Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 84
Sul fine dell'anno precedente, siccome ho detto, dovette succedere la seconda venuta in Italia di _Lodovico III_ Augusto, non già orbo, ma tuttavia guernito d'un paio d'occhi sani e veggenti. E in quest'anno poi crebbe la sua felicità, ma che andò a terminare in una grave miseria, con essere avvenuto tutto quel che abbiamo narrato di sopra all'anno 902. Era dalla sua _Adalberto II_ duca di Toscana; avea questi tratto nel suo partito varii altri principi d'Italia; in guisa che essendo venuto Lodovico con grandi forze, e mancando al re Berengario quelle dei principi suoi vassalli, fu astretto a dar luogo a questa prepotente tempesta, con perdere non solo Pavia e Milano, ma anche Verona, e con doversi ritirare in esilio fuori d'Italia. Si trovava egli[1759] _VII kalendas junii anno dominicae Incarnationis DCCCCV. domni vero Berengarii invictissimi regis XVIII Indictione VIII, in valle Pruviniano juxta plebem sancti Floriani_. Dove sia questa valle, altri più pratico di me lo dirà. S'aggiunse, secondo il panegirista di Berengario[1760], che un'indiscreta quartana rendè esso Berengario inabile alla difesa e ad accudire al bisogno sì pressante de' proprii affari. Dacchè egli si fu messo in salvo, Lodovico si portò a Verona, dove prestando fede, alla voce o accidentalmente corsa o maliziosamente sparsa, che Berengario fosse morto, se ne stava senza buone guardie e senza sospetto, quasi che fosse oramai terminata ogni disputa del regno. Questa sua trascuratezza animò Berengario e la sua fazione ad entrare furtivamente di notte in Verona, dove colto lo sconsigliato Lodovico, gli fece dipoi buon mercato con solamente privarlo degli occhi. Che in quest'anno, e non già nell'anno 902, accadesse la di lui venuta e rovina, ecco le ragioni che ce lo han da persuadere, da me dedotte prima d'ora nelle Antichità italiche[1761]. Siccome poco fa avvertii, abbiamo presso il Campi la carta dell'elezion di _Guido_ vescovo di Piacenza, fatta da quel clero e popolo, e scritta[1762] _anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi DCCCCIIII, Indictione octava imperante domno Hludovico serenissimo imperatore anno V_. Probabilmente il Campi non ha con assai attenzione copiata quella carta, e in vece dell'anno presente _DCCCCV_, ha letto _DCCCCIV_, essendo certo che l'_anno quinto_ di Lodovico Augusto appartiene a quest'anno. Fors'anche ha trascurato il mese, che non si suole ommettere, e che avrebbe dato a noi maggior lume per conoscere meglio il tempo di questa elezione. Ma ne abbiam tanto, che non si può fallare in riferendola al fine dell'anno precedente, in cui correva l'_Indizione ottava_, oppure all'anno presente. Cominciamo dunque a conoscere che in Piacenza v'era riconosciuto per padrone non già _Berengario_, come vedemmo all'anno 903, ma bensì _Lodovico III_ imperadore. Ho io poi prodotto[1763] due atti di _Andrea_ arcivescovo di Milano. L'uno informe e senza sottoscrizioni, fatto _anno Incarnationis Domini nongentesimo nonagesimo sexto, pontificatus vero suprataxati domni Andreae archiepiscopi sexto, mense julio, Indictione octava_. Ma senza fallo si dee scrivere _nongentesimo quinto_, perchè in questo correva l'_anno sesto_ di esso Andrea, eletto arcivescovo nell'anno 900, e nel luglio di questo medesimo anno correva l'_indizione ottava_. Più corretto è l'altro consistente in un placito tenuto dal medesimo arcivescovo in Belano sul lago di Como, e da _Ragifredo_ giudice del sacro palazzo, _amendue missi domni imperatoris_, e scritto _anno imperii domni Hludovici imperatoris quinto, mense julio, Indictione octava_. E che nel dì 4 di giugno del presente anno esso Lodovico imperadore si trovasse in Pavia, lo raccolgo da un suo privilegio, sottoscritto da Arnolfo notaio _ad vicem Liutuardi episcopi_ (di Como) _et archicancellarii. Datum pridie nonas junias, anno Incarnationis dominicae DCCCCV, Indictione VIII, anno V, imperante domno Hludovico glorioso imperatore in Italiam. Actum Papiae_.
