Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 73

Chapter 733,385 wordsPublic domain

[1453] Regino, in Chronico. Annales Fuldenses Freheri. Annales Lambeciani.

[1454] Epist. 8 Johannis Papae VIII.

[1455] Annales Franc. Metenses.

[1456] Leo Ostiensis, Chron., lib. 1, cap. 43.

[1457] Anonymus Salern., Paralip., cap. 132.

[1458] Chronic. Vulturn., P. II, tom. 1 Rer. Italic.

Anno di CRISTO DCCCLXXXIII. Indiz. I.

MARINO papa 2. CARLO il GROSSO imperad. 3.

Nell'anno presente _papa Marino_, per quanto pretende il cardinal Baronio[1459], _perperam facta Johannis papae rescindens_, fra l'altre cose rimise nel suo vescovato _Formoso vescovo_ di Porto, già condannato e deposto da _papa Giovanni_. Confessa il porporato Annalista di non sapere i motivi per cui papa Giovanni condannasse Formoso, che ci vien dianzi dalla storia ecclesiastica rappresentato come personaggio di merito distinto. Ma s'egli ciò ignorava, non doveva già sì francamente tacciar d'ingiustizia l'atto d'esso papa Giovanni. Inoltre poteva egli informarsi dei reati dati al suddetto Formoso da quel pontefice, perchè esposti da lui in una lettera[1460] scritta ai vescovi della Gallia e Germania, che fu letta l'anno 876 nel concilio pontigonense. Se fossero questi sì o no ben fondati, se giusta la sentenza, non si può ora formarne giudizio. Possiam credere che neppure mancassero motivi a _papa Marino_ per assolverlo, o per fargli grazia. Veggasi Ausilio[1461] scrittore contemporaneo, che attesta la restituzion di Formoso, e solamente disapprova il giuramento da lui estorto di non tornare in sua vita nè a Roma nè al vescovato. Seguitava in tanto _Guido duca_ di Spoleti a nulla voler restituire del maltolto alla Chiesa romana; fors'anche alle iniquità passate ne aggiugneva delle nuove. Però papa Marino, dopo aver significata all'imperador _Carlo il Grosso_ l'assunzione sua, istantemente il pregò di tornare in Italia per desiderio, anzi per necessità di abboccarsi con lui. Calò in Italia nel mese di maggio dell'anno presente esso Augusto, ed arrivato che fu a Mantova, _Giovanni doge_ di Venezia per mezzo dei suoi ambasciatori impetrò da lui la rinnovazione de' privilegii, come costa dal documento rapportato dal Dandolo nella sua Cronica[1462]. Concede ancora al patriarca di Grado e a tutti i vescovi, chiese e monisteri della sua metropoli _justitiam requirendam de suis rebus in annos legales, secundum quod Ravennas habet Ecclesia_. Fu dato quel diploma _VI idus Incarnationis dominicae DCCCLXXXIII, Indictione I, anno vero imperii domni Caroli in Italia tertio, in Francia secundo. Actum Mantua_. Fu determinato per luogo del congresso col papa l'insigne monistero di Nonantola, posto nel contado di Modena, cinque miglia lungi dalla città. Quivi, per attestato dell'Annalista freeriano[1463], l'imperador _Carlo_ accolse con tutto onore il sommo pontefice _Marino_, e concorsero colà varii magnati per ottener la conferma de' lor privilegii. Leggesi un suo diploma conceduto al monistero di Casauria[1464] _XII kalendas julii, anno Incarnationis dominicae DCCCLXXXIII, Indictione prima, anno vero piissimi imperatoris Caroli tertio. Actum ad monasterium, quod nuncupatur Nonantula_. Un altro dato nel medesimo giorno e luogo per la pieve di Varsio sul piacentino, si trova presso il Campi[1465]. Un altro dato _VIII kalendas julii_ in favore del monistero di Farfa nello stesso luogo, viene accennato dal padre Mabillone[1466]. E due altri in fine da me pubblicati[1467], l'uno dato _IX kalendas junii_, e l'altro _II kalendas julii. Actum monasterio Nonantulas._ E qui non vo' lasciar di dire avere il suddetto Campi dato alla luce un altro diploma d'esso Augusto in favore de' nobili di casa Rizzola Piacentini, scritto _XII kalendas martii anno ab Incarnatione dominica Domini nostri Jesu Christi DCCCLXXXIII, Indictione I, anno vero domni Caroli regni V, impera autem III. Actum Papiae._ Altronde si conosce la falsità di quel documento, ma più chiaramente si raccoglie dalla data, certo essendo che nel febbraio di quest'anno Carlo Grasso era in Germania, e non già in Pavia.

