Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 88

Chapter 883,386 wordsPublic domain

Rapporta l'Ughelli[1884] il testamento di _Noterio_ ossia _Notekerio_ vescovo di Verona, fatto, _imperante domno nostro Berengario imperatore, anno sexto, sub die decimo de mense februarii, Indictione IX_. Se questo atto è autentico, e se accuratamente trascritto dall'Ughelli, noi vegniamo a conoscere che Berengario non dovette ricevere la corona e il titolo imperiale nella Pasqua dell'anno 916, ma bensì prima del dì 10 di febbraio di esso anno; e con insorgere un sospetto che ciò seguisse nel Natale dell'anno 915, ed aver fallato il panegirista di Berengario, sulla cui relazione fondati alcuni hanno assegnata la di lui coronazione alla Pasqua suddetta dell'anno 916. Ma perchè l'Ughelli troppe volte porta scorretti i documenti nella sua Italia sacra, non possiam qui riposar sulla sola sua fede. Se un dì uscirà alla luce qualche diploma o strumento, scritto ne' mesi di gennaio e febbraio dell'anno 916 e dei susseguenti, finchè visse Berengario, allora si potrà meglio accertare questa partita. Il Sigonio[1885] attestò di averne veduto uno, dato _regni sui trigesimo primo, imperii vero quarto, VII kalend. januarii, Indictione VII_, cioè nel dì 26 di dicembre dell'anno 918. Il padre Pagi[1886] vuole che s'abbia, secondo i suol conti, a legger ivi _imperii vero tertio_. Ma se il Sigonio seppe ben leggere, e se autentico era quel diploma, vegniamo in cognizione che appunto nel dì di Natale dell'anno 915 accadde la coronazione romana di Berengario. Veggasi un altro documento qui sotto all'anno 924. Aggiungasi ancora che nell'indice delle carte dell'insigne archivio dell'arcivescovo di Lucca è notato un livello, dato da _Pietro_ vescovo nell'_anno II_ di _Berengario Augusto_ nel dì 14 di marzo _Indict. V_, cioè nell'anno 917. Adunque prima della pasqua dell'anno precedente Berengario dovea avere ricevuta la corona dell'imperio. Abbiamo poi dal Dandolo[1887], che circa questi tempi gli Ungheri usciti della Pannonia empierono di desolazione la Moravia e la Boemia, con uccidere ancora il duca di quella contrada. Vennero poi nella Croazia, e, passato il castello di Leopoli, trovarono _Gotifredo ed Ardo_ duchi insieme col patriarca di Aquileja (secondo i conti dell'Ughelli dovrebbe essere _Orso_) che attaccarono battaglia con loro; ma sfortunatamente, perchè quei due duchi vi lasciarono la vita, e il patriarca, mercè di un buon cavallo e degli speroni si ridusse in salvo. Diedero i barbari vincitori un sacco universale alla Croazia e Stiria; se ne tornaron pieni di bottino nella Pannonia, e di là passarono a far la stessa danza nella Bulgheria. Seguì parimente nell'aprile di quest'anno un fatto d'armi presso la città di Ascoli fra _Landolfo_ principe di Benevento e di Capoa, ed _Ursileo_ ossia _Orseolo_, generale dei Greci, che vi restò morto. Ne fa menzione Lupo protospata[1888] con queste parole: _Anno 921 interiit Ursileo Stratigo in praelio de Asculo mense aprilis, et apprendit Pandulfum Apuleo._ Secondochè osservò Camillo Pellegrino, qui si dee leggere _Landulfus Apuliam_. E che questo principe ritogliesse ai Greci la Puglia, si ricava da Liutprando[1889], che scrive, _principem Landulphum septennio potestative Apuliam sibi subjugasse_. Benchè l'imperador Berengario placidamente governasse il regno d'Italia, pure i mali che in quei tempi guastavano troppo di leggieri la pubblica quiete ed armonia, non gli permisero di goder più lungamente della pace. In quest'anno appunto succedette, a mio credere, ciò che vien narrato da Liutprando[1890]. Venuto a morte _Gariberto arcivescovo_ di Milano, se volle _Lamberto_ eletto suo successore entrar in possesso di quella chiesa, gli convenne, secondo i pessimi abusi d'allora, comperare il consenso dell'imperadore con buona somma di danaro, avendone egli esatta tanta quanta se ne solea dare ai camerieri, ai portieri e ai custodi de' pavoni e degli altri uccellami della corte. Se l'ebbe forte a male il novello arcivescovo, e cominciò tosto a meditarne la vendetta. Accadde che _Adalberto marchese_ d'Ivrea, benchè genero dello stesso Berengario, _Odelrico_ marchese e conte del sacro palazzo, benchè tanto beneficato da esso imperadore, e _Gilberto_ potente e valoroso conte segretamente tramarono una ribellione contra del medesimo Augusto Berengario. Insospettitosene egli, fece mettere le mani addosso ad Odelrico, e il diede in guardia all'arcivescovo Lamberto, per prendere poi quelle risoluzioni che fossero credute più convenienti alla giustizia. Da lì a qualche giorno mandò Berengario dei messi con ordine all'arcivescovo di rimettere in mano di lui il prigioniere. La risposta ch'egli diede, fu, che se un par suo consegnasse alla giustizia alcuno, a cui si dovesse levar la vita, egli opererebbe contro i canoni, e meriterebbe di perdere il vescovato. Di più non occorse all'imperador Berengario per iscoprire il mal animo di Lamberto; e tanto più si assicurò della di lui intelligenza e lega coi ribelli, perchè egli senza licenza alcuna d'esso Berengario rimise in libertà Odelrico.

