Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 7
Si può rapportare a quest'anno la ribellione di _Alachi_ duca di Trento e di Brescia, narrata da Paolo Diacono[110]. Costui, mostro d'ingratitudine, perchè dimentico de' segnalati benefizii a lui fatti dal re _Cuniberto_, e nulla curante del giuramento di fedeltà a lui prestato, era gran tempo che macchinava di occupare il trono regale. Congiurato perciò con _Aldone_ e _Grausone_, due de' più potenti cittadini di Brescia, e con altri Longobardi aspettò che Cuniberto fosse fuori di Pavia, e all'improvviso s'impadronì del palazzo regale e di quella città, con assumere il titolo di re. Portata questa nuova a Cuniberto, altro ripiego non ebbe per allora che di rifugiarsi nell'isola del lago di Como, che in questi tempi era una delle migliori fortezze, e quivi attese a fortificarsi. Grande fu l'afflizione di chiunque amava Cuniberto, ma specialmente di tutte le persone ecclesiastiche assai informate dell'odio che Alachi portava al clero. Governava in questi tempi la Chiesa di Pavia _Damiano_ vescovo, insigne per la santità dei suoi costumi, e sufficientemente ornato dell'arti liberali: pregio allora assai raro in Italia. Questi dacchè intese occupata dal tiranno la reggia, affinchè per sua trascuraggine non venisse danno alla sua Chiesa, spedì a fargli riverenza Tommaso suo diacono, uomo saggio e buon religioso, mandandogli nello stesso tempo _la benedizione della sua santa Chiesa_, cioè l'eulogia, ossia il pan benedetto. Dura questo nome di _benedizione_ nel suddetto significato nella Garfagnana, provincia del duca di Modena, di là dall'Apennino, e dura anche in Modena, ma corrotto e mutato in quello di _bendesón_. Saputo che ebbe Alachi essere nell'anticamera il diacono, siccome uomo pieno di mal talento verso i preti e cherici, gli mandò a fare una sporca interrogazione, a cui saviamente rispose il diacono. Finalmente fattolo entrare, dopo avergli parlato con asprezza di parole e motti ingiuriosi, il licenziò. Si sparse per tutto il clero la nuova di questo indegno trattamento, e in tutti sorse il terrore e la paura del tiranno, e crebbe il desiderio che tornasse sul trono il buon re Cuniberto. In fatti non permise Iddio che lungo tempo durasse questo crudele usurpatore sul trono. Adunque un giorno contando Alachi sopra una tavola dei soldi d'oro, gli cadde in terra un terzo di soldo. Fu presto il figliuolo di Aldone sopraddetto, fanciullo di tenera età, e probabilmente paggio di corte, a raccoglierlo, e glielo restituì. Scappò allora detto ad Alachi verso il fanciullo: _Oh tuo padre ne ha ben parecchi di questi, e volendo Iddio, non andrà molto che me li darà_. Tornato la sera il fanciullo a casa, interrogato dal padre che parole avesse detto in quel giorno il re, gli riferì il motto suddetto, che bastò ad un buono intenditore per cercar riparo alle intenzioni malvage dell'ingrato tiranno. Comunicato l'affare a Grausone suo fratello, ne concertarono la maniera con gli amici, e fu questa. Andati a trovar Alachi, gli rappresentarono che la città era assai quieta, e il popolo tutto fedele, nè v'essere da temere di quell'ubbriacone di Cuniberto, abbandonato da ognuno; e però poter egli oramai uscir fuori alla caccia per divertirsi un poco insieme co' suoi giovani: che intanto essi con gli altri suoi fedeli farebbono buona guardia alla città, con promettergli anche di dargli in breve la testa di Cuniberto. Tesa non fu la rete indarno.