Però giusto fondamento a noi si porge per credere finalmente che in questo anno ritornato per la seconda volta l'Augusto Lodovico in Italia, niun caso facendo del giuramento verisimilmente prestato a Berengario nell'anno 902, allorchè fu costretto a ritornarsene in Provenza, riconquistasse Pavia, Milano e Piacenza, o, per dir meglio, tutta la Lombardia, e cacciasse ancor fuor di Verona il re _Berengario_ allora infermo. Secondo i documenti originali da me veduti e dati alla luce, si truova Berengario nell'ultimo dì di luglio e nel primo di agosto del presente anno in _Tulles_, corte posta sul lago di Garda, dove a petizione di _Bertila_ regina e moglie, e di _Ardengo_ vescovo di Brescia ed arcicancelliere, concedette alcuni beni a certi suoi famigliari. Il primo è scritto _II kalendas augusti, anno dominicae Incarnationis DCCCCV, regni domni Berengarii piissimi regis XVII_ (si dee scrivere XVIII), _Indictione octava. Actum Tulles_. Il secondo fu dato _kalendis augusti_ con altre simili note, e coll'anno XVIII del regno di Berengario. Trovossi egli inoltre nel dì V d'agosto in Peschiera sullo stesso lago, dove fece un dono al monistero di san Zenone di Verona[1764], _III nonas augusti anno dominicae Incarnationis DCCCCV, domni vero Berengarii piissimi regis XIX_ (va scritto con una unità di meno XVIIII), _Indictione octava_, Reginone scrive[1765] che _in mense augusto haec mutatio regni facta est_. Ma Galvano Fiamma[1766] notò che Berengario _XII kalendas augusti_ entrò di notte in Verona, e colse nella rete l'incauto suo avversario. E così appunto avvenne, ciò risultando dal suddetto diploma dato da Berengario in Peschiera, dove egli dice: _Omnium noverit solertia, Johannem quemdam, qui alio nomine Braccacurta vocitabatur, nostrae olim fidelitati offensum, in qua etiam perdurans comprehensus est, et mulctatus, cujus res omnisque substantia legali judicio nostrae fuit ditioni subjecta_, ec. Per buona ventura il panegirista di Berengario[1767] ci ha conservata questa medesima notizia, chiaramente comprovante che nel tempo appunto del ricuperamento di Verona, e dell'acciecamento di Lodovico Augusto, questo _Giovanni Braca-corta_ infedele fu preso in una torre, e tagliato a pezzi. Ecco le sue parole:
_Tu ponens etiam Curtum-Femorale Johannes,_ _Alta tenens turris, si forte resumere vitam_ _Sis potis: hinc traheris tamen ad discrimina mortis,_ _Et miser in patria nudos truncaris arena._
Sicchè oramai tocchiam con mano, in vigore delle addotte pruove, che appartiene al presente anno la seconda comparsa in Italia d'esso Lodovico, e la felicità delle sue armi, la quale poi andò a terminare in una sonora disavventura, per cui gli convenne tornar senza occhi in Provenza. Anche l'Annalista sassone[1768], Mariano Scoto[1769] ed Ottone Frisingense[1770] riferiscono all'anno 905 la scena suddetta; e però non si dee questa rimuovere dall'anno presente. La cronologia di Sigeberto è affatto difettosa in questi tempi, massimamente per le cose d'Italia. Giugne[1771] egli a differir la disgrazia suddetta di Lodovico sino all'anno 915. È stato di parere il padre Bernardo Maria de Rubeis[1772] che _Grimaldo_ ossia _Grimoaldo_ marchese, nominato in alcuni diplomi di Berengario da me dati alla luce, governasse in questi tempi la _marca del Friuli_, appellata anche _veronense_, perchè Berengario, prima d'essere re, nella nobil città di Verona avea fissata la sua residenza.
NOTE:
[1759] Antiquit. Ital., Dissert. XXVIII.
[1760] Anonym., Paneg. Bereng., in lib. 4.
