Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 86
In luogo suo fu eletto papa _Landone_, a noi solamente noto pel nome, senza sapersi alcuna azione di lui. Fece in questi tempi _Corrado re_ di Germania, non senza ingratitudine, guerra ad _Arrigo duca_ di Sassonia, che fu padre di _Ottone Augusto_ il Grande: ma nulla vi guadagnò. Ebbe maggior fortuna nel regno della Lorena, di cui s'era impadronito _Carlo il Semplice_ re di Francia[1825], e ne staccò almeno l'Alsazia. Nella Cronichetta amalfitana[1826], da me data alla luce, noi troviamo in questi tempi duca d'Amalfi _Mansone_, il quale dopo sedici anni di governo diede l'addio al secolo e si fece monaco. Nel dì 10 d'agosto dell'anno presente era in Pavia il re _Berengario_, dove donò al monistero delle monache della Posterla[1827] una parte del muro di quella città.
NOTE:
[1821] Chronic. Arabicum, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[1822] Sigon., de Regno Ital., lib. 6.
[1823] Pagius, ad Annal. Baron.
[1824] Frodoardus, de Roman. Pontificib.
[1825] Chronic. breve sancti Galli.
[1826] Antiq. Ital., tom. 1, pag. 210.
[1827] Ibid., Dissert. XI, pag. 587.
Anno di CRISTO DCCCCXIV. Indizione II.
GIOVANNI X papa 1. LODOVICO III imperadore 14. BERENGARIO re d'Italia 27.
Ci assicura Girolamo Rossi di aver veduto uno strumento scritto in Ravenna a' tempi di papa _Landone[1828] nonis februarii, Indictione secunda_. Perciò egli era vivo nel febbraio dell'anno presente. Di lui così scrive Frodoardo[1829]:
_Lando dein summam Petri tenet ordine sedem._ _Mensibus hanc coluit sex, ut denisque diebus,_ _Emeritus patrum sequitur quoque fata priorum._
Venne egli perciò a morte in questo anno, ed ebbe per successore _Giovanni X_ papa, dianzi arcivescovo di Ravenna, il quale, siccome apparirà da una sua bolla che accennerò all'anno 917, prima del dì 19 di maggio dell'anno presente fu eletto e consecrato papa, e non già nell'anno 912, come fu d'avviso il cardinal Baronio[1830]. La penna satirica di Liutprando[1831] ha sommamente screditata la memoria ancora di questo Giovanni romano pontefice. Racconta egli che _Teodora, scortum impudens_, madre di _Marozia_ soprammentovata, ed avola materna di _Alberico_, che vedremo a suo tempo signore o tiranno di Roma, era la padrona assoluta di Roma, _romanae civitatis non inviriliter monarchiam obtinebat_. Se è vero quanto con tali parole vuol dire Liutprando, un gran processo è questo contra della nobiltà e del popolo di Roma, che tanta possanza lasciava ad un'impudica femmina. Capitò a Roma _Giovanni_, speditovi da Pietro arcivescovo di Ravenna. Se ne invaghì Teodora. Venne in quel tempo a morte il vescovo di Bologna, e Giovanni fu eletto per successore in quella chiesa. Ma _paulo post ante hujus diem consecrationis_ venne a morte il suddetto arcivescovo di Ravenna, e l'ambizioso Giovanni, per esortazione e mezzo di Teodora, lasciata andare la chiesa di Bologna, _locum ejus contra sanctorum patrum instituta sibi usurpavit_. Aggiunge Liutprando, che _modica temporis intercapedine, Deo vocante, qui eum injuste ordinaverat papa, defunctus est. Theodorae autem Glycerii mens perversa, ne amasii ducentorum milliarium intercapedine, quibus Ravenna sequestratur a Roma, rarissimo concubitu potiretur, ravennatis hunc sedem archiepiscopatus coegit deserere, romanumque (proh nefas) summum pontificium usurpare_. Che Giovanni per gli forti maneggi di questa femmina fosse trasportato sul trono di san Pietro, non ho difficoltà a crederlo. Che fosse anche universalmente biasimato questo suo passaggio dalla chiesa di Ravenna a quella di Roma, ne son più che persuaso. Era contro la disciplina ecclesiastica de' vecchi