Allora fu che il marchese Adalberto, esso Odelrico e Gilberto conte determinarono di chiamare in Italia un altro principe per atterrar Berengario[1891], e rivolsero gli occhi a _Rodolfo II_ ossia Ridolfo, re della Borgogna appellata Transjurana, che comandava alla Savoia, agli Svizzeri e ad altri circonvicini paesi. Non mancava a questo re l'ambizione, cioè la sete di ingrandirsi, innata in quasi tutti i principi, e con questa voglia andava congiunta la potenza, accresciuta dall'aver egli presa per moglie _Berta_ figliuola di _Burcardo duca_ potentissimo della Suevia. Cominciarono pertanto questi tre congiurati un trattato segreto col suddetto re Rodolfo per farlo venire in Italia. Ma mentre costoro sulla montagna di Brescia battevano un dì consiglio per condurre a fine la meditata impresa, ne fu avvertito l'imperador Berengario. Portò il caso che in questo medesimo tempo erano calati in Italia due re, ossia due capitani degli Ungheri, appellati Dursac e Bugat, per salassare la misera Lombardia; i quali perciò mandò a pregare, che se gli voleano bene, andassero a fare una visita a que' suoi ribelli. Non vi fu bisogno di speroni a quella gente, avida di sangue e di bottino. Volarono sul Bresciano per vie sconosciute, ed arrivarono inaspettati al luogo di quella combricola. Uccisero e presero molti di coloro. _Odelrico_ conte del palazzo bravamente difendendosi lasciò ivi la vita. _Adalberto_ marchese e _Gilberto_ conte furono del numero de' prigionieri. Il primo uomo non bellicoso, ma fornito di una mirabil sagacità ed astuzia, vedendo che non v'era maniera di scappare, gittate via l'armi e tutti gli ornamenti preziosi, e vestitosi da semplice soldatello, si lasciò prendere dagli Ungheri. Interrogato chi fosse, rispose d'essere un fantaccino d'un uomo d'armi, e li pregò di farlo menare ad un castello appellato Calcinaia dove teneva i suoi parenti che il riscatterebbono. Condotto colà, e non conosciuto, fu a vilissimo prezzo comperata la di lui libertà da Leone, uno dei suoi soldati. _Gilberto_ riconosciuto per quel che era, ben bastonato, e mezzo nudo, fu presentato all'Augusto Berengario. Se gli gittò egli tosto a' piedi per implorar la sua misericordia; ma trovandosi senza brache, e mostrando quelle parti che la verecondia insegnò a nascondere, commosse al riso tutti gli astanti. Era Berengario principe sommamente portato alla clemenza, e questa volta ancora ne volle lasciare un illustre esempio con perdonare a costui. Dopo averlo fatto vestire d'abiti convenevoli al suo grado, il lasciò andare con dirgli di non volere da lui giuramento alcuno; ma che s'egli tornasse a rivoltarsi contra del suo sovrano, se ne aspettasse pure il gastigo da Dio. Di questa sua soverchia indulgenza ebbe ben tosto a pentirsi Berengario; perciocchè l'ingrato Gilberto appena fu ritornato ad Ivrea, che istigato dagli altri ribelli se n'andò in Borgogna a spronare il re Rodolfo, affinchè colle sue forze calasse in Italia. Nè passarono trenta giorni, che Rodolfo, avendo mosse l'armi sue a questa volta, si diede a detronizzar Berengario. Le scene di questi ribelli le credo io succedute nell'anno corrente. Ed appunto nel settembre od ottobre di questo medesimo anno son io d'avviso che esso Rodolfo venuto in Italia, e impossessatosi di Pavia, quivi fosse eletto re dai principi suoi parziali. Le ragioni si vedranno andando innanzi. Un placito tenuto in Ravenna da _Onesto arcivescovo_ di essa città, e da Odelrico vassallo e messo dell'imperadore Berengario, da me dato alla luce[1892], non so io dire se appartenga all'anno presente, perchè le note cronologiche si scuoprono guaste. Ben so che può esso far conoscere che in questi tempi in _Ravenna_ e nel suo esarcato esso Augusto esercitava giurisdizione e signoria, nè apparisce che ivi i romani pontefici ritenessero il temporal dominio.

