Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 83
Da un diploma[1731] esistente nell'archivio de' canonici di Reggio abbiamo che nel dì 12 di febbraio di quest'anno _Lodovico imperadore_ soggiornava in Pavia. Le note son queste: _Dat. II idus februarii, anno Domini DCCCCII, Indictione V, anno primo imperante domno Hludovico in Italia. Actum Papiae_. Di qui ancora apparisce che la coronazione romana di questo imperadore dovette succedere dopo il dì 12 di febbraio dell'anno precedente. Anche il Sigonio[1732] ne cita un altro d'esso Lodovico, dato _IV idus maii, anno regni sui in Italia secundo, Christi DCCCCII_, ma senza far menzione dell'anno dell'imperio. E nell'archivio archiepiscopale di Lucca vi ha uno strumento scritto _IV kalendas junii, anno II imperii Ludovici, Indictione V_. Non si può giugnere a conoscere in quale degli anni, dappoichè Lodovico re di Provenza si impadronì del regno d'Italia, riuscisse a lui di cacciar Berengario fuori non solo di Verona, ma anche di tutta l'Italia. Crede il Sigonio che ciò avvenisse nel precedente anno. Comunque sia, pare indubitata cosa che Berengario ne fu cacciato; ed egli ritiratosi in Baviera presso il giovane _Lodovico re_ di Germania, stette quivi ad aspettar qualche favorevole vicenda del mondo, per riacquistare il perduto regno. Se vogliam riposare sulla opinione del Sigonio, seguitata e fiancheggiata dal padre Pagi, dal Leibnizio, dall'Eccardo e da altri, in questo medesimo anno Berengario la ricuperò, e seguì la tragedia di Lodovico III imperadore suddetto, descritta dal poeta panegirista di Berengario[1733], da Liutprando[1734], Reginone[1735] ed altri antichi storici. Racconta Liutprando, che dopo aver Lodovico conquistata l'Italia, e visitate varie sue Provincie, gli venne voglia di vedere anche la Toscana. A questo fine da Pavia passò a Lucca, dove con impareggiabil magnificenza fu accolto da _Adalberto II_ duca e marchese di quella provincia. Restò ammirato esso imperadore al trovar quivi tante truppe, tutte ben in ordine, e nella corte d'esso Adalberto una sì gran suntuosità e proprietà, e le immense spese fatte da quel ricchissimo principe per onorarlo. Gli scappò pertanto detto in confidenza ai suoi domestici: _Questo Adalberto s'avrebbe da chiamare piuttosto re che marchese, perchè in nulla è da meno di me, fuorchè nel nome_. Riportato questo motto al duca Adalberto e a _Berta_ sua moglie, donna accortissima, trovarono essi sotto queste parole nascoso il tarlo d'invidia; e però Berta da lì innanzi alienò da Lodovico l'animo del marito e degli altri principi d'Italia. Passò dalla Toscana a Verona l'imperador Lodovico, e quivi si mise a dimorar con tutta pace, avendo probabilmente licenziata parte dei suoi soldati, o messili a quartiere per la campagna. Scrive il panegirista di Berengario, aver esso Lodovico sottomessa Verona colle città circonvicine, perchè Berengario malconcio per una molesta quartana non potè fargli resistenza. E che andato Lodovico a quella città, ricompensò i suoi soldati con donar loro una gran quantità di poderi, togliendoli forse ai cittadini. Senza timore dipoi quivi se ne stava, perchè era venuta nuova, forse apposta fatta disseminare dallo stesso Berengario, che l'emulo Berengario era sloggiato dal mondo.