Alachi uscito di Pavia, se n'andò alla vastissima selva del fiume, o del castello, appellata Urba, oggidì Orba, e quivi cominciò a darsi bel tempo. Intanto Aldone e Grausone travestiti andarono al lago di Como, e, presa una barca, si presentarono nell'isola davanti al re Cuniberto, e prostrati a' suoi piedi accusarono il loro fallo, ne espressero il pentimento, e dopo avergli raccontato quanto aveva il tiranno macchinato per la loro rovina gli rivelarono il disegno formato per rimetterlo sul trono. Pertanto obbligatisi con forti giuramenti, destinarono il giorno in cui Cuniberto avesse da comparire a Pavia, dove gli sarebbono aperte le porte. Così fu fatto. Cuniberto vi fu senza difficoltà accolto, e portossi a dirittura al suo palazzo. Si sparse, per dir così, in un batter d'occhio per tutta la città la nuova: e i cittadini a folla, e massimamente il vescovo e i sacerdoti e cherici, giovani e vecchi, a gara tutti volarono colà, tutti pieni di lagrime e d'inestimabil allegrezza, senza saziarsi d'abbracciarlo e di ringraziar Dio pel suo ritorno. Li consolò, e baciò i principali il buon re Cuniberto. Non tardò ad arrivare ad Alachi l'avviso che Aldone e Grausone aveano mantenuta la parola, con aver portato non la testa sola, ma anche tutto il corpo di Cuniberto a Pavia, e ch'esso era nel palazzo. Allora Alachi saltò nelle furie contra Aldone e Grausone, e senza perder tempo, venne a Piacenza, e di là se ne tornò nell'_Austria_ e non già nell'_Istria_, come hanno alcuni testi di Paolo, guasti dai poco pratici degli usi di questi tempi. Perciocchè la parte del regno longobardico posta fra settentrione e levante era chiamata allora _Austria_, a differenza della parti occidentale della Lombardia, che si chiamava _Neustria_: nella qual guisa appunto anche i Franchi appellarono Neustria ed Austria, ossia Austrasia due parti del vasto loro regno, cioè l'occidentale e l'orientale. Però nelle leggi de' Longobardi[111] noi troviamo la _Neustria_ e l'_Austria_, siccome anch'io ho dianzi fatto vedere nelle annotazioni alle medesime leggi.
Arrivato Alachi nell'Austria longobardica, parte colle lusinghe e parte colla forza trasse nel suo partito le città per dove passava. I Vicentini a tutta prima se gli opposero, ma coll'armi fece lor mutare pensiero, e gli unì seco in lega. Giunse a Trivigi, e così all'altre città di quelle contrade, e tutte le ebbe a' suoi voleri. Quindi si diede a raunare un esercito per andar contra Cuniberto; e perchè seppe che quei di Cividale di Friuli s'erano mossi per essere in aiuto d'esso Cuniberto, portatosi al ponte della Livenza, distante quarantotto miglia da Cividale, di mano in mano che arrivava quella gente, la forzava a giurare d'essere in aiuto suo, senza permettere che alcuno tornasse indietro, e potesse avvisar gli altri che venivano di questa frode. In una parola Alachi con tutta l'armata dell'Austria longobarda s'incamminò alla volta di Pavia: ma passato il fiume Adda, trovò Cuniberto che gli veniva incontro coll'esercito suo; e però nelle campagne di Coronata amendue le armate, l'una in faccia all'altra, si accamparono. Quel sito era verso Como, e non già presso Pavia, come han creduto alcuni scrittori pavesi, ed oggidì ancora si chiama _Cornà_. Cuniberto, che voleva risparmiare il sangue dei suoi, mandò a sfidare Alachi ad un duello fra lor due soli. Ma Alachi non vi consentì. E perchè saltò su uno dei suoi di nazione toscano, che disse di maravigliarsi come un signore sì bellicoso e forte ricusasse di battersi con Cuniberto, Alachi rispose: essere ben Cuniberto un ubbriacone e scimunito; ma che nondimeno si ricordava, quando amendue erano giovanetti, che nel palazzo di Pavia si trovavano dei castrati di straordinaria grandezza, i quali Cuniberto prendendoli per la lana della schiena con una mano, gli alzava in alto: cosa che non poteva far esso Alachi. Ciò