Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 76
E però, ciò posto, cadrebbe la guerra con amendue le battaglie suddette nell'anno seguente 889. Ma perchè il suo dire quasi un anno, ci lascia luogo a credere ritornato Guido in Italia negli ultimi mesi dell'anno presente; però mi figuro che gli restasse tempo di dare prima del verno una battaglia a Berengario. Confessa il poeta suddetto, non sì tosto essere giunto in Italia il duca Guido, che si diede ad allestir un'armata d'Italiani. Alcune brigate di Franzesi (l'abbiamo anche da Liutprando) avea egli seco condotto in Italia. _Camerinos atque Spoletinos, fiducialiter, ut propinquos adiit_, dice lo stesso Liutprando[1547]. _Berengarii etiam partibus faventes, ut infidos, pecuniarum gratia acquirit._ Aggiugne il poeta, che specialmente la Toscana, la quale dianzi avea giurata fedeltà a Berengario, ribellata prese l'armi in aiuto di Guido. Nè è da maravigliarsene. Quivi, siccome vedremo, domina _Adalberto II_ marchese e duca, suo nipote.
_. . . . . . . Mala fide recessit_ _Sed penitus Tyrrhena manus, hostesque protervos._ _Exueltans in regna tulit._
Potrebbono nondimeno tali parole intendersi dei soli Spoletini, perchè essi, come altrove ho detto, passavano allora per popoli di Toscana. Lo stesso poeta avea prima detto che Berengario ne' tempi addietro
_. . . . . . stimolis quia mutos iniquis_ _Finibus absentes Gallos quaesivit Etruscis,_
con alludere alla guerra fatta nell'anno 883 da esso Berengario al ducato di Spoleti per ordine di Carlo Grasso Augusto. Con queste armi s'incamminò contra del re _Berengario_ il duca _Guido_. Trovavasi allora Berengario nel distretto, o nella città di Verona, trattando d'aggiustamento col re Arnolfo; del che abbiam parlato di sopra.
_. . . . Princeps aberat, pacemque parabat_ _Imperio, Veronae Athesis, qua culta salubris_ _Irrigat._
Però negli ultimi mesi dell'anno, e dopo l'abboccamento fatto con Arnolfo, dovette essere la mossa di Guido, incontro al quale marciò Berengario con quante forze anch'egli potè. Due senza dubbio furono le battaglie, ed amendue sanguinosissime, che seguirono fra questi due competitori.
Se vogliam credere a Liutprando, la prima fu alla Trebbia; fra pochi giorni succedette l'altra nel bresciano; e in tutte e due toccò a Berengario di soccombere. Non la seppe giusta: cioè nell'ordine di quelle giornate campali e nell'esito di esse s'ingannò. Il primo fatto d'armi tengo io che succedesse nel territorio di Brescia, e questo nell'anno presente, e colla peggio di Guido. L'altro nell'anno susseguente, e colla peggio di Berengario. Erchemperto, il quale, siccome abbiam veduto di sopra, diede fine alla sua storia sul finire dell'anno presente, non conobbe se non una battaglia fra Berengario e Guido; e questa accaduta nel contado di Brescia; e in essa _caesorum spolia a Berengario recollecta sunt_. Ciò vuol dire che il cimento riuscì di maggior vantaggio ed onore a Berengario. Viene confermata la stessa verità dall'anonimo panegirista, autore anch'esso degno di gran riguardo. Dal suo racconto apparisce che nel primo fatto d'armi non riuscì già a Berengario di sconfiggere il nemico, perchè la notte sopravvenuta disturbò il corso della vittoria. Tuttavia restò egli padrone del campo della battaglia: laonde nel giorno appresso Guido spedì ambasciatori a chiedergli la grazia di poter dare sepoltura ai suoi morti, che ascendevano ad alcune migliaia; e l'ottenne. Non altro conflitto che questo penso io che succedesse nel presente anno, perchè vi volle non poco di tempo a reclutare ed aumentar le armate; e spezialmente asserendo Erchemperto che restarono i due emuli di fare un congresso nel dì della Epifania per trattar di qualche maniera di aggiustamento fra loro. Finchè non si scuopra qualche diploma che ci faccia veder Guido in Pavia nel fine di questo anno, o nel