Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 89
Doveano prima di questa tragedia avere avuto ordine gli Ungheri da Berengario di passare all'assedio di Pavia, perchè se gli riusciva di ricuperar quella città, capo del regno, il _re Rodolfo_ verisimilmente più non rivedeva l'Italia. Andarono que' Barbari, sotto il comando di Salardo lor generale, commettendo pel viaggio tutte le inumanità loro consuete, e strinsero coll'assedio la regal città. Volle la disgrazia che non seppero que' cittadini difendere coraggiosamente quella forte piazza, nè saggiamente renderla a patti di buona guerra. V'entrarono per forza gli Ungheri, fecero man bassa sopra tutto il popolo, ed attaccato il fuoco a chiese, palagi e case, ridussero in un monte di pietre quella dianzi sì felice e ricca città, avendo cooperato un vento gagliardo a dilatare quell'incendio. In quella rovina perì pel fumo e per le fiamme anche _Giovanni_ ottimo vescovo d'essa; e trovandosi con lui il vescovo di Vercelli, anch'egli miseramente vi lasciò la vita. In somma da gran tempo in qua non s'era udita una sì spaventosa calamità in città cristiane. Nè tralasciar si dee l'orrida descrizione che ne fece Frodoardo[1904], scrittore allora vivente: _Hungari ductu regis Berengarii, quem Langobardi pepulerant, Italiam depopulantur. Papiam quoque urbem populatissimam atque opulentissimam, igne succendunt, ubi opes periere innumerabiles; ecclesiae quadraginta tres succensae; urbis ipsius episcopus cum episcopo vercellensi, qui secum erat, igne fumoque necatur. Atque ex illa paene innumerabili multitudine ducenti tantum superfuisse memorantur. Qui ex reliquiis urbis incensae, quas inter cineres legerant, argenti modios octo dederunt Hungaris, vitam murosque civitatis vacuae redimentes,_ ec. _Interea Berengarius Italiae rex a suis interimitur_. Anche Liutprando non si sazia di deplorar la lagrimevole rovina di quella bella città[1905], e assegna il tempo preciso della medesima con dire: _Usta est infelix olim formosa Papia anno dominicae Incarnationis DCCCCXXIV, quarto idus martii, Indictione XII, feria VI, hora III_. Aggiugne appresso, che Pavia distrutta, a differenza di Aquileia, risorse, e da lì a non molti anni tornò ad essere ben fabbricata, popolata e ricca, come prima, di modo che (dice egli) _non solum vicinas, sed et longe positas praecellit opibus civitates. Ipsa insignis, et toto orbe notissima Roma, hac inferior esset, si pretiosa beatissimorum corpora non haberet_. Per attestato del suddetto Frodoardo, gli Ungheri pieni di bottino, in vece di tornarsene pel Friuli alle lor case, come pretende Liutprando, passarono per le Alpi in Francia. _Rodolfo re_ di Borgogna e d'Italia si trovava allora di là da' monti, ed unito con _Ugo conte_ di Vienna serrò questi malandrini ad alcuni passi stretti. Ma ebbero la maniera d'uscirne per dove men si credeva, e si spinsero verso la Linguadoca. Quanti ne potè cogliere Rodolfo, tutti gli fece mettere a fil di spada.
