Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 78
Uomo inquieto e maligno era in questi tempi _Zventebaldo duca_ della Moravia, chiamato anche re da talun degli storici. Di più benefizii l'avea colmato _Arnolfo re_ della Germania, massimamente con dargli in feudo la Boemia. Scoprì costui nell'anno presente il suo mal talento contra dello stesso suo benefattore, laonde fu obbligato Arnolfo ad impugnar la spada per mettere in dovere l'ingrato. Ma non parendo a lui d'aver forze sufficienti per tale scabrosa impresa, chiamò in rinforzo suo i nuovi abitatori della Pannonia, cioè gli Ungheri, iniquissima e crudelissima gente, coi quali abbassò Zventebaldo, che fu costretto a rendersi tributario di Arnolfo, e a dargli per ostaggio un suo figliuolo, come s'ha da Reginone[1602]. Di questa risoluzione riportò egli gran biasimo fra i Cristiani, perchè quella barbara schiatta imparò le vie di nuocere alle circonvicine contrade, ma specialmente portò dipoi la desolazione alla misera Italia. Prorompe qui in una escandescenza Liutprando storico[1603] contra di Arnolfo, con dire fra le altre cose: _Hungarorum cupidam, audacem, omnipotentis Dei ignaram, scelerum omnium non insciam, caedis et omnium rapinarum solummodo avidam in auxilium convocat: si tamen auxilium dici potest, quod paullo post, eo moriente, tum genti suae, tum ceteris in Meridie Occasuque degentibus nationibus grave periculum, immo excidium fuit. Quid igitur? Zventebaldus vincitur, subjugatur, fit tributarius: sed Domino solus. O caecam Arnulfi regis regnandi cupiditatem! O infelicem amarumque diem! Unius homuncionis dejectio fit totius Europae contritio. Quid mulieribus viduitates, patribusque orbitates, virginibus corruptiones, sacerdotibus, populisque Dei captivitates, ecclesiis desolationes, terris inhabitatis solitudines, caeca ambitio paras?_ Lascio il resto di quelle giuste doglianze. Intanto andavano in Italia di male in peggio gli affari del _re Berengario_, troppo soperchiato dalle maggiori forze di _Guido imperadore_[1604]. Altro ripiego non avendo, si rivolse egli al potentissimo e vittorioso re Arnolfo, con implorare il suo aiuto, e suggettarsi in tutto, se gli dava assistenza per atterrar l'avversario, e per fargli acquistar tutto il regno d'Italia. Pertanto spedì Arnolfo in Italia _Zventebolco_, ossia _Zventebaldo_ o _Zuenteboldo_, suo figliuolo bastardo, con un poderoso esercito, che unito con quel poco che restava a Berengario, a dirittura s'inviò alla volta di Pavia per farne l'assedio. V'era dentro l'imperador Guido, uomo di accortezza militare e di non minor vigilanza provveduto. Avea egli barricato con buone palizzate le rive di un fiumicello che bagna quella città, e quivi disposto il suo accampamento in guisa tale, che l'esercito nimico non potea nuocere al suo. Più giorni passarono senza che seguisse un menomo badalucco. Vi fu un Bavarese che ogni dì caricava di villanie gli Italiani, chiamandoli gente vile, che non osava di combattere, che non sapea stare a cavallo; e per maggior loro vergogna un dì gli venne fatto di levar di mano la lancia ad un Italiano, e di tornarsene con essa tutto fastoso al suo campo. Adocchiò la boria di costui _Ubaldo_, padre di quel _Bonifazio_, il quale poscia a' tempi di Liutprando storico fu marchese di Camerino e di Spoleti; nè potendo digerir l'affronto fatto da costui