principio del susseguente, sembra più credibile ch'egli se ne impadronisse dopo la seconda battaglia nell'anno seguente. Mentre questi principi contrastavano sì aspramente fra loro, anche _Ajone principe_ di Benevento era in faccende contra de' Greci. Gli era venuto fatto di ribellare ad essi il popolo di Bari coll'uccisione del presidio, e di rimettere quella città sotto il suo dominio. Nella Cronichetta[1548] da me stampata altrove sotto quest'anno si legge: _Perditio fuit facta in Varo per Graecos_, cioè in _Bari_. Diede anche aiuto ad _Atenolfo conte_ di Capoa, che si era sottomesso alla sua signoria[1549], con essere cagione che questo principe non solamente ricuperò l'anfiteatro, già ridotto in fortezza da _Atanasio II_ vescovo di Napoli, continuo martello de' Capoani, ma anche diede una rotta all'esercito di quel vescovo, con che rintuzzò non poco l'insoffribile di lui orgoglio. Fu forzato Atanasio a chiedere pace; ma le paci di questo mal unto vescovo fatte per un anno, non duravano nè pur dodici giorni. E intanto i suoi cari Saraceni abitanti al Garigliano, ovunque loro piaceva, divoravano tutti i contorni, nè davano esenzione alcuna agli stessi Napolitani, permettendo Iddio che costoro fossero il castigo di chi tutto dì si serviva d'essi per infestare i suoi vicini. Ora tornando al suddetto _Ajone principe_, recatogli l'avviso che _Costantino patrizio_ e general de' Greci avea messo l'assedio a Bari, colle sue milizie e con un rinforzo de' Mori marciò per Siponto in aiuto di quella città. Arditamente attaccò la zuffa, e a tutta prima colla strage di moltissimi Greci parve che la fortuna si dichiarasse in suo favore. Quando eccoti sopraggiugnere Costantino con tremila cavalli freschi, co' quali diede una tal rotta ai Beneventani, che quasi tutti vi rimasero o morti, o prigioni, e lo stesso Ajone stentò a potersi ritirare con pochi dei suoi in Bari. Cominciò egli dipoi a tempestar con lettere _Atenolfo_ conte di Capoa per avere soccorso; ma questi era di nuovo in rotta col suddetto vescovo Atanasio, uomo di niuna fede; e laddove in addietro i Napoletani si tenevano sotto i piedi i miseri Capoani, prevalendo ora questi, davano il guasto a tutto il territorio di Napoli. Atenolfo in vece di recar aiuto all'assediato Ajone, stabilì una pace e lega col generale suddetto de' Greci. Non dissomigliante successo ebbero l'altre premure di Ajone per avere dei rinforzi dai Galli, cioè dal ducato di Spoleti e dai Saraceni. Quantunque promettesse loro monti d'oro, niuno si volle muovere per soccorrerlo, in guisa che veggendosi beffato da tutti, e troppo ridotto in angustie, gli convenne capitolar coi Greci, e rendere loro la città. Se ne tornò egli libero a Benevento con grandi minacce contra di Atenolfo e di _Maione abbate_ di san Vincenzo di Volturno, perchè l'avessero in tanta necessità abbandonato e deluso. Secondo la testimonianza del Dandolo[1550], passò in quest'anno all'altra vita _Giovanni doge_ di Venezia, in cui luogo fu concordemente eletto doge _Pietro_ tribuno, personaggio di tutta bontà, che da _Leone imperador_ di Costantinopoli fu creato dipoi _protospatario_.
NOTE:
[1525] Rhegino, in Chronico.
[1526] Annales Fuldenses Freherii.
[1527] Hermannus Contractus, in Chron.
[1528] Annales Fuldenses Freheri.
[1529] Rhegino, in Chronico.
[1530] Apud Miraeum, Cod. Donat., cap. 15.
[1531] Panegyr. Berengarii P. I, tom. 2 Rer. Ital.
[1532] Annales Fuldenses Freheri.
[1533] Rhegino, in Chron.
[1534] Erchempertus, Hist., cap. 58.
[1535] Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 6.
[1536] Anecdot. Latin. tom. 2.
[1537] Antiquit. Ital., Dissert. LXXIII.
[1538] Annales Fuldens. Freheri.
[1539] Daniel, Hist. de France, tom. 2.
[1540] Frodoardus, Hist., lib. 4, cap. 5.
[1541] Liutprandus, Hist. lib. 1, cap. 6.
[1542] Labbe, Concil., tom. 9.
[1543] Annales Fuldenses Freheri.