Restata libera la Lombardia da questo flagello, e tolto di mezzo il competitor Berengario, se ne tornò lieto in Italia il re Rodolfo, e senza contrasto ebbe quasi tutto il regno a sua disposizione. Ricorse tosto a lui _Giovanni vescovo_ di Cremona, già cancelliere dell'Augusto Berengario, per raccomandargli la sua chiesa, _a paganis_, cioè dagli Ungheri, _et quod magis est dolendum, a pessimis Christianis desolatam_. Gli confermò Rodolfo tutti i suoi beni e privilegii, ad istanza di _Beato vescovo_ di Tortona ed arcicancelliere, non conosciuto dall'Ughelli, e di _Aicardo vescovo_ di Parma, suo _auriculario_, cioè consigliere. Ha queste note il diploma:[1906] _Data V calendas octobris, anno dominicae Incarnationis DCCCCXXIV, domni vero Rodulfi serenissimi regis in Burgundia XV, in Italia IV, Indictione XIII. Actum in Pratis de Granne_. Concedette egli ancora con un altro diploma a _Guido vescovo_ di Piacenza[1907] un sito delle mura della città di Pavia, per potervi fabbricare la casa dei vescovi di Piacenza, perciocchè solevano tutti i vescovi del regno aver quivi, siccome altrove accennai, casa propria per abitarvi in occasion delle diete, e d'altre necessità da ricorrere al re. E quivi truovasi appunto anche nominata _casa sanctae lunensis ecclesiae_. Il diploma è mancante del luogo e giorno e mese. Dicesi dato in quest'anno _Rodulfi regis in Italia tertio, Indictione duodecima_: probabilmente prima di settembre. Esercitò inoltre questo re la sua munificenza verso il suddetto _Aicardo vescovo_ di Parma, con donargli la corte di Sabionetta, oggidì riguardevol terra. È dato quel diploma[1908] _VIII idus octobris, anno dominicae Incarnationis DCCCCXXIV, domni vero Rodulfi piissimi regis in Burgundia XIV, hic in Italia IV. Actum Papiae_. Un altro ancora fu dato da lui in _Verona[1909] pridie idus novembris, Indictione XII, anno regis in Italia III;_ e un altro parimente dato nella stessa città e giorno coll'_indizione XIIII_. Ma dee essere _XIII_. V'ha della discordia fra questi diplomi intorno agli anni del regno d'Italia. Se poi sussistesse che nell'ottobre e novembre di quest'anno corresse il di lui _anno quarto_, si verrebbe ad intendere che nell'anno 922 non ebbe principio il suo dominio in Italia, ma bensì circa l'ottobre del 921. Nè si dee omettere che il privilegio dato al vescovo di Parma fu conceduto per intercessione di _Ermengarda inclita contessa_ e di _Bonifazio valorosissimo marchese_, che Rodolfo chiama _nostrae regiae potestatis consiliarios_. Era _Ermengarda_ moglie di _Adalberto marchese_ d'Ivrea, di cui ragioneremo fra poco, bastando per ora di osservare il grado di somma confidenza che essa occupava nella corte del re Rodolfo. Bonifazio qui mentovato potrebbe talun conjetturare che fosse quello stesso, per la cui accortezza e bravura abbiam veduto di sopra che Rodolfo riportò la vittoria di Fiorenzuola, e che in ricompensa l'avesse fatto marchese. Ma non è già certo che ivi si parli di quel medesimo Bonifazio; e quand'anche se ne parlasse, resta in dubbio di qual marca egli fosse investito. Siamo assicurati da Liutprando[1910] che a' tempi suoi egli fu _marchese di Camerino e di Spoleti_; ma non sappiamo già se conseguisse in questi tempi quell'insigne governo. _Alberico marchese_ da noi veduto di sopra, era allora governatore di quella contrada. Certo che a questo Bonifazio il re Rodolfo diede per moglie _Gualdrada_ sua sorella. Di ciò tornerà occasion di parlare più a basso all'anno 946, al qual anno solamente il credo io pervenuto al possesso e governo di Spoleti e di Camerino. Sotto quest'anno poi narra Lupo protospata[1911] le disgrazie della città d'Oria nella Calabria, con dire: _Capta est Oria a Saracenis mense julii, et interfecerunt cunctas mulieres; reliquos vero deduxerunt in Africam, cunctos venumdantes_. Abbiamo parimente dalla Cronica arabica di Sicilia[1912], che venuto in quest'anno dall'Africa un nuovo generale de' Mori, prese nella Calabria la Rocca di Santagata.
NOTE:
[1901] Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 18 et seq.
[1902] Antiq. Ital., Dissert. XIX.
[1903] Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 20.
[1904] Frodoardus, in Chron., tom. 2, Rer. Franc. Du-Chesne.
[1905] Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 1 et seq.
[1906] Antiq. Ital., Dissert. LXXI.
[1907] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1, Append.
[1908] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2, in Episcop. Parmens.
[1909] Antiquit. Ital., Dissert. XIX, pag. 41, et Dissert. XXXIV, p. 55.
[1910] Luitprandus, Hist., lib. 2, cap. 18.
[1911] Lupus Protospata, tom. 5 Rer. Ital.
[1912] Chronic. Arabicum, P. II, tom. 1 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCXXV. Indiz. XIII.
GIOVANNI X papa 12. RODOLFO re d'Italia 5.
