Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 71

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Restò finalmente vinto dalle gravi sue infermità _Carlomanno_ re di Baviera e d'Italia. Secondo gli Annali di Fulda[1391], seguì la sua morte nel dì 22 di marzo. Leggesi appresso Reginone[1392] un elogio che cel rappresenta dotato di molte insigni qualità e virtù. Niuna prole legittima lasciò egli dopo di sè. Vi restò un solo figliuolo giovane di bellissimo aspetto, a lui partorito da Ludsvinda sua concubina, appellato _Arnolfo_, di cui avremo a parlar più d'un poco. All'avviso della morte del fratello, non fu pigro _Lodovico II_ re di Germania a correre in Baviera, dove, raunati tutti i baroni di quel regno, senza difficoltà tutti a lui si sottomisero. Contentossi egli che il bastardo Arnolfo ritenesse la Carintia, giacchè gliel'avea conceduta il padre. Trovasi il re _Carlo Grasso_ in Pavia nel mese di aprile del presente anno, e non già del susseguente, come pensò il Puricelli[1393], ciò costando da due suoi diplomi in favore del monistero ambrosiano, dati _anno regni in Italia primo_. Nel mese di giugno i figliuoli di Carlo Calvo Augusto, cioè _Lodovico_ e _Carlomanno_, i quali divisero in quest'anno il regno della Francia ossia della Gallia fra loro, camminarono ben d'accordo, e tennero un congresso nella villa di Gundolfo, a cui intervenne il re Carlo il Grosso, colà portatosi dall'Italia. Non vi potè essere il re Lodovico suo fratello, perchè impedito da malattia. Quivi spezialmente si trattò delle maniere di abbattere _Bosone_ usurpatore della Borgogna e Provenza. Unitamente poi nel mese di luglio mossero l'armi contra di lui; gli tolsero la città di Mascon, e passati sotto Vienna del Delfinato, vi misero l'assedio. Dentro v'era con un buon presidio _Ermengarda_, moglie del re Bosone, che fece una gagliarda difesa per grandissimo tempo. Ma il re _Carlo Grasso_ si fermò poco a quella impresa, chiamato da' suoi affari in Italia. Ch'egli fosse in Piacenza nel dì 23 di aprile dell'anno presente apparisce da un suo diploma, da me dato alla luce[1394], ma senza aver allora avvertito che ivi il sigillo è di _Carlo imperadore_; il che non può stare, perchè egli era solamente re, e contava l'_anno I del regno d'Italia_. In esso diploma conferma i beni alla vedova imperadrice _Angilberga_. Abbiamo una lettera da papa Giovanni a lui scritta[1395], in cui gli ricorda d'averlo chiamato in Italia per l'utilità ed esaltazione della santa Sede apostolica, _ad culmen imperii, Deo propitio, volentes vos perducere_. Aggiugne, che pel grande amore che gli portava, _ad vos Ravennam pervenimus_: cosa non mai praticata da' suoi antecessori, per isperanza di domar col suo braccio i nemici della Chiesa: _Sed quia de his omnibus nihil apud magnitudinem vestram, ut volebamus, peregimus: revertentes prioribus pejora reperimus._ Perciò il prega di spedire a Roma i suoi ambasciatori, per concertar con essi i patti e privilegii della Chiesa romana, prima che egli colà si porti in persona. Questa lettera nel registro vien riferita sotto il precedente anno 879. Piuttosto nel presente credo io seguito fra loro un tale abboccamento. Anche il Dandolo[1396] scrive d'esso re Carlo: _Hic primo anno regni sui Ravennae existens, foedus inter Venetos et subjectos suos italici regni per quinquennium renovavit._ Nel luglio poi di quest'anno un'altra lettera si legge scritta dal medesimo papa ad esso re Carlo, dove il loda per le sue buone intenzioni di accorrere in aiuto della Chiesa romana, afflitta allora più che mai dai Saraceni e da varii cattivi cristiani. Il prega di non prestar orecchio ai nemici dello stesso papa, con aggiugnere ch'egli s'era portato ad una certa corte, così esortato da _Vibodo vescovo_ di Parma per parlare con _Guido conte figliuolo di Lamberto_; ma che questi lo avea burlato col non venire. E perchè il re Carlo temeva che il papa seguitasse a proteggere Bosone negli stati usurpati, papa Giovanni protesta di averlo abbandonato, dopo la tirannia praticata contro la casa reale di Francia, e di voler tenere solamente il re Carlo in luogo di figlio. Così questo politico papa andava navigando secondo i venti, e mutando giri ed idee. Dice in fine: _Pro justitiis autem faciendis sanctae romanae Ecclesiae, ut idoneos et fideles viros e latere vestro nobis de praesenti dirigatis, obnixe deposcimus, qui nobis pariter cum missis nostris proficiscentibus, de omnibus justitiam plenissimam faciant, et vestra regali auctoritate male agentes corrigant et emendent_: cioè, come io credo, ne' confini dei ducati di Spoleti e di Toscana. La menzione poi fatta qui di _Guido conte_ ossia duca di Spoleti, ci fa sufficientemente comprendere che o in questo o nel precedente anno fosse già mancato di vita _Lamberto_, veduto da noi in addietro duca di quella contrada, e scomunicato dal papa. Camillo Pellegrino[1397] credette questo _Guido_ figliuolo di _Guido_ seniore, parimente duca di Spoleti. In fatti sì da Erchemperto[1398] che dall'Anonimo salernitano[1399] viene nominato _Guido filius Guidonis senioris_. Altrove lo stesso Erchemperto scrive: _Defuncto autem Lamberto filio Guidonis senioris, filio suo_ (senza dargli il nome) _Spoletum reliquit. Quo etiam decedente, Guido junior, Spoletum et Camerinum suscipiens, cum Saracenis in Sepino castrametatus pacem fecit, obsidibus datis._ Dalle quali parole intendiamo, che morto Lamberto, un suo figliuolo gli succedette nel governo di Spoleti. E, questo parimenti mancato di vita, _Guido_, che dianzi era duca di Camerino, ottenne anche il ducato di Spoleti, e signoreggiò in ambedue que' ducati. Ma non si può fallare, credendo che _Lamberto_ lasciasse un figliuolo appellato _Guido_, dacchè sopra ciò chiara è la testimonianza dell'epistola di papa Giovanni.

