Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 81
Si venne ad un'altra elezione. Elesse una parte del popolo _Sergio_ prete, il quale, se vogliam credere a Liutprando, era anche stato, siccome già dicemmo, eletto nell'anno 891, in concorrenza di papa Formoso, e poi rifugiato in Toscana sotto la protezione di _Adalberto II_ duca. Ma più possanza ebbe il partito contrario, da cui fu non solamente eletto, ma consecrato _Giovanni IX_. E questi poi cacciò in esilio tanto il suddetto Sergio, quanto altri Romani di lui fautori:
_Pellitur electus patria quo Sergius urbe,_ _Romulidumque gregum quidam traduntur abacti._
Così scrive Frodoardo. E però si comprende che non già nell'anno 891 seguì la elezione e la decadenza di Sergio, ma bensì nell'occasion di questa sede vacante. Nell'epitaffio del suddetto Sergio, che arrivò finalmente anch'egli ad essere papa, si legge che questo _Giovanni IX_ papa fu un usurpatore del pontificato:
_Romuleosque greges dissipat iste lupus._
Comunque sia, toccò a _Sergio_ il di sotto in questa occasione, e le poche memorie che restano di Giovanni IX, cel danno a conoscere per uomo molto saggio e pio. Siccome egli era della fazione di papa Formoso, così ebbe principalmente a cuore di risarcire il di lui onore. A tal fine poco dopo la consecrazione sua raunò un concilio in Roma, dove furono stabiliti alcuni capitoli, da' quali si ricava non poca luce per conoscere il sistema di questi tempi[1685]. Prima d'ogni altra cosa fu annullato il concilio tenuto da papa Stefano VI contra del defunto papa Formoso, e condannati alle fiamme i suoi processi e decreti, come affatto illegittimi e disordinati, perchè fatti contra di un cadavero che non può dir le sue ragioni. Dato fu il perdono al clero che intervenne a quel sinodo; e decretato che la traslazione d'esso Formoso dal vescovato di Porto al papato non passasse in esempio, perchè era vietato dai canoni il passaggio da una chiesa all'altra senza qualche grande necessità della Chiesa; e però non si ammettevano allora vescovi al pontificato romano. Furono approvati e rimessi nel loro grado tutti i vescovi, preti e cherici ordinati dal suddetto papa Formoso; confermata l'elezione ed unzione di _Lamberto imperadore_; riprovata ed annullata la barbarica di _Arnolfo, quae per subreptionem extorta est_. Fu ratificata la scomunica contra Sergio, Benedetto e Marino, preti della Chiesa romana, e contra Leone, Pasquale e Giovanni, diaconi della sede apostolica, siccome principali promotori della scandalosa procedura contra di papa Formoso; ed intimata la medesima censura a chiunque _ad capiendum thesaurum_ avea tratto dal sepolcro il cadavero d'esso papa, e poi gittato nel Tevere. Miriamo dipoi in questo concilio il decreto che dal padre Pagi vien creduto fatto da _Stefano VI_ papa, e già riferito all'anno precedente, intorno al non consecrare il nuovo papa eletto, se non coll'approvazione dell'imperadore e alla presenza de' suoi legati. Erasi già introdotto l'abbominevole abuso, che morendo il papa, correva il popolo a dare il sacco al palazzo pontificio, con passare anche un tal furore addosso ad altri luoghi entro e fuori di Roma: il che avea servito d'esempio per fare lo stesso ad altre città. Fu proibito un tale eccesso: _Quod qui facere praesumserit, non solum ecclesiastica censura, sed etiam imperiali indignatione feriatur_.