tempi. I canoni, ed anche l'ultimo concilio romano dell'anno 898 riprovavano tali traslazioni, per frenare in tal guisa la cupidità ed ambizione de' vescovi. Ma non si può già senza ribrezzo ascoltare il cardinal Baronio, allorchè chiama Giovanni X _pseudopapam, nefarium invasorem, meretricis viribus Romae pollentem_. Non è già simile l'entrare in una chiesa per via della simonia, e il farvi passaggio da un'altra chiesa. Roma aveva allora bisogno di un papa di gran senno e coraggio. Tale fu creduto l'arcivescovo di Ravenna, e in casi di bisogno cedono le leggi della disciplina ecclesiastica. Ed essendo stato Giovanni eletto senza scisma, e riconosciuto dalla Chiesa universale per legittimo e vero papa, il mettere oggidì in dubbio il suo pontificato, non dovrebbe essere permesso, siccome punto che potrebbe tirarsi dietro delle brutte conseguenze. Poichè, quanto al dirsi da Liutprando, che per motivo d'impudicizia _Giovanni_ fu da Ravenna condotto alla cattedra di san Pietro, so che chi è avvezzo a credere piuttosto il male che il bene, anzi truova agevolmente anche nelle azioni più buone il male, immantenente lo crederà. Ma non così, chi sa a quante dicerie del volgo è sottoposta la vita dei grandi. Attesta lo stesso Liutprando di aver ricavata questa notizia dalla vita della suddetta Teodora, _ut testatur ejus vita_. Buon testo sicuramente per ispacciar somiglianti iniquità senza pericolo di ingannarsi. Da quella vita, ossia da quell'infame romanzo, avrà anche imparato Liutprando che _poco dopo_ essere stato promosso Giovanni all'arcivescovato di Ravenna, passò al sommo pontificato. _Modica temporis intercapedine_, dice egli. Ora sappia il lettore averci dato Girolamo Rossi[1832] degl'indubitati riscontri che fin dall'anno 905 Giovanni cominciò a governar la chiesa di Ravenna. _Id_, scrive egli, _monumenta Ursiani tabularii complura testantur_. Venne egli al romano pontificato nell'anno presente 914. E pure l'autor di quella satirica vita, ovvero Liutprando, ci dice, che non potendo sofferire l'impudica Teodora la troppa lontananza del drudo, _modica temporis intercapedine_, il fece passare al soglio pontificio. Come prestar fede ad autori sì mal informati e sì inclinati alla maldicenza? Uno strumento e un diploma abbiamo nella Cronica del monistero di Volturno[1833], spettanti a Landolfo ed Atenolfo principi di Benevento e di Capoa. Il primo fu scritto _anno imperii domni nostri Constantini septimo, et quinto anno patriciatus domni nostri Landulfi, necnon et quinto anno domni nostri Athenulfi principis, mense novembri, tertia Indictione. Actum Capuae_. Se l'indizione comincia, come io credo, nel settembre, sono spettanti all'anno presente, e ci conducono a conoscere che _Landolfo_ era stato creato _patrizio_ dal greco imperadore prima della metà di novembre dell'anno 911, e similmente _Atenolfo_ suo fratello creato collega nel principato. Veggendo noi parimente mentovati gli anni di _Costantino VIII_ imperatore d'Oriente in Capoa, viene a confermarsi la sovranità rimessa in Benevento e Capoa dall'Augusto greco. Si scorge ancora che dall'anno 911, e non già dal 912, come volle il padre Pagi, si cominciarono a contare gli anni del di lui imperio.
NOTE:
[1828] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.
[1829] Frodoardus, de Roman. Pontific.
[1830] Baron., in Annal. Eccl. ad ann. 912.
[1831] Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 13.
[1832] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.
[1833] Chron. Vulturnense, P. II, tom. 1 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCXV. Indiz. III.
GIOVANNI X papa 2. LODOVICO III imperadore 15. BERENGARIO imperadore 1.