[1544] Eccard., Rer. German., lib. 31.
[1545] Erchempertus, Hist., cap 81 et 82.
[1546] Anonymus, in Paneg. Berengarii, P. I, tom. 2 Rer. Ital.
[1547] Liutprandus, Hist., lib. 1, cap. 6.
[1548] Antiquit. Ital., Dissert. V.
[1549] Erchempertus, Hist., cap. 73, 75, 77 et 80.
[1550] Dandol., in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.
Anno di CRISTO DCCCLXXXIX. Indiz. VII.
STEFANO V papa 5. BERENGARIO re d'Italia 2. GUIDO re d'Italia 1.
O non seguì il congresso di cui si era convenuto fra il _re Berengario_ e il _duca Guido_; o se seguì, non ne risultò accordo veruno, e fu perciò rimessa alla decision dell'armi la contesa del regno. Accudirono dunque amendue questi competitori nel verno e nella primavera a rinforzar le loro armate: al che fu necessario gran tempo, perchè Guido fece venir di Francia non poche brigate di combattenti. Veggonsi descritte dal panegirista suddetto[1551] le di lui schiere. Cinquecento fanti, calati dalla Francia, erano comandati da _Ascario_ ossia _Anscario_ fratello di Guido. Menava trecento cavalli _Gaussino_; altrettanti _Uberto_. Seguitavano le milizie della Toscana, se pure col nome di _tyrrhena juventus_ non vuole il poeta disegnare _Spoleti_. Venivano appresso mille soldati di _Camerino_. Poscia _Alberico_ con cento pedoni, sperando di acquistarsi tal merito, che ne avesse poi in ricompensa il ducato di Camerino. Concorse eziandio _Rinieri_ con altre soldatesche, e _Guglielmo_ che menava trecento corazze. Condottier di altrettante era _Ubaldo_, che fu padre di quel _Bonifazio_ che noi vedremo a suo tempo duca potentissimo di Spoleti e di Camerino. Succederono in fine alcune migliaia di gente avvezza non alle spade, ma solo agli aratri. Tale era l'armata di Guido. Ragunò anche Berengario quante genti potè. _Gualfredo_, che era, oppure che fu poi creato marchese del Friuli, marciava alla testa di tremila Furlani. Veniva poi _Unroco_ con due altri fratelli, tutti figliuoli di _Suppone_ già duca di Spoleti, e dipoi, secondo le apparenze, duca di Lombardia, e suocero probabilmente del re Berengario, conducendo mille e cinquecento corazze. Marciavano _Leutone_ e _Bernardo_ suo fratello con mille dugento cavalli tedeschi. Poscia un _Alberico_ con cinquecento altri cavalli, forse anch'essi tratti dalla Germania. Succedevano poi altre soldatesche sotto il comando di un _Bonifazio_, di un _Berardo_, di un _Azzo_ feroce e di un _Olrico_, che era o fu poi marchese, e signoreggiava presso all'Adriatico, oltre ad una gran folla di rustiche milizie. Non è a noi possibile oggidì lo scifrare di quali città o luoghi fossero tutti questi condottieri d'armi. Attesta il suddetto poeta che in quelle armate alcuni vescovi ancora si trovarono maneggianti, in vece di pastorali, spade e lance; ma per la riputazione del sacro lor ministero non li vuol nominare. Regnava tuttavia in questo secolo un tale abuso, del quale s'è parlato altrove. Si venne finalmente alla seconda giornata campale, ma non già sul bresciano, come pensò Liutprando, ma, per quanto si può conghietturare, alla Trebbia sul piacentino. Ho io dato alla luce un diploma del medesimo Guido[1552], scritto _IX kal. maii anno Incarnationis Domini DCCCLXXXVIIII, Indictione VIII, Actum Placentiae_. Potrebbe questo documento comprovar ch'egli appunto si trovasse in Piacenza nel dì 23 di aprile di quest'anno, cioè prima o dopo il sopraddetto conflitto, se non che abbiam qui la _Indictione VIII_ che non s'accorda coll'anno 889, ed appartiene all'anno susseguente, convenendo per altro tutto il resto ad un autentico diploma. E si osservi che quivi Guido conta già l'_anno II del regno_: segno ch'egli, per non essere da meno di Berengario, avesse cominciato a dedurre il principio del suo regno dalla morte di Carlo il Grosso; ma forse fu dato quel diploma solamente nell'anno appresso. Abbiamo poeticamente descritto questo fatto d'arme, che costò la vita