIT, CORREXIT, AMAVIT INVIDVS NE PERDERET EIVS EX OVIBVS QVEMQVAM FRONTEM RVGATAM TENENS ERAT QVIBVS PECTORE PURA; CVIVS ABSTINEBANT A FLAGELLIS PLACIDAE MANVS, IN TRIBVENDO DAPES EGENIS DAPSILES ERANT. MORIBVS ORNATA PRODIENS, FAVTRIX, ATQVE HONESTA, PATIENS, MAGNANIMIS CORDE, DEXTRAQVE PIA. DECEBAT SIC DENIQVE TALI CVM EX STIRPE VENIRET B....OLEO EX NOVILLI[149] CRESCENS VT FLVVIVS FONTE ...EXTRA SAGA GENITORVM EXTITIT MAGNA. SI AD CVRSVS RERVM, ET PRAESENTIS STVDIA SAECLI TENDATVR ORATIO, MVLTA SVNT, QVAE POSSVMVS DICI. PER TE SEMPER VIRGINIS VISITVR PVLCHRVM DELVBRVM, AVFERENS VETVSTA, INSTAVRANS VILIA CVNCTA; NAMQVE DOMICILIA SITA COENVBIO RIDVNT VVLTV INTVENTIVM PRAECELLENTES MOENIA PRISCA. NEC SVNT IN ORBE TALES, PRAETER PALATIA REGVM. NEC SS. ECCLESIAS, QVAE VIBRANT FVNDAMINE CLARO ET PIIS EZEQVANTVR ONI A CVNCTIS COLVNTVR.
(forse _Quae Turoni_, per significare che son pari alla basilica e monistero di san Martino Turonense)
HOC ERGO THEODOTA ALVMNIS, SVA THEODOTAE, CVI RELIQVISTI NOMEN, DIGNITATEM, CATHEDRAM, NIMIS CVM LACRYMIS AFFLICTO PECTORE DOMNA LAPIDIBVS SARCOPHAGIS ORNANS EXCOLVI PULCHRIS DENOS DVOSQVE CIRCITER ANNOS DEGENS.... EGREGIA VITAE SPIRACVLA CLAVSIT..... D. P. S. II. D. MENSIS APRILIS INDICTIONE TERTIA.
È andato a pescare il padre Romoaldo appresso Beda, che dalle lettere D. P. S. si ricava l'anno 926, quando, secondo lo stile degli antichi, quelle lettere altro non significano se non _deposita_. Aggiugne, essere la tradizion delle monache che quel sia l'epitafio d'una regina, e però egli la tiene per _Teodorata_ moglie del re Liutprando, il cui nome abbreviato fosse _Teodota_. Finalmente dice esser qui nominate tre diverse _Teodote_; la prima mentovata da Paolo Diacono ai tempi del re Cuniberto; la seconda quella a cui fu posto l'epitafio nell'anno 926; la terza quella che pose l'iscrizione stessa, succeduta a lei nel grado di badessa. Tutti sogni. Altro non è, a mio credere, questa iscrizione, se non la sepolcrale posta alla medesima _Teodota_, di cui fa menzion Paolo Diacono. Non fu fabbricato quel monistero dal re Cuniberto: v'era prima. Paolo altro non dice, se non che la mandò _in monasterium, quod de illius nomine intra Ticinum appellatum est_. Essa colle ricchezze seco portate magnificamente lo rifabbricò ed accrebbe, ed ivi eresse un bel tempio in onore della Vergine santissima, di maniera che quel monistero gareggiava colle fabbriche più suntuose d'allora. Quivi fu ella badessa _annos nimium plures_, e finalmente morì nell'_indizione terza_ (forse nell'anno 705, o piuttosto nel 720) con lasciare il suo nome e la dignità di badessa a _donna Teodota_ sua alunna, da cui le fu posta l'iscrizione suddetta. E se veramente quivi si leggesse _Romuleo_, come ho conghietturato, non resterebbe luogo ad alcun dubbio, perchè Paolo Diacono scrive essere nata Teodota _ex nobilissimo Romanorum genere_. Ripeto che questo insigne monistero tuttavia con sommo decoro si mantiene in Pavia, col raro privilegio ancora d'aver conservato un tesoro d'antichissimi diplomi, conceduti ad esso da varii imperadori e re, a poter copiare i quali ammesso io dalla gentilezza di quelle nobili religiose, ho poi potuto comunicarli al pubblico per decoro d'esso sacro luogo nelle mie Antichità Italiche. Finì dunque di vivere e di regnare in questo anno il re _Cuniberto_, e il suo corpo ebbe sepoltura presso alla basilica di san Salvatore fuori della porta occidentale di Pavia, dove parimente _Ariberto_ re suo avolo, fondatore d'essa chiesa, e _Bertarido_ re suo padre furono seppelliti. Diedi io già alla luce[150] un pezzo dell'iscrizion sepolcrale a lui posta, ed esistente tuttavia presso i monaci Benedettini, che per più di settecento anni posseggono quella chiesa e monistero; ma non dispiacerà ai lettori di riceverla ancora qui di nuovo:
AVREO EX FONTE QVIESCVNT IN ORDINE REGES AVVS, PATER, HIC FILIVS HEIVLANDVS TENETVE CVNINGPERT FLORENTISSIMVS ET ROBVSTISSIMVS REX QVEM DOMINVM ITALIA PATREM ATQVE PASTOREM. INDE FLEBILE MARITVM GEME TIAM VIDVATA ALLA DE PARTE SI ORIGINEM QVAERAS, REX FVIT AVVS, MATER GVBERNACVLA TENVIT REGNI, MIRANDVS ERAT FORMA, PIVS, MENS, SI REQVIRAS, MIRANDA....................
Lasciò Cuniberto dopo di sè l'unico suo figliuolo _Liutberto_ in età assai giovanile, che fu proclamato re, e gli diede per tutore _Ansprando_, personaggio illustre di nascita, e provveduto di somma saviezza. In quest'anno _Abdela_, generale de' Saraceni, fece una irruzione nelle contrade romane, ed assediò non già _Taranto_, come ha un testo guasto di Teofane e della storia Miscella, perchè questa città è in Italia, e ubbidiva allora ai duchi longobardi di Benevento, ma bensì la città d'_Antarado_, come notò Cedreno[151]. Non potendola avere, se ne tornò a Mopsuestia, e quivi con un buon presidio si fortificò.
NOTE:
[142] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 17.
[143] Hermannus Contractus, in Chr. edition. Canis.
[144] Mabill., Annal. Benedict., lib. 18, cap. 26.
[145] Landulphus Junior, Hist. Mediolan. tom. 5 Rer. Italic.
[146] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 37.
[147] Romualdus Papia, Sacr. part. 1, pag. 121.
[148] _Forse_ Caelicam.
[149] _Forse_ Romuleo ex Ovili.
[150] Antichità Estensi, part. 1, pag. 73.
[151] Cedren., in Annal.
Anno di CRISTO DCCI. Indizione XIV.
GIOVANNI VI papa 1. TIBERIO Absimero imp. 4. RAGIMBERTO re 1. ARIBERTO II re 1.
Fu chiamato in quest'anno da Dio al premio delle sue sante azioni _Sergio I_ papa nel dì 7 di settembre, per quanto crede il padre Pagi[152]. Lasciò egli in Roma varie memorie della sua pia liberalità verso le chiese, che si posson leggere presso Anastasio, e per sua cura si dilatò non poco per la Germania la fede santissima di Gesù Cristo. In somma egli meritò d'essere registrato fra i santi, e la sua memoria si legge nel martirologio romano al dì 9 del mese suddetto. Gli succedette nella cattedra di san Pietro _Giovanni_, VI di questo nome, greco di nazione, che fu consecrato papa nel dì 28 di ottobre. Noi vedemmo di sopra all'anno 662 che il re _Godeberto_ tradito ed ucciso in Pavia dal re Grimoaldo, lasciò dopo di sè in età assai tenera _Ragimberto_, ossia _Ragumberto_ che dai fedeli servitori del padre fortunatamente fu messo in salvo e segretamente allevato. Dappoichè il buon re _Bertarido_ fu risalito sul trono, saltò fuori questo suo nipote, e Bertarido il creò duca di Torino. L'ingratitudine, vizio nato nel mondo, entrò in cuore di costui; e quello che non aveva osato di tentare, finchè regnò _Cuniberto_ suo cugino, lo eseguì contra del di lui giovinetto figliuolo Liutberto[153]. Unì dunque Ragimberto un grosso esercito, e venne alla volta di Pavia per detronizzare Liutberto suddetto, pretendendo per le ragioni paterne a sè dovuto il regno. Fu ad incontrarlo nelle vicinanze di Novara con una altra armata _Ansprando_ tutore del giovine re, spalleggiato con tutte le sue forze da Rotari duca di Bergamo. Un fatto di arme decise in parte le loro controversie, perchè Ragimberto essendone uscito vittorioso, s'impadronì di Pavia e della corona del regno longobardico. Per conto di _Ansprando_ e del re _Liutberto_, essi ebbero la fortuna di salvarsi colla fuga. Ma non godè l'ingrato principe lungamente il frutto della sua vittoria, perchè prima che terminasse l'anno, la morte mise fine al suo vivere. A lui succedette _Ariberto II_ suo figliuolo, che seguitò a disputare del regno col giovinetto Liutberto. Circa questi tempi essendo stato riferito a Tiberio Absimero Augusto[154], che _Filippico_ figliuolo di Niceforo patrizio s'era sognato di diventar imperadore, solamente perchè gli parve di vedere un'acquila che gli svolazzava sopra la testa, gl'insegnò a parlare con più cautela sotto principi ombrosi: cioè per questa gran ragione il cacciò in esilio; e noi vedremo in fatti questo personaggio salire a suo tempo sul trono imperiale.