Terminato questo concilio, si portò _papa Giovanni_ a Ravenna, per abboccarsi coll'imperadore Lamberto, e trattar seco di concerto de' comuni bisogni. Si raunò quivi ancora un concilio di settantaquattro vescovi, e v'intervennero i due suddetti primi luminari della Cristianità. Uno dei capitoli ivi stabiliti è questo per parte dell'imperadore, bastevolmente indicante la di lui sovranità. _Si quis Romanus, cujuscumque sit ordinis, sive de clero, sive de senatu, seu de quocumque ordine, gratis ad nostram imperialem majestatem venire voluerit, aut necessitate compulsus ad nos voluerit proclamare, nullus eis contradicere praesumat; et neque eorum res quisquam invadere vel depraedari, aut eorum personas in eundo, vel redeundo, vel morando, inquietare praesumat, donec liceat imperatoriae potestati eorum causas, aut personas, aut per nos aut per missos nostros deliberare. Qui autem eos inquietare eundo, vel redeundo, vel morando tentaverit, vel eorum quidpiam rerum auferre, postquam nostram misericordiam proclamaverint, imperialis ultionis indignationem incurrat_. Fra gli sconcerti degli anni passati dovea essere stato messo ostacolo in Roma a chi volea ricorrere e appellare al tribunale dell'imperadore. Lamberto volle che sussistesse nell'antico suo vigore questo suo diritto. Conferma inoltre l'imperadore _privilegium sanctae romanae Ecclesiae, quod a priscis temporibus per piissimos imperatores stabilitum est_. Volle dipoi il pontefice che Lamberto Augusto, i vescovi e baroni approvassero il concilio romano, poco dianzi _pro causa domni Formosi sanctissimi papae, non invidiae zelo, sed rectitudinis gratia canonice peractum_. E perciocchè negli stati della Chiesa romana per gli anni addietro erano state commesse immense ruberie, incendii e violenze; perciò fece istanza all'imperadore, _ut alia impunita non dimittatis_. Soggiunge: _Ut pactum, quod a beatae memoriae vestro genitore domno Widone, et a vobis piissimis imperatoribus, juxta praecedentem consuetudinem, factum est, nunc reintegretur, et inviolatum servetur_. Chiamavasi _Patto_ la signoria di Roma, dell'Esarcato e della Pentapoli, che chiunque desiderava d'essere imperadore, confermava per patto ai romani pontefici con un nuovo diploma. Forse il barbaro re Arnolfo mancò alla giusta confermazione di questi patti. Dice inoltre il papa che erano stati alienati illecitamente alcuni beni patrimoniali, ed anche alcune città, ed altre cose contenute in esso Patto, senza esprimere se da' suoi predecessori oppure dagl'imperadori; ed esige che tali alienazioni sieno annullate nel concilio. E perciocchè in addietro s'erano fatte _in territoriis beati Petri_ delle adunanze illecite dai Romani, Longobardi ed anche Franzesi, _contra apostolicam et imperialem voluntatem_; vuole che con un decreto dell'imperadore e del sinodo sieno proibite per l'avvenire. Finalmente espone il papa lo stato miserabile cui era ridotta la santa Chiesa Romana, perchè non le restavano rendite da mantenere il clero, e da aiutare i poverelli; ed avendo egli trovata quasi distrutta la patriarcal basilica lateranense, avea ben inviato gente per tagliar travi da risarcirla, ma ne era stato impedito dai malviventi d'allora il tagliamento. Però scongiura l'imperadore, acciocchè dia mano a quella fabbrica, e adoperi l'autorità sua per rimettere in migliore stato la Chiesa romana. Fa questo concilio conoscere che questo _papa Giovanni_ era personaggio di vaglia, ma eletto al governo della nave in tempi troppo burrascosi, che peggiorarono anche di più andando innanzi.
