Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 72

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Ora dalla lettera poco fa accennata, scritta al medesimo _Romano_, noi impariamo che papa Giovanni s'era portato a Napoli. Il motivo di questo viaggio risulta da varie altre sue lettere dell'anno presente[1430]. _Atanasio II vescovo_ insieme e duca di Napoli, per ambizione, per interesse, per cabale uomo tutto mondano, si compiaceva forte dell'amicizia dei Saraceni, perchè entrava a parte dei loro bottini, cioè degli assassinii che coloro andavano commettendo negli stati della Chiesa romana, di Capua e delle altre contrade cristiane. Più preghiere ed istanze avea fatto _papa Giovanni_; molto danaro avea sborsato; andò anche più d'una volta a Napoli, e dovette andarvi anche nell'anno presente apposta, anche per tentare in persona di rompere quella indegna lega. Nulla poi fruttando tanti passi, finalmente proferì contra di lui la scomunica. Ma questo vescovo, finita una tela di frodi, ne cominciava tosto un'altra. Chiamò egli dalla Sicilia[1431] Sicaimo re ossia generale de' Saraceni, e il postò alle radici del monte Vesuvio. Per giusto giudizio di Dio fu egli il primo a farne la penitenza, perchè cominciarono que' cani a divorare spietatamente i contorni di Napoli, e per forza prendeano le fanciulle, i cavalli e le armi di quegli abitanti. Accadde nel gennaio dell'anno presente, come s'ha da una Cronichetta da me data alla luce[1432], che _Gaideriso principe_ di Benevento fu preso e posto in prigione dai suoi parenti, e in luogo suo fu fatto principe _Radelchi_ ossia _Radelgiso II_, figliuolo del già principe Adelgiso. Senza sapersene il perchè, fu il deposto Gaideriso messo in mano dei Franzesi, cioè probabilmente del duca di Spoleti; ma ebbe la fortuna di scappar dalle carceri e di rifugiarsi in Bari, città allora sottoposta ai Greci, i quali onorevolmente il mandarono a Costantinopoli. _Basilio imperadore_, oltre all'averlo benignamente accolto e regalato, il rimandò in Italia con dargli il governo della città d'Oria. Giunse in quest'anno al fin di sua vita _Orso doge_ di Venezia, principe lodatissimo[1433] per la sapienza, pietà ed amor della pace. Sotto di lui s'ingrandì la città di Venezia con essersi fabbricata quella parte, allora isola, che si chiama Dorso duro. Per opera sua furono terminate le controversie vertenti fra i patriarchi di Aquileia e di Grado. Lasciò suo successore il maggiore de' suoi figliuoli appellato _Giovanni_, e già collega suo nel ducato. Questi spedì a Roma Badoario ossia Badoero suo fratello, acciocchè ottenesse da papa Giovanni il contado ossia governo della città di Comacchio. Ma risaputo il suo disegno, _Martino conte_ di quella città gli stette alla posta, e ferito in una gamba il mise in prigione. Poco nondimeno stette a rilasciarlo con esigere da lui una promessa giurata di non fare in alcun tempo vendetta, nè di chiedere risarcimento della ingiuria, nè del danno patito. Tornato che fu Badoario a Venezia, morì di quella ferita, e di qua prese motivo Giovanni doge suo fratello di condurre l'armata sua navale contra di Comacchio, città ch'egli prese a forza d'armi; e quivi come in paese di conquista mise i suoi giudici; e dopo aver danneggiato i Ravennati, siccome consapevoli della prigionia del fratello, se ne ritornò a Venezia. Passava poi somma corrispondenza fra papa Giovanni e la vedova _imperadrice Angilberga_. Ma dacchè _Bosone_ in Provenza e Borgogna si fece re, tali sospetti insorsero contra di questa principessa, allora dimorante in Piacenza nel suo monistero di san Sisto, o piuttosto di Brescia nel monistero di santa Giulia, che _Carlo il Grosso_ fattala prendere, la mandò in Alemagna in esilio. Ora papa Giovanni, allorchè esso Carlo fu in Roma a prendere la corona dell'imperio, s'interessò forte per la di lei liberazione. Ne ebbe la promessa, purchè se ne contentassero i due re di Francia _Lodovico_ e _Carlomanno_. Loro dunque esso papa scrisse nel dì 12 di marzo di quest'anno[1434], con rappresentare che Angilberga era sotto la protezione della Sede apostolica, e raccomandata a lui anche dal fu imperador _Lodovico II_ suo marito, pregandoli perciò di volerla rimettere a Roma, dove tal guardia le metterebbe, che niun soccorso ella potrebbe recare al genero _Bosone_, nè alla figliuola _Ermengarda_, nè in parole nè in fatti. Una lettera circolare parimente scrisse il medesimo papa a tutti gli _arcivescovi, vescovi_ e _conti di Italia_, acciocchè tutti concorressero ad impetrare questa grazia dall'imperadore, e che Angilberga fosse inviata a Roma, con dire: _Nam sicut illud regnum in quo nunc illa sub custodia manet_ (cioè l'Alemagna) _ejus est: ita et istud. Et sicut ibi custoditur, ne aliquod solatium vel consilium dare facereque possit Bosoni; ita et nos eam in tali loco habitare faciemus, quo nihil adversi moliri, nihilque valeat machinari contrarium ad hujus regni et imperii perturbationem._ Intorno a ciò fece egli dipoi altre premure nell'anno seguente all'imperadrice _Riccarda_, moglie dell'Augusto Carlo il Grosso, alla quale ancora si raccomanda colle lagrime agli occhi, per avere i promessi aiuti da esso imperadore, stante il crescere tutto dì la possanza de' Saraceni a Roma, e il mancar poco che per la disperazione i Romani non facciano pace con quegl'Infedeli: pace nondimeno che sarebbe costata tesori.