Tre _Guidi_ duchi di Spoleti riconosce il conte Campelli[1400], diversamente da quel che fece Camillo Pellegrino. E non senza fondamento. In una sua lettera dell'anno 882[1401] papa Giovanni scrive a Carlo il Grosso imperadore: _De omnibus immobilibus rebus territorii sancti Petri, quas nobis Ravennae consistentibus, in praesentia serenitatis vestrae UTERQUE WIDO MARCHIO pro reinvestitione reddidit, nec unum recepimus locum_. Adunque nel tempo, in cui era seguito il congresso di Ravenna, cioè nel presente anno 880, i due ducati di Spoleti erano governati da due _Guidi_, l'uno de' quali sarà stato figliuolo di Lamberto, e l'altro fratello. Il figliuolo di Lamberto, secondo l'attestato d'Erchemperto, poco dappoi morì; e per conseguente _Guido_ figliuolo di _Guido_, e fratello di _Lamberto_, quegli sarà stato che fra pochi anni vedremo re d'Italia ed imperador de' Romani. Abbiamo un'altra lettera di papa Giovanni[1402] al re _Carlo Grasso_, scritta nel dì 10 di settembre del presente anno, da cui risulta che si aspettava l'arrivo di lui a Roma; e il papa, dopo aver fatte nuove istanze per la spedizione di un legato dalla parte d'esso re, che prevenisse la di lui venuta affine di concertar le cose, passa a dolersi, perchè partitosi da Pavia, sia venuto nel territorio di Roma Giorgio nomenclatore, uomo già scomunicato, con un uomo di _Guido duca_; e quasi assicurato dall'autorità del medesimo re Carlo, si sia messo in possesso de' beni allodiali, _quae ad jus sanctae romanae Ecclesiae (Carolo divae memoriae patruo vestro concedente) legaliter pervenerunt_. Se erano que' beni, come pare che non s'abbia a dubitare, nel ducato romano, vegniamo a conoscere che gl'imperadori doveano ritenere il fisco in Roma in questi tempi, giacchè que' beni confiscati al suddetto Giorgio gli avea _Carlo Calvo_ conceduti al papa. In un'altra lettera[1403] il pontefice fa sapere allo stesso re Carlo il Grosso, che l'armata navale de' Greci ha sconfitta la saracinesca, ma che non lasciano i Saraceni di fieramente infestare i contorni stessi di Roma, di modo che non osava la gente di uscir fuori di quella città. Questa vittoria i Greci la riportarono nel mare di Napoli, ciò costando da un'altra lettera di esso papa[1404], contenente le congratulazioni sue a Gregorio generale di Basilio imperador de' Greci, a Teofilatto ammiraglio, e a Diogene conte, a' quali forte eziandio si raccomanda, perchè vengano con alquante navi nella spiaggia romana per dare addosso ai Saraceni, inumani divoratori di quella contrada. Finalmente crede il padre Pagi[1405] con altri che nel dicembre di questo anno s'incamminasse il re Carlo il Grosso a Roma, e nel giorno santo del Natale del Signore, secondochè attestano gli Annali bertiniani[1406], ricevesse dalle mani di papa Giovanni la corona imperiale, cioè fosse creato imperador de' Romani. Perchè Reginone[1407], Sigeberto[1408], Ermanno Contratto[1409] ed altri antichi storici seguitano l'epoca incominciante l'anno nuovo dalla _natività_ del Signore, perciò si crede che registrassero la di lui coronazione cesarea nell'anno 881; al che non facendo mente il cardinal Baronio[1410] ed altri, sino al Natale dell'881 differirono l'assunzione di questo principe alla dignità imperiale, ed evidentemente s'ingannarono. Imperocchè la lettera di papa Giovanni[1411] a lui scritta _IV kalendas aprilis, Indictione XIV_, cioè nel marzo dell'881, fa conoscere chiaramente ch'egli non aspettò al Natale di quell'anno a portare il titolo d'imperadore. Concorrono a confermar questa verità varii diplomi, da me posti in luce nelle Antichità italiche[1412], da' quali risulta che molti mesi prima del Natale dell'anno 881 questo principe contava nei suoi diplomi l'_anno primo_ del suo imperio. Per altro ho io proposto varii dubbii intorno all'asserzione de' suddetti Annali bertiniani, i quali soli ci fan credere coronato