O negli ultimi mesi dell'anno precedente, o negli otto primi del presente, ne' quali correva l'_anno quarto_ di _Rodolfo_ re d'Italia, _Orso_ Particiaco, ossia Participazio, doge di Venezia, per attestato del Dandolo[1913], spediti per suoi ambasciatori ad esso re _Domenico vescovo_ di Malamocco e _Stefano_ Caloprino, ottenne da lui la confermazione di tutte le esenzioni e libertà, concedute al popolo di Venezia dagli antichi re ed imperadori. Degno è d'osservazione che Rodolfo in quel diploma _declaravit, ducem Venetiarum potestatem habere fabricandi monetam, quia ei constitit, antiquos duces hoc continuatis temporibus perfecisse_. In fatti è antichissimo il diritto di battere moneta nei dogi di Venezia, e dagli strumenti di questo medesimo secolo si ricava che era già in uso la _moneta veneta_, nè sussistere che da Berengario II fosse loro conceduto un sì fatto privilegio, come ha scritto più d'uno, perchè ne godevano molto prima. Si credeva il re Rodolfo di avere ormai in pugno il regno d'Italia, senza sapere che un altro v'aspirava anch'egli, e lavorava sott'acqua alla di lui rovina. Questi era _Ugo_ duca e marchese della Provenza, figliuolo di _Teobaldo_ conte e di _Berta_, nata da _Lottario re_ della Lorena, e della famosa _Gualdrada_, illegittimamente da lui presa per moglie. In seconde nozze fu essa _Berta_ maritata con _Adalberto II_, soprannominato il _Ricco_, duca di Toscana, la quale appunto cessò di vivere nel dì 8 marzo del presente anno. L'epitaffio suo, riferito dal Fiorentini[1914], tuttavia esiste inciso in marmo nella cattedrale di Lucca; nè so intendere perchè il padre Pagi[1915] la creda fattura de' secoli posteriori. Una sorella d'essa Berta per nome _Ermengarda_ morì anch'essa, e fu seppellita in Lucca, siccome apparisce dal suo epitaffio, rapportato dal Fiorentini e da me altrove[1916]. Siccome di sopra osservammo, procreò Berta al secondo marito due figliuoli maschi, cioè _Guido_, che dopo la morte del padre fu duca di Toscana, e _Lamberto_, di cui parleremo a suo tempo. Procreò eziandio una femmina appellata _Ermengarda_, che già abbiam veduta maritata con _Adalberto marchese_ d'Ivrea dopo la morte di Gisla sua prima moglie, figliuola dell'imperador Berengario. Lo storico Liutprando ci descrive[1917] questa principessa per la più prostituta donna del mondo. Non solo, se crediamo a lui, faceva essa mercato della sua onestà con tutti i principi d'Italia, ma scialacquò ancora con ignobili persone. In questa maniera s'era renduta arbitraria e padrona del regno, dipendendo da' suoi voleri e cenni i principi tutti. Qual fede si meriti qui la penna sempre satirica di Liutprando, io nol saprei dire. Ora Ugo, che a' tempi del re Berengario era venuto in Italia, e probabilmente sollevò contro di lui la Toscana, e contro suo volere cagion fu che Berengario facesse prigione la duchessa Berta sua madre e il duca Guido suo fratello; Ugo, dissi, dappoichè intese la morte di Berengario, tornò a far dei trattati segreti per ottener la corona d'Italia, con _Berta_ sua madre allora vivente, con _Guido_ duca e _Lamberto_ suoi fratelli uterini, signori di gran possanza in Toscana, e colla marchesana _Ermengarda_, che comandava a bacchetta in Lombardia. E non li fece indarno. Ermengarda fu quella che diede principio alla tela contro di Rodolfo, uomo ineguale, che oggi faceva una cosa e domani la disfaceva. Già noi vedemmo questa principessa in Pavia alzata al grado di consigliera di sua maestà. Era in questi tempi mancato di vita il marchese d'Ivrea _Adalberto_ suo marito. Gran dissensione bolliva fra i principi di Italia. Liutprando storico, a guisa de' romanzieri attribuisce tutto a rivalità fra loro insorta a cagion della stessa Ermengarda. Ora essa trovandosi in Pavia con un forte partito de' suoi parziali, ribellò quella