Per altro abbiamo dal panegirista di Berengario[1686] che ne' due precedenti anni e nel presente ancora si godè in Italia una buona pace e un felice raccolto delle campagne:
_Tertia mox tamen hunc Latio produxerat aestas._ _Ubere telluris potientem pace sequestra._
Ma non giunse al fine di quest'anno l'_imperadore Lamberto_, giovane dotato di bellissime doti, di costumi pudici, e di grande espettazione, se fosse più lungamente vivuto, come s'ha da Liutprando. Dilettavasi egli forte della caccia, e il suo luogo favorito per tal sollazzo era il bosco di _Marengo_ nel territorio dove fu poi fabbricata la città d'Alessandria. Dura tuttavia un castello in quelle parti che porta il nome di Marengo, mentovato da Leandro Alberti e dal Magino. Quivi nel dì 30 di settembre confermò egli a _Gamenolfo vescovo_ di Modena i privilegii della sua chiesa, con un diploma accennato dal Sigonio, e pubblicato dipoi dal Sillingardi, che si legge ancora presso l'Ughelli[1687]. Esso fu dato _anno Incarnationis Domini DCCCXCVIII, domni quoque Lamberti piissimi imperatoris VII, pridie kalendas octobris Indictione secunda_. Un altro diploma d'esso Lamberto ho io esposto alla luce[1688], dato nel dì 3 di settembre, in favore della chiesa d'Arezzo, che ha le medesime note del precedente. Sul principio dunque d'ottobre dovette succedere la non naturale morte del suddetto imperador Lamberto. Era egli alla caccia, e cadutogli sotto il cavallo, mentre a briglia sciolta perseguitava non so qual fiera, l'infelice principe si ruppe il collo e morì. Ecco le parole del suddetto panegirista di Berengario:
_ . . . . . . . Studio jam vadit in altos_ _Venandi lucos, cupiens sibi mittier aprum_ _Informem, aut rapidis occurrere motibus ursum;_ _Avia sed postquam nimio clamore fatigant_ _Praecipites socii, ipse uno comitante ministro._ _Dum sternacis equi foderet calcaribus armos,_ _Implicitus cecidit sibimet sub pectore collum,_ _Abrumpens teneram colliso gutture vitam._
Questa fu la pubblica voce che si sparse allora della maniera di sua morte, lo attesta anche Liutprando[1689] con dire: _Ajunt sane, hunc regem, dum in luco Marinco venaretur (est enim ibidem mirae magnitudinis et amoenitatis lucus, adeo venationibus aptus) et sicut moris est, apros effreni consectaretur equo, cecidisse, collumque fregisse_. Ma soggiugne appresso, esserci stata un'altra fama, creduta da lui più verisimile, e divulgata dappertutto. Cioè, che avendo Lamberto fatto decapitare _Maginfredo_ conte di Milano a cagion di sua ribellione, conferì quel posto ad _Ugo_ di lui figliuolo, che _Maginfredo_ o _Magnifredo_ vien appellato anch'egli nell'antico codice della cesarea biblioteca, e colmollo anche d'altri benefizii, affinchè dimenticasse la disgrazia occorsa a suo padre. Anzi perchè in questo giovinetto all'avvenenza si univa un nobile ardire, se gli affezionò talmente esso Lamberto, che il voleva sempre ai suoi fianchi, nonchè in sua corte. Trovandosi soli amendue alla caccia, aspettando che passasse qualche cinghiale, fu preso Lamberto dal sonno; e allora Ugo, prevalendo più in lui l'ira per la morte del padre, che il favore di Lamberto, e la memoria de' benefizii ricevuti e del giuramento prestato, con un bastone gli ruppe il collo, facendo poi correre voce che la caduta da cavallo gli avesse abbreviata la vita. Stette nascoso per alcuni anni il fatto, ma presentossi occasione in cui lo stesso Ugo lo rivelò al re Berengario. Anche l'autore della Cronica della Novalesa[1690] lasciò scritto, che per mano del figliuolo dell'ucciso Maginfredo conte tolta fu la vita a Lamberto, mentre erano alla caccia. _Spina Lamberti_ era chiamata una volta la terra che oggidì ha il nome di Spilamberto vicina al Panaro e a San Cesario, e nel distretto di Modena. Di sopra vedemmo all'anno 885 che l'antico monaco nonantolano, da cui abbiamo la vita d'Adriano I papa, pretese così nominato quel luogo _a casu Lamberti_, con aver anche creduto altri scrittori che Lamberto fosse stato con una spina tolto di vita da Ugo. Ma queste son favole troppo leggermente nate, e che non meritano d'essere confutate.