imperadore Carlo Grasso nel dì 25 di dicembre dell'anno presente, potendosi piuttosto giudicare che la coronazione sua in Roma seguisse ne' due primi mesi dell'anno 881, siccome può vedersi nelle mie Dissertazioni[1413]. E qui si vuol rammentare un diploma d'esso Carlo Grasso re, e non peranche imperadore, dato, se ne crediamo a Pier-Maria Campi[1414], _V kalendas januarii, anno incarnationis dominicae DCCCLXXXI, Indictione XIV, anno vero regni domni Karoli regis in Francia V, in Italia II. Actum Placentiae_. Qualora sussistano le note di questo documento, scritto, secondo noi, nel dì 28 di dicembre dell'anno presente 880, chiamato ivi 881 secondo l'era cristiana, allora usata da molti, che principiava l'anno nuovo al Natale, (e debbono sussistere, perchè altro simile documento ho io rapportato nella Dissertazione ottava delle Antichità italiche), noi abbiam quasi decisa questa controversia. Aggiungo, aver io dato fuori un altro simile diploma nella Dissertazione quarantesima prima, da me veduto originale nell'insigne monistero delle sacre vergini di santa Giulia di Brescia, dato _IV kalendas januarii, Indictione XIV, anno vero regni Caroli regis in Francia V, in Italia II. Actum in Placentia_, cioè nel dì 29 di dicembre di quest'anno, anch'esso comprovante che nel dì di Natale d'esso anno Carlo Grasso non fu in Roma, nè ricevette la corona imperiale. Adunque avendo noi sufficienti pruove per credere dubbiosa od erronea l'asserzion degli Annali bertiniani, resta da vedere se sia verisimile l'opinion dell'Eccardo[1415], il qual tenne celebrata la coronazione imperiale di Carlo Grasso in Roma nel sacro giorno dell'Epifania dell'anno seguente 881. In un decreto di _Cadoldo_ già monaco d'Augia, e poi vescovo di Novara, pubblicato dal padre Mabillone[1416], viene ordinato ai monaci del monistero d'Augia di fare ogni anno con celebrazione di messe e recitamento di salmi l'anniversario della consecrazione di _Carlo serenissimo terzo imperadore augusto_, allora vivente. _Et haec commemoratio fiat in die consecrationis suae, idest Epiphaniarum die_. Aggiugne esso Eccardo un diploma del medesimo Augusto, dato nell'anno 885, in cui ordina anch'egli che si facciano orazioni _in annuali consecrationis suae die, hoc est, Epiphania Domini_. Il suddetto _Cadoldo_, non conosciuto dall'Ughelli nella Italia sacra, avea per fratello _Liutuardo vescovo_ di Vercelli e arcicancelliere di esso imperadore Carlo, che era l'arbitro di tutta la corte. Contuttociò il padre Affarosi[1417] cita una pergamena scritta in Reggio, _regnante domno Karolo rex hic in Italia II, die IV mensis martii, Indictione XIV_, cioè nell'anno seguente. Adunque nel dì 4 di marzo del venturo anno non peranche si sapeva in Reggio la coronazione romana imperiale di questo principe. Tralascio come scorretto uno strumento pisano dell'anno 885, in cui nel dì 24 di maggio correva l'_indizione prima_, e l'_anno secondo dell'imperio_ di questo Augusto. Intanto sembra doversi credere che la consecrazione del dì dell'Epifania riguardi quella del regno d'Italia, e non già il principio dell'epoca dell'imperio. E se Carlo il Grosso si trovava in Piacenza nel dì 29 di dicembre dell'anno presente, come potè egli mai colla sua corte essere in Roma nel dì 6 di gennaio del seguente anno? Ma questi imbrogli di cronologia procedono da documenti sospetti, oppur disattentamente copiati; e però non si sa dove fermare il piede. Tuttavia se non è certo il dì, pare almen certo l'anno in cui seguì la coronazione romana di questo principe; e però comincerò io a contar l'_anno primo_ del suo imperio nell'anno seguente. _Guaiferio_, stato finora principe di Salerno[1418], in quest'anno per la sua disperata salute determinò di farsi monaco in monte Casino. Nel portarsi colà, morì per strada, e fu seppellito in Tiano. _Guaimario_ suo figliuolo gli succedette nel principato.