città al re Rodolfo che ne era uscito per suoi affari. Qui lascerò io che il lettore esamini come Pavia, la qual si vuole ridotta dagli Ungheri nell'anno precedente in un mucchio di pietre, si fosse così presto ripopolata e con forza da ribellarsi. Comunque sia, seguita a dire Liutprando che Rodolfo, unita una poderosa armata dei suoi aderenti, per mettere in dovere quella impudica amazone, s'accampò dove il Ticino mette capo in Po. La notte vegnente Ermengarda con un suo biglietto gli fece intendere che in mano sua era stato ed era tuttavia l'averlo suo prigioniere, perchè tutti quelli del partito d'esso Rodolfo nulla più bramavano che di abbandonar lui, e di darsi a lei; ma che ella, perchè desiderava il di lui bene e la sua amicizia, a tali istanze non avea voluto aderire. Prestò fede e restò spaventato Rodolfo a queste furbesche parole; e nella seguente notte, avendo finto di andare a letto, senza che alcun dei suoi se ne avvedesse, passò a Pavia per abboccarsi con Ermengarda. Venuto il dì, nè alzandosi mai Rodolfo, tutti i suoi principi e cortigiani n'erano in pena; e scoperto in fine che egli mancava, chi diceva una cosa, e chi un'altra. Quando eccoti arrivare nel campo un avviso, che Rodolfo unitosi coi suoi avversarii si preparava per dar loro addosso. Bastò questo per metterli tutti in costernazione, e però se ne andarono non correndo, ma volando a mettersi in salvo in Milano. Allora fu che Lamberto, arcivescovo di Milano e gli altri prima aderenti a Rodolfo, si staccarono affatto da lui, ed inviarono messi ad Ugo duca di Provenza, perchè venisse in Italia a prendere il regno. Qualche aria di romanzo comparisce in questo racconto di Liutprando. Intanto Rodolfo burlato dagli uni, abbandonato dagli altri[1918], si ritirò in Borgogna; ma non dismettendo la voglia di ritenere o di ricuperar l'Italia, si raccomandò a _Burcardo_ potentissimo duca dell'Alemagna, ossia della Suevia, suocero suo, ed uomo bestiale, la cui figliuola _Berta_ egli avea già presa per moglie. Ammassato un copioso esercito, calarono in Italia; se in questo anno oppure nel susseguente, nol so io decidere. Giunti che furono ad Ivrea, Burcardo con disegno di esaminar le forze della città di Milano, dove era il nerbo degli oppositori, prese l'assunto di andar colà come ambasciatore, mostrando di trattar pace. Prima di entrarvi si fermò fuori della città nella vaga basilica di san Lorenzo, che oggidì è compresa entro le mura di Milano; e ben adocchiato il sito: _Qui_, disse ai suoi familiari, _si potrà formare una fortezza, che terrà in freno non solo i Milanesi, ma anche molti dei principi d'Italia_. Poi vicino alle mura della città si lasciò scappar di bocca in linguaggio tedesco che se egli non insegnava a tutti gli Italiani a contentarsi di un solo sperone, e di cavalcar delle cavalle, egli non era Burcardo; con altri vanti che tutti furono immediatamente rapportati all'_arcivescovo Lamberto_. Questi da uomo accorto fece molte finezze a Burcardo, il condusse fino alla caccia in un suo broglio con permettergli di ammazzare un cervo: cosa che egli non soleva concedere a persona del mondo; e il rimandò tutto gonfio di belle speranze. Ma nel mentre che gli dava dei divertimenti in Milano, fece intendere ai Pavesi e ad alcuni principi d'Italia che si preparassero per liberare il paese da questo tedesco di sì mala volontà. Partito Burcardo da Milano, alloggiò la sera in Novara. Nel dì seguente appena, ripigliato il viaggio, cadde nell'imboscata che gli era stata tesa. Datosi alla fuga, e caduto il cavallo nella fossa di quella città, quivi trapassato da più lance lasciò la vita. I suoi rifugiatisi nella chiesa di san Gaudenzio, furono tutti tagliati a pezzi. A questa nuova sbigottito Rodolfo, più che in fretta se ne tornarono in Borgogna, nè più pensò all'Italia.
