Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 8
Secondo Teofane[124] e Niceforo[125], in quest'anno fece quanto potè l'imprudente e malvagio imperador _Giustiniano_ per tirarsi addosso l'odio del popolo di Costantinopoli. S'era egli dato a fabbricar nel palazzo, e lo faceva cingere di muraglia a guisa di fortezza. Il soprintendente alla fabbrica era _Stefano_ persiano, presidente del fisco e capo degli eunuchi, uomo sanguinario e sommamente crudele, che adoperava a più non posso le ingiurie e il bastone contra de' poveri operai, e fece lapidarne alcuni ancora de' capi. Questa selvaggia bestia, in tempo che l'imperador era fuori della città, osò di staffilare, come si fa ai ragazzi, la stessa _Anastasia_ Augusta, madre d'esso imperadore. Oltre a ciò, Giustiniano dichiarò suo generale Logoteta, cioè soprintendente all'erario, un certo Teodoto, dianzi monaco, persona parimente impastata di crudeltà, che attese a cavar danari per tutte le vie e sotto varii pretesti dal popolo, martirizzandone molti con attaccarli alla corda, e con paglia accesa di sotto che col fumo li tormentava. Molto tempo prima aveva egli creato un prefetto della città, diligente in far carcerare le persone, con lasciarle poi per più anni marcir nelle prigioni. E perchè _Callinico_ patriarca non consentì alla distruzion d'una chiesa, la prese eziandio contra di lui. Nell'anno presente il generale de' Saraceni Maometto, servendosi degli Schiavoni disertati, ch'erano ben pratici del paese, condusse via una gran quantità di prigioni dalle provincie cristiane, e nella Soria fece un immenso macello di porci, bestie, che i Maomettani hanno in abbominazione, essendo, al pari dei Giudei, loro ancora vietato il mangiarne la carne. Intorno a questi tempi narra Paolo Diacono[126] un fatto accaduto al re Cuniberto. Stava egli trattando nel suo palazzo di Pavia col suo cavallerizzo (_Marpais_ nella lingua germanica longobarda) di tor la vita a _Grausone_ ed _Aldone_, potenti fratelli bresciani, de' quali ho parlato di sopra, perchè dopo la ribellione d'Alachi non si doveva fidar di loro, oppure perchè avea voglia di farne una sorda vendetta. Quando eccoti venirsi a posar sulla finestra, presso cui la discorrevano, un moscone. Cuniberto preso un coltello, volendolo uccidere, gli tagliò solamente un piede. In questo mentre andavano a corte i due fratelli suddetti, che nulla sapevano di questa trama, e trovandosi vicini alla basilica di s. Romano martire presso al palazzo, s'incontrarono in uno zoppo, a cui mancava un piede, il quale gli avvisò, che se andavano a trovare il re, era sbrigata per la loro vita. Essi perciò immediatamente scapparono pieni di spavento nella suddetta basilica, e si rifugiarono dietro all'altare. Cuniberto, che secondo il solito gli aspettava, non veggendoli comparire ne dimandò conto; e saputo ch'erano corsi in sacrato, cominciò a fare un gran rumore contra del suo cavallerizzo, quasichè egli avesse rivelato il segreto. Ma questo gli rispose che dacchè si cominciò a parlar di quell'affare, non s'era mai mosso di sotto agli occhi suoi, e però non poter sussistere che ne avesse detta parola con alcuno. Allora Cuniberto mandò per sapere da Aldone e Grausone il motivo per cui s'erano ritirati nel luogo sacro. Risposero, perchè loro era stato detto che il re macchinava contro la loro vita. Tornò a mandar per sapere chi avesse lor dato un sì fatto avviso; altrimenti che non isperassero mai la grazia sua. Confessarono d'averlo inteso da uno zoppo che aveva una gamba di legno. Allora il re Cuniberto intese che la mosca, a cui avea tagliato il piede, era uno spirito maligno, ito a spiare i suoi segreti per poi rivelarli. Perciò immantinente inviò a chiamare Aldone e Grausone sotto la sua real parola; palesò loro i sospetti o motivi avuti di far loro del male; e da lì innanzi li tenne per suoi fedeli sudditi. Ho raccontato questo fatto, come sta presso Paolo Diacono, affinchè si conosca la semplicità e credulità, effetti dell'ignoranza di quei tempi. Allora ci volea poco per dare ad intendere, cioè per far credere alla buona gente soprannaturali gli avvenimenti naturali, e, quel che è peggio, cose vere le favole stesse anche men degne di fede. In quest'anno, se vogliam seguitare Camillo Pellegrino, a _Gisolfo I_ duca di Benevento defunto succedette _Romoaldo II_ nel ducato. Il Sigonio, il Bianchi e il Sassi rapportano all'anno 697 la morte di Gisolfo e la creazion di Romoaldo. Io, seguendo Anastasio bibliotecario, ne parlerò più abbasso. Circa questi medesimi tempi, essendo mancato di vita _Adone_ o _Aldone_ luogotenente del ducato del Friuli[127], fu creato duca di quella contrada _Ferdolfo_, nativo dalle parti della Liguria, uomo altero e di lingua troppo lubrica. Ma forse ciò avvenne nell'anno seguente, restando in troppe tenebre involta la cronologia di quei duchi.