[1761] Antiquit. Ital., Dissert. XIV.
[1762] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1 Append.
[1763] Antiq. Ital., Dissertat. XIV.
[1764] Antiq. Ital., Dissert. XLI.
[1765] Rhegino in Chron.
[1766] Flamma, in Manipul. Flor., tom. 11 Rer. Ital.
[1767] Anonym., in Panegyr. Berengarii, lib. 4.
[1768] Annalista Saxo apud Eccardum, tom. 1 Rer. Ital.
[1769] Marian. Scottus, in Chronico.
[1770] Otto Frisingensis, in Chronico.
[1771] Sigebertus, in Chronico.
[1772] De Rubeis, Monument. Eccl. Aquilejens. cap. 51.
Anno di CRISTO DCCCCVI. Indizione IX.
SERGIO III papa 3. LODOVICO III imperadore 6. BERENGARIO re d'Italia 19.
Può essere che in quest'anno si godesse dopo tanti affanni di contese e guerre una buona pace e quiete in Italia, se non che Andrea Dandolo scrive[1773] che in questi tempi la crudelissima e pagana nazion degli Ungheri scorse furiosamente l'Italia, incendiando i luoghi, tagliando a pezzi, e menando in ischiavitù le persone. Che il re Berengario mandò contra d'essi venti mila armati, pochi de' quali tornarono indietro. Si stese la rabbia di costoro a Trivigi, Padova e Brescia, con giugnere fino a Milano e Pavia, e passare all'estremità del Piemonte. Aggiugne che questi Barbari venuti in barche ne' contorni di Venezia vi abbruciarono Città Nuova e Equilo, Fine, Chioggia, Capodarzere, e diedero il sacco a tutto quel litorale. Tentarono anche nel dì 28 di giugno di arrivar fino a Malamocco e a Rialto, cioè alla stessa città di Venezia. Ma _Pietro doge_, facendosi loro incontro coll'armata navale, li mise in fuga. Durò una tal persecuzione tutto quest'anno. Il re Berengario altra maniera non avendo per isbrigarsi di questi cani, a forza di regali gl'indusse a tornarsene alle lor terre. Così il Dandolo, ma senza poter io accertare s'egli errasse con riferire a quest'anno l'irruzion fatta in Italia nell'anno 899, oppure nel 900, di cui s'è parlato di sopra. Abbiamo parimente dal frammento della vita di san Geminiano vescovo di Modena, da me pubblicata[1774], e scritta da un autore non solo vivente in questo secolo, ma vicino a questi tempi, che questa inumana gente _ex horrendo Scytharum genere originem ducens_, cioè venuta dalla Tartaria, arrivò anche a Modena, da dove era fuggito il vescovo con tutto il popolo. Entrarono nell'abbandonata città, si portarono al duomo, senza però toccare il sepolcro d'esso santo, nè inferirono danno alcuno alla città: il che fu attribuito all'intercessione del medesimo santo protettore. Se questo avvenisse nella suddetta prima entrata degli Ungheri in Italia, oppure nell'anno presente, non si può decidere. Solamente sappiamo, per relazione di Liutprando[1775], che dopo avere il re Berengario riacquistato il regno d'Italia nell'anno precedente, e rimandato l'imperador Lodovico in Provenza con una tal memoria, che più non gli venne voglia di tornare in Italia, _Hungarorum interea rabies, quia per Saxones, Francos, Suevos, Bajoarios nequibant, totam per Italiam nullis resistentibus dilatatur. Verum quia Berengarius firmiter suos milites habere fideles non poterat, amicos sibi Hungaros non mediocriter effecerat_. Questi erano i flagelli della misera Italia dalla parte di Levante. Anche i Romani, Capuani e Beneventani portavano il peso d'altre simili sciagure per cagion dei Mori, ossia de' Saraceni, i quali fabbricatosi un buon nido, e ben fortificato al fiume Garigliano, scorrevano per tutto il contorno.