_Nil veritus: metuenda nimis quia sustulit ipsum_ _Fama Berengarium lethi discrimina passum._
Ma non era morto nè dormiva Berengario. Ben informato egli dello stato delle cose da que' cittadini che tenevano per lui, e specialmente da _Adelardo_ vescovo della città, che l'esortò a venire, per testimonianza di Reginone: prima ben concertato l'affare, una notte giunto con grossa brigata d'armati alle mura di Verona, vi fu introdotto, e sul far del giorno diede all'armi. Lodovico se ne fuggì in una chiesa. Scoperto e preso, fu presentato a Berengario, che forte il rimproverò per la mancata fede, e per aver rotto il giuramento di non ritornare in Italia; e, ciò non ostante, dopo avergli fatto cavar gli occhi, perdonò la vita allo spergiuro avversario, e lasciollo anche ritornar liberamente in Provenza. Nel panegirico di Berengario probabilmente l'adulazione fece dire a quel poeta, che contro la volontà di Berengario i suoi partigiani tolsero la vista a Lodovico. Giovanni Bracacurta, che forse avea per tradimento ceduta Verona a Lodovico, colto in una torre, restò tagliato a pezzi. I soldati provenzali, all'avviso di questa disavventura, tutti se n'andarono chi qua chi là dispersi, e Adalberto marchese d'Ivrea, genero di Berengario, diede loro addosso nel voler passare l'Alpi.
Dopo questo fortunato colpo non fu difficile al re Berengario di ricuperare il regno d'Italia, al quale si può ben senza fatica credere che l'orbo Lodovico imperadore fu obbligato di rinunziare, se volle la libertà di ritornarsene oltramonti. Che poi nell'anno presente avvenisse colla caduta del nemico principe il risorgimento del re Berengario, sembra che non s'abbia a dubitarne. Nell'archivio del capitolo di Modena tuttavia si conserva un diploma originale d'esso Berengario, già pubblicato dal Sillingardi, e poi dall'Ughelli[1736], dato _interventu Hegilulfi episcopi a Gotifredo_ vescovo di Modena, _VII Idus Augusti anno Incarnationis Domini nostri Jesu Christi DCCCCII, anno vero regni domni Berengarii gloriosissimi regis decimo quinto per Indictionem V. Actum civitate Papiae_. Ho io inoltre pubblicato[1737] un altro suo diploma, dato in favore di Pietro vescovo di Reggio, _XVI kalendas augusti, anno dominicae Incarnationis DCCCCII, regni vero domni Berengarii piissimi regis XV, Indictione V. Actum palatio ticinensi, quod est caput regni nostri_. Sicchè dee mettersi per cosa certa che riuscì nel mese di luglio al re Berengario di ricuperare il regno, e di far mutar paese all'Augusto Lodovico. Vedremo, andando innanzi, altre pruove concorrenti a persuaderci la sussistenza di questa opinione, e che si vede autenticata ancora da Leone Ostiense là dove scrive[1738]: _Ludovicus Bosonis regis provinciae filius regnavit annis tribus:_ cioè preso il principio del suo regno dalla elezione, siccome dicemmo, seguita in Pavia l'anno 900. Contuttociò insorgono tali difficoltà, non già intorno alla depression di Lodovico, ma sì bene intorno all'acciecamento suo, che, secondo me, convien credere molto più tardi balzato affatto dal trono d'Italia, e insieme privato degli occhi esso Lodovico. Queste le ho già esposte altrove[1739], e le addurrò anche nel progresso di questi racconti. Altro, per quanto a me sembra, non accadde in quest'anno, se non che prevalse la fortuna di Berengario, aiutato da _Adalberto duca_ di Toscana: laonde l'_Augusto Lodovico_ fu obbligato a ritirarsi in Provenza con giuramento di più non tornare in Italia. Abbiamo poi da Lupo Protospata[1740], che nell'anno presente Ibrahim re de' Saraceni africani venne a Cosenza nella Calabria, e vi morì colpito da un fulmine. Altra Cronica arabica[1741] mette la sua morte per disenteria nell'anno presente, o pur nel seguente, e la dice succeduta in Sicilia.
NOTE:
[1731] Antiquit. Ital., Dissert. XXI.
[1732] Sigonius, de Regno Ital., lib. 6.
[1733] Anonymus, in Paneg. Berengarii, lib. 4.