Altro non ci voleva che questo impensato accidente per far risorgere la fortuna del _re Berengario_. Strano ben può sembrare uno strumento d'acquisto fatto da _Everardo vescovo_ di Piacenza della metà della Rocca di Bardi, scritto[1691], _Berengario rege, anno regni ejus in Italia decimo, mense augusto, Indictione prima_. All'agosto dell'anno presente appartiene questa indizione; e però potrebbe dedursi di qua che fosse prima mancato di vita l'imperador Lamberto, e che Piacenza già ubbidisse al re Berengario: il che non si può accordare colle notizie recate di sopra. Ma quella carta o patisce delle difficoltà, oppure non fu assai attentamente letta, e stampata per conseguente con qualche sbaglio. Certo nell'agosto dell'anno presente 898 correva l'_anno undecimo_, e non già il _decimo_, del regno di Berengario; e però nulla si può stabilire con quest'atto dubbioso, se pur non è qualche cosa di peggio. Ora portata al re Berengario la nuova del morto suo emulo, non si fece egli pregare a volare a Pavia, dove fu senza aperta opposizion ricevuto, con darsi a lui tutte l'altre città già signoreggiate da Lamberto. Rapporta l'Ughelli[1692] un suo diploma in favore di _Azzo_ vescovo di Reggio, _VIII idus novembris anno Incarnationis Domini DCCCXCVIII, anno vero domni Berengarii serenissimi regis XI, Indictione I. Actum Papiae palatio regio._ Trovò egli, per testimonianza di Liutprando[1693], carcerato in essa città di Pavia _Adalberto II_ duca e marchese di Toscana, con altri. Li rimise egli tutti in libertà e in possesso de' loro governi e beni; e perciò anche la Toscana cominciò a riconoscerlo per suo re e sovrano. Vi restava il ducato di Spoleti, che potea fare resistenza, perchè al governo di quelle contrade dimorava tuttavia la vedova _imperadrice Ageltruda_, madre del defunto Lamberto Augusto. Si trattò amichevolmente di concordia; e da un importante diploma[1694], esistente nell'archivio di San Sisto di Piacenza, si comprende che Berengario guadagnò quell'altera donna, col concederle, secondo i corrotti costumi di questi tempi, due monisteri a disposizione di essa, e col confermarle tutti i beni suoi propri, o a lei donati sì dal marito Guido, che dal figliuolo Lamberto. Il diploma fu dato _kalendis decembris, anno Incarnationis Domini nostri Jesu Christi DCCCXCVIII, anno vero regni Berengarii gloriosissimi regis XI, per Indictionem II. Actum civitate Regiae_: cioè, a mio credere, in Reggio di Lombardia. Sotto essa carta Berengario aggiunse di suo pugno le seguenti parole: _Promitto ego Berengarius rex tibi Ageltrudae, relictae quondam Widoni imperatoris, quia ab hac hora, ut deinceps, amicus tibi sum, sicuti recte amicus amico esse debet. Et cuncta tua praeceptalia concessa a Widone, seu a filio ejus Lamberto imperatoribus, nec tollo, nec ulli aliquid aliquando tollere dimitto injuste._ C'è motivo di credere che per tal via il ducato di Spoleti venisse all'ubbidienza del re Berengario. Forse anche seguitò Ageltruda a governar quel ducato, giacchè non s'ode più parlare di _Guido duca_ e marchese, di cui fu fatta menzione all'anno 896. Sul principio di questo, _Odone_, re di una parte della Francia, morendo, aprì la strada a _Carlo il Semplice_, re dell'altra, d'impadronirsi di tutto il regno. Intanto _Arnolfo_ re di Germania per le sue infermità languiva, nè operò più cosa degna di considerazione. Molto meno pensava all'Italia. E se lo Struvio[1695] col prendere senza esame le parole di Liutprando storico, giunse a scrivere ch'egli in questo anno per la terza volta calò in Italia, e perseguitò _Guido imperadore_, non mostrò già discernimento critico, e tanto meno dopo aver detto innanzi che lo stesso Guido qualche anno prima era mancato di vita. Varii altri moderni scrittori hanno asserito lo stesso, ma loro mancavano que' tanti lumi che ha dipoi guadagnato la storia, e de' quali poteva e dovea valersi questo autore tedesco.