NOTE:
[124] Theoph., in Chronogr.
[125] Nicef., in Chron.
[126] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 6.
[127] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 24.
Anno di CRISTO DCXCV. Indizione VIII.
SERGIO papa 9. LEONZIO imperadore 1. CUNIBERTO re 18.
La mala condotta di _Giustiniano_ imperadore giunse finalmente in questo anno a produrre de' gravi sconcerti, e quasi la total sua rovina. Se crediamo a Teofane[128], aveva egli ordinato a _Stefano_ patrizio e suo generale, di fare una notte un gran macello della plebe di Costantinopoli, e che cominciasse dal patriarca _Callinico_. Niceforo[129] nulla dice di questo, e potrebbe essere una voce sparsa dipoi, per procurare di giustificar quanto avvenne. Per tre anni era stato detenuto nelle carceri _Leonzio_, generale una volta dell'armata d'Oriente, e persona di gran credito. All'improvviso l'imperadore il liberò, e scioccamente nello stesso tempo gli restituì il comando delle armi, con farlo partire nel medesimo giorno verso l'esercito. Si fermò Leonzio la notte a Giulianisio porto di Sofia, dove prese congedo dai suoi amici, che erano accorsi a congratularsi e ad augurargli il buon viaggio. Fra questi erano Paolo di Callistrata e Floro di Cappadocia, amendue monaci, dilettanti più di strologia che di teologia, i quali più volte visitandolo alla prigione, gli aveano predetto che diventerebbe in breve imperadore. A questi rivolto Leonzio dimandò loro, dove fossero terminate le lor predizioni, quando il miravano andar lungi da Costantinopoli a cercar non un trono, ma bensì la morte. Gli risposero che quello era appunto il tempo, e che fattosi coraggio, tenesse lor dietro. Come entrasse in Costantinopoli, se pur ne era fuori, nol dice lo storico. Solamente scrive che Leonzio, presi seco i suoi domestici, coll'armi andò quella notte al pretorio, e bussato alla porta, come se l'imperador venisse per sentenziar alcuno de' carcerati, il prefetto corse in fretta ed aprire: ma appena uscito, restò preso e ben legato dagli uomini di Leonzio. Entrati poi dentro, spalancarono tutte le carceri, dove erano moltissime persone nobili ed avvezze al mestier della guerra, che ivi da sei ed anche otto anni stavano rinchiusi. Con questo numeroso drappello, provveduto in breve d'armi, corse Leonzio alla piazza, gridando al popolo che venisse a santa Sofia, e così fece proclamare per le contrade della città. Corsero a migliaia i cittadini colà, ed intanto Leonzio coi nobili scarcerati fu a trovare il patriarca _Callinico_, a cui si fece credere il pericolo che gli sovrastava; pregollo di venire al tempio, e che gridasse ad alta voce: _Questo è il giorno fatto dal Signore_. Tutto fu eseguito. Fu preso _Giustiniano_, e condotto la mattina nel circo, quivi gli fu reciso il naso, ma non già la lingua, come ha per errore il testo di Teofane; e la pubblica determinazione fu di mandarlo in esilio, confinandolo in Chersona città della Crimea. Teodoro e Stefano, que' due crudeli ministri, de' quali s'è parlato nell'anno precedente, restarono vittima del furor della plebe, e bruciati vivi. Terminò la tragedia con venire acclamato imperadore lo stesso _Leonzio_ promotor del tumulto. Per sentimento del Pagi[130], morì in quest'anno _Clodoveo III_ re de' Franchi, e gli succedette _Childeberto III_ suo fratello, governando intanto la monarchia franzese _Pippino_ d'Eristallo suo maggiordomo.