Da Ermanno Contratto[1919] e da Artmanno monaco[1920] sappiamo che dopo la morte del re Corrado il suddetto Burcardo si era fatto tiranno della Suevia, aveva commesse varie iniquità, _et in Italiam ingressus, dum totam sibi terram subjicere, et multos decipere cogitat, ipse dolositate illius gentis praeventus, dum studet evadere, subito lapsu infraenis equi in foveam, veluti casui illius praeparatam, cecidit, hocque insperato obitu miserabiliter vitam finivit_. Migliore forse del suocero non era il genero suo Rodolfo. Così ne scrive Frodoardo all'anno 926[1921]. _Hugo filius Bertae rex Romae super Italiam constituitur, expulso Rodulfo cisalpinae Galliae rege, qui regnum illud pervaserat, et alteri feminae, vivente uxore sua, se copulaverat, occiso quoque a filiis Bertae Burchardo Alamannorum principe, ipsius Rodulfi socero, qui Alpes cum ipso transmearat, italici regni gratia recuperandi genero_. Frodoardo in un fiato racconta tutti questi fatti sotto l'anno 926. Dell'esaltazione del re Ugo, succeduta certamente nel seguente anno, sotto il medesimo mi riserbo io di parlare. Intanto è da osservare che _Burcardo_ fu ucciso a _filiis Bertae_; cioè da _Guido_ duca di Toscana e da _Lamberto_ suo fratello, coll'aiuto di _Ermengarda marchesana d'Ivrea_, loro sorella, perchè tutti aspiravano a mettere sul capo di Ugo duca di Provenza, lor fratello uterino, la corona del regno d'Italia, ma per loro castigo, siccome vedremo andando innanzi. Non si dee ora tacere un'importante particolarità del suddetto _Guido_ duca di Toscana. Dacchè per la morte dell'imperador Berengario Roma restò senza imperadore, cioè senza quel freno in cui la tenevano gli Augusti sovrani, governata solo da _papa Giovanni_, ma in tempi che non si avea quella ubbidienza e rispetto dal senato e popolo romano che si conveniva ai pontifici, i quali pure erano veri e legittimi padroni di quella città, del suo ducato e d'altri paesi: _Maria_, soprannominata _Marozia_, che, secondo Liutprando, colla impudicizia sua avea già formato un grosso partito de' suoi aderenti, s'impadronì della Mole adriana, oggidì Castello sant'Angelo, edifizio che in que' tempi ancora veniva creduto una fortezza quasi inespugnabile, e in tal guisa cominciò e continuò con più baldanza a far da padrona in Roma. Obbrobriose memorie di quell'alma città son queste. Tuttavia per maggiormente assodar la sua possanza, cercò di avere un marito potente, alle cui forze congiunte colle sue niuno, e neppure il papa, potesse resistere. _Guido_ duca e marchese di Toscana, per attestato di Liutprando[1922], non ebbe difficoltà di prendere per moglie una sì fatta donna, perchè il dominio di Roma, che pareva da lei portato in dote, ebbe presso di lui più peso che ogni altro riguardo. Queste indubitate nozze di Guido con Marozia ci danno abbastanza a conoscere che _Alberico marchese_, da noi veduto di sopra marito di Marozia, dovea già essere mancato di vita. Martino Polacco[1923], Tolomeo da Lucca[1924], il Platina[1925], il Sigonio[1926] ed altri ancora scrivono che intorno a questi tempi, nata discordia fra papa _Giovanni X_ ed _Alberico marchese_, fu forzato l'ultimo ad uscire di Roma. Ritiratosi egli nella città d'Orta, quivi con fabbricare una fortezza si assicurò. Per vendicarsi poi dei Romani, chiamò in Italia gli Ungheri, i quali venuti in Toscana, dopo aver dato a tutte quelle contrade il guasto, ed uccisa gran gente, se ne tornarono carichi di bottino al loro paese. Sdegnati per questo i Romani trucidarono il _marchese Alberico_. Non truovo io vestigio alcuno nè in Liutprando, nè in veruno degli antichi scrittori, che gli Ungheri arrivassero mai in Toscana o presso Roma. Tuttavia non sarà senza fondamento la morte del suddetto Alberico, sembrando non improbabile che non volendo più sofferir papa Giovanni la di lui prepotenza, trovasse maniera per farlo levare dal mondo. _Marozia_ dipoi per conservare l'usurpata sua signoria in essa Roma, si volle maggiormente fortificare col tirar in essa città _Guido_ marchese e duca di Toscana, e prenderlo per marito. Noi vedremo che essa avea partorito ad _Alberico_ marchese suo primo consorte un figliuolo che portò il nome del padre, e divenne col tempo principe ossia tiranno di Roma. Ma essendo egli in questi tempi fanciullo, nè potendo per la sua tenera età dar vigore agli ambiziosi disegni della madre, essa provvide al bisogno in altra guisa, con passare alle seconde nozze.