[1734] Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 11.
[1735] Rhegino, in Chronico.
[1736] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Episcop. Mutinens.
[1737] Antiquit. Ital., Dissertat. XIV.
[1738] Leo Ostiensis, Chronic., lib. 1, cap. 44.
[1739] Antiquit. Italic., Dissert. XIV.
[1740] Protospata, in Chronico., tom. 5, Rer. Ital.
[1741] Chronicon Arabic. Ismaelis Abulfeda.
Anno di CRISTO DCCCCIII. Indizione VI.
LEONE V papa 1. CRISTOFORO papa 1. LODOVICO III imperadore 3. BERENGARIO re d'Italia 16.
Seguì nell'anno presente la fondazione del monistero di S. Savino, fatta in Piacenza da _Everardo vescovo_ di quella città. Dice questo vescovo nello strumento[1742] che la chiesa di questo santo era dianzi fuori di Piacenza, e ch'egli pensava di quivi fabbricare un monistero di Benedettini: _Haec itaque vota dum ferventi amore cuperemus explere (heu proh dolor!) supervenit misera horridaque gens infelicium paganorum, qui hostili gladio corpora trucidantes, igneque furoris ecclesias Dei cremantes, concremaverunt pariter praefatam beati Savini ecclesiam_. Aggiugne, cioè che per timore che i pagani suddetti, gli Ungheri, non tornassero un'altra volta ad infierire contra di quel sacro luogo, avea fabbricata entro la città la chiesa e il monistero di S. Savino: notizie tutte che ci fan conoscere seguita la prima funestissima irruzione degli Ungheri in Italia nell'anno 899, o nel 900. Lo strumento è scritto _Regnante domno Berengario gratia Dei rege anno regni ejus in Dei nomine sextodecimo, III kalendas aprilis., Indict. VI. Actum Placentiae._ Per conseguente vegniamo ad intendere che il re Berengario nel fine di marzo dell'anno presente signoreggiava in Piacenza, ed era già stato da lui abbattuto e cacciato fuor d'Italia Lodovico III imperadore. Anche il Fiorentini[1743] e Cosimo della Rena[1744] osservarono che nell'anno 903 e 904 sono segnati gli strumenti di Lucca coll'anno XVI e XVII del re Berengario; e però veggiamo confermata la medesima verità. Abbiamo inoltre due privilegii conceduti dallo stesso re Berengario all'insigne monistero di Bobbio, e già dati alla luce dall'Ughelli[1745]. Il primo fu scritto _III idus septembris anno dominicae Incarnationis DCCCCIII, regni vero domni Berengarii piissimi regis XVI, Indictione VII, Actum apud ecclesiam sancti Petri corte nostra Fulcia_. L'altro fu dato _XII kalendas novembris anno dominicae Incarnationis DCCCCIII, regni domni Berengarii XVI. Actum in Papia civitate palatio ticinensi_. Però non pare che resti dubbio intorno all'essere stato in questi tempi signore di Pavia e del regno d'Italia il re Berengario ad esclusione di _Lodovico III imperadore_, soprannominato dai susseguenti scrittori l'_Orbo_, per distinguerlo dagli altri Augusti di questo nome. Finalmente ho io pubblicato un bellissimo placito[1746] tenuto in Piacenza _anno regni domni Berengarii regis, Deo propitio, XV, mense januario, Indictione sexta_, da Sigefredo conte del sacro palazzo. Che quivi allora si trovasse anche il re Berengario, si ricava dal principio del placito: _Dum in Dei nomine civitate Placentia ad monasterium sanctae Resurrectionis Jesu Christi domnus gloriossimus Berengarius rex praeerat_. Da questo documento ancora apprendiamo che _Ermengarda_ figliuola di _Lodovico II imperadore_ e della _regina Angelberga_, e madre di Lodovico re di Provenza ed imperadore vivente, s'era fatta monaca in san Sisto di Piacenza, ed era allora badessa di quel monistero.