S'aggiunse un'altra peste dalla parte del Ponente, narrata dal suddetto Liutprando, dalla Cronica della Novalesa[1776] e da altre antiche storie. Racconta esso Liutprando[1777], che alcuni anni prima di questo venti soli Saraceni di quei di Spagna, in una piccola barca portati dalla tempesta, approdarono ad una villa posta _in Italicorum, Provincialumque confinio_, chiamato _Frassineto_. Questo luogo il mettono alcuni nella Provenza; il padre Beretti[1778] lo crede situato fra Nizza e Monaco nell'Italia. Certo è che non era lungi dal mare, e a portata da poter nuocere sì all'Italia che alla Provenza. Costoro entrativi di notte, scannarono quanti cristiani ivi si ritrovarono, ed impadronitisi della villa, con folte boscaglie e spineti si fecero un sicuro argine e rifugio in un monte contiguo. Di là cominciarono ad infestare e saccheggiar i luoghi circonvicini: e chiamati dalla Spagna altri non pochi della lor setta, a poco a poco si renderono formidabili a tutti gli abitanti di quelle contrade, e divenne come inespugnabile quel loro nido. Contribuirono anche gli stolti paesani ad accrescere la loro bestiale insolenza, perchè regnando la dissensione fra i popoli della Provenza, l'una parte li chiamava in aiuto per deprimere l'altra, e tutti infine rimasero distrutti da questi ospiti, nemici del nome cristiano. Ora comparivano costoro in Provenza, ora volavano nel regno di Borgogna, ed ora si spargevano per le contigue parti dell'Italia. Arrivarono dipoi, siccome a suo luogo vedremo, sino ad Aiqui nel Monferrato, ed in quest'anno passarono fino alla Novalesa sopra Torino, con saccheggiare ed abbruciare quel riguardevolissimo monistero. Presentita la lor venuta, _Donniverto abbate_ co' suoi monaci e col tesoro ebbe tempo di fuggirsene, e da mettersi in salvo nella città di Torino. Per testimonianza della suddetta Cronica della Novalesa[1779], _hoc tempore in taurinensi civitate translatio facta est sancti Secundi martyris, qui fuit dux Thebeorum legionis, facta a domno Wilielmo episcopo anno Incarnationis dominicae DCCCCVI. Hic composuit passionem sancti Salvatoris cum tribus responsoriis. Et ab apostolico romanae sedis, et cunctorum episcoporum, qui in sancta synodo convenerant, tribus annis ob poenitentiae causam ab episcopatu suspensus est_.
NOTE:
[1773] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[1774] Rer. Ital., P. II, tom. 2.
[1775] Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 11.
[1776] Chron. Novaliciens., P. I, tom. 2 Rer. Ital.
[1777] Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 1.
[1778] Beretti, Dissert. Chorogr., tom. 10 Rer. Italic.
[1779] Chron. Novaliciens., P. I, tom. 2 Rer. Ital., p. 731.
Anno di CRISTO DCCCCVII. Indizione X.
SERGIO III papa 4. LODOVICO III imperadore 7. BERENGARIO re d'Italia 20.
Seguito io a notar gli anni di _Lodovico III imperadore_, quasichè quell'orbo principe continuasse a tener qualche dominio in questi parti. Ma dappoichè la mala fortuna il colse in Verona, la verità è, che di lui non si fece più conto alcuno in Italia, e cessò di comparire il suo nome negli atti pubblici. Ritenne egli nondimeno il titolo d'imperadore nella sua Provenza, finchè visse, ma senza giurisdizione alcuna in Roma, e molto meno nel regno d'Italia. Probabil cosa è che in quest'anno a papa _Sergio III_ ruscisse di ridurre a perfezione la fabbrica della già caduta patriarcal basilica lateranense. È da stupire come il cardinal Baronio niuna menzione abbia fatto di questa impresa, gloriosa alla memoria d'esso pontefice. Forse il mal animo ch'egli portava contra di Sergio, non glielo lasciò avvertire, ancorchè il Sigonio diligentemente l'avesse notato prima[1780]. Onde poi avesse egli tratta questa notizia, non appariva. Ma avendo il padre Mabillone[1781] dato alla luce un opuscolo di Giovanni Diacono juniore, ora abbiamo il fonte di una tal verità. Già vedemmo nel concilio di Ravenna, tenuto nell'anno 898, rammemorata la