all'armata italiana, gli stette alla posta nel dì seguente, e imbracciato lo scudo, andò ad incontrarlo, e lasciatolo ben caracollare, all'improvviso se gli avventò dietro, e venuto seco a duello, gli passò colla lancia il cuore. Da questo fatto presero ardire gl'Italiani, terrore i Bavaresi. O sia che Guido in tale occasione si valesse della possente interposizione della regina pecunia, come vuole Liutprando; ovvero che il re Arnolfo richiamasse il figliuolo in Baviera, come scrive il panegirista di Berengario[1605]: certo è che Zventebaldo se ne tornò colle truppe in Germania, senz'altro avere operato in profitto di Berengario che di raffrenare alquanto i progressi di Guido Augusto. Ma questi appena mirò allontanato dall'Italia quel temporale, che più che mai tornò ad incalzare l'emulo Berengario. Allora fu che Berengario personalmente passò in Baviera per rappresentare con più efficacia la prepotenza di chi era avversario non men suo che del re Arnolfo; e supplicò di calar egli stesso in Italia, per prendere possesso di questo regno, ch'egli poi riconoscerebbe come vassallo dalla di lui potente mano. Abbiamo inoltre dal continuator degli Annali di Fulda[1606] che anche _papa Formoso_ con sue lettere, e colla spedizione di molti baroni d'Italia, sollecitò il re Arnolfo a questa spedizione, lamentandosi ancora delle oppressioni fatte da Guido alla Chiesa romana. _Missi autem_ (scrive quell'autore) _Formosi apostolici cum epistolis et primoribus italici regni ad regem in Bajoaria advenerunt, enixe deprecantes, ut italicum regnum, et res sancti Petri ad suas manus a malis Christianis eruendum adventaret: quod tunc maxime a Widone tyranno affectatum est_. Truovavasi allora il re Arnolfo in Ratisbona, e con tutta onorevolezza accolti que' baroni e regalati, li rispedì in Italia, promettendo di calarvi in breve anch'esso. Noi qui il vedremo frappoco, conducendo seco una formidabile armata. Il panegirista di Berengario, dopo avere raccontato che
_In monitu regis patrias Sinbaldus ad oras,_
seguita a dire:
_Tertia vix lunae se cornua luce replerunt,_ _Hic laetus patriam postquam concessit ad aulam;_ _En Wido agmen agens iterum renovare furores_ _Accelerat. Contra ductor[1607] depellere pestem._ _Instruit arma pius, tantosque recidere fastus._ _Nec latet Arnulfum, rursus succrescere bellum_ _Hesperia. Widonem etiamnum milite fretum_ _Affore, cervicesque procaci attollere fastu_ _Audiit,_ ec.
Perciò prese Arnolfo la risoluzion di venir egli stesso in Italia. Non vuol dunque dire _tertia lunae cornua_ che nel mese di marzo dell'anno 891 Zventebaldo, chiamato Sinibaldo dal poeta, si ritirasse dall'assedio di Pavia, come ha creduto taluno; ma bensì che erano appena passati tre mesi dacchè esso Zventebaldo avea ricondotto dall'Italia in Baviera l'esercito paterno, quando l'imperador Guido più ferocemente che prima assalì il piccolo regno rimasto a Berengario, e che il re Arnolfo determinò di venirne a far la vendetta in persona. Attesta il Sigonio[1608] d'aver veduto dei diplomi dati da esso Arnolfo _anno DCCCXCIII, V idus novembris Veronae_; e per conseguente, secondo lui, sul principio di novembre dell'anno presente. Non ne ho io mai veduto alcuno. So bensì che in esso giorno _V idus novembris_, dell'anno presente Berengario si trovava in Verona, dove fece un dono all'insigne monistero di San