NOTE:

[1419] Chron. Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital., p. 380.

[1420] Antiq. Ital., Dissert. XXXI.

[1421] Eccard., Rer. Germanic., lib. 31.

[1422] Campi, Istor. Piacent., tom. I, pag. 466.

[1423] Antiq. Ital., Dissert. V.

[1424] Epist. 269 Johannis Papae VIII.

[1425] Antiq. Italic., Dissert. XXXIV p. 49. et seq.

[1426] Epist. 277 Johannis Papae VIII.

[1427] Epist. 271 et 278 Johannis Papae VIII.

[1428] Epist. 304 ejusd.

[1429] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.

[1430] Epist. 216, 241 et 266 Johannis Papae VIII.

[1431] Antiquit. Italic., Dissert. V.

[1432] Erchempertus, Hist., cap. 49.

[1433] Dandul., in Chronic., tom. 12 Rer. Italic.

[1434] Epist. 263, 282 et 298 Johannis Papae VIII.

Anno di CRISTO DCCCLXXXII. Indiz. XV.

MARINO papa 1. CARLO il GROSSO imperad. 2.

Venne a morte in quest'anno _Lodovico II_ re di Germania nel dì 20 di gennaio[1435]. Trovavasi allora l'imperador _Carlo Grasso_ suo fratello in Italia, e vennero volando i corrieri ed ambasciatori non meno del regno germanico che della Lorena, invitandolo a quella pingue eredità, ed insieme a soccorrere il popolo cristiano in quelle parti, giacchè le fiere ed inumane squadre de' Normanni facevano quivi stragi e ruberie incredibili, e peggio erano per fare, udita che avessero la morte del re. In fatti riuscì loro in questi tempi di devastare i contorni del Reno a Coblentz, di prendere e dare alle fiamme le nobili città di Treveri e Colonia, e non pochi insigni monisteri. Noi troviamo questo imperadore nel dì 15 di febbraio dell'anno presente in Ravenna, dove pubblicò un insigne suo diploma[1436] in favor delle Chiese. Di là portossi il suddetto Augusto in Baviera, e poscia ito a Vormazia, tenne quivi nel mese di maggio la gran dieta del regno, dove da tutta la Germania e dalla parte della Lorena antica, a lui spettante, fu riconosciuto per loro signore e sovrano. E perciocchè egli era dianzi padrone e re dell'Alemagna, e re d'Italia, e imperador de' Romani, unita in lui una sì vasta estensione di stati, parve che un sì potente monarca facesse sperare al pubblico delle segnalate imprese. Ma l'esito fu ben diverso dalle speranze. Sul principio d'agosto anche _Lodovico_ re di Francia fu rapito dalla morte, e ne' suoi stati succedette il re _Carlomanno_ suo fratello. Aveva esso Carlomanno tenuta fin qui stretta d'assedio la città di Vienna del Delfinato. Fu essa in quest'anno obbligata a rendersi per capitolazione, il cui primo articolo fu, che la regina _Ermengarda_ moglie del re Bosone, gloriosa per aver difesa quella città quasi due anni, resterebbe in libertà di andar colla figliuola dovunque a lei piacesse. Fu essa pertanto condotta ad Autun, dove comandava Ricardo, fratello del re suo consorte. Nè si ha da omettere che in questo anno ancora fu rimessa in libertà la vedova imperadrice _Angilberga_, madre di essa Ermengarda: tante furono in favore di lei le istanze di _papa Giovanni_. Così parlano di Carlo Augusto gli Annali bertiniani[1437], con terminare appunto il loro racconto in quest'anno: _Engilbergam vero Ludovici Italiae regis uxorem, quam imperator in Alemanniam transduxerat, per Leudoardum vercellensem episcopum_ (arcicancelliere e consiglier d'esso Augusto) _Johanni papae, sicut petierat, Romam remisit_. È scritta a Suppone glorioso conte una lettera di papa Giovanni[1438], in cui lo avvisa di venirgli incontro al monte Cinisio, con pregarlo ancora di condur seco _Ansperto arcivescovo_ di Milano, _Vibodo vescovo_ di Parma, e l'imperadrice _Angilberga_, per trattare di gravi affari. Fece credere questa lettera al cardinal Baronio[1439], al Puricelli[1440] e ad altri, ch'esso pontefice meditasse in quest'anno di passare in Francia, ma che restasse interrotto dalla morte sua questo disegno. Nè s'avvide il dottissimo porporato che quella epistola è fuor di sito, ed appartiene all'anno 878, in cui papa Giovanni VIII non andava in Francia, ma di Francia ritornava in Italia _per Clusas montis Cinisii_, come s'ha dagli Annali bertiniani[1441]. E perchè _Suppone conte_, siccome osservammo all'anno suddetto, non andò punto ad incontrarlo, se ne lamentò con lui esso pontefice in una lettera[1442]. Nè Angilberga Augusta era in questi tempi in Lombardia, nè in istato da potere portarsi all'Alpi della Savoia. Oltre di che, in essa lettera chiaramente dice il papa, _ad Gallias properantes venimus, ut pacis atque unitatis vinculo regum corda connecteremus_. Sicchè il papa era ito in Francia, nè, come si pretende, pensava d'andarvi. Pare eziandio che all'anno presente piuttosto che all'antecedente si debba riferire la epistola[1443] scritta da esso pontefice a Carlo imperadore nel dì 11 di novembre, in cui gli dice d'avere con giubilo inteso che esso Augusto, _postpositis ceteris, iter vestrum in Italiam recto tramite ordinatum habeatis. Et ut utinam non solum Papiae, verum etiam propius essetis, necessitas maxima deposcit_; e ciò perchè gli stati della Chiesa romana erano più che mai involti nelle miserie per cagion de' nemici Saraceni, e di _Guido duca_ di Spoleti, del quale parla nelle seguenti parole: _Ceterum de Guidone Rabia, invasore scilicet et rapaci, vestra gloria subveniat; et cum de finibus nostris, ut aliquantulum populus noster relevari valeat, ejicere modis omnibus jubeatis_. Questo _Guido Rabbia_ altri non è che Guido duca di Spoleti, onorato di questo titolo dal papa per le sue continue insolenze. Da un'altra lettera[1444] del medesimo papa scritta allo stesso imperadore ricaviamo, che esso Augusto volea trovarsi in Ravenna nel dì della Purificazione della beata Vergine, per abboccarsi col papa, il quale bramava che almen quattro giorni prima Carlo si portasse colà, con prendere seco _Suppone glorioso conte e Fedele comune_. Non iscommetterei che questa lettera fosse dell'anno presente. Giudico bensì scritta in esso un'altra[1445], nella quale papa Giovanni fa intendere al suddetto Carlo Augusto d'essersi portato a Fano città della Pentapoli, e che v'era giunto anche _Adalardo_ vescovo di Verona _secundum vestrae delegationis jussum, et ibi praefati Widonis, et satellitum ejus, qui nostra violenter tulerunt ac retinuerunt, praesentiam praestolati sumus, quatenus vel inde omnis emendationis et justitiae coepto initio per ceteras urbes, de omnibus juxta clementiae vestrae decretum, recipiendo coram legato vestro justitias pariter proficisceremur._ Ma Guido furbescamente sempre si guardò dal comparire. Adalardo andò bensì _per ipsas civitates, quae illorum gravamine opprimuntur,_ nella Pentapoli; ma a nulla giovò: il perchè prega l'imperadore di venir egli in persona: altrimenti non si può sperar riparo ai danni inferiti da Guido, e da' suoi aderenti e sgherri alle città di san Pietro. Anche di qui, siccome il padre Pagi[1446] osservò, si raccoglie tuttavia in vigore la sovranità ed autorità di questo imperadore negli stati della Chiesa. Ma si dee anche osservare che la Pentapoli era allora del dominio dei papi. Noi non tarderemo a vedere che il duca _Guido_ non andò esente dal gastigo ch'egli si meritava.