NOTE:
[1682] Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 10.
[1683] Antiquit. Ital., Dissert. XXXIV.
[1684] Frodoardus, de Romanor. Pontif., P. II, tom. 3 Rer. Italic.
[1685] Labbe, Concil., tom. 9.
[1686] Anonymus, in Panegyrico Berengarii.
[1687] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2, in Episcop. Mutinens.
[1688] Antiquit. Italic., Dissert. LXIII.
[1689] Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 12.
[1690] Chron. Novaliciense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[1691] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1 Append.
[1692] Ughell., Ital. Sacr., in Episcop. Regiens. Append.
[1693] Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 12.
[1694] Antiquit. Ital., Dissert. LXXIII.
[1695] Struvius, Hist. German., in Vita Arnulfi.
Anno di CRISTO DCCCXCIX. Indizione II.
GIOVANNI IX papa 2. BERENGARIO re d'Italia 12.
Soggiornava in _Pavia_ il _re Berengario_ nel marzo dell'anno presente, dove concedette varii privilegii da me[1696] dati alla luce. Il primo in favore della chiesa di San Nicomede nel distretto di Parma, spedito _VIII idus martias_, cioè nel dì 8 d'esso mese. Un altro _V idus martias_, ossia nel dì 11 di marzo, alle monache della Posterla di Pavia. Un altro per le medesime dato _V kalendas aprilis, ossia nel dì 28 di marzo, anno Incarnationis Domini DCCCXCVIII, anno regni domni Berengarii gloriosissimi regis XII, Indictione II_. Ma con errore, dovendo essere _anno DCCCXCVIIII. Actum Papiae_; perchè nel marzo dell'anno 898 Berengario non era padrone di Pavia, nè è credibile che la di lui cancelleria ora adoperasse l'era fiorentina, ora la pisana, ora la volgare. Pareva pure, che omai ridotto tutto il regno d'Italia sotto il governo di un principe solo, principe amorevole e di cuor sincero, s'avesse qui a godere un'invidiabil quiete. Ma andò ben diversamente, se vogliam credere al Sigonio[1697], al padre Pagi[1698] e ad altri moderni scrittori; perchè in questo medesimo anno cominciò per l'Italia una tela di gravissime sciagure, se pur la storia mancante ed imbrogliata di questi tempi ci lascia discernere il vero. Durava tuttavia in alcuni de' principi italiani, già della fazione di Guido e Lamberto imperadori, l'avversione a Berengario, rimontato pienamente sul trono. S'avvisarono costoro di chiamare in Italia _Lodovico_ re di Provenza[1699], figliuolo di _Bosone_ e di _Ermengarda_, cacciandogli in capo delle pretensioni su questo regno, per essere stata Ermengarda figliuola di _Lodovico II imperadore_. Quel che parve più strano, fu che _Adalberto_ marchese d'Ivrea si fece capo e promotore di questa mena, ancorchè egli avesse per moglie _Gisla_ figliuola del medesimo re Berengario, la quale gli avea partorito un figliuolo appellato _Berengario_ dal nome dell'avolo materno. Vedremo a suo tempo questo giovane Berengario divenire re e tiranno dell'Italia. Volle dunque _Lodovico re di Provenza_ provar la sua fortuna, e calò in Italia con un'armata de' suoi Provenzali. Ma certificato che il re Berengario veniva ad incontrarlo con forza molto maggiore, avvilitosi, non tardò a pentirsi della cominciata impresa, e, secondo l'osservazione del Vangelo, spedì segreti messi a Berengario per trattare di pace. Non ripugnò Berengario, siccome uomo di buona legge, ed essendosi contentato che Lodovico con forte giuramento si obbligasse di non mai più tornare in Italia, per qualunque chiamata o istanza che gli fosse fatta dai nemici d'esso Berengario, gli permise di tornarsene indietro sano e