Lasciò scritto il Dandolo[1834] che _quarto Conradi_ (re di Germania) _anno_ _Saraceni Italiam graviter premunt_. L'anno quarto d'esso Corrado correva nel presente; e però ci si porge fondamento di credere che in quest'anno i Saraceni, abitanti presso il Garigliano, facessero qualche funestissima scorreria nella Campania e nel ducato romano, e desolassero le chiese e famiglie degl'infelici Cristiani. Assai verisimile inoltre è che _Giovanni X_ papa, uomo di gran mente e cuore, siccome fra poco il vedremo appellato dal panegirista di Berengario, prendesse di qui la risoluzione di crear imperadore il _re Berengario_. Da questo passo, quanto io vo conghietturando, s'era guardata finora la corte di Roma, perchè viveva tuttavia l'orbo _imperadore Lodovico_, che quantunque nulla s'impacciasse degli affari d'Italia, e niun conto di lui facesse Roma e l'Italia, ciò non ostante, conservava il titolo d'imperadore, nè i papi amavano di levargli questa ombra di diritto e di dignità. Ma vinse il bisogno, e fece mutar sistema. Non si potea più tollerare l'insolenza e crudeltà dei Mori del Garigliano, che si divoravano tutte le rendite delle terre pontificie, e facevano languire nella povertà i papi d'allora. Nè Berengario dovea sentirsi voglia di far delle spese in condurre una armata allo esterminio di quegl'infedeli, dando probabilmente per risposta ai pontefici, che ricorressero per aiuto al loro imperadore in Provenza. Ora Giovanni papa inviò al re Berengario una ambasciata con molti regali, pregandolo di venir a liberar da que' cani gli spolpati stati della Chiesa, e i circonvicini ancora. Gli esibì eziandio la corona imperiale, per maggiormente animarlo all'impresa. Finora Berengario era stato solamente re d'Italia, nè avea voluto adoperar la forza per ottener l'altra corona, come attesta il suo panegirista, con dire[1835]:
_Summus erat pastor tunc temporis urbe Johannes,_ _Officio affatim clarus, sophiaque repletus,_ _Atque diu talem meritis servatus ad usum._
Ebbe ben più conoscenza di questo papa, Giovanni esso panegirista che non l'ebbero Liutprando e il cardinal Baronio, ed ecco come diversamente egli ne parla, aggiugnendo:
_Quatenus huic prohibebat opes vicina Charybdis,_ _Purpura quas dederat majorum sponte beato,_ _Limina qui reserat castis rutilantia, Petro._
Cioè i vicini Mori il privano delle terre che la pietà degli antichi imperadori aveva donato alla Chiesa romana. Seguita a dire:
_Dona duci[1836] mittit, sacris advecta ministris._ _Quo memor extremi tribuat sua jura diei_ _Romanis, fovet Ausonias quo numine terras,_ _Imperii sumturus eo pro munere sertum;_ _Solus et occiduo Caesar vocitandus in orbe._
Cioè gli manda dei donativi, scongiurandolo colla memoria del dì del giudizio di liberar le terre dei Romani, e di rimettere in essi quella pace ch'egli facea col suo buon governo godere al resto dell'Italia, promettendogli la corona imperiale per questo. Truovo io nell'aprile di questo anno il re Berengario in Pavia, ciò apparendo da un bellissimo placito[1837] quivi tenuto, _anno regni domni Berengarii regis, Deo propitio, vigesimo octavo, mense aprilis, Indictione tertia._ Che v'intervenisse lo stesso re, l'abbiamo dalle prime parole, che son queste: _Dum in Dei nomine in Viridario juxta palacio domni regis hujus ticinensis, ubi domnus Berengarius gloriosissimus rex praeerat, et suum generalem tenebat placitum_, ec. È per altro riguardevole quel placito per la notizia ch'esso ci porge, come _Radaldo illustre conte e marchese_ (non so di qual marca) godeva in benefizio una parte dei beni del monistero di san Colombano di Bobbio, per concessione dei re, i quali pagavano e ricompensavano allora con iscandalo i servigi dei loro uffiziali colla roba delle chiese: il che si praticava in molti paesi cristiani. Non contento di ciò, aveva anche occupata una corte appellata Barbada, benchè spettante alla parte riserbata all'abbate e ai monaci per loro sostentamento. Ne fece querela _Teodelassio abbate_, e fu sentenziato che gli fosse restituita la sua corte. Leggesi medesimamente presso il Campi[1838] un diploma dato dal re Berengario in questo stesso anno, _VII kalendas augusti_. _Actum in Sinna._ Che luogo sia questo, nol so. Un altro ancora vien rapportato dall'Ughelli[1839], dato _kalendis septembris_ del medesimo anno. _Actum cucte Curciano._ Neppur questa so io dir dove fosse. Seguita poi a dire il panegirista che Berengario, intesa ch'ebbe l'ambasciata e volontà del papa, si diede a raunar l'armata per portarsi a prendere l'imperial corona, ed impiegarsi in servigio di lui:
_Talibus evictus precibus, jubet agmina regni,_ _Queis cum bella tulit, queis cum sacra munera pacis_ _Affore, quae tanti gressum comitentur honoris._
Disposte le cose, Berengario si mise in viaggio alla volta di Roma. Un rozzo placito, già accennato dal Fiorentini e da me poi dato alla luce[1840], ci fa vedere fin dove egli fosse giunto nel dì 10 di novembre, cioè fuori di Lucca. Fu scritta quella carta originale, da me avuta sotto gli occhi, _anno regni domni Berengarii regis, Deo propitio, vigesimo octavo, decimo die mensis novembris, Indictione quarta_, cioè nell'anno presente, essendo cominciata nel settembre _l'indizione quarta_. Le prime parole del placito son queste, concepute con istile del secolo d'oro della latinità: _Dum domnus Berengarius serenissimus rex pro timore Dei et statum omniumque sanctarum Dei ecclesiarum electorum populo hic italicis abitantibus, animaeque suae mercedem justitiam adimplendam partibus Romam iret, cumque pervenisset infra Tuscia foris hanc urbem Luca_, ec. Sicchè per tempo scorgiamo non sussistere l'opinione del Sigonio e del Baronio, che tennero conferita la corona dell'imperio ad esso Berengario nel settembre dell'anno presente. E che egli fosse coronato imperadore nel dì del santo Natale dell'anno presente, ne son io persuaso per le ragioni che addurrò qui sotto. Tuttavia perchè il panegirista di Berengario differisce la coronazione romana di Berengario sino alla ventura Pasqua, anch'io mi riserbo di parlarne all'anno seguente. Abbiamo poi dalla Cronica arabica cantabrigense[1841] che in Sicilia nell'anno presente, oppure nel seguente, _primo die mensis januarii egressa classis Benkorhab_ (probabilmente ribello del re dei Saraceni africani) _adversus Romaeos_ (cioè contra de' Greci) _in loco, Halayanah dictum, periit in mari_. Sicchè una fiera tempesta mandò a male con quella flotta tutti i disegni di quegl'infedeli.
NOTE:
[1834] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[1835] Anonymus, in Panegyr. Berengarii, lib. 4.
[1836] _Cioè a Berengario._
[1837] Antiquit. Ital., Dissert. LXXIII.
[1838] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1. Apped.
[1839] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4, in Episcop. Bergomens.
[1840] Antiquit. Ital., Dissert. X.
[1841] Chron. Arab. P. II, tom. 1, Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCCXVI. Indizione IV.
GIOVANNI X papa 2. BERENGARIO imperadore 2.
Se vogliamo fidarci del panegirista di _Berengario_, questo principe, accostandosi la festa della resurrezione del Signore (che nel presente anno cadde nel dì 24 di marzo), s'incamminò verso Roma a prendere la corona dell'imperio, secondo il concerto fatto con _papa Giovanni_. Si legge con piacere descritta da esso panegirista[1842] quella magnifica funzione. All'udir che s'avvicinava alla regal città il futuro imperadore, uscì il senato e popolo con tutte le scuole delle diverse nazioni che si trovavano in Roma, Greci, Sassoni, Franzesi e simili, portando le lor bandiere ed insegne. In cima a quelle dei Romani si vedevano teste finte di fiere, cioè di lioni, lupi e draghi:
_. . . . Namque prius patrio canit ore senatus,_ _Praefigens sudibus rictus sine carne ferarum._
Tutti cantavano nella lor lingua le lodi di Berengario. Gli ultimi della processione erano i nobili giovani romani, fra i quali Pietro fratello del papa, e il figliuolo di Teofilatto console, i quali, dopo aver baciato i piedi a Berengario, gli diedero il ben venuto, e il complimentarono a nome della città. Stava il sommo pontefice Giovanni sulle scalinate di san Pietro, vestito degli abiti pontificali, col clero, aspettando il principe che veniva fra l'immensa calca del popolo sopra bianca chinea a lui inviata dal papa. Smontò Berengario, e, al salire delle scalinate, alzossi dal faldistorio papa Giovanni, e seguì fra loro con baci e toccamento