NOTE:
[1913] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[1914] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.
[1915] Pagius, ad Annal. Baron.
[1916] Collectio Nova vet. Inscription., p. 1885.
[1917] Liutprandus, lib. 3 Hist., cap. 2 et seq.
[1918] Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 4.
[1919] Hermannus Contract., in Chron. edition Canisii.
[1920] Hartmannus, in Vita S. Wiboradae.
[1921] Frodoardus, in Chronico.
[1922] Liutprandus, Hist., lib,. 3, cap. 4.
[1923] Martin. Polonus, Chron. Rom. Pont.
[1924] Ptolom. Lucensis, Hist. Eccl.
[1925] Platina, de Roman. Pontif.
[1926] Sigon., de Regno Italiae.
Anno di CRISTO DCCCCXXVI. Indiz. XIV.
GIOVANNI X papa 13. UGO re d'Italia 1.
Ricevette in quest'anno l'Italia un nuovo re, cioè _Ugo_ marchese e duca, e non già re di Provenza, come osservò il padre Pagi[1927]. Se vogliam credere allo storico Liutprando[1928], molte virtù concorrevano in questo principe. _Fuit rex Hugo_, dice egli, _non minoris scientiae quam audaciae, nec inferioris fortitudinis quam calliditatis. Dei etiam cultor, sanctaeque Religionis amatorum amator; in pauperum necessitatibus curiosus; erga ecclesias sollicitus, religiosus. Philosophosque viros non solum amabat, verum etiam fortiter honorabat. Qui etsi tot virtutibus clarebat, mulierum tamen illecebris eas foedabat._ Così Liutprando, che da fanciullo fu paggio nella corte d'esso re Ugo, ma forse non dovette allora per la sua età saper bene scandagliare le qualità di questo principe. Noi, pesando le di lui azioni nel progresso della storia, inclineremo piuttosto a crederlo un picciolo Tiberio, una solennissima volpe ed un vero ipocrita, che per fini umani mostrava gran venerazione alle chiese e persone sacre, ma poca nelle sue operazioni verso Dio e verso la giustizia. Non solamente tirò egli, stando in Provenza, nel suo partito _Lamberto arcivescovo_ di Milano e buona parte dei principi d'Italia, e specialmente i suoi fratelli uterini, ma anche lo stesso papa _Giovanni X_, facendo credere a tutti ch'egli porterebbe in Italia il secolo d'oro, e principalmente sosterrebbe l'autorità del papa entro e fuori di Roma. Dagli effetti ce ne accorgeremo. Venuto per mare, sbarcò egli a Pisa, _quae est Tusciae provinciae caput_ (lo dice Liutprando), ed appena giunto colà, vi comparvero gli ambasciatori di papa Giovanni, anzi vi concorsero a braccia aperte quasi tutti i principi d'Italia, per accogliere questo creduto novello ristoratore del regno, ed invitarlo a prendere la corona ch'egli vagheggiava da tanto tempo. Passò dipoi a Pavia, dove concordemente fu eletto re, ed appresso coronato in Milano nella basilica ambrosiana dal suddetto arcivescovo Lamberto. Non è sì facile il determinare, non dirò solamente il giorno e il mese, ma neppur l'anno in cui questo principe ottenne il titolo e la corona di re. Il Sigonio fu d'opinione[1929] ch'egli giugnesse a Pisa nel luglio di questo anno, e poscia in Milano fosse innalzato al trono. Il signor Sassi[1930] bibliotecario dell'ambrosiana inclinò a crederlo creato re fra il maggio e l'agosto dell'anno precedente 925, e ne addusse alcune ragioni. Ho io all'incontro osservato dei combattimenti fra gli stessi diplomi di questo principe, o per colpa de' copisti, o perchè alcuni d'essi esistenti negli archivii paiono bene a prima vista originali, ma tali non sono in fatti, ed alcun d'essi è anche fattura di falsarii. S'aggiugne l'imbroglio altre volte accennato di tre diverse ere dall'Incarnazione, cioè dell'anno volgare preso dal dì 25 di dicembre, o dal primo di gennaio, e dell'anno pisano e del fiorentino; oltre a quello delle indizioni ora mutate nel settembre, ed ora sul principio dell'anno nostro. In questa controversia ecco ciò che io sono andato osservando.