Quello che risultasse dal congresso tenuto in Nonantola dal papa e dall'imperadore, l'abbiamo dagli Annali che così ne parlano[1468]: _Ibi inter alia Wito comes Tuscianorum reus majestatis accusatur: quod ille profugus evasit._ Dovea dire _comes Spoletinorum_, ovvero _Spoletanorum_, se non che altri antichi tennero l'Umbria per parte della Toscana. Tante dovettero essere le premure ed istanze di papa Marino, uniforme in ciò alle massime del suo predecessore, che l'Augusto Carlo mise al bando dell'imperio il suddetto _Guido duca_ di Spoleti. Vero o falso che fosse, noi sappiamo da Erchemperto[1469] ch'egli fu accusato di avere spedito i suoi messi all'imperador de' Greci, con trattato di ribellarsi all'imperador d'Occidente, a aver preso danari per effettuare questo pensiero. Aggiugne esso storico che Guido fu preso da _Carlo III Augusto_, e se non gli riusciva di scappare, vi andava il suo capo. Seguita poi a dire il suddetto Annalista: _Sed tamen illa fuga totam italicam terram timore concussit: quia statim manu cum valida Gentilium de gente Mauritanorum foedera firmiter pepigit._ Se Guido ricorse ai Mori ossia ai Saraceni, segno è ch'egli niuna alleanza avea dianzi intavolata coi Greci. Trovavasi in questi tempi alla corte dell'Augusto Carlo _Berengario duca_ del Friuli, appellato da essi Annali _consanguineus imperatoris_, per le ragioni addotte di sopra all'anno 877. A questo principe fu data l'incumbenza di togliere il ducato di Spoleti a Guido, in cui favore dovea quel popolo aver prese le armi. _Mittitur ad exspoliandum regnum Witonis._ Ne prese egli una parte. Avrebbe fatto lo stesso del resto, se non fosse entrata nel suo esercito la peste: malore che si dilatò per l'Italia tutta, e giunse fino alla corte del medesimo imperadore. Per questa cagione fu obbligato Berengario a tornarsene indietro. Ma questa condanna ed esecuzione contra di Guido, per attestato degli Annali lambeciani[1470], si tirò dietro delle cattive conseguenze. _Imperator_ (scrive quello storico) _omne tempus aestivum mansit in Italia, animosque Optimatum regionis illius contra se concitavit._ Fra questi probabilmente fu _Adalberto duca_ e marchese di Toscana, perchè cognato di esso Guido. _Nam Witonem, aliosque nonnullos exauctoravit, et beneficia, quae illi et patres et avi et atavi illorum tenuerant_ (il che fa vedere che i ducati, marchesati e comitati aveano già cominciato a prendere la forma de' feudi e a passar ne' figliuoli e nipoti) _multo vilioribus dedit personis. Quod illi graviter ferentes, pari intentione contra illum rebellare disponunt, multo etiam plura, quam ante habuerant, sibi vindicantes._ Che commozioni fossero queste, e quali effetti producessero, lo tace la storia d'Italia. Tre diplomi di Carlo imperadore, dati alla luce dal padre Celestino[1471], e poi ristampati dall'Ughelli[1472] ci fan vedere questo imperatore in _Murgola corte regia_ del territorio di Bergamo nel dì 30 di luglio. Prima di Natale passò egli in Germania, per provvedere ai Normanni che più che mai devastavano la Lorena e la bassa Germania.

NOTE:

[1459] Baron., in Annal. Eccl.

[1460] Epist. 319 Johannis Papae VIII.

[1461] Auxilius, de Sacr. Ordin., tom. 17 Biblioth. Patrum.

[1462] Dandul., in Chronico., tom. 12 Rer. Ital.

[1463] Annal. Franc. Fuldenses Freheri.

[1464] Chron. Casauriens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[1465] Campi, Ist. Piacent., tom. 1.

[1466] Mabill., Annales Benedict.

[1467] Antiq. Ital., Dissert. XXXIV et XLI.

[1468] Annales Francor. Fuldenses. Freheri.

[1469] Erchempertus, Hist., cap. 79.

[1470] Annal. Fuldenses., Lambecii P. II, tom. 2 Rer. Italic.