NOTE:
[128] Theoph., in Chronogr.
[129] Niceph., in Chron.
[130] Pagius, Critic. Baron.
Anno di CRISTO DCXCVI. Indizione IX.
SERGIO papa 10. LEONZIO imperadore 2. CUNIBERTO re 19.
Verisimilmente in quest'anno succedette in Ravenna una funesta avventura, narrata da Agnello storico[131] di quella città, che fioriva circa l'anno 830. Era un costume pazzo di quel popolo ogni domenica e festa di precetto di uscir dopo il pranzo fuori della città dalle varie porte per andare a combattere fra loro. V'andavano giovani, vecchi e fanciulli, ed anche de' nobili, e vi concorrevano ancor delle donne. La battaglia consisteva in tirarsi de' sassi colle frombole. Accadde che un dì si sfidarono quei della porta Tiguriense e quei della Posterla, ossia picciola porta di Sommo Vico. Restarono superiori i primi, e messi in fuga gli avversarii, gli inseguirono con tal furia di sassate, che ne uccisero molti. Arrivati i fuggitivi alla Posterla, la chiusero; ma giuntivi ancora i vincitori, la gittarono per terra, e trionfanti poi si ridussero alle lor case. Nella seguente domenica uscirono parimente da quelle porte i giovani a giocare alla ruzzola; ma tardarono poco a lasciare il giuoco e a venire a battaglia. Adoperarono sassi, bastoni e spade, ed assaissimi dei posterlesi rimasero freddi sul campo; e più ve ne sarebbono restati, se non vi fosse stato l'uso fra loro di dar quartiere a chiunque lo chiedeva. Agnello scrive che quest'uso di lasciar la vita e non dar più percosse a chi supplichevole si raccomandava, durava ancora a' suoi tempi: segno che non s'erano per anche dismesse somiglianti pericolose e spropositate zuffe, delle quali si trovavano pure esempli in altre città, e durarono poi per più secoli. Per queste perdite saltò in cuore ai posterlesi di farne una spaventosa vendetta. Finsero pace ed amicizia, e una domenica, trovandosi il popolo alla chiesa orsiana, allorchè, finite le sacre funzioni, erano tutti per andare a pranzo, cadauno dei posterlesi con belle parole invitò seco a desinare alcuno de' tiguriensi per maggiormente assodar l'amistà fra loro. Vi andarono alla buona i tiguriensi, chi in questa e chi in quella casa, e tutti furono in diverse maniere privati di vita, e i lor cadaveri gittati nelle cloache, o seppelliti sotterra, di modochè si videro mancar tante persone, senza che se ne sapesse il come. Quindi la città si riempiè tutta di gemiti, di grida, e specialmente di terrore, perchè la disavventura di quelli teneva in paura ognuno. Allora il santo arcivescovo _Damiano_ intimò per tre giorni il digiuno e una processione di penitenza, divisa in varii cori. Andava egli coi cherici e monaci, tutti vestiti di sacco, colle teste coperte di cenere e coi piedi nudi. Seguitavano i laici sì vecchi che giovani e fanciulli, vestiti di cilicio e coi capelli scarmigliati: poscia le donne maritate, le vergini e le vedove, tutte senza verun ornamento e in abito positivo. Finalmente i poveri formavano la ultima schiera; e tutti questi cori andavano separati l'uno dall'altro, quanto è un mezzo tiro di pietra, recitando salmi di penitenza e implorando la misericordia di Dio. Servirà questo racconto ai lettori per intendere l'antichità di certi usi lodevoli, che tuttavia durano nella Chiesa cattolica. Dopo i tre giorni furono scoperti i cadaveri de' tiguriensi uccisi, gastigati a dovere i traditori, ed anche le lor mogli e figliuoli, e le case tutte di quel rione atterrate, e posto il nome di rione degli assassini a quel sito, nome conservato fino ai tempi dello storico Agnello. Delle lor masserizie niuno ne volle toccare: di tutte si fece un falò. Sotto _Leonzio_ Augusto si godè in questo anno una tranquilla pace in Oriente. Non minore fu quella in Italia sotto il buon re _Cuniberto_.