Venne a morte nell'anno presente _Benedetto IV_ papa. Se non fosse Frodoardo che ci ha lasciato qualche memoria de' romani pontefici di questo disgraziato secolo, noi non sapremmo le rare doti e virtù di un tale papa. Merita d'essere riferito ancor qui l'elogio ch'egli ne fa con dire[1747]:
_Tum sacra consurgunt Benedicti regmina quarti_ _Pontificis magni, merito qui nomine tali_ _Enituit, cunctis ut dapsilis atque benignus._ _Huic generis necnon pietatis splendor opimus_ _Ornat opus cunctum. Meditatur jussa Tonantis._ _Praetulit hic generale bonum lucro speciali._ _Despectas viduas, inopes vacuosque patronis,_ _Assidua ut natos propria bonitate fovebat,_ _Mercatusque polum, indignis sua cuncta refudit._
Gli succedette nella cattedra di san Pietro _Leone V_, ma non durò neppur due mesi il suo pontificato. Secondochè s'ha da Vicenzo Belluacense, da Martino Polacco, da Tolomeo da Lucca, dal Platina e da altri, _Crisoforo_ suo prete o cappellano il cacciò in prigione, ed occupò egli la sedia apostolica. Fa il cardinal Baronio[1748] un giusto lamento sopra l'infelice ed obbrobrioso secolo, di cui ora andiamo parlando, con attribuire specialmente la sorgente di tanti disordini e mostri, che si videro sul trono di Pietro, alla prepotenza de' principi secolari, che vollero mischiarsi nell'elezione de' romani pontefici, concludendo in fine: _Nihil penitus Ecclesiae romanae contingere posse funestius, tetrius nihil atque lugubrius, quam si principes saeculares in romanorum pontificum electionem munus immittant_. L'osservazione del saggio e zelante porporato è bella e buona, e noi dobbiam desiderar che sempre duri la libertà ben regolata e da tanti secoli introdotta nel sacro collegio de' cardinali di eleggere il romano pontefice. Ma qui è fuor di sito l'epifonema dello zelante Annalista; perchè i malanni della sedia apostolica in questi tempi vennero dai Romani stessi, e non dai principi secolari. Per lo contrario in que' secoli, ne' quali il clero e il senato, i militi, cioè i nobili, e il popolo romano aveano tutti mano nell'elezione del sommo pontefice, nascevano bene spesso contese e scismi, non fu già creduto un abbominevol ripiego che i buoni imperadori adoperassero il loro consenso per frenare in questa guisa le gare, le fazioni e le prepotenze degli elettori. Abbiam veduto che il buon papa Giovanni IX conobbe _canonico_ e necessario questo freno. Abbiamo anche veduto tanti buoni ed ottimi papi eletti in addietro; nè si può dire che nuocesse alla santa Sede l'esservi intervenuto il consentimento degli Augusti. Anzi allorchè non vi furono imperadori o non ebbero essi alcuna parte nell'elezion de' nuovi pontefici, e Roma si trovò piena di mali umori, allora succederono i disordini più grandi, come si può conoscere consultando la storia della Chiesa. Lodiamo dunque i principi buoni e i tempi presenti, e biasimiamo i principi cattivi di tutti i tempi; e rendiamo grazie a Dio che da tanti anni in qua camminano di sì buon concerto le elezioni de' romani pontefici, e questi buoni, e questi di edificazione, e non più di scandolo al popolo di Dio, senza che vi sia bisogno di freno ai disordini per mezzo della potenza secolare. Se Roma avesse allora avuto in Italia un imperadore, non sarebbe succeduta la deforme scena di Cristoforo, che illegittimamente si assise sulla cattedra pontificia, piuttosto tiranno che vero pontefice. Riferisce il Dachery[1749] una bolla di questo _papa Cristoforo_, scritta nel fine dell'anno presente in favore della badia di Corbeia, _Indictione VII, septimo kalendas januarii, imperante domno nostro piissimo Augusto Lodovico a Deo coronato imperatore sanctissimo_. Si osservi questo nominar tuttavia imperadore Lodovico III, il quale pur vien creduto, siccome abbiam detto, che accecato fosse spinto fuori d'Italia.