Deesi qui parimenti far menzione di un'altra lettera[1447] scritta dal medesimo papa ad _Anselmo arcivescovo_ di Milano, in cui racconta i suoi guai. _Nos enim in hac terra tam Paganorum, quam malignantium Christianorum tanta persecutione patimur, ut has verbis explicare non valeamus. Inter innumeras rapinas, depredationes, et mala quam plurima, ad augmentum doloris nostri quidam sceleratus Longobardus nomine, homo Widonis marchionis, octoginta tres homines cepit; manibus singulis detruncatis apud narniensem civitatem, plures ex tali sunt incisione sine mora peremti._ Ci fa intanto conoscere questa lettera che già avea terminata la carriera di sua vita _Ansperto arcivescovo_ di Milano, già tornato in grazia del papa, e che gli era succeduto _Anselmo_. Leggesi presso il Puricelli[1448] e nella Italia sacra dell'Ughelli[1449] l'epitaffio, tuttavia esistente in marmo, dell'arcivescovo _Ansperto_, la cui morte ivi si dice accaduta _anno Incarnationis dominicae octingentesimo octogesimo secundo, septimo idus decembris, Indictione XV_. Però il Puricelli mette francamente la sua morte nell'anno presente 882. Un grande imbroglio veramente per la cronologia di questi tempi si è l'uso vario delle _indizioni_, che la maggior parte mutava nel settembre, quando altri davano principio alle medesime solamente nel principio dell'anno. Similmente ne' susseguenti secoli alcuno cominciava l'anno nostro volgare non già nel primo dì di gennaio, ma nel marzo dell'anno precedente, chiamato _ab Incarnatione_; il che specialmente fu in uso presso i Pisani. Altri, come i Fiorentini, davano principio all'anno _ab Incarnatione_ nel marzo seguente del nostro anno volgare. Altri in fine, non dalla circoncisione, ma dal Natale precedente cominciavano l'anno. Ora certo è che l'_indizione XV_ del suddetto epitaffio ebbe principio nel settembre dell'anno 881, e l'altro _ottocentesimo ottantesimo secondo_ quivi enunziato non è secondo l'epoca nostra volgare, ma secondo il rito pisano, cioè, secondo noi, altro non è che l'anno 881 di Cristo: il che fu dottamente avvertito anche dal Sassi[1450]. Imperocchè è fuor di dubbio che non già nell'anno 882, come credettero il Calchi, il Puricelli, l'Ughelli, ed altri, ma bensì nell'anno precedente 881 dovette dar fine a' suoi giorni l'arcivescovo _Ansperto_. La sopraccitata lettera di papa Giovanni fu scritta ad _Anselmo_ nuovo arcivescovo di Milano nel mese d'agosto di quest'anno 882. Adunque non può esser mancato di vita _Ansperto_ nel dì 13 di dicembre di questo medesimo anno. Quel poi che finisce di chiarir questa verità, è la morte di papa Giovanni, succeduta nel dì 15 o 16 dello stesso mese di dicembre dell'anno presente. Come dunque può aver esso pontefice scritto ad _Anselmo_ successore d'Ansperto, e già consecrato arcivescovo, quando non si metta la morte d'esso Ansperto nel dicembre dell'anno precedente 881? Nè si dee tacere, dirsi nell'epitaffio dello stesso Ansperto:

MOENIA SOLLICITUS COMMISSAE REDDIDIT VRBI DIRUTA. RESTITVIT DE STILICONE DOMVM.

Di qui possiam conghietturare che questo arcivescovo avesse anche il governo politico di Milano, e che perciò egli rifece le mura diroccate di quella città. Così cominciarono i vescovi di Lombardia a procacciarsi il governo e dominio delle città, e i loro voti a fruttare nelle elezioni dei re d'Italia, e spezialmente allorchè ci era più d'un pretendente. Gli arcivescovi di Milano, che erano i capi in tali congiunture, seppero ben profittarne, e ne aveano anche l'esempio de' romani pontefici. Ha già inteso il lettore il tempo in cui papa _Giovanni VIII_, pontefice infaticabile, e di molta finezza negli affari politici, di non minor forza nel governo ecclesiastico, ma vivuto in tempi ben infelici, e sempre in mezzo alle burrasche. Anzi, se vogliam prestar fede alla continuazion degli Annali fuldensi, pubblicata dal Freero, quanto fosse il mondo cattivo, lo provò egli più degli altri, perchè non naturale fu la morte sua. _Romae_ (dice quell'autore con parole molto imbrogliate[1451]) _praesul apostolicae sedis Johannes prius de propinquo suo veneno potatus; deinde quum ab illo, simulque aliis suae iniquitatis consortibus, longius victurus putatus est, quam eorum satisfactum esset cupiditati, qui tam thesaurum suum, quam culmen episcopatus rapere anhelabant, malleolo, dum usque in cerebro constabat, percussus exspiravit. Sed etiam ipse constructor malae factionis, concrepante turba, stupefactus, a nullo laesus nec vulneratus, mortuus (non mora) apparuit._ Non mancavano dei nemici in Roma stessa a questo papa, e s'è veduto come egli fra essi contava _Formoso vescovo_ di Porto, Gregorio nomenclatore, Giorgio di lui genero, Stefano secondicerio, ed altri, de' quali esso pontefice parla in una lettera[1452] che fu letta nel concilio pontigonense dell'anno 876. Era ben potente anche la fazione di questi. Ma quel che è più da deplorare, dopo la morte di questo pontefice, il quale niuna diligenza ommise per difendere e salvar Roma in mezzo ai guai che correvano allora, andò Roma, anzi l'Italia tutta peggiorando da lì innanzi, sino a trovarsi fra poco in uno stato di confusion mirabile, e massimamente nel secolo susseguente, siccome vedremo. Successore di papa Giovanni fu _Marino_, che dagli Annali suddetti vien chiamato _arcidiacono della Chiesa romana_, ma dagli Annali lambeciani (e pare ancora da una lettera di _papa Stefano_ suo successore) si vede nominato _vescovo_, benchè non si sappia di qual sede. Era personaggio di gran credito, adoperato dai precedenti papi in cospicue legazioni, e a visiera calata opposto a _Fozio patriarca_ di Costantinopoli; perlochè _Basilio imperadore_ de' Greci nol volle poi riconoscere per papa, e sparlò forte di lui. Nella elezione e consecrazione sua non si sa che punto entrasse l'imperador _Carlo il Grosso_.