NOTE:

[1884] Ughell., Ital. Sacr., tom. 5, in Episcop. Veronens.

[1885] Sigonius, de Regno Ital. ad ann. 918.

[1886] Pagius, in Critic. ad Annales Baron.

[1887] Dandul., in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.

[1888] Lupus Protospata, in Chron., tom. 5 Rer. Ital.

[1889] Liutprandus, in Legationib.

[1890] Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 15.

[1891] Liutprand., Hist., lib. 2, cap. 16.

[1892] Antiq. Italic., Dissert. XXXI, pag. 969.

Anno di CRISTO DCCCCXXII. Indiz. X.

GIOVANNI X papa 9. BERENGARIO imperadore 8. RODOLFO re d'Italia 2.

Se crediamo a Frodoardo[1893], solamente in quest'anno dovette comparire in Italia coll'esercito suo Rodolfo re di Borgogna, scrivendo egli: _Berengario Longobardorum_ (dovendo dire _Romanorum_) _imperatore regno ab optimatibus suis deturbato, Rodulfus cisalpinae Galliae rex ab ipsis in regnum admittitur_. Ma io tengo che la calata in Italia di Rodolfo e l'elezione sua in re d'Italia succedessero negli ultimi mesi dell'anno precedente. Il Dandolo scrisse[1894]: _Rodulfus regnum Italiae obtinuit anno Domini DCCCCXXI, qui invitatus ab Italicis in Lombardiam venit, et Berengarium regem bellando vicit, et sic regnum obtinuit_. So non essere questo autore di tale antichità da poter decidere tal controversia; ma, a buon conto, ho io pubblicato[1895] un diploma di Rodolfo, che ci assicura che egli nel dì 4 di febbraio dell'anno presente era già dichiarato re d'Italia, e pacificamente soggiornava in Pavia, dove confermò ad _Aicardo vescovo_ di Parma la badia di Berceto. Fu dato quel diploma _II nonas februarii anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi DCCCCXXII, Indictione X, regnante domno nostro Rodulfo rege in Burgundia XI, in Italia I_. _Datum Ticini civitate_, ad intercessione di _Lamberto arcivescovo_ di Milano e di _Adalberto marchese_ d'Ivrea. A questa elezione non dovette consentire _Guido duca_ di Toscana, perchè si veggono tuttavia notati gli anni di Berengario in una carta dell'archivio archiepiscopale di Lucca, scritta _anno VII Berengarii imperatoris pridie halendas majas, Indictione X_, cioè nell'anno presente; ed altri susseguenti atti continuano col medesimo stile. Riuscì dunque a Rodolfo re di occupar Pavia, e di farsi eleggere e coronare re di Italia dal suddetto arcivescovo e dai principi ribelli dell'imperador Berengario. Si ricoverò esso Berengario a Verona, e quivi si sostenne coll'aiuto degli Ungheri, che verisimilmente in questa congiuntura, ad istanza sua, vennero in Italia. Frodoardo chiaramente dopo le parole sopra allegate aggiugne: _Hungari actione praedicti Berengarii, multis captis oppidis, Italiam depraedantur_. Perciò Rodolfo dovette contentarsi delle conquiste fatte, senza turbare Berengario nel possesso di Verona, e conseguentemente nel ducato del Friuli. Truovasi in Pavia Rodolfo nel dì 7 di dicembre dell'anno presente, seppure, secondo l'era pisana, non è da riferire al precedente, ciò apparendo da un suo diploma[1896], in cui conferma ai canonici di Parma i lor privilegii. Fu esso dato _VI idus decembris anno dominicae Incarnationis DCCCCXXII, domni vero Rodulfi piissimi regis in Italia I, in Burgundia XII, Indictione X. Actum Papiae._ _L'Indizione X_ corrente nel mese di dicembre, secondo l'uso più comune d'allora, indica l'anno precedente. Un altro simile diploma, ma differente nelle note, vien rapportato dall'Ughelli[1897], dato _III nonas decembris anno Incarnationis dominicae DCCCCXXII, domni vero Rodulfi piissimi regis in Italia I, in Burgundia XI, Indictione XI. Actum Papiae._ Come vi possa essere tal divario fra atti spediti nello stesso tempo dalla medesima cancelleria, chi mel sa dire? Per me credo l'un di essi difettoso. Nell'ultimo di questi privilegii, conceduto ad istanza di _Lamberto arcivescovo_ di Milano, di _Guido vescovo_ di Piacenza, di _Benedetto vescovo_ di Tortona e di _Gilberto illustre conte_, diletti consiglieri suoi, Rodolfo concede ad _Adalberto vescovo_ di Bergamo e a' cittadini di poter fortificare la loro città già distrutta, _quae nunc maxime Suevorum et Ungarorum incursione turbatur_.