salvo. Fu in questa congiuntura ben assistito il re Berengario da _Adalberto II_ potentissimo marchese di Toscana, dianzi guadagnato con molti regali. Si attribuì al gagliardo soccorso suo la facilità con cui Berengario si sbrigò da questo pericoloso impaccio. Ma, siccome vedremo, non si può ammettere in quest'anno la prima venuta del re Lodovico in Italia, e, per le ragioni che si addurranno, si dee essa riferire all'anno susseguente. Un altro avvenimento di maggiore importanza pare che s'abbia da riferire all'anno presente, cioè il primo ingresso, ossia la prima scorreria in Italia della crudelissima nazione degli _Ungheri_, chiamati anche _Unni_ e _Turchi_ da alcuni scrittori, e nominatamente dal suddetto Liutprando. Se non falla l'autore della Cronica di Nonantola, i cui frammenti furono pubblicati dall'Ughelli[1700], _anno DCCCXCIX, venere Ungari in Italiam de mense augusti, Indictione III, octavo kalendas octobris junxerunt se Christiani cum eis in bello ad fluvium Brentam, ubi multa milia Christianorum interfecta sunt ab eis, et alios focavere, et venerunt usque da Nonantulam, et occidere monachos, et incenderunt monasterium, et codices multos concremavere, atque omnem depopulati sunt locum. Praedictus autem venerabilis Leopardus abbas cum cunctis aliis monachis fugere, et aliquamdiu latuere._ Sicchè, secondo questo autore, nel dì 24 di settembre, in cui correva l'_Indizione III_, fu data la battaglia dai Cristiani agli Ungheri pagani al fiume Brenta, con immensa strage e totale sconfitta de' primi; dopo di che vennero fino all'insigne monistero di Nonantola sul distretto di Modena, e dopo avergli dato il sacco, lo consegnarono alle fiamme. Tuttavia perchè il continuatore degli Annali di Fulda[1701] riferisce all'anno seguente questa memorabil calamità degl'Italiani, può restar dubbio che piuttosto a quello che a quest'anno appartenga l'entrata prima degli Ungheri, e la rotta data al popolo cristiano. E tanto più perchè pare che gli Ungheri solamente dopo la morte di _Arnolfo_ re di Germania alzassero la testa, e cominciassero a portar la desolazione non meno alla Germania che all'Italia. Certo è che sul fine di quest'anno esso _Arnolfo_ diede fine ai suoi malori colla sua morte. Vedremo all'anno susseguente come si parli di questa irruzione degli Ungheri in una lettera scritta dai vescovi tedeschi _a papa Giovanni IX_. Intanto si vuole qui accennare un diploma del re Berengario, copia del quale, conservata dai monaci benedettini di Modena, fu da me data alla luce[1702]. In esso re Berengario conferma tutti i privilegii e beni del predetto monistero nonantolano a Leonardo abbate, e in fine si legge: _Datum XIIII kalendas septembris anno Incarnationis Domini DCCCXCVIIII, domni autem Berengarii gloriosissimi regis XII, Indictione II. Actum Curtis nostrae Vilzachara_, cioè nel castello oggidì appellato san Cesario nel modenese, vicino a Nonantola. Quivi nulla si parla degli _Ungheri_, perchè più di un mese dappoi, secondo il suddetto storico di Nonantola, succedette l'infelice giornata campale con essi alla Brenta.
NOTE:
[1696] Antiquit. Ital., Dissert. XVIII et LXVII.
[1697] Sigonius, de Regno Ital.
[1698] Pagius, ad Annales Baron.
[1699] Struvius, Hist. German., in Vita Arnulf.
[1700] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Episcop. Mutinens.
[1701] Annales Fuldenses Freheri.
[1702] Antiquit. Ital., Dissert. XXI, p. 155.
Anno di CRISTO DCCCC. Indizione III.
BENEDETTO IV papa 1. LODOVICO III re d'Italia 1. BERENGARIO re d'Italia 13.