Zenone[1609]. Reginone[1610] poi pretende che Arnolfo solamente nell'anno seguente si movesse verso l'Italia; e il continuatore degli Annali di Fulda[1611] più precisamente scrive che questo re celebrò il Natale di quest'anno (da cui i Tedeschi cominciavano a contar l'anno nuovo) _in curte regia Weibilinga_, cioè fra Maneim ed Eidelberga; e che dipoi intraprese il viaggio verso l'Italia. Abbiamo anche da Frodoardo[1612], avere _Folco arcivescovo_ di Rems dato avviso in quest'anno allo imperador _Guido_, che il suddetto _re Arnolfo_ non volea pace con esso Guido. Verisimilmente accadde in quest'anno ciò che viene scritto dall'Anonimo salernitano[1613]. Dacchè i Greci s'erano impadroniti di Benevento e del suo principato, andavano spiando le maniere di sottomettere al lor dominio quello ancora di Salerno. Accadde che alcuni nobili salernitani banditi dalla lor patria vennero a fissar l'abitazione in Benevento. Segretamente costoro intavolarono un trattato con _Giorgio patrizio_, governatore di quella città, promettendo di farlo entrare a man salva in Salerno. Vi accudì il greco ministro, e fatta una massa di quanta gente potè dalla Calabria e dalla Puglia, sotto colore di voler portare le armi contra de' Saraceni abitanti al Garigliano, una notte s'istradò coll'esercito alla volta di Salerno, le cui porte gli furono spalancate da chi dentro tenea mano coi suddetti banditi. Era spedita per quella città; ma _Pietro arcivescovo_ di Benevento ed altri nobili beneventani, o perchè loro non piacesse il maggiore ingrandimento de' Greci da loro malveduti, o perchè veramente temessero di qualche trattato doppio, mostrarono renitenza ad entrare in quella città, e intimidirono talmente il generale de' Greci, che tutti frettolosamente se ne tornarono a Benevento, e in questa maniera restò salvo Salerno. Scoprì poi _Guaimario I principe_ di quella città, i traditori, e contuttociò loro perdonò. In questi tempi _Atenolfo conte_ e principe di Capoa teneva ora con _Atanasio II vescovo_ di Napoli, ora con Guaimario, ed ora coi Greci, voltando vela a seconda dei venti. Di esso Guaimario ho io riferito[1614] un diploma scritto all'anno 889, in cui fa alcuni doni ad una chiesa fondata da _Guaiferio_ principe suo padre. S'intitola Guaimario _imperialis patricius_ e dice d'essergli stato conceduto dagl'imperadori _Leone_ ed _Alessandro_ di poter fare e disfare, allegando _firmissimum praeceptum bulla aurea sigillatum_ de' medesimi Augusti: il che fa intendere che in questi tempi il principato di Salerno era dipendente dai greci imperadori. Ma dappoichè gl'ingordi Greci tentarono d'impadronirsi di quella città, si può ben credere che Guaimario prendesse delle altre misure.
NOTE:
[1602] Rhegino, in Chronico.
[1603] Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 5.
[1604] Idem, ibid., cap. 7.
[1605] Anonymus, Panegir. Berengarii, lib. 2.
[1606] Annales Fuldenses Freheri.
[1607] _Cioè Berengario._
[1608] Sigonius, de Regno Ital., lib. 6.
[1609] Antiquit. Ital., Dissert. XXI, p. 217.
[1610] Rhegino, in Chronico.
[1611] Annales Fuldenses Freheri.
[1612] Frodoardus, Hist., lib. 4, cap. 8.
[1613] Anonymus Salernitanus apud Peregrin., P. I, tom. 2, Rer. Italic.
[1614] Antiquit. Ital., Dissert. XIV, pag. 755.
Anno di CRISTO DCCCXCIV. Indizione XII.
FORMOSO papa 4. LAMBERTO imperadore 5 e 1. BERENGARIO re d'Italia 7.
Se non era calato verso il fine del precedente anno in Italia il _re Arnolfo_ con poderose schiere d'armati, certamente ci comparve sul principio di questo. Da Verona marciò alla volta di Brescia, che si dovette rendere; e proseguì il viaggio, accompagnato sempre dal re _Berengario_, verso la città di Bergamo[1615]. Era quivi conte, cioè governatore per l'Augusto Guido, _Ambrosio_, che non volendo mancare alla fedeltà dovuta al suo principe, e confidato nella forte situazione di quella città posta sul monte, e ben provveduta d'armi e di forti mura e di una buona palizzata, si accinse alla difesa. Animati i Tedeschi dalla presenza e dalla voce dei due re, fecero delle maraviglie[1616]. Quantunque i cittadini soddisfacessero a tutte le leggi del valore, anzi combattessero da disperati, pure si spinsero i nemici sotto le mura, e con gli arieti talmente le flagellarono, che si aprì una larga breccia, per cui entrò l'infuriata milizia, con dare il sacco a lei promesso all'infelice città nel dì 2 di febbraio della Purificazion della Vergine. Non si perdonò neppure ai sacri luoghi, neppure alle vergini consecrate a Dio, ed erano condotti i ministri del tempio quai bestie legati da chi non si ricordava d'essere cristiano. Tralascio l'altre iniquità accennate da Liutprando. Si rifugiò il conte Ambrosio in una torre. Pure fu preso e condotto davanti al re Arnolfo, che caldo per ira diede immediatamente l'ordine barbarico che fosse impiccato per la gola ad un albero; e questo fu puntualmente eseguito. Restò preso anche il vescovo _Adalberto_, e dato in custodia al vescovo _Addone_. La crudeltà usata in questa città sparse tal terrore fra l'altre di Lombardia e della Toscana, che niuno aspettò l'arrivo dell'esercito tedesco per rendersi ad Arnolfo. Così fecero Milano e Pavia, nella prima delle quali città, secondo la testimonianza di Liutprando[1617], egli lasciò per governatore _Ottone duca_ di Sassonia, avolo di Ottone, poscia primo fra gl'imperadori di questo nome. Vennero i marchesi d'Italia in persona a sottomettersi al vittorioso re, fra' quali specialmente, per attestato degli Annali lambeciani, si contarono _Adalberto II_ marchese e duca di Toscana, e _Bonifazio_ suo fratello, e _Ildebrando_ e _Gerardo_, marchesi di non so qual contrada. _Sed praesumptuose se inbeneficiari ultra modum jactantes, omnes capti sunt, et in manu principis dimissi ad custodiendum_: cioè pretesero di essere investiti di varii o governi o feudi; e perchè non piacque ad Arnolfo la lor pretensione, li fece mettere in arresto, con accordar loro non molto dappoi la libertà, ma con esigere da essi il giuramento di fedeltà. Se ne fuggirono di poi Adalberto e Bonifazio, senza più far caso della promessa fede. Arrivò Arnolfo a Piacenza coll'esercito suo malconcio per la stanchezza e per le malattie; e di là passò circa la Pasqua al castello d'Ivrea verso d'Alpi, tenuto da _Ansgero conte_ a nome dell'Augusto Guido, entro il quale stava un buon presidio, inviatovi da _Rodolfo re_ della Borgogna superiore. Gran voglia nudriva Arnolfo di far del male a questo Ridolfo, e però con immense fatiche valicò le Alpi; ma senza profitto alcuno, perchè Ridolfo si ritirò fra le montagne degli Svizzeri, ridendosi delle forze dei Tedeschi. Che Arnolfo s'impadronisse d'Ivrea, tuttochè gli Annali non ne facciano menzione, lo raccolgo io da un suo diploma, da me pubblicato[1618], e dato _XV kalendas maii, anno Incarnationis Domini DCCCXCIIII, Indictione XII, anno regni Arnulfi regis in Francia VII. Actum Yporegiae_. Se ne tornò Arnolfo per quella via in Germania, e spedì il figliuolo Zventebaldo ai danni di Rodolfo re, che lasciando devastare il paese piano, si ricoverò, come dissi, nei siti forti delle montagne. Strana cosa è che tanto il poeta panegirista[1619] di Berengario, benchè autore sì riguardevole, quanto Liutprando scrittore del seguente secolo mostrino di aver creduto che in quest'anno Arnolfo passasse anche a Roma, perseguitando l'imperador Guido, che s'era salvato in quelle parti. Ma si sono ingannati questi scrittori, e probabilmente il primo indusse in errore il secondo. Siccome vedremo, più tardi succedette quest'altro viaggio d'Arnolfo. L'Anonimo salernitano[1620] attribuisce il ritorno d'Arnolfo in Germania alle malattie del suo esercito. _Sed idem fame et intemperie aeris compulsus reversus est ad propria_. Che poi Arnolfo facesse nel presente anno le conquiste suddette per sè, e non già per Berengario, e che giugnesse a farsi eleggere _re d'Italia_, fu avvertito dall'Eccardo[1621], mercè di un suo diploma riferito dall'Ughelli ne' vescovi di Chiusi, e dato in Roma _IV kalendas martii die, anno Incarnationis Domini DCCCXCVI, Indictione XIV, Anno regni Arnulfi regis in Francia nono, in Italia tertio_. Un altro diploma di lui (il che fu parimente osservato dal signor Sassi[1622]) presso il Puricelli[1623], fu dato _V iduum martii die, anno domini DCCCXCIV, Indictione XII, anno VII regni domni Arnulfi serenissimi regis in Francia et in Italia primo. Actum Placentiae_.
Vedemmo anche di sopra che i marchesi di Toscana e d'altre parti vennero a trovare Arnolfo per riconoscere da lui i loro governi e feudi, e che a lui, e non a Berengario, giurarono fedeltà. Ma non lascia d'essere strano il vedere chiamato in Italia Arnolfo da Berengario in aiuto suo, e Berengario al pari di Guido Augusto depresso da questo re. Potrebbesi qui sospettare che non fosse una vana diceria quanto lasciò scritto il Dandolo[1624] con dire: _Arnulfus intravit Italiam, Berengarium regem cepit, Ambrosium comitem in furca suspendit, et Italia se sibi subdidit, et per montem Jovis in Galliam rediit_. Non pare improbabile che questo ambizioso e feroce principe, allorchè vide la fortuna sì favorevole all'armi sue in Italia, si beffasse del re Berengario, e gli mettesse anche le mani addosso per assicurarsene: il che fatto, forzasse i principi in Pavia a consentir nella sua elezione in re d'Italia. Tuttavia a me non si può persuadere questo titolo di re d'Italia, assunto da Arnolfo, dacchè, per quanto abbiam veduto di sopra, nel diploma dato in Ivrea _XV kalendas maii_ dell'anno presente egli non nomina gli anni del regno d'Italia. Neppur fa menzione in un altro riferito dal padre Pez[1625] e, dato _II idus maii anno Domini DCCCXCV, Indictione XIII, anno vero VII (oppure VIII) regni Arnolfi piissimi regis. Actum Dripura_. Similmente un altro da me prodotto altrove[1626] ha queste note: _Data kalendarum decembrium die, anno Incarnationis Domini DCCCXCV, Indictione XIII, anno regni Arnolfi regis VIII. Actum Papiae_. Resta perciò da cercare perchè in quei diplomi, e non in questi, si veggano annoverati gli anni del regno d'Italia. E tanto più parrà difficile a credersi questo fatto d'Arnolfo, perchè troviam Berengario che nel dicembre dello stesso presente anno è padrone di Milano, e quivi esercita l'autorità regale, siccome costa da un privilegio suo pel monistero ambrosiano, riferito dal Puricelli con queste note: _Data IV nonas decembris anno Incarnationis Domini DCCCXCIV, anno vero regni domni Berengarii gloriosissimi regis septimo, Indictione XIII. Actum Mediolani_. Pareva non men di questo punto di storia imbrogliato l'altro della morte di _Guido imperadore_. Ma è già deciso essersi ingannato il cardinal Baronio nel differirla sino all'anno 899. Il Sigonio, il padre Pagi, l'Eccardo ed altri tengono per indubitato ch'egli per isputo di sangue terminasse i suoi giorni in quest'anno, arrivato ch'egli fu al fiume Taro fra Parma e Piacenza. Reginone[1627] e l'Annalista di Metz[1628] (l'uno d'essi ha copiato l'altro), Ermanno Contratto[1629] ed altri rapportano a quest'anno il fine d'esso Guido. Così fa anche l'Anonimo salernitano[1630]. Quel che è più, nel frammento del Continuatore freeriano[1631], che fu dato alla luce dal Lambecio, chiaramente si legge sotto il presente anno: _Wido italici regni tyrannus, morbo correptus obiit. Cujus filius Lantbertus eodem modo regnum invadendo affectatus est_. Finalmente il Fiorentini[1632] accenna uno strumento scritto _anno ab Incarnationis ejus octingentesimo nonagesimo quarto post ovilo domni nostri Widoni imperatoris anno primo, tertio kalendas januarii, Indictione decimatertia_, cioè nel dì 30 di dicembre dell'anno presente; il che mette in chiaro non doversi rimovere dall'anno presente la di lui morte, contuttochè il panegirista di Berengario, Liutprando ed altri antichi scrittori la rapportino più tardi. E si osservi, come in Toscana non si contano in questi tempi gli anni di _Lamberto_ imperadore, per non dispiacere, credo io, al re Arnolfo, a cui Adalberto II duca e marchese di quella provincia avea giurata fedeltà. L'Ughelli[1633] rapporta un diploma d'esso _Guido_ Augusto, conceduto ad Agilolfo abbate di Bobbio, colle note seguenti: _Dat. idus aprilis anno ab Incarnatione Domini DCCCXCV, Indictione XIII, anno vero regni ejus V. Actum Papiae_. Crede l'Eccardo[1634] che qui sia stato adoperato l'anno pisano, cominciante nel dì 25 di marzo l'anno nuovo, con precedere circa nove mesi l'anno nostro volgare; e per conseguente che questo privilegio sia dato nell'anno presente 894. Ma non avvertì egli che nel dì 13 d'aprile di questo anno _Arnolfo_, oppur _Berengario_, e non _Guido_, dominava in Pavia. Oltre di che, l'_Indizione XIII_ non può convenire all'aprile d'esso anno 894. Però quel diploma s'avrebbe da riferire all'anno 895, come ivi è scritto. Ma se abbiam detto che già nell'anno presente 894 Guido cessò di vivere, come può dunque egli aver comandato in Pavia nel dì 13 d'aprile dell'895? Aggiungasi che in quel diploma non si veggono notati gli anni del suo imperio contro il costume di tali documenti. Perciò se il lettore prenderà diffidenza di quell'atto, non gli mancheranno ragioni. Dovette succedere la morte d'esso imperador Guido dopo il dì 12 di dicembre dell'anno presente, perchè uno strumento di _Domenico_ arcivescovo di Ravenna accennato da Girolamo Rossi[1635], è scritto _anno, Deo propitio, pontificatus domni Formosi summi pontificis et universalis papae in apostolica sacratissima beati Petri sede tertio; imperante domno Widone a Deo coronato, anno quarto, die XII mensis decembris, Indictione XII. Ravennae_. Si vede che in Ravenna l'Indizione si mutava solamente al principio dell'anno. E di qui si conferma che Guido era imperadore prima che Formoso fosse papa, e però fu egli coronato da _Stefano V_, e non già da _Formoso_, come pensò il cardinal Baronio.
NOTE:
[1615] Annales Fuldenses Freheri.
[1616] Annales Fuldenses Lambecii, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[1617] Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 7.
[1618] Antiquit. Ital., Dissert. XXI.
[1619] Anonym., in Paneg. Bereng., lib. 3.
[1620] Anonymus Salernit. apud Peregrin.
[1621] Eccard., Rer. German., lib. 32.
[1622] Saxius, in Not. ad Sigon. de Regn. Ital.
[1623] Puricellius, Monument. Eccl. Ambros.
[1624] Dandul., in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.
[1625] Pez, Thesaur. Anecdot., tom. 1, Part. III, pag. 34.
[1626] Antiquit. Ital., Dissert. XXXIV.
[1627] Rhegino, in Chron.
[1628] Annalista Metensis.
[1629] Hermannus Contractus Canis.
[1630] Anonymus Salernitanus apud Peregrin.
[1631] Annales Lambecii, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[1632] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.
[1633] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Episcop. Bobiens.
[1634] Eccardus, Rer. German., lib. 32.
[1635] Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 5.
Anno di CRISTO DCCCXCV. Indizione XIII.
FORMOSO papa 5. LAMBERTO imperadore 4 e 2. BERENGARIO re d'Italia 8.