NOTE:

[1893] Frodoardus, in Chron., tom. 2, Rer. Franc. Du-Chesne.

[1894] Dandul., in Chron., tom. 12, Rer. Ital.

[1895] Antiq. Ital., Dissert. LXXIII.

[1896] Antiq. Ital., Dissert. XXXIV.

[1897] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4, in Episcop. Bergom.

Anno di CRISTO DCCCCXXIII. Indiz. XI.

GIOVANNI X papa 10. BERENGARIO imperad. 9. RODOLFO re d'Italia 3.

Non mancava all'Augusto Berengario nè coraggio nelle sue avversità, nè partito di aderenti e fedeli pronti ad impiegar la vita in difesa di lui. Fra questi specialmente si contava _Guido vescovo_ di Piacenza[1898], il quale poco fa abbiam veduto che era uno de' consiglieri del re Rodolfo in Pavia. Il Campi[1899] notò che nell'anno 922 uno strumento fu scritto in quella città di Piacenza, correndo il mese di _maggio_ e la _decima indizione_, con gli anni di _Rodolfo re d'Italia_: il che fa conoscere che Piacenza allora ubbidiva a lui. Ma in altre due carte, scritte nello _stesso anno_ e sotto la _stessa Indizione_, e amendue in presenza di _Guido vescovo_, si fa menzione di Berengario imperadore, correndo l'_anno settimo_ del suo imperio; segno che il vescovo Guido e Piacenza erano tornati all'ubbidienza di lui. Anzi da questi atti si può ricavar pruova che i due diplomi da me accennati, come spediti nel precedente anno in Pavia, possano appartenere (almeno l'uno d'essi) piuttosto all'anno 921, come io sospettava. Perciocchè, come potè sul fine dell'anno 922 essere _Guido_ in Pavia consigliere del re Rodolfo, quando noi già il troviamo passato nel partito di Berengario, correndo l'_indizione decima_, cioè probabilmente prima del settembre d'esso anno 922? E se così fosse, il principio del regno di Rodolfo in Italia sarà stato nel fine dell'anno 921, come io già conjetturai, e non già nell'anno susseguente. Aggiugne il Campi, che sotto il dì 18 di maggio dell'anno presente 923 si vede altro strumento scritto con gli anni di _Rodolfo_ in Piacenza. Sicchè dovea già Rodolfo avere ricuperata quella città. Intanto l'imperador Berengario, adunate quante forze potè, volle tentar la fortuna di una battaglia, che troppo svantaggiosa in fine riuscì per lui. La rapporto io all'anno presente sulla testimonianza di Frodoardo, che ne scrive così:[1900] _Rodulphus cisalpinae Galliae rex, quem Italici, abjecto rege suo Berengario, in regnum receperant, cum ipso Berengario conflixit, eumque devicit, ubi mille quingenti viri cecidisse dicuntur_. È narrato questo fatto d'armi da Liutprando colle seguenti circostanze. S'incontrarono le due armate nemiche a Fiorenzuola tra Piacenza e Borgo San Donnino, nel dì 29 di luglio, e quivi vennero alle mani con un conflitto tanto più detestabile, perchè per la diversità delle fazioni si videro imbrandire il ferro i padri contra de' figliuoli, i figliuoli contra de' padri, i fratelli l'un contra dell'altro.