Durante quest'anno _Sigifredo_ e _Godifredo_ re, oppure generali de' Normanni, con una straordinaria moltitudine di que' corsari e masnadieri, venuti tutti dai contorni del mar Baltico, inondarono la bassa Germania, commettendo dappertutto immensi mali[1453]. Carlo imperadore, affin di reprimere quella diabolica nazione, raunato un potentissimo esercito di Longobardi, Bavari, Alemanni, Turingi, Sassoni e Frisoni, marciò contra di loro, ed assediò que' due generali in una loro fortezza. Se si ha a credere al continuator lambeciano degli Annali di Fulda, erano que' Barbari ridotti alla disperazione, mirando imminente la morte al vicino assalto de' Cristiani, quando eccoti _quidam ex consiliariis Augusti Liutovaldus_, _pseudo-episcopus_, _ceteris consiliariis_, _qui patri imperatoris assistere solebant, ignorantibus, juncto sibi Wicberto comite fraudolentissimo, imperatorem adiit, et ab expugnatione hostium pecunia corruptus deduxit, atque Gothefridum ducem illorum imperatori praesentavit. Quem imperator more achabico quasi amicum suscepit, et cum eo pacem fecit._ Seguita poi a dire, che non ostante l'essere stati burlati da esso Gotifredo i soldati dell'imperadore, pure esso Augusto il tenne al sacro fronte, giacchè costui si esibì di farsi cristiano, e gli concedette il governo della Frisia, con obbligarsi a pagargli una specie di tributo da lì innanzi. Ma questo autore par bene che si lasciasse sovvertir dalla passione, o dalle dicerie del volgo, e che non sussistano tutte le particolarità del suo racconto. _Liutvardo_, dipinto qui con colori assai neri, fu vero vescovo di Vercelli, e si trova lodato in una sua lettera[1454] da papa Giovanni VIII, e negli Annali di Metz[1455]; nè v'ha apparenza alcuna ch'egli si lasciasse corrompere da danari. Raccontano poi gli Annali pubblicati dal Freero molto diversamente l'affare: cioè che un fierissimo temporale e la peste entrata nell'armata imperiale sconcertarono tutte le misure dell'imperadore. Però si venne ad una capitolazione. _Sigefredo_ (ma dovea dir _Gotifredo_) si fece cristiano, e ben regalato si ritirò in Frisia. Aggiugne Reginone che gli fu anche promessa in moglie _Gisla_ figliuola del fu re _Lottario_; e che _Sigefredo_, cioè l'altro generale, comperato col dono di un'immensa somma d'oro e d'argento, promise d'uscire del regno della Lorena; e in fatti se ne andò. Comunque nondimeno passasse un'impresa tale, che sul principio promettea mari e monti; certo è che da tutti per l'Augusto Carlo riputata fu una pace sì fatta al maggior segno vergognosa ed egli restò in concetto di principe dappoco e vile: concetto che in fine produsse la sua rovina. Non vo' io lasciar passare questo anno senza riferire un fatto, di cui fa menzione il solo Leone ostiense[1456]. Cioè che _Pandonolfo conte_ ossia principe di Capoa pregò il papa di voler sottoporre al suo dominio la città di Gaeta, perchè i Gaetani allora servivano solamente al romano