a parecchie migliaia di persone, dal panegirista di Berengario. Ma chi ne bramasse una più minuta ed esatta descrizione, non ha che a leggere la storia di Spoleti di Bernardino de' conti di Campello[1553], il quale, benchè vivesse e scrivesse nell'anno 1672, pure dovette aver la fortuna di trovarsi presente, e di mirar tutte le circostanze di quel sanguinoso conflitto, ch'egli credette fatto sul bresciano, e ch'io più verisimilmente tengo succeduto sul piacentino. Quantunque il poeta anonimo nel panegirico di Berengario asserisca, aver la notte fatto ritirare ai lor campi le infuriate armate di Berengario e di Guido; pure il suo silenzio e gli effetti succeduti danno abbastanza ad intendere che ne riportò la peggio Berengario. Scrive Reginone[1554], che dopo insorta la gara fra questi due principi, _tanta strages ex utraque parte postmodum facta est, tantusque humanus sanguis effusus, ut juxta dominicam vocem, regnum in se ipsum divisum, desolationis miseriam paene incurrerit. Ad postremum Wido victor existens, Berengarium regno expulit_. Ma non sussiste che riuscisse a Guido di cacciar Berengario fuori del regno. Questi tenne sempre saldo il ducato del Friuli, e fece sua residenza in Verona. Soggiornava egli in questa medesima città nel dì 10 di settembre del presente anno, come costa da un suo diploma ch'io ho pubblicato[1555], le cui note sono: _Data IV idus septembris anno Incarnationis Domini DCCCLXXXVIII, anno vero regni domni Berengarii gloriosissimi regis II, Indictione VIII. Actum Veronae_. Il truovo io anche in Cremona, e padrone tuttavia di Brescia nel dì 18 d'agosto, ciò apparendo da un suo diploma pubblicato dal Margarino, e dato _XV kalendas septembris anno Incarnationis Domini DCCCLXXXIX, anno vero regni domni Berengarii II. Indictione VII_. Liutprando[1556] attesta che nella seconda battaglia, _quum maxima strages fieret, fuga se se Berengarius liberavit_. Ragionevolmente dunque si può credere che dopo rimasto in questa campal giornata depresso Berengario, venisse in mano di Guido Pavia e Milano con altre città della Lombardia.
Non ho io saputo intendere perchè il padre Pagi[1557] parli delle due suddette battaglie solamente all'anno 892. Senza qualche fatto d'arme non sarebbe entrato Guido in possesso di Pavia e della Lombardia. Ora noi abbiamo, che stando esso Guido nella città di Pavia, avendo fatta raunare in quella città una gran dieta di vescovi delle città a lui suggette, si fece solennemente eleggere re d'Italia. L'atto di questa elezione si truova dato alla luce nella mia Raccolta _Rerum italicarum_[1558], e di nuovo nelle mie Antichità italiche[1559]. Ricordano que' vescovi in esso decreto _bella horribilia_, _cladesque nefandissimas_ fino allora succedute, e tanti mali, che sarebbe impossibile il contarli o scriverli. Aggiungono aver eglino consentito di accettare per re Berengario (senza nondimeno nominarlo) _volentes nolentesque minis diversis et suasionibus inretiti furtive ac fraudulenter_. Dicono di più che i nemici, _superveniente perspicuo principe Widone bis jam fuga lapsi, ut fumus, evanuerunt_; il che è da temere che fosse dettato dall'adulazione. Pertanto di comun parere eleggono _praefatum magnanimum principem Widonem ad protegendum et regaliter gubernandum nos in regem et seniorem_, ec., giacchè egli si è obbligato di amare e di esaltar la santa Chiesa romana, e di conservare i diritti dell'altre chiese, e le leggi de' popoli, e di non permettere le rapine, e di volere la pace. Non si sa che il _re Guido_ facesse altra impresa in quest'anno, avendo egli probabilmente atteso ad assicurarsi dei voti favorevoli dei suddetti vescovi, e a ridurre in suo potere quelle città della Lombardia che tardavano ad umiliarsi alla fortuna delle armi di lui. All'incontro _Berengario_ è da credere che si applicasse tutto a fortificarsi in Verona, e a cercar soccorsi dalla Germania, siccome in