NOTE:
[131] Agnell., Vit. Episc. Ravenn., tom. 2 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCXCVII. Indizione X.
SERGIO papa 11. LEONZIO imperadore 3. CUNIBERTO re 20.
Se si vuol prestar fede ad uno storico arabo, chiamato Noveiri e citato dal padre Pagi, fin l'anno 691 ad _Abdulmelic_ ossia _Abimelec_, califa de' Saraceni, riuscì per mezzo di _Asano_ suo generale di occupare dopo un fiero assedio Cartagine capitale dell'Africa, le cui mura furono smantellate e il popolo messo crudelmente a filo di spada. Sorse dipoi un'eroina africana, donna nobilissima, che, unito un poderoso corpo d'Africani, ruppe l'esercito saracenico, e costrinse il generale maomettano a ritirarsi nell'Egitto. Costui ivi si fermò per cinque anni, finchè, ricevuto un gagliardissimo rinforzo di gente, tornò in Africa, e superata quell'eroina, di nuovo s'impadronì di Cartagine e della provincia. Ma a noi sia lecito il dubitar della fede di quello storico arabo intorno a questo fatto. Egli visse, per testimonianza del signor d'Erbelot[132], circa l'anno 732 dell'egira, cioè dopo il 1300 dell'epoca nostra, e però molto lontano da questi tempi. Nè Teofane[133], nè Niceforo[134], scrittori più antichi di lui, conobbero invasione alcuna dell'Africa fatta dai Saraceni nell'anno 691, e solamente ne parlano all'anno presente. Pare ancora, per quanto s'è detto, che nell'anno 691 Abimelec non avesse per anche rotta la pace coll'imperio romano. Abbiamo dunque dai due suddetti storici greci, che in quest'anno gli Arabi, cioè i Saraceni, colla forza dell'armi sottomisero al loro imperio Cartagine e l'Africa. Ciò inteso a Costantinopoli, non mancò lo imperador _Leonzio_ di spedire colà _Giovanni_ patrizio, uomo di grande affare, con un poderoso stuolo di navi e d'armati. Andò egli, e valorosamente rotta la catena che serrava il porto di Cartagine, v'entrò dentro, liberò la città e rimise nella primiera libertà tutte l'altre città dell'Africa, avendo o cacciati o trucidati quanti Saraceni trovò in quelle parti. Di così felice successo spedì egli l'avviso all'imperadore, ed aspettando i suoi ordini svernò in quelle parti. Nelle isole, onde è composta l'inclita città di Venezia, era già cresciuta di molto la popolazione per le genti di terra ferma concorse colà. Occorrevano spesso delle controversie coi Longobardi confinanti; però adunatisi _Cristoforo_, patriarca di Grado, i vescovi suoi suffraganei, il clero, i tribuni, i nobili e la plebe nella città d'Eraclea[135], quivi concordemente crearono il primo duca oggidì appellato Doge; e questi fu _Paoluccio_, al quale conferirono l'autorità necessaria per convocare il consiglio, costituire tribuni della milizia e giudici per le cause, e far altri atti di governo del loro popolo.
NOTE:
[132] Erbelot, Bibliothec. Oriental.
[133] Theoph., in Chronogr.
[134] Niceph., in Chron.
[135] Dandul., in Chronico, tom. 12 Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCXCVIII. Indizione XI.
SERGIO papa 12. TIBERIO Absimero imp. 1. CUNIBERTO re 21.