NOTE:

[1391] Annal. Franc. Fuldenses.

[1392] Regino, in Chronico.

[1393] Puricellius, Monument. Basil. Ambrosian., pag. 228.

[1394] Antiquit. Ital., Dissert. XI, pag. 559.

[1395] Epist. 216 Johann. Papae VIII.

[1396] Dandalus, in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[1397] Peregrin., Hist. Princip. Langob.

[1398] Erchempertus, Hist., cap. 58 et 79.

[1399] Anonym. Salernit., Paralip., c. 135.

[1400] Campelli, Ist. di Spoleti, lib. 18.

[1401] Epist. 293 Johann. Papae VIII.

[1402] Epist. 252 Johannis Papae VIII.

[1403] Epist. 255 ejusd.

[1404] Epist. 240 ejusd.

[1405] Pagius, ad Annales Baron.

[1406] Annal. Franc. Bertiniani.

[1407] Regino, in Chronic.

[1408] Sigebertus, in Chronico.

[1409] Hermann. Contractus, in Chronic.

[1410] Baron., Annales Ecclesiast.

[1411] Epist. 249 Johann. Papae VIII.

[1412] Antiquit. Ital., Dissert. VIII et XLI.

[1413] Antiq. Ital., Dissert. VIII et XLI.

[1414] Campi, Ist. Piacent., tom. 1, pag. 467.

[1415] Eccardus, Rer. Franciar., lib. 31.

[1416] Mabillon., Anecdot., p. 427, edit. in fol.

[1417] Affarosi, Istor. del Monistero di Reggio, Part. I.

[1418] Erchemp., cap. 48. Anonym. Salern., Paralip., cap. 130.

Anno di CRISTO DCCCLXXXI. Indiz. XIV.

GIOVANNI VIII papa 10. CARLO il GROSSO imperad. 1.