fatti vedremo all'anno susseguente. Nel presente la vedova imperadrice _Angilberga_ presentendo o temendo che _Arnolfo re_ di Germania meditasse d'impadronirsi del regno d'Italia, ricorse a lui affinchè le confermasse i beni da lei goduti in esso regno; e a tal fine spedì in Germania _Ermengarda_ sua figliuola, regina di Provenza, vedova del re Bosone. Vien rapportato dal Campi[1560] quel diploma, dato _II idus junii anno dominicae Incarnationis DCCCLXXXIX, Indictione VII, anno secundo piissimi regis Arnulfi. Actum Forachen_. Ma Ermengarda per altri più importanti affari s'era portata in Germania, siccome vedremo. Abbiamo accennato di sopra che circa questi tempi si cominciarono a conoscere in Germania e in Italia gli _Ungri_, o vogliamo dire gli _Ungheri_. Ora si vuol aggiugnere la terribile descrizione di questa fiera nazione, che poi divenne il flagello dell'Italia, a noi lasciata descritta da Reginone[1561] sotto quest'anno. _La ferocissima gente_, dice egli, _degli Ungheri, più crudel d'ogni fiera, non mai udita nè nominata in Occidente ne' secoli addietro, uscì dai regni della Scitia, cioè della Tartaria, e dalle paludi del fiume Tanai. Costoro non coltivano se non di rado la terra, non hanno casa o tetto, non luogo stabile; ma_ (a guisa degli Arabi) _coi loro armenti e colle loro gregge vanno qua e là vagando, conducendo seco le mogli e i figliuoli sopra le carrette coperte di cuoio, delle quali in tempo di pioggia e di verno si servono in vece di case. Gran delitto è presso di loro il furto. Non appetiscono l'oro e l'argento, come fan gli altri uomini. Il loro piacere è nella caccia e nella pesca. Si cibano di latte e miele. Non usano vesti di lana, supplendo al bisogno con pelli di fiere per guardarsi dai freddi continui nelle loro contrade. Spinti costoro fuori del proprio paese da altri Tartari chiamati Pezinanti, perchè non bastava alla cresciuta lor popolazione quella terra, vennero nella Pannonia; e scacciati o sottomessi gli Unni, appellati anche Avari_ (benchè Tartari anch'essi di nazione), _s'impadronirono di quel regno: di là cominciarono a far delle scorrerie nella Bulgaria, nella Moravia e nella Carintia, uccidendo pochi colle spade, ma molte migliaia di persone colle saette, scagliate da loro con tal maestria, che difficilmente se ne possono schivare i colpi. Non sanno combattere da vicino in forma di battaglia. Combattono a tutta corsa coi cavalli, fingendo di quando in quando di fuggire, e bene spesso quando talun si crede di averli vinti, si truova più che mai in pericolo di esser vinto._ Negli Usseri moderni, discendenti da essi, dura anche oggidì parte di questi loro costumi. Seguita a dire: _Vivono a guisa di fiere, e non d'uomini; e fama è che mangino carne cruda, e bevano sangue. Inumani al maggior segno, in quei cuori non entra compassione o misericordia alcuna. Si radono il crine sino alla cute. Con gran cura insegnano ai loro figliuoli e servi l'arte del cavalcare e saettare. Gente superba, sediziosa, fraudolenta; e truovasi la medesima ferocia nelle femmine che nei maschi: gente di poche parole, ma di molti fatti._ Tali erano gli Ungri, da' quali prese la Pannonia il nuovo nome d'Ungheria, popolo nefando, la cui crudeltà in breve si vedrà venir a desolare il meglio dell'infelice Italia. Cedreno[1562] dà a questa barbarica nazione anche il nome di _Turchi_, nome che si stendeva a non poche popolazioni della Tartaria, e si è udito già più volte ne' secoli antecedenti.
NOTE:
[1551] Anonym., Panegyr. Berengar. P. I, tom. 2 Rerum Italic.
[1552] Antiq. Ital., Dissert. XXXIV.
[1553] Campelli, Istor. di Spoleti, lib. 9.
[1554] Regino, in Chronico.
[1555] Antiquit. Ital., Dissert. XVII.
[1556] Liutprandus, Hist. lib. 1, cap. 6.
[1557] Pagius, in Annales Baron.
[1558] Rerum Ital., P. I, tom. 2.
[1559] Antiquit. Ital., Dissert. III.
[1560] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1 Append.