NOTE:
[152] Pagius, ad Annal. Baron.
[153] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 18.
[154] Theoph., in Chronogr.
Anno di CRISTO DCCII. Indizione XV.
GIOVANNI VI papa 2. TIBERIO Absimero imper. 5. ARIBERTO II re 2.
Circa questi tempi fu mandato da Tiberio Augusto per esarco in Italia _Teofilatto_ patrizio e gentiluomo della sua camera. Venne costui dalla Sicilia a Roma, ma non sì tosto fu intesa la sua venuta colà, che, per attestato di Anastasio[155] bibliotecario, concorsero a quella volta con gran tumulto le soldatesche imperiali esistenti in Italia, non si sa bene, se perchè uscisse voce che egli fosse inviato per far del male al sommo pontefice, forse non essendo soliti gli esarchi a venire a dirittura a Roma, o pure se per altra cagione. Il buon papa Giovanni immantinente s'interpose, affinchè non gli fosse fatto verun insulto, ed oltre all'aver fatto chiudere le porte di essa città, perchè non entrassero, mandò ancora dei sacerdoti a parlar loro alle fosse d'essa città, dove s'erano attruppati; e tante buone parole eglino usarono, che restò quetato il loro tumulto. Non mancarono in quella occasione delle persone infami, che esibirono ad esso esarco una nota di vari cittadini romani, rappresentandoli rei di cospirazione contra del principe, o rei d'altri finti delitti. Furono gastigati a dovere quegli iniqui calunniatori. Abbiamo poi da Paolo Diacono[156] che _Gisolfo II_, duca di Benevento ai tempi di papa _Giovanni_ con tutte le sue forze entrò nella Campania romana, prese _Sora_, _Arpino_ ed _Arce_; bruciò e saccheggiò molto paese, e menò via molti prigioni, e venne ad accamparsi col suo esercito, a cui niuno faceva opposizione, al luogo chiamato _Horrea_, cioè i _Granai_. Noi abbiamo _Morrea_, luogo notato nelle tavole del Magini; questo nome probabilmente è fallato. Si prese la cura il santo pontefice Giovanni di smorzare ancor questo fuoco, con inviare al duca Gisolfo dei sacerdoti che il regalarono da parte d'esso papa, e riscattarono i prigioni, e indussero quel principe a tornarsene indietro colle sue genti. Camillo Pellegrino[157] portò opinione che questo fatto accadesse sotto papa _Giovanni V_, nell'anno 685. Ma Anastasio bibliotecario[158] chiaramente attesta che ciò accadde sotto papa _Giovanni VI_; e benchè non sappiamo se Anastasio pigliasse questo avvenimento da Paolo, oppure Paolo dalle Vite de' papi, tuttavia par più probabile l'ultimo, perchè Anastasio raccolse queste vite scritte da altri, nè già egli le compose tutte. E giacchè abbiam parlato d'esso _Gisolfo_, non conviene tardar più ad accennar anche la sua morte, il cui anno nondimeno è tuttavia incerto. Crede il suddetto Camillo Pellegrino, che _Romoaldo I_ fosse creato duca di Benevento lo stesso anno che Grimoaldo suo padre occupò il trono de' Longobardi, cioè, secondo lui, nell'anno 661. Ed avendo egli tenuto il ducato _sedici anni_, la sua morte è da lui posta nell'anno 677. Poscia _Grimoaldo II_ governò quel ducato tre anni, e, per conseguente, morì nell'anno 680. Ed essendo a lui succeduto _Gisolfo_, che per _diciassett'anni_ stette nel ducato, la sua morte dovrebbe, a suo parere, mettersi nell'anno 694, perchè immagina ch'egli insieme col fratello Grimoaldo II fosse creato duca nell'anno 677. Ora quando sia vero che Gisolfo a' tempi di papa Giovanni VI facesse quella irruzione nella Campania, come