[1471] Celest., Istor. di Bergamo.

[1472] Ughell., tom. 4 Ital. Sacr. in Episcop. Bergam.

Anno di CRISTO DCCCLXXXIV. Indiz. II.

ADRIANO III papa 1. CARLO il GROSSO imperad. 4.

Terminò colla vita il suo breve pontificato _papa Marino_ nell'anno corrente, probabilmente nel mese di maggio. Gli fu immantinente sostituito _Adriano III_, di nazione romano. Questi, per attestato di Martin Polacco[1473], di Tolomeo da Lucca[1474], del Platina[1475] e di altri autori, fece un decreto, _che l'imperadore non s'intromettesse nell'elezion dei papi_. Giudicò il padre Pagi[1476] vero un tal atto, e che il cardinal Baronio credesse meglio di tacerlo. L'Eccardo il tiene all'incontro per una mera impostura. Ne dubito forte anch'io. L'elezione del romano pontefice s'era per tanti secoli addietro lasciata sempre in libertà del clero e popolo romano. Gl'imperadori occidentali, coll'esempio de' precedenti greci Augusti, solamente pretesero e stabilirono che si dovesse comunicar loro l'_elezione_ fatta; e prima che da' messi imperiali non fosse portata la approvazion dell'eletto, era vietato il consecrarlo. Però il Sigonio ben informato di quest'uso[1477], nè apparendo che si fosse alterata la libertà dell'elezione, cambiò i termini del preteso decreto, in vece di _eleggere_ scrivendo _consecrare_. _Ut pontifex designatus consecrari sine praesentia regis, aut legatorum ejus possit._ Martino Polacco, il primo a parlarne, ha solamente: _Hic constituit ut imperator non intromitteret se de electione._ Qui si parla in generale dell'elezione d'ogni vescovo, e non dell'elezione de' soli papi. Qualche testo nondimeno, creduto dal Panvinio, ma senza fondamento, di Guglielmo bibliotecario, ha _de electione domini papae_. Quando anche Adriano III avesse formato un tal decreto, bene avrebbe fatto, nè sarebbe restato giusto titolo all'imperadore di dolersene, stante la libertà delle _elezioni_ fin qui lasciata al clero e popolo. Nè questo toglieva agli Augusti l'altro loro diritto (io non cerco, se legittimo o illegittimo) di voler sospesa la _consecrazione_, finchè venisse il loro consentimento. Ma intanto mancando a noi più antiche ed autentiche pruove d'esso decreto, più sicuro è il sospenderne la credenza. Aggiugne il Sigonio[1478] un altro decreto di questo medesimo pontefice, fatto ad istanza de' principi d'Italia: _Ut moriente rege Crasso sine filiis, regnum italicis principibus una cum titulo imperii traderetur._ Ma questo decreto, giacchè niun degli antichi scrittori ne ha parlato, si può francamente tenere per una mera immaginazion di qualche scrittore degli ultimi secoli, veduto dal Sigonio: quantunque sia verisimile che i principi italiani, all'osservar privo di figliuoli l'imperador _Carlo il Grosso_, seriamente pensassero ai loro vantaggi. Intanto esso Augusto se ne stava in Germania, occupato dal meditar le maniere di reprimere i Normanni che or qua or là portavano la strage e la desolazione, senza però abbandonar la cura dell'Italia, dove destinò le milizie bavaresi per andar contro al ribello _Guido duca_ di Spoleti. _Edictum est_ (scrive l'Annalista freeriano) _Baiovvarios ad Italiam contra Witonem belligera manu proficisci_[1479]. Furono in più luoghi sconfitti dalle truppe cristiane i Normanni, e Carlo Augusto, dopo aver dato sesto ai suoi affari in Germania, specialmente quetate le turbolenze mosse da _Zventeboldo re_, ossia duca della Moravia, verso il fine dell'anno se ne tornò in Italia, e prosperamente celebrò il santo giorno del Natale in Pavia. Non si sa che il bandito e fuggito duca di Spoleti Guido veramente si valesse dell'armi de' Saraceni, e men di quelle de' Greci, per danneggiar le terre de' Cristiani. Attese egli piuttosto a placar l'animo dell'imperadore Carlo con fargli rappresentar le sue ragioni e giustificazioni. Tanto in fatti si maneggiò, che fu rimesso in sua grazia. Così parlano di Carlo Augusto gli Annali del Lambecio[1480]: _Inde in Italiam profectus, cum Witone et ceteris, quorum animos anno priore offenderat, pacificatur._ Sul principio di dicembre[1481] trovandosi _Carlomanno_ re di Francia, ossia della Gallia, a caccia, da un cinghiale, oppure da una delle sue guardie, che l'aiutava ad uccidere quella fiera, involontariamente ferito, miseramente cessò di vivere, con lasciar dopo di sè un figliuolo solo di età di quattro anni, appellato dagli storici _Carlo il Semplice_, la cui legittima origine è messa in dubbio. Fu gran dibattimento fra i baroni del regno intorno all'accettare e dichiarar re questo fanciullo, incapace allora di comando, oppure di dare il regno all'imperador _Carlo il Grosso_; giacchè in questi due s'era ridotta la schiatta maschile di Carlo Magno. Solamente nell'anno venturo si venne alla risoluzion di questo dubbio[1482]. Ma non sì tosto pervenne ai Normanni la nuova della morte di quel re, che, senza badare ai giuramenti fatti, ruppero la pace, e cominciarono ad infierir come prima contra de' popoli della Gallia.