Tornarono in quest'anno i Saraceni con isforzo maggiore ad assalir l'Africa[136], seco conducendo un formidabile stuolo di navi, e venne lor fatto di cacciare dal porto di Cartagine _Giovanni_ patrizio e la sua flotta, e di assediarlo in angusto luogo. Tanta fu l'industria di Giovanni, che si potè mettere al largo, e ricoverarsi nell'isola di Candia, da dove spedì a chiedere all'imperadore un più vigoroso rinforzo di combattenti e di navi. Ma succedette un gran cangiamento negli affari; ed intanto i Saraceni ebbero l'agio convenevole per torre a man salva al romano imperio tutto il rimanente dell'Africa: perdita lagrimevole anche pel Cristianesimo, che a poco a poco s'andò perdendo in quelle provincie, col radicarvisi la sola falsa dottrina di Maometto, la quale tuttavia vi regna. E qui, per gli poco pratici del mondo passato, voglio ben ricordare che se mai, perchè odono sovente nominare sotto nome di Maomettani i soli Turchi, si facessero a credere che gli Arabi, ossia Saraceni, tante volte finora mentovati, fossero gli stessi Turchi, s'ingannerebbono di molto. Sono i Turchi una nazione di Tartaria, di cui abbiamo anche parlato di sopra, ben diversa da quella degli Arabi Saraceni. Adottarono anch'essi col tempo la setta di Maometto, stesero per vastissimo tratto di paese le loro conquiste, e finalmente distrussero la monarchia de' Saraceni nel secolo decimosesto, coll'impadronirsi dell'Egitto. Ma nel mentre che l'armata di Giovanni patrizio dimorava in Candia, per paura e vergogna di comparire a Costantinopoli davanti all'imperador Leonzio, presero quelle milizie una risoluzione da lui non meritata; cioè crearono un altro imperadore, e questi fu _Absimero_ Drungario (ufficio militare) presso i Curiacati, al quale posero il nome di _Tiberio_. Faceva allora la peste un gran flagello in Costantinopoli. Davanti a quella città si presentò l'armata navale del nuovo imperadore, e stette gran tempo senza potervi entrare, perchè i cittadini teneano forte per Leonzio. Ma per tradimento di alcuni uffiziali delle soldatesche straniere fu loro aperto il varco. V'entrarono, misero a sacco le case de' cittadini, e preso l'imperador Leonzio, per ordine d'Absimero, dopo avergli tagliato il naso, il relegarono in un monistero della Dalmazia, ossia di un luogo appellato Delmato. Quindi Absimero dichiarò supremo generale dell'armi sue _Eraclio_ suo fratello, e il mandò nella Cappadocia per osservare i moti de' nemici Saraceni, ed opporsi ai loro avanzamenti. Abbiamo detto all'anno 638 che a papa _Onorio_ riuscì di smorzare lo scisma della Chiesa d'Aquileia per cagione dei tre capitoli condannati nel concilio V generale, ma sostenuti da quel patriarca e da molti suoi suffraganei. Ritornarono poi quelle Chiese a ricadere nel sentimento di prima e nella divisione; ma certo è, per attestato di Beda[137] e d'Anastasio[138] e di Paolo Diacono[139], che verso questi tempi si tenne un concilio in Aquileia, nel quale fu abbracciato il sinodo quinto suddetto, avendo operato tanto il saggio papa _Sergio_ con paterne ammonizioni e con istruzioni piene di dottrina, che indusse quel patriarca e i vescovi suoi seguaci a ritornare nell'unità della Chiesa. Con che si pose interamente fine a quello scisma, durando nondimeno in avvenire i due patriarchi, l'uno d'Aquileia e lo altro di Grado. Era in questi tempi patriarca d'Aquileia _Pietro_, di cui fa menzione Paolo Diacono. Nè vo' lasciar di accennare quanto fosse in questi tempi infelice la condizion delle lettere in Italia, perchè mancante di scuole e di maestri. Solamente qualche ignorante grammatico si trovava nelle città, che insegnava un cattivo latino, e così faceano per lo più i parrochi nelle ville. Noi osserviamo negli strumenti d'allora sollecismi e barbarismi in copia, senza potersi penetrare in che stato allora fosse la lingua volgare de' popoli italiani. Per cagione di tanta ignoranza rarissimi erano allora coloro che scrivessero libri, e per gran tempo niuno ci fu che registrasse gli avvenimenti e la storia del suo secolo, di modo che, se non si fosse conservata quella di Paolo Diacono, in una gran caligine resterebbe la storia italiana di quei tempi.
NOTE:
[136] Theophan., in Chronogr. Nicephor., in Chronico.
[137] Beda, de sex Ætat., lib. 6.
[138] Anastas., in Sergio I.
[139] Paulus Diaconus, lib. 1, cap. 64.
Anno di CRISTO DCXCIX. Indiz. XII.
SERGIO papa 13. TIBERIO Absimero imper. 2. CUNIBERTO re 22.