NOTE:
[1742] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1, Append.
[1743] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.
[1744] Rena, Serie de' duchi di Toscana.
[1745] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Episcop. Bobiens.
[1746] Antiq. Ital., Dissert. VII.
[1747] Frodoardus, de Roman. Pont., P. II, tom. 2, Rer. Ital.
[1748] Baron., in Annal. Eccl. ad annum 900.
[1749] Dachery, Spicileg., tom. 6.
Anno di CRISTO DCCCCIV. Indizione VII.
SERGIO III papa 1. LODOVICO III imperadore 4. BERENGARIO re d'Italia 17.
Da un privilegio conceduto al monistero di San Vittore di Marsiglia, e pubblicato dai padri Martene[1750] e Durand, noi impariamo che _Lodovico imperadore_ soggiornava in Arles in Provenza nel dì 21 di marzo dell'anno presente, essendo dato quel diploma _XI kalendas maii, anno Domini DCCCCIV, Indictione septima, anno quarto, imperante domno nostro Illudovico. Actum Arelate_. All'incontro noi troviamo in Verona il _re Berengario_ nel dì 4 d'aprile di questo medesimo anno, ciò costando da un suo diploma originale da me veduto nell'insigne monistero di san Zenone di quella città, e pubblicato con queste note[1751]: _Data pridie nonas aprilis, anno dominicae Incarnationis DCCCCIV, regni vero domni Berengarii piissimi regis XVII, Indictione VII. Actum Veronae_. Ne abbiamo un altro già dato alla luce dal Sillingardi e poi dall'Ughelli[1752], cioè un privilegio conceduto a _Gotifredo vescovo_ di Modena, dato _VIII kalendas julias, anno Incarnationis Domini DCCCCIV, anno vero domni Berengarii serenissimi regis XVII. Actum urbe ticinensi_. Così sta nel suo originale. Un altro ancora spedito _XVIII kalendas julii_ di quest'anno, _Actum villa Itazani_, si legge nell'archivio de' canonici di Modena. Perciò possiam conietturare che la pace per quest'anno continuasse in Italia, nè fosse turbato il re Berengario nel possesso dell'italico regno. Egregiamente già ha provato il padre Pagi[1753] che nel presente anno fu cacciato dal trono pontificio l'usurpato re _Cristoforo_, e in suo luogo eletto e consecrato _Sergio_ prete, cioè quel medesimo che dianzi nell'anno 898 vedemmo eletto papa in concorrenza di papa _Giovanni IX_. Ebbe più polso in esso anno 898 la fazione opposta; laonde egli senza poter giugnere alla consecrazione, fu necessitato a mutar cielo e a fuggirsene in Toscana, dove stette nascoso per sette anni. Bisogna qui ascoltar Frodoardo, scrittore di questi tempi[1754], che ne parla nella seguente maniera:
_Sergius inde redit, dudum. qui lectus ad arcem_ _Culminis, exsilio tulerat rapiente repulsam._ _Quo profugus latuit septem volventibus annis._ _Hinc populi remeans precibus, sacratur honore_ _Pridem adsignato. quo nomine tertius exit_ _Antistes, Petri eximia quo sede recepto_ _Praesule, gaudet ovans annis septem amplius orbis._
Sicchè non è vero ciò che scrisse Liutprando istorico dell'elezion di _Sergio_ nell'anno 891, nè che a lui prevalesse quella occasione papa Formoso. Ciò avvenne, come ho detto, solamente all'anno 898; e però convien ripetere che Liutprando, a cui per altro siam tanto obbligati per la storia d'Italia di questo secolo, non può negarsi che non l'abbia molto imbrogliata ne' fatti accaduti, prima ch'egli nascesse, perchè li scrisse solamente per altrui relazione. L'han seguitato alla cieca i susseguenti storici, perchè negli affari d'Italia non aveano di meglio da poter