vuole Anastasio, bisogna ben dire che i conti del Pellegrino sieno fallati, e che Gisolfo campasse molto di più. E notisi che Giovanni Diacono[158a], il quale fiorì a' tempi del medesimo Anastasio, anche egli sotto questo papa riferisce l'irruzione suddetta. Ha creduto il padre Bollando[159] che i sedici anni del ducato di Romoaldo I si debbano contare dalla morte del re Grimoaldo suo padre, succeduta nell'anno 671. Almeno sembra poco verisimile che Grimoaldo, nel partirsi da Benevento per andare a Pavia, dichiarasse duca il figliuolo, senza sapere se gli riuscirebbe di farsi re. Io per me lascio la quistione come sta, a decider la quale ci occorrerebbe qualche documento di que' medesimi tempi. Quello che è certo, essendo venuto a morte Gisolfo I duca di Benevento[160], gli succedette in quegli stati _Romoaldo II_ suo figliuolo. Il dottor Bianchi, nelle Annotazioni a Paolo Diacono, crede che Romoaldo II succedesse a Gisolfo nell'anno 707. Intanto il giovane re _Liutberto_ col suo aio Ansprando[161] si studiava di ricuperare il regno occupatogli dal re _Ariberto II_. Ebbe in aiuto Ottone, Tasone e Rotari, duchi di varie città, e con un buon corpo di truppe andò fin sotto a Pavia. Abbiamo dalla vita di san Bonito vescovo di Chiaramonte ossia di Auvergna, scritta da autore contemporaneo, pubblicata dal Surio e dal padre Bollando[162], che passando quel santo uomo a Roma, trovossi in tal congiuntura in Pavia, accolto con particolar divozione dal suddetto re Ariberto nel suo proprio palazzo. Ed allorchè esso re col popolo armato era per andar fuori a dar battaglia, si raccomandò a s. Bonito, che gl'impetrasse da Dio colle sue preghiere la vittoria. Uscì, combattè, e rimasto vincitore, ebbe vivo nelle mani il giovinetto re Liutberto, ma ferito, ch'egli poi fece morire nel bagno. Attribuisce l'autor d'essa vita questa vittoria ai meriti di s. Bonito; ma non è sì facilmente da credere che quel santo impiegasse le sue orazioni per chi aveva usurpato il regno al signore legittimo, ed usò poi tanta crudeltà verso del medesimo, tuttochè suo sì stretto parente. I giudizii di Dio sono cifre per lo più superiori alla nostra comprensione. _Ansprando_, tutore dell'infelice Liutberto, si ricoverò nella forte isola del lago di Como. All'incontro, _Rotari_ duca di Bergamo, tornato a casa, non solamente persistè nella ribellione, ma assunse ancora il titolo di re. Ariberto con un potente esercito marciò contra di lui, e prese prima la città di Lodi, assediò poi quella di Bergamo, e tanto la tormentò colle macchine da guerra, che la prese, ed in essa anche il falso re Rotari, al quale fece radere il capo e la barba, come si usava con gli schiavi, perchè presso i Longobardi era di grande onore la barba, e per essa credo io che si distinguessero gli uomini liberi dagli schiavi. Mandollo poscia in esilio a Torino, ma da lì a pochi giorni vi spedì anche un ordine di torlo dal mondo, e questo fu eseguito.
NOTE:
[155] Anastas., in Johann. VI.
[156] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 27.
[157] Camill. Peregrinus, de Ann. Ducat. Benevent., tom. 2 Rer. Ital.
[158] Anastas., in Johann. VI.
[158a] Johannes Diaconus, Vit. Episcopor. Neapolit., Part. 1, tom. 1 Rer. Italic.
[159] Bollandus, Act. Sanctor. ad diem 9 februarii.
[160] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 39.
[161] Idem, ibid, c. 19.