Aveva accennato Cosimo della Rena[1483] uno strumento scritto _regnante domno nostro Carolo, divina favente clementia, imperatore augusto, anno imperii ejus quarto sexto kalendas junii, Indictione secunda. Actum Lucae_: cioè nel dì 27 di maggio dell'anno presente. Intero io l'ho dipoi pubblicato[1484]. Contiene essa carta una donazione fatta da _Adalberto marchese_ e duca di Toscana ad una chiesa da lui fondata presso al fiume Magra nella Lunigiana sotto il castello dell'Aulla: carta molto importante, perchè ci dà a conoscere chiaramente i genitori e i figliuoli di questo principe. Egli è chiamato _Adalbertus in Dei nomine comes et marchio, filius bonae memoriae Bonifacii comitis_, che noi trovammo all'anno 823 ed 828 conte di Lucca e marchese probabilmente ossia duca della Toscana. Fa Adalberto quella donazione per l'anima sua e di _Bonifazio_ suo padre, _et etiam pro salute bonae memoriae Bertae genitricis meae, sive pro salute animae Rotildis dilectae conjugis meae_, che di sopra abbiam veduto sorella di _Guido duca_ di Spoleti; _seu et pro anima Anonsuatae olim conjugis meae, aut pro salute animabus filiorum meorum_. Due sono i figliuoli che sottoscrivono la donazione con queste parole: _Signo manus Adalberti comitis, filio suprascripti Adalberti comitis et marchionis. Signo manus Bonifacii ipsius filii Adalberti_. E si noti che già il giovane _Adalberto_ s'intitolava _conte_: segno che egli godeva il governo di qualche città. Vedremo, andando innanzi, i forti motivi di credere discendente da questi Adalberti duchi e marchesi di Toscana la nobilissima casa d'Este. Dopo il principato di tre anni fu nel presente anno _Radelchi II_, ossia _Radelgiso principe_ di Benevento cacciato dal trono, e sustituito in suo luogo _Aione_ suo fratello, correndo il mese d'ottobre[1485]. Circa questi tempi trovandosi l'armata de' Greci in Calabria all'assedio di santa Severina, per soccorrere quel castello, accorsero a folla da Agropoli e dal Garigliano i Saraceni; ma i Greci valorosamente affrontatisi con costoro, li misero tutti a fil di spada. Dopo di che s'impadronirono di santa Severina e di Amantea, nidi in addietro dei Mori. Fanno menzione di questa vittoria Costantino Porfirogenneto[1486] e Cedreno[1487], con dire che generale dei Greci fu a quell'impresa _Niceforo Foca_ patrizio, avolo di _Niceforo Foca_, che fu poi imperadore d'Oriente. Inoltre aggiugne esso Costantino, che presero la città di Tropea e forzarono i Mori a contenersi nella Sicilia. Fu ancora in questi, siccome ne' precedenti tempi, che _Atanasio II vescovo_ e duca di Napoli (personaggio indegno del nome di cristiano, non che di vescovo, perchè più che mai collegato coi Saraceni nemici del nome cristiano, e fecondo di frodi e d'inganni) recò immensi danni alla città di Capoa e al suo territorio. Moriva egli di voglia di sottomettere al suo dominio quella città, e tentò più volte di sorprenderla. Ma non gli venne fatto. Intanto mancò di vita _Landone_ il vecchio, conte ossia principe di quella città, e gli succedette _Landenolfo_ suo fratello. Leone Ostiense[1488], seguitato in ciò dal cardinal Baronio[1489], mette sotto quest'anno la desolazion dell'insigne monistero di monte Casino, preso dai Saraceni dimoranti al Garigliano, dove presso all'altare di san Martino trucidarono _Bertario_ abbate di quel sacro luogo: _Pridie nonas septembris anno Incarnationis dominicae DCCCLXXXIV, Indictione secunda_. Anche il testo di Erchemperto[1490] ha l'anno 884. Contuttociò temo io forte che non in quest'anno, ma nell'anno 883 toccasse la suddetta gran calamità a monte Casino, perchè l'_indizione seconda_, secondo l'uso più comune d'allora, cominciava nel settembre dell'anno precedente. Oltre di che, per attestato di Angelo della Noce[1491], si truovano documenti d'_Angelario abbate_, successor di Bertario, scritti nel maggio di quest'anno, corrente l'_indizione seconda_. Finalmente nella Cronica dell'Anonimo salernitano[1492], da me data alla luce, si legge distrutto quel monistero nell'anno 883 e non già nel susseguente. Questo autore copiò Erchemperto, e di molto precedette Leone Marsicano.