Per le ragioni di sopra addotte, tengo io per fermo che _Carlo il Grosso_ conseguisse, non già nell'anno addietro, ma bensì nel presente da papa Giovanni la dignità e titolo d'imperador de' Romani. Nella Cronica farfense[1419] da me pubblicata si legge un diploma di esso Carlo Grasso, confuso da quello storico con Carlo Magno, dato _IV kalendas martii, anno, Cristo propitio, imperii domni Karoli praepotentis Augusti unctionis suae primo, Indictione XIV. Actum Aquis palatio_. Se, come dissi ivi in un'annotazione, col nome di _Aquis_ s'intendesse _Aquisgrana_, non potrebbe stare che allora questo Augusto si trovasse in quel luogo. E che neppure quivi si parli della città d'_Acqui_ nel Monferrato, lo deduco io da un bellissimo placito che originale si conserva nell'archivio de' canonici d'Arezzo, e fu da me pubblicato[1420] altrove. Da esso apparisce che _Carlo il Grosso_ si trovava in Siena, assistente al medesimo placito, _anno imperii idem domni Karoli primo, mense martio, Indictione quartadecima_, cioè nel marzo dell'anno presente, nel tornare ch'egli faceva dalla coronazione romana. Adunque non potè egli sul fine di febbraio trovarsi nel Monferrato, come pretese a quest'anno l'Eccardo[1421]. Non s'accorda questo documento col pisano riferito di sopra, e quando questo sussista, parrebbe che nel febbraio o nel principio di marzo accadesse la coronazione romana di Carlo il Grosso. Veggasi ancora un altro diploma all'anno 896 qui sotto, dove s'incontra un _Aquis_, che era forse una corte posta nel contado di Verona. Intanto l'Augusto Carlo in vece di procedere coll'armi sue, siccome il papa desiderava e sperava, alla difesa del ducato romano, troppo malmenato dai Saraceni, noi il miriam ritornato in Lombardia a prendersi il fresco. Da un suo diploma[1422] presso il Campi si scorge ch'egli era ritornato a Pavia _V idus aprilis, anno Incarnationis dominicae DCCCLXXXI, Indictione XIV, anno imperii primo_. Un altro da me dato alla luce[1423] cel fa vedere _V kalendas maji anno Incarnationis dominicae DCCCLXXXI, Indictione XIV, anno vero imperii ejus II_ (sarà scritto nell'originale _anno I_). In esso dic'egli, Berengarium ducem (del Friuli), _et affinitate nobis conjunctum_ (perchè figliuolo di _Gisla_ sua zia paterna) _nostram deprecasse clementiam, quatenus cuidam capellano suo, Petrum nomine, concederemus quasdam res massaricias_, ec. Non si sa che questo Augusto attendesse nell'anno presente ad impresa alcuna. Abbiamo bensì una lettera a lui scritta nel dì 29 di marzo[1424], nella presente _Indizione XIV_, da _papa Giovanni_, in cui gli rappresenta i gravissimi guai patiti allora dai Romani per cagion dei Saraceni, guai che andavano ogni dì più crescendo, e però lo scongiura di spedire, secondochè avea promesso, in loro aiuto un forte esercito, alla cui testa sia un generale mandato dalla corte sua: segno che il papa non si fidava dei duchi di Spoleti e Toscana. Ma non apparisce che Carlo il Grosso se ne prendesse gran pensiero, nè che inviasse gente a soccorrere l'afflitta Roma. Due diplomi d'esso Augusto nel dì 4 di dicembre in Milano, si leggono nelle mie Antichità italiche[1425]. Si raccoglie da un'altra lettera[1426], che manda esso pontefice all'imperadore _Petrum, insignem palatii nostri super ista_ (si dee scrivere _Superistam_) _deliciosum consiliarium nostrum, communemque fidelem_, con _Zacheria vescovo_, affinchè esso Augusto spedisca i messi _pro recipiendis de omnibus, quae hactenus perperam acta fuerunt, justitiis, et emendationibus, ac pro totius terrae sancti Petri salute_. Qui si raccomanda papa Giovanni, perchè vengano i messi dell'imperadore, acciocchè colla loro autorità si rimedii ai torti e danni inferiti alla Chiesa romana. Ma in un'altra lettera[1427] non avrebbe egli voluto che i messi imperiali fossero venuti ad esercitar la loro giurisdizione in Ravenna. Passavano dissensioni fra _Romano arcivescovo_ di Ravenna ed alcuni nobili di quella città. Per mettergli in dovere procurò l'arcivescovo che l'imperadore inviasse colà _Alberico conte_, il quale, senza che il papa ne fosse consapevole, colla forza della giustizia diede sesto a quegli affari. Se l'ebbe molto a male papa Giovanni; perchè quantunque pel diritto della sua sovranità potesse l'imperadore inviar negli stati della Chiesa i suoi giudici, siccome si era praticato sempre in addietro, pure non potea piacere al papa padrone di Ravenna che i sudditi suoi senza saputa sua, e senza prima fare ricorso a lui, rivolgessero le loro istanze al tribunale e ai ministri d'esso Augusto. Perciò ne fece doglianza coll'arcivescovo, quasi che egli contra il giuramento prestato alla santa sede avesse operato; e non finì la faccenda, che fulminò sotto altri pretesti la scomunica contra del medesimo arcivescovo, il quale poi nell'anno seguente terminò i suoi giorni, come si ricava da una lettera[1428] scritta da esso papa ai Ravennati. Non so io mai intendere come Girolamo Rossi[1429] e l'Ughelli differiscano sino all'anno 889 la morte d'esso arcivescovo _Romano_. Convien credere difettosa in questi tempi la storia ecclesiastica di Ravenna, e che abbia avuto qualche ragione chi fra esso _Romano_ e _Domenico_, succeduto nel suddetto anno 889, ha posto un _Giovanni_ arcivescovo, e di più un _Leone_, Ho anche inteso dal padre don Pier-Paolo Ginnani abbate benedettino, che nelle carte ravennati si sono scoperti alcuni arcivescovi non noti al Rossi. Un d'essi probabilmente sarà il successor di Romano.