udito, il toscano gli disse, che s'egli non voleva battersi con Cuniberto, neppur egli intendeva di combattere per lui; e detto fatto se ne scappò, e andò a trovar Cuniberto, a cui narrò quanto era avvenuto. Andata la sfida della general battaglia, si prepararono le due armate per affrontarsi. Ma, prima di venire all'assalto, Zenone diacono della Chiesa di Pavia, custode della basilica di san Giovanni Battista, fabbricata dalla regina _Gundiberga_, siccome persona che amava teneramente il re Cuniberto, e temeva che restasse morto in quella campal giornata, gli disse, che essendo riposta la vita di tutti nella salute d'esso re, ed avendosi giusto timore che s'egli per disgrazia perisse, il crudel tiranno dopo mille strazii leverebbe a tutti la vita: perciò il consigliava di cedere a lui le armi e la sopravvesta sua; perchè morendo un par suo, nulla si perderebbe, e campando, ne verrebbe a lui più gloria per aver vinto col mezzo d'un suo servo. Abborriva Cuniberto di accettar questo consiglio, ma cotanto fu scongiurato dalle lagrime e preghiere de' suoi più fidi, che si arrendè, e consegnò tutte le sue armi al diacono, il quale, dimentico del suo grado, e affascinato da una imprudente carità, comparve alla testa dell'esercito, e perchè era della stessa statura del re, fu creduto Cuniberto da tutti. Si attaccò dunque la battaglia con gran valore dall'una e dall'altra parte. Alachi, ben conoscendo la certezza della vittoria se gli riusciva di abbattere Cuniberto, scopertolo, con tanto sforzo dei suoi l'assalì, che lo stese morto a terra; ma nel fargli levar l'elmo, per tagliargli il capo ed alzarlo sopra una picca, trovò d'aver ucciso non Cuniberto, ma un cherico; e indiavolato sclamò: _Ah che nulla abbiam fatto finora; ma se Dio mi dà vittoria, fo voto d'empiere un pozzo di nasi ed orecchie di cherici_. Questa cautela di far prendere l'armi regali ad una privata persona, allorchè si andava ai combattimenti, fu poi praticata da alcuni re di Sicilia. La voce sparsa della morte di Cuniberto fece che l'armata sua cominciò a ritirarsi, ed era già in procinto di prendere la fuga, quando Cuniberto, alzatasi la visiera, si fece conoscere al suo popolo, e gli rimise in petto il coraggio. S'era arrestato anche l'esercito contrario, perchè convinto di nulla aver guadagnato. Tornaronsi dunque ad ordinar le schiere dall'una parte e dall'altra, e già erano in punto per menar le mani, quando Cuniberto mandò di nuovo a dire ad Alachi, che non permettesse la morte di tanta gente, e volesse piuttosto combattere con lui a corpo a corpo. Esortavano i suoi il tiranno ad accettar la sfida; ma egli rispose che mirava negli stendardi di Cuniberto l'immagine di san Michele arcangelo, davanti alla quale gli avea prestato giuramento di fedeltà. Allora arditamente gli rispose uno de' suoi: _Signore, voi per paura mirate quello stendardo: ma tempo non è più di far queste riflessioni_. Si ripigliò dunque la battaglia, e grande fu il macello da ambedue le parti. Ma finalmente il crudel tiranno Alachi trafitto da più colpi, stramazzò morto a terra; e l'esercito suo per questo si diede alla fuga, con poco utile nondimeno, perchè quei che avanzarono alle spade, trovarono la morte nel fiume Adda. A questa giornata dice Paolo Diacono, per onor della sua patria, che non si trovarono le truppe di Cividal di Friuli, perchè avendo per forza prestato il giuramento ad Alachi, non vollero essere nè in aiuto di lui nè di Cuniberto; ed allorchè si attaccò la mischia, se ne andarono a casa. Ora dopo la felice vittoria il re Cuniberto se ne tornò tutto lieto e con trionfo a Pavia, dove fece fabbricare un suntuoso sepolcro al corpo del diacono Zenone, davanti alla porta della basilica di san Giovanni Battista.
NOTE:
[110] Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 38 et seq.
[111] Leges Longobard. part. 1. tom. 1. Rer. Italic.