NOTE:

[1473] Martin. Polonus, in Chronico.

[1474] Ptolomaeus Lucensis, Hist. Eccl. tom. 11 Rer. Ital.

[1475] Platina, Vit. Pontif. Roman.

[1476] Pagius, Crit. Annal. Baron.

[1477] Sigonius, de Regno Ital., lib. 5.

[1478] Sigonius, de Regno Italicae, lib. 5.

[1479] Annales Fuldenses Freheri.

[1480] Annales Fuldenses Lambecii.

[1481] Chronic., de Gestis Normann.

[1482] Regino, in Chronico.

[1483] Rena, Serie de' duchi della Toscana, p. 119.

[1484] Antichità Estensi P. I. cap. 22.

[1485] Lupus Protospata, in Chron. Erchemp., Hist., cap. 48 et 51.

[1486] Constantinus Porphyrogenn. in Vit. Basilii.

[1487] Cedren., in Annal. ad Niceph. Phoc.

[1488] Leo Ostiensis, Chronic., lib. 1, cap. 44.

[1489] Baron., Annales Eccl.

[1490] Erchempertus, Hist., cap. 61.

[1491] De Nuce, in Notis ad Chronic. Leon. Ostiens.

[1492] Anonym. Salern., Paralip., cap. 136.

Anno di CRISTO DCCCLXXXV. Indiz. III.

STEFANO V papa 1. CARLO il GROSSO imperad. 5.