_. . . . Acer avus lethum parat ecce nepoti_ _Sternendus per eum...._

Sembrano queste parole indicar _Berengario_ imperadore, che dovette in quella giornata avere per avversario il suo stesso nipote _Berengario_, figliuolo di _Gisla_ figliuola sua e di _Adalberto_ marchese d'Ivrea. Di grandi prodezze vi fece l'Augusto Berengario, non minori il re Rodolfo. Ma finalmente si dichiarò la vittoria in favore del primo, e andò rotto tutto il campo del re borgognone. Avea questo re maritata con _Bonifazio_ conte potentissimo, che divenne poi marchese di Spoleti e di Camerino, _Gualdrade_ sua sorella, donna per beltà e per saviezza illustre, che era anche vivente allorchè Liutprando scrivea le sue storie. Comparve questo Bonifazio insieme con Gariardo conte, menando seco un buon corpo d'armati, in soccorso del re suo cognato, ed avrebbe desiderato di entrare anche egli nel primo fuoco di quella battaglia. Ma siccome personaggio di rara astuzia, giudicò meglio di tenersi in agguato, aspettando l'esito del combattimento, per dare addosso a quei di Berengario, caso che vincessero e si sbandassero, cioè per far quello che tante volte è avvenuto in simili casi o per la poca accortezza de' generali, o per la disubbidienza de' soldati troppo ansiosi del bottino. E così appunto avvenne, talchè i berengariani di vincitori divennero vinti. _Jam Rodulphi_, dice Liutprando, _paene omnes milites fugerant, et Berengarii dato victoriae signo colligere spolia satagebant: quum Bonifacius atque Gariardus subito ex insidiis properantes, hos tanto levius quanto inopinatius sauciabant._ Gariardo accettava chiunque se gli rendeva prigione. Bonifazio a niuno dava quartiere. Mutata perciò la faccia della fortuna, e tornati alle bandiere i soldati fuggitivi di Rodolfo, facilmente sconfissero l'armata di Berengario, con tanta strage nondimeno dell'una e dell'altra parte, che, se vogliamo prestar fede a Liutprando, a' suoi dì pochi uomini di arme restavano in Italia. Fuggissene l'imperador Berengario a Verona. Rodolfo allora, nulla temendo più dell'abbattuto avversario, dopo questa vittoria, diede una scorsa in Borgogna, colà richiamato da varii suoi premurosi affari.

NOTE:

[1898] Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 17 et seq.

[1899] Campi, Istor. di Piacenza, lib. 8.

[1900] Frodoardus, in Chron., tom. 2 Rer. Franc. Du-Chesne.

Anno di CRISTO DCCCCXXIV. Indiz. XII.

GIOVANNI X papa 11. RODOLFO re d'Italia 4.