caduta di quell'insigne basilica, per la fabbrica della quale si affaticava papa _Giovanni IX_. Scrive esso Giovanni Diacono che la medesima andò in rovina a' tempi di _Stefano sesto_ papa, _et fuit in ruinis dissipata et comminuta usque ad tempus, quo revocatus est domnus Sergius presbyter et electus de exsilio, et consecratus est Romanorum, tertius praesul_. Parole, dalle quali sempre più vegniamo ad intendere, che Sergio non fu un usurpatore del soglio pontificio, come suppone esso cardinal Baronio, i cui Annali, non si può negare, si trovano circa questi tempi confusi e difettosi non men per la cronologia de' papi e degl'imperadori, che per gli falli dall'ora. Seguita a dir quello scrittore: _Post ordinationem igitur suam domnus Sergius III papa tristabatur nimium super desolationem, nobilissimi hujus templi. Non enim erat spes neque solatium de restauratione illius. Quumque omnibus esset desperatio de ejus desolatione, et humanum deesset auxilium: ad divinae pietatis conversus juvamen, in qua semper habuit fiduciam, incipiens ab antiquis laborare fundamentis, fine tenus opus hoc consummavt, et decoravit ornamentis aureis et argenteis_. Va poi quello storico annoverando ad uno ad uno quegli ornamenti, conchiudendo con queste parole il suo ragionamento: _Haec omnia devotus tibi praeparavit, et non cessabit, dum spiritus ejus rexerit artus, praeparare et offerre tibi domnus Sergius papa tertius_: il che ci fa conoscere che il suddetto autore vivea e scriveva in questi tempi. Se fosse stata composta e fosse arrivata fino a' dì nostri la vita di papa Sergio, tengo io per fermo che il troveremmo ben diverso da quello che troppo facilmente suppose e pretese il padre degli Annali ecclesiastici.
In questi tempi, secondo le storie germaniche[1782] portarono gli Ungheri la desolazione alla Baviera. Vennero con loro alle mani i Cristiani di quella contrada, ma ne restarono sconfitti, e di loro fu fatta una terribile strage. Dilettavasi non poco circa questi tempi _Atenolfo principe_ beneventano di soggiornare in Capoa, antica patria e dominio suo[1783]. Lasciava egli per governatore di Benevento _Pietro vescovo_ di quella città, come persona, di cui si fidava assaissimo. Una fazion di Beneventani poco contenta del governo di Atenolfo, si servì di questa occasione per tentar l'animo del vescovo, offrendogli il dominio della città e del principato. Non accettò egli l'offerta, ma neppur la sprezzò, e tutto tenne nascosto ad Atenolfo. Ma questi ne fu avvertito dalla fazion d'altri che gli era fedele; e perchè non cessava questa mena, all'improvviso Atenolfo cavalcò a Benevento, imprigionò alcuni de' congiurati, e cacciò in esilio il vescovo che si ritirò a Salerno, dove _Guaimario II_, principe nemico d'Atenolfo, con onore l'accolse, e da lì innanzi, finchè visse, generosamente il mantenne a tutte sue spese. Rapporta l'Ughelli[1784] una bolla di Sergio papa in favore del capitolo de' canonici d'Asti, fondato in questi tempi da _Audace vescovo_, data _in mense majo, Indictione decima, anno, Deo propitio, pontificatus domni Sergii summi pontificis IV_, che appunto cade nell'anno presente; il che fa conoscere quanto sbagliasse il cardinal Baronio negli anni di Sergio III. Ma certo dovea dormire l'Ughelli, quando, dopo aver confessato che Audace vescovo d'Asti fu posto in quella cattedra nell'anno 904, vuole con questa bolla correggere Anastasio bibliotecario e il Baronio, i quali mettono la morte di _Sergio II_ papa nell'aprile dell'anno 847, _quum ex hoc diplomate constet Sergium II mense majo decimae Indictionis adhuc in vivis fuisse_, quasichè _Sergio III_ fosse _Sergio II_. Abbiam di grandi obbligazioni all'Ughelli, ma sarebbe da desiderare che la sua Italia sacra fosse interamente rifatta da capo a piedi, come in Francia si fa della Gallia sacra de' Sammartani, essendo ben da lodare la ristampa e correzione fattane dal signor Coleti, ma non bastando questa al bisogno.