Restò decisa in quest'anno la controversia insorta fra i primati della Gallia, a chi dovesse consegnarsi il governo di quella monarchia[1493]. Ai più assennati il meglio parve di offerirlo all'_imperador Carlo_, siccome quello che per la sua età e per la potenza sua si credeva il più a proposito per sostener questo peso, ed atto più di ogni altro a rintuzzare l'orgoglio de' sempre più nocivi Normanni. A lui ubbidiva tutta la Germania, chiamata allora Francia orientale, a lui l'Italia, a lui buona parte della Lorena; e congiunte con queste forze quelle della Gallia, chiamata Francia occidentale, si poteva sperar vittoria di chiunque avesse voluto turbar que' regni. Ma questo imperadore, che veniva ad unir in sè tutta la monarchia di Carlo Magno, era ben lontano dall'imitare quel gran monarca, perchè non ne avea già ereditato nè la mente nè il valore. Andò egli dall'Italia a prenderne il possesso in quest'anno. Ma prima di portarsi colà, stando in Italia, per attestato degli Annali di Fulda[1494], tenne una gran dieta (probabilmente in Pavia) nel giorno dell'Epifania; e colà comparve _Guido duca_ di Spoleti, che protestò con giuramento di non aver mai mancato alla fedeltà da lui dovuta ad esso Augusto, e gli fu creduto. Così rientrò egli in grazia dell'imperadore e nel possesso dei ducati di Spoleti e di Camerino. Aveva esso Augusto determinata una gran dieta da tenersi in Vormacia; e volendo trovarvisi anche _papa Adriano III_, si mise in viaggio a quella volta; ma la morte gli troncò i passi dopo una breve malattia. Da una bolla di questo papa, pubblicata dal Campi[1495], in cui conferma ed accresce i privilegii ad _Angilberga imperadrice_ Augusta, vedova di _Lodovico II_, pel monistero delle monache di san Sisto di Piacenza, non intendiamo ch'egli tenne un concilio, non avvertito da altri, nell'aprile del presente anno. Probabilmente fu ciò in Roma, dove vedremo ch'egli lasciò il vescovo di Pavia. Dice fra l'altre cose: _Inter haec ravennate archiepiscopo cum ticinense, et placentino, et reginense, et mutinense, cum mantuano, et veronense, cum laudense, et vercellense, aliisque coepiscopis nobiscum sanctam synodum celebrantibus, et tuae voluntati assensum praebentibus, volumus atque instituimus_, ec. Nelle diocesi di questi vescovi erano situati i beni del monistero di san Sisto. Degno è perciò di osservazione che il papa concede quei privilegii e quelle esenzioni, perchè se ne contentano que' vescovi. Tale era il rito di que' tempi. La bolla è data _XV kalendas maii per manum Gregorii nomenclatoris _(probabilmente quel medesimo che papa Giovanni VIII avea scomunicato) _missi et apocrisarii sanctae sedis apostolicae, imperante domno piissimo Augusto Carolo, a Deo coronato magno imperatore, anno ejus quinto, Indictione tertia. Osservisi in fine che in questo concilio intervenne il vescovo di _Vercelli_, cioè _Liutvardo_ arcicancellier dell'imperio, che l'imperadore, per mio parere, avea inviato a Roma per muovere ed accompagnare il papa in Germania. Imperocchè, per quanto racconta il continuatore lambeciano[1496] degli Annali fuldensi, fu l'imperadore che invitò a quella dieta il papa, e fama era che il motivo fosse per deporre, senza ragione, alcuni vescovi a lui poco cari, e di far dichiarare suo erede e successore nei regni _Bernardo_ suo figliuolo bastardo, a lui nato da una concubina: cosa che diffidando di potere eseguire da sè, giudicò di poterla ottenere coll'autorità del sommo pontefice Adriano III, il quale uscito di Roma, e valicato il Po, infermatosi passò a miglior vita, seppellito nel monistero di Nonantola. Così quello storico. Ma non sussiste che papa Adriano passasse il Po. Guglielmo bibliotecario[1497], autor contemporaneo, ci assicura che questo pontefice _super fluvium Scultennam in villa, quae Wilczachara nuncupatur_, terminò i suoi giorni. Questa villa Vilzacara, posta nel distretto di Modena in vicinanza del fiume Scoltenna, con altro nome detto Panaro, oggidì si appella san Cesario, siccome costa da molti indubitati documenti de' secoli antichi. Per la vicinanza di quel luogo all'insigne badia di Nonantola, fu il suo cadavere portato colà alla sepoltura. Degna cosa di osservazione qui a noi si presenta, per conoscere sempre più la ignoranza de' tempi barbari in Italia. Perchè i susseguenti monaci nonantolani sapeano d'avere nella lor Chiesa il corpo d'un _Adriano pontefice_, col tempo immaginarono che fosse quello del celebre _papa Adriano I_, perchè amendue questi Adriani fiorirono l'uno a' tempi di Carlo Magno e l'altro di Carlo il Grosso. Cominciarono dunque a venerare _Adriano III_ (credendolo il I) nel dì 8 di luglio qual santo, quantunque per santo non sia riconosciuto in alcuno degli antichi martirologii. Molti secoli sono, ebbe origine una tal credenza, e se ne veggono le pruove ne' monumenti rapportati dall'Ughelli[1498]. In essi vien detto che _papa Adriano I_ morì nella terra di _Spilamberto_ del territorio di Modena confinante con San Cesario, e che fu seppellito in Nonantola.

_Ad Carolum regem posthac quam pergere vellet,_ _Lamberti campo vitam finivit in amplo,_ _Qui propter casus Lamberti Spina vocatur._

Ma il padre Giam-Batista Solleri della compagnia di Gesù, uno de' continuatori degli atti de' santi del Bollando[1499], dopo il padre Pagi[1500], ha chiaramente dimostrato che il solo _Adriano terzo_, e non già il _primo_, riposa ed è onorato nel monistero di Nonantola, avendo acquistato con poca fatica la canonizzazione dall'ignoranza dei secoli barbari.