consultare. Si scatena qui contra _Sergio_ il cardinal Baronio[1755] con parlarne all'anno 908, sino al quale egli differisce l'ingresso del medesimo Sergio nel papato, con dargli i titoli di _nefandus, quem audisti in Formosum papam ita saevisse. Potens iste armis Marchionis Tusciae Adalberti, homo vitiorum omnium servus facinorosissimus omnium, quae intentata reliquit? Invasit iste sedem Christophori. Ab omnibus non legitimus pontifex, sed conclamatur invasor_. Se il porporato Annalista avesse potuto vedere a' suoi di ciò che di Sergio scrive Frodoardo, oltre ad altre memorie venute dopo di lui alla luce, avrebbe insegnato alla sua penna maggior moderazione contra di questo pontefice. Certo non fu egli esente da' vizii, ma non giunse mai agli eccessi che qui gli vengono attribuiti. Fidossi qui troppo il cardinale di Sigeberto, come anche prima avea fatto il Platina. Ma Sigeberto forte s'ingannò con addossare a _Sergio_ l'iniquissimo procedere di papa _Stefano VI_ contra del cadavero e delle ordinazioni di papa Formoso. Nè sussiste che Sergio colla potenza dell'armi di Adalberto duca di Toscana usurpasse la sedia pontificia. Fu egli richiamato a Roma _precibus populi romani_, e affin di deporre _Cristoforo_, cioè un ingiusto occupatore del pontificato. Certo è finalmente che _Sergio_ fu riguardato da tutta la Chiesa di Dio come vero e legittimo pontefice, e non già come usurpatore della sedia di s. Pietro. Vedremo a suo luogo l'epitaffio di questo papa che va d'accordo coll'asserzione di Frodoardo. Per testimonianza dell'Ostiense[1756], il deposto _Cristoforo_ si fece monaco, ed ebbe tempo da far penitenza dei falli della sua ambizione. Secondo i conti di Camillo Pellegrino e del padre Mabillone[1757], il nobilissimo monistero di Monte Casino, circa ventidue anni prima smantellato dai Saraceni, in quest'anno per cura di _Leone abbate_ si cominciò a rifabbricare, affinchè vi tornassero ad abitare i monaci, i quali dopo la rovina di quel sacro luogo aveano eletto il loro soggiorno in Teano. Potrebbesi credere che sul fine di quest'anno ritornasse in Italia con grandi forze l'imperador _Lodovico III_, quando fosse stato esattamente copiato dal Campi il decreto dell'elezione di _Guido vescovo_ di Piacenza[1758], fatta dopo la morte di _Everardo_, con queste note: _Anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi DCCCCIV, Indictione VIII, imperante domno Hludovico serenissimo imperatore anno quinto_. Ma di ciò parleremo all'anno seguente, siccome ancora di _Guido_ parlerà la storia andando innanzi. Basti per ora osservare che essendo qui nominato _Lodovico Augusto_, si comprende ch'egli, e non già il re Berengario, signoreggiava allora in Piacenza. Ciò servirà di lume per quello che verremo dicendo all'anno seguente.
NOTE:
[1750] Martene, Veter. Scriptur., tom. I.
[1751] Antiquit. Ital., Dissert. XIV.
[1752] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2, in Episcop. Mutinens.
[1753] Pagius, in Critic. ad Annal. Baron.
[1754] Frodoardus, de Roman. Pontificib., P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[1755] Baron., Annal. Eccl., ad ann. 908.
[1756] Leo Ostiensis, lib. 1, cap. 50.
[1757] Mabillon., in Annal. Benedictin. lib. 41, num. 25.
[1758] Campi, Istor. di Piacenza tom. 1, Append.
Anno di CRISTO DCCCCV. Indizione VIII.
SERGIO III papa 2. LODOVICO III imperadore 5. BERENGARIO re d'Italia 18.