Altra via non seppe trovare l'imperador _Berengario_ per sostenersi in capo la crollante sua corona, che l'indegno ripiego di chiamar in Italia la spietata nazione degli Ungheri, co' quali avea trattenuta fin qui a forza di regali una buona amicizia. Calati costoro nel febbraio di quest'anno, li spinse egli alla volta di Pavia. Ma ad alcuni dei suoi medesimi Veronesi, stati in addietro sì fedeli ed attaccati a lui, dovette dispiacer non poco questa risoluzione barbarica, prevedendo ognuno quanto sangue e danno cagionerebbe agli amici stessi la venuta di quella gente, nemica del nome cristiano, e troppo avvezza alle crudeltà. E per questo motivo, oppure per altri a noi ignoti, cominciarono alquanti di quei cittadini ad ordire una congiura contra di Berengario[1901]. Ne ebbe sentore l'infelice principe, e saputo che un certo Flamberto suo compare, perchè gli avea tenuto un figliuolo al sacro fonte, ne era capo, fattoselo venir davanti, gli ricordò i benefizii a lui compartiti, ne promise de' maggiori, purchè egli fosse costante nella fedeltà verso del suo sovrano. E donatagli una tazza d'oro, lasciollo andare in pace. Altro non fece nella notte seguente, dopo essersi veduto scoperto, lo sconoscente Flamberto, che istigare i suoi congiurati a fare il colpo divisato contra la vita dell'Augusto Berengario. Che la malizia e l'accortezza non avessero gran luogo in cuore di questo principe, si può riconoscere dall'aver egli preso il riposo in quella notte, non già nel palazzo, che si potea difendere, ma in un picciolo gabinetto contiguo ad una chiesa, per poter essere presto, secondo il suo costume, a levarsi di mezza notte ed assistere ai divini uffizii. Perchè nulla sospettava di male, neppure si precauzionò colle guardie. Alzossi al suono della campana del mattutino notturno e andò alla chiesa. Ma vi comparve da lì a poco anche Flamberto con una mano di sgherri, e venutogli incontro Berengario per intendere il lor volere, trafitto da varii colpi delle loro spade, cadde morto ai lor piedi. E questo miserabil fine ebbe l'imperador Berengario, principe a cui nel valore pochi andarono innanzi, niuno nella pietà, nella clemenza e nell'amore della giustizia. Vo io credendo che nel mese di marzo del presente anno egli fosse tolto dal mondo, perchè ho avuto sotto gli occhi e poi stampato[1902] uno stromento originale, esistente nell'archivio dell'arcivescovato di Lucca, con queste note: _Regnante domno nostro Berengario gratia Dei imperatore augusto, anno imperii ejus nono, duodecimo kalendas aprilis, Indictione duodecima_. Contiene una permuta fatta di alcuni beni tra Flaiberto Scavino e _Pietro vescovo_ di Lucca, con avere _Guido duca_ inviati i suoi messi per conoscere che non seguisse lesione della chiesa in quel contratto. Ora di qui apparisce che nel dì 21 di marzo non era per anche giunta a Lucca la nuova della morte dell'Augusto Berengario. Quel che è più, un tal documento maggiormente ci assicura che nel dì 24 di marzo, ossia nella Pasqua dell'anno 916, Berengario non fu promosso alla dignità imperiale, ma prima di quel giorno: altrimenti nel dì 21 di marzo del presente anno sarebbe corso l'anno _ottavo_, e non già il _nono_, del suo imperio. Ma se è così, vegniamo ad intendere che la di lui coronazione romana si ha da riferire al santo Natale dell'anno 915, e che il panegirista di Berengario si dee differentemente spiegare, se è possibile; e se non si può, convien confessare ch'egli anche in questo fallò, nè ci è permesso di crederlo autore contemporaneo di Berengario stesso. Fu compianta dai più la morte di così buon principe; e se si vuol prestar fede a Liutprando[1903], restava tuttavia a' tempi suoi in Verona davanti ad una chiesa una pietra intrisa del sangue di esso Berengario, che, per quanto fosse lavata con varii liquori, mai non perdè quel colore. Aveva allevato Berengario in sua corte un nobile e valoroso giovane, appellato _Milone_, ai cui consigli se si fosse egli attenuto, non gli sarebbe avvenuta quella sciagura. La notte stessa che egli restò trucidato, avea voluto _Milone_ mettergli le guardie, ma a patto alcuno nol permise Berengario. Ora questo generoso giovane, giacchè non potè difendere il suo sovrano vivente, non lasciò almeno di prontamente vendicarlo morto. Prese egli l'iniquo Flamberto con tutti i suoi complici, e nel terzo giorno dopo l'uccision di Berengario tutti li fece impiccar per la gola. Questo Milone fu dipoi (forse anche era allora) conte, cioè governator di Verona, e personaggio di rare e perfette virtù.