di mani un festoso abbracciamento. Stavano chiuse le porte della basilica vaticana, nè si aprirono finchè Berengario non ebbe giurato di confermare, creato che fosse imperadore, tutti quanti gli stati e beni che la pia munificenza degli antichi imperadori avea donato alla Chiesa romana. Fatte le preghiere al sepolcro di san Pietro, passò il principe al palazzo lateranense, dove gli era apprestata una lauta cena. L'entrata sua pare che succedesse nel sabbato santo. Venuto poi il solennissimo giorno di Pasqua di resurrezione, procederono papa Giovanni e Berengario alla basilica vaticana, superbamente addobbata, fra gli strepitosi viva dell'innumerabil popolo. Quivi fu unto, quivi fu coronato imperador de' Romani _Berengario_ con corona d'oro, ornata di gemme; furono cantate le acclamazioni votive del clero e popolo; e intimato il silenzio, fu letto ad alta voce il diploma, con cui il novello Augusto conservava alla Chiesa romana e ai sommi pontifici tutti gli stati e beni ad essa conceduti da' suoi predecessori, coll'intimazione delle pene contra chiunque ne turbasse il possesso e dominio ai successori di san Pietro. Ciò fatto, Berengario esercitò la sua pia magnificenza con superbissimi regali d'armi, vesti e corone d'oro, tempestate di gemme, non solamente alla basilica di san Pietro, ma anche all'altre della città, e, come si può credere, anche al papa, al clero, al senato e ai militi di Roma. In tale occasione ancora gran copia di moneta si gittava al popolo, siccome ho io dimostrato altrove[1843]. E qui l'anonimo poeta termina il panegirico di Berengario, con invitare i giovani poeti a cantare il resto delle azioni di questo nuovo imperadore:
_Et post imperii diadema resumite laudes._
Adriano Valesio, che fu il primo a trar dalle tenebre questo poema istorico, prezioso frammento per la storia dello scuro secolo presente, fu di parere che il poeta fosse contemporaneo di Berengario. Ma, all'osservare ch'egli ha preso qualche abbaglio in punti importanti di storia, de' quali dovrebbe essere stato meglio informato chi rappresenta sè stesso poeta vecchio sul fine, non so io farmi a credere ch'egli, vivente Berengario, componesse quel poema. Parrà intanto inverisimile che dopo la morte di Berengario alcuno avesse intrapresa questa fatica. Pure non è fuori dei limiti del possibile che Berengario suo nipote, divenuto poi re d'Italia, si prendesse la cura di far tessere le lodi dell'avolo Augusto.
Ha già provato il padre Pagi con sode ragioni non sussistere l'opinione di chi riferì al settembre dell'anno precedente la coronazione romana di Berengario. Altre pruove ne ho addotte anche io di sopra, siccome pure nelle Antichità italiane[1844]. Che poi seguisse nel dì di Pasqua dell'anno presente quella maestosa funzione, dovrebbe a noi bastare la chiara asserzione della Cronica casauriense[1845] e del panegirista suddetto, che così ne scrive[1846]:
_Mox crocei mundum lampas phoebea quadrigis_ _Luce, Deus qua factus homo processit ab antro_ _Tumbali, perflat......_
Tuttavia son io persuaso che non nella Pasqua dell'anno presente, ma nel Natale dell'anno precedente, Berengario fosse innalzato al trono imperiale. Ne addurrò le pruove all'anno 921 e 924. Intanto, dopo aver noi veduto ch'egli era in Toscana nel dì 10 di novembre, incamminato alla volta di Roma, non pare che dovesse tardar tanto ad arrivarvi, e che piuttosto nel Natale egli avesse conseguito il diadema imperiale. Nè già dice il Fiorentini ch'egli seguitasse sino al marzo dell'anno 916 ad essere chiamato re, ma solamente dice che nel marzo si comincia a trovar memoria dell'imperio suo nelle carte di Lucca. Abbiam detto essere stato uno dei motivi, per gli quali fu promosso Berengario alla corona imperiale, il bisogno del suo aiuto per isterminare i Saraceni dal Garigliano. Leone Ostiense[1847] fece credere al Sigonio, al Baronio e ad altri che questa gloriosa impresa seguisse nell'anno 915, correndo il mese di agosto. Ma o egli fallò, o è scorretto il suo testo. Per confessione sua, il principale influsso per distruggere quel nido di assassini venne da papa Giovanni X, _qui ex episcopatu ravennate triennio ante romanam sedem invaserat_. Solamente in quest'anno ebbe principio il _terzo anno_ del pontificato d'esso papa Giovanni; e però in questo dee essere succeduto l'esterminio di quegl'infedeli. Lupo protospata[1848] l'attestò anch'egli, scrivendo: _Anno DCCCCXVI exierunt Agareni de Gariliano_. Ora abbiamo da Liutprando[1849] e dal suddetto Ostiense che Giovanni papa, premendogli forte di snidare dal Garigliano i Saraceni, fin qui creduti invincibili, spedì alla corte imperiale di Costantinopoli per ottenere un'armata navale, la qual chiudesse la via del mare a quella canaglia, e impedisse i soccorsi che poteano sperare dall'Africa. Trasse in lega Landolfo principe di Benevento e di Capoa, _Gregorio duca_ di Napoli _e Giovanni duca_ di Gaeta, a' quali due ultimi Niccolò patrizio, soprannominato Picingli, generale dei Greci, portò l'onore del patriziato. Che anche l'imperador Berengario contribuisse non poche forze per quell'impresa, si può lecitamente conghietturare, e massimamente scrivendo l'Ostiense che papa Giovanni _una cum Alberico marchione, cum valida pugnatorum manu_, volle in persona intervenirvi, per maggiormente animare il popolo cristiano. Già dicemmo che _Alberico_ era marchese di Camerino, e, secondo le apparenze, anche duca di Spoleti, e però vassallo di Berengario. Par credibile che egli guidasse le truppe date dall'imperadore; e da Liutprando sappiamo che le genti di _Camerino_ e di _Spoleti_ non mancarono a quella gloriosa spedizione. Diviso questo fiorito esercito, da due bande strinse i Saraceni, tenendo forte l'assedio o blocco per tre mesi: tempo che bastò ad affamar que' Mori, i quali non potendo più reggere, attaccato il fuoco a tutte le lor case ed arnesi, sbucarono impetuosamente fuori de' loro recinti, e scapparono chi qua chi là per le montagne e selve vicine. Ma gl'inseguirono con tal diligenza ed ostinazione i Cristiani, che di coloro niuno vi rimase che non fosse o ucciso, o preso vivo, o fatto schiavo. Per questa gloriosa impresa incredibile fu il gaudio dei fedeli di Cristo in Roma e negli altri circonvicini paesi, e lode ne riportò papa Giovanni, tuttochè non a tutti paresse proprio che un vicario di Cristo pacifico si portasse in persona ad assistere a quella sanguinosa danza, e desse egli il primo un esempio di praticar lo stesso ad altri. Intanto l'imperador Berengario venne da Roma verso la Lombardia. Un suo diploma presso il Margarino[1850] fu dato _VIII kalendas junii, anno Domini DCCCCXVI, domni vero Berengarii serenissimi regis XXIX, imperii autem sui primo, Indictione IV. Actum curte Sina_: luogo a me ignoto. In esso concede a _Berta_ dilettissima figliuola sua, e badessa dell'insigne monistero di santa Giulia di Brescia, la facoltà di fabbricare un castello sulla riva del Ticino, _cum bertiscis, spizatis, turribus, et merulorum propugnaculis, fossatis, atque aggeribus, omnibusque argumentis eidem castello necessariis_. Il timore degli Ungheri, siccome dissi, facea prendere queste precauzioni agli Italiani. Un altro suo diploma in favore di _Pietro vescovo_ d'Arezzo e della sua chiesa, da me pubblicato[1851], si vede dato _X kalendas junii_ coll'altre sopra riferite note, e in fine _Actum in civitate Ravenna_. Nella Cronica arabica cantabrigense[1852] è notato sotto quest'anno che i Siciliani deposero Benkorhab, e il mandarono in Africa, dove egli e il figliuolo morirono. Pare che costui si fosse sollevato in Sicilia contra del re de' Mori, e che preso ed inviato in Africa, pagasse colla testa la pena della sua ribellione. Spedì il re africano nel mese d'agosto dell'anno presente una potente armata navale in Sicilia per estinguere quel fuoco, il quale verisimilmente fu cagione che in questi tempi la nazione saracenica da quelle parti non infestasse l'Italia.
NOTE:
[1842] Anonym., in Panegyr. Berengar., lib. 4.
[1843] Antiquit. Ital., Dissert. III, pag. 108.
[1844] Antiquit. Ital., Dissert. LVI.
[1845] Chron. Casauriense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[1846] Anonymus, in Panegyrico Berengarii.
[1847] Leo Ostiensis, Chron., lib. 1, cap. 52.
[1848] Protospata, in Chronico, tom. 5 Rer. Ital.
[1849] Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 14.
[1850] Margarinius, Bullar. Casinens., tom. 2, pag. 40.
[1851] Antiq. Ital., Dissert. XVII.