pontefice. Il che come fosse, non ben s'intende, perchè Gaeta avea il principe proprio, e lo stesso Ostiense altrove riconosce quella città per indipendente. Ottenne Pandonolfo quanto chiedea, e cominciò a strignere quella città. Ma _Docibile duca_ di Gaeta non volendo sofferir questo scorno, mandò a chiamare i Saraceni abitanti in Agropoli, che vennero con un gran rinforzo a trovarlo. Pentito allora il papa del passo fatto, tanto si adoperò con buone parole e promesse, che Docibile, rotta la lega, cominciò con que' Barbari la guerra, in cui perirono assaissimi Gaetani. Si venne poscia ad un accordo, e Docibile assegnò a que' Barbari per loro abitazione un sito presso il fiume Garigliano, dove poi si fermarono per quasi quarant'anni colla desolazion di tutti i contorni. Crede il cardinal Baronio succeduto ciò nell'anno 879, ma non è ben certo. Leone ostiense narra questo fatto dopo la morte di _Guaiferio_ principe di Salerno, accaduta nell'anno 880. Può perciò essere che appartenga ai tempi di Giovanni VIII papa. L'Anonimo salernitano[1457] scrive che _Atanasio II_ vescovo e duca di Napoli, per liberarsi dalla scomunica che contra di lui esso _papa Giovanni_ avea fulminata nell'anno 881, unitosi con _Guaimario principe_ di Salerno e coi Capoani, cacciò i Mori da Agropoli, e che costoro uniti si ritirarono al Garigliano, _et ibidem prolixa tempora nimium morarunt, et undique Capuam, Beneventum, Salernum, Neapolim affligebant. Sed Athanasius ad solitam vergens fallaciam, cum Agarenis pacem iniens, Salernitanorum fines fortiter affligebat._ Però il racconto di Leone ostiense si può dubitare se sia in tutto ben fondato. In quest'anno poi, secondo la relazione della Cronica di Volturno[1458], fu preso e dato alle fiamme dai Saraceni l'insigne monistero di san Vincenzo di Volturno, uccisi quei monaci, i quali aspettarono a piè fermo que' nemici del nome cristiano. Restò poi trentatrè anni derelitto e covile solamente di fiere quel sacro luogo. Tuttavia scrivendo quello storico, essere accaduto questo terribil guasto al monistero suddetto _XIII kalendas novembris, feria tertia,_ queste note disegnano l'anno precedente 881, e non già il presente.

NOTE:

[1435] Annal. Francor. Fuldenses. Hermann. Contractus, in Chron. Regino, in Chron.

[1436] Antiquit. Ital., Dissert. XV, p. 869.

[1437] Annales Franc. Bertiniani.

[1438] Epist. 307 Johannis Papae VIII.

[1439] Baron., Annales Eccl.

[1440] Puricellius, Monum. Eccl. Ambrosian.

[1441] Annal. Francor. Bertiniani.

[1442] Epist. 130 Johannis Papae VIII.

[1443] Epist. 279 Johannis Papae VIII.

[1444] Epist. 286 ejusd.

[1445] Epist. 293 ejusd.

[1446] Pagius ad Annal. Baron.

[1447] Epist. 199 Johannis Papae VIII.

[1448] Puricellius, Monument. Basil. Ambrosian.

[1449] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4.

[1450] Saxius, in Not. ad Regn. Ital. Sigonii.

[1451] Annal. Fuldens. Freheri.

[1452] Epist. 319 Johannis Papae VIII.