NOTE:
[1780] Sigonius, de Regno Ital., lib. 6.
[1781] Mabill., Append. ad Ord. Rom.
[1782] Continuator Rheginonis et alii.
[1783] Anonymus Salernit., Paralipom., P. I tom. 2 Rer. Ital., p. 296.
[1784] Ughell., Ital. Sacr. tom. 5 in Episcop. Astens.
Anno di CRISTO DCCCCVIII. Indizione XI.
SERGIO III papa 5. LODOVICO III imperadore 8. BERENGARIO re d'Italia 21.
Cosa vergognosa era che i Saraceni si fossero annidati presso al Garigliano in sito tutto circondato dagli stati di principi cristiani, e pur continuassero a quivi abitar con tanta pace, e senza che alcun li turbasse, anzi con turbar eglino e desolare tutto il vicinato. Abbiamo nulladimeno da Leone Ostiense[1785] che _Atenolfo principe_ di Benevento e di Capoa, uomo di gran senno, presso a poco circa questi tempi volle tentare, se si fosse potuto snidar di colà quella razza d'iniqui masnadieri. Fatta pertanto lega con _Gregorio duca_ di Napoli, e con gli Amalfitani, popoli allora indipendenti da Napoli, e che si eleggevano anch'essi il loro duca, e contribuendo tutti la lor quota di gente, unì un buon esercito e marciò contra di essi Mori. Formato un ponte di navi vicino al traghetto sopra il fiume Garigliano, e venuto di qua, cominciò la guerra. Ma una notte, mentre i suoi facevano poco buona guardia, uscirono dai lor trinceramenti i Saraceni, e assistiti dai perfidi cittadini di Gaeta diedero addosso al corpo avanzato dei collegati con ucciderne molti, e inseguir gli altri fino al ponte. Quivi fecero testa i Cristiani con tal vigore, che obbligarono il nemico a retrocedere in fretta verso i suoi alloggiamenti. Di più non ne dice Leone Ostiense: segno che dovette sfumare in nulla questo sforzo di Atenolfo. Ma ancor di qui si conosce che i tanti guai recati dagli Africani per tanti anni a quelle contrade d'Italia in buona parte son da attribuire alla poca armonia, anzi discordia di que' popoli e principi cristiani, e, quel che è peggio, alla malvagità d'alcuni; perchè mai non mancò fra essi chi proteggesse ed anche aiutasse quegli assassini, per profittar del guadagno ch'essi facevano colla rovina degl'infelici ed innocenti popoli. Non si sa se in questo anno gli Ungheri facessero scorreria alcuna in Italia. Egli è ben certo, secondo il Continuatore di Reginone, con cui va d'accordo Ermanno Contratto[1786], che costoro devastarono la Sassonia e la Turingia, perchè non passava anno che questa maledetta schiatta non portasse la desolazione a qualche provincia cristiana. In quest'anno ancora, oppure nel seguente, per quanto si ricava dalla Cronica arabica cantabrigense[1787], fu mandato in Sicilia dal re de' Mori d'Africa un nuovo emir, ossia generale di armata, il quale raunato un esercito di Siciliani e di Mori, s'impadronì della città di Taormina nel dì primo d'agosto, giorno di domenica. Ma il dì primo d'agosto nè in quest'anno, nè nel seguente cadde in domenica. Nella Cronica del monistero di Volturno si legge[1788]: _Civitas Rhegium a filio regis Afar capta est. Urbs Taurimenis capta est a Saracenis. Rex vero Africes super Cosentiam residens noctu quodam Dei judicio mortuus est_. Non son così corte tali notizie, che non possano darci qualche lume per la storia della Sicilia e della Calabria.
NOTE:
[1785] Leo Ostiensis, lib. 1, cap. 50.
[1786] Hermann. Contractus, in Chron. edition. Canisii.
[1787] Chron. Arab., P. II, tom. 1, Rer. Ital.
[1788] Chron. Vulturnens., P. II, tom. 1, Rer. Ital., pag. 415.
Anno di CRISTO DCCCCIX. Indizione XII.
SERGIO II papa 6. LODOVICO III imperadore 9. BERENGARIO re d'Italia 22.