[1561] Rhegino, in Chronico.
[1562] Cedren., in Annal.
Anno di CRISTO DCCCXC. Indizione VIII.
STEFANO V papa 6. BERENGARIO re d'Italia 3. GUIDO re d'Italia 2.
Abbiamo da Ermanno Contratto[1563] che in quest'anno _Arnolfo re_ di Germania _ex verbis apostolici obnixe rogatur, ut Romam veniens Italiamque sub ditione sua retinens, a tantis eam eruat tyrannis_. Era _Stefano V_ pontefice di rara virtù, e non è improbabile che i malanni di Roma per cagion dei Saraceni, e quei dell'Italia per la guerra dei due re, il movessero a procurar la venuta d'Arnolfo. Tuttavia sapendo noi quanta parzialità egli nudrisse per _Guido_ re d'Italia, con apparenza ancora che coi suoi buoni uffizii l'avesse egli aiutato a montare sul trono, non pare sì facilmente da credere l'invito che qui si suppone da lui fatto ad Arnolfo di calare in Italia, e di levarla di mano dei due nemici regnanti. Anzi son io d'avviso che in questo racconto v'abbia dell'errore, essendo ben vera la chiamata, ma questa fatta nell'anno susseguente, oppure nell'anno 893, siccome vedremo, e non già nel presente; e da _Formoso_ papa, e non già da _Stefano_, tuttavia vivente in quest'anno. Il continuatore degli Annali di Fulda[1564], pubblicati dal Freero, molto più antico di Ermanno Contratto scrive sotto quest'anno, ma fuor di sito, in parlando del re Arnolfo: _A Formoso apostolico enixe rogatus interpellabat_ (scrivo _interpellabatur_) _ut urbe Roma_ (si scriva _urbem Romam_) _domum sancti Petri visitaret, et Italicum regnum a malis christianis, et imminentibus Paganis ereptum ad suum opus restringendo dignaretur tenere. Sed rex multimodis caussis, in suo regno increscentibus praepeditus, quamvis non libens, postulata denegavit._ Copiò Ermanno Contratto queste parole, ed anche egli intese di nominar _Formoso_ col nome di apostolico, e non già di parlare di papa Stefano. Ora certo è che _Formoso_ solamente fu eletto romano pontefice nell'anno seguente, e per conseguente a quello si dee riferir l'invito fatto al re Arnolfo: se pur non volessimo immaginare che Formoso vescovo in questi tempi di Porto, e non per anche papa, avesse chiamato in Italia il re Arnolfo, col quale egli manteneva buona corrispondenza, ed era legato, siccome vedremo, con parziale affetto. Ma, siccome dissi, piuttosto nell'anno 893 si adoperò papa Formoso per tirare in Italia il re Arnolfo, e quivi perciò ne riparleremo. Attestano gli Annali suddetti, che trovandosi esso re Arnolfo in Forcheim dopo Pasqua nel mese di maggio _ibi ad eum filia Hludovvici italici regis, vidua Bosonis tyranni, magnis cum muneribus veniens honorifice suscepta, ac ad propria remissa est_. Ma neppure questo fatto è rapportato al suo luogo. Da un diploma d'esso Arnolfo, che io ho accennato di sopra, abbiamo già appreso che la vedova imperadrice _Ermengarda_ si trovò nell'anno precedente alla corte del re Arnolfo in Forcheim. Il motivo del suo viaggio e dei sontuosi regali portati al re Arnolfo, fu il desiderio che _Lodovico_ figliuolo suo e di _Bosone_, già pervenuto ad età convenevole per governar popoli, assumesse il titolo di re del regno arelatense ossia di Provenza, ch'ella fin qui avea governato come tutrice a nome del figliuolo. Non voleva ella far questo passo senza licenza del re Arnolfo, principe potentissimo, che manteneva pretensioni sopra tutta la monarchia dei Franchi. E siccome Odone in Francia ossia nella Gallia, e Berengario in Italia, non si crederono sicuri del possesso dei loro regni, se prima non si furono accordati con esso Arnolfo: così Ermengarda ricorse a lui per avere il consentimento suo in favore del figliuolo; con riconoscere anch'ella il regno suddetto dipendente dalla sovranità del re della Germania. Però tornata ch'ella fu in Provenza, raunati i vescovi e baroni del regno, fece solennemente riconoscere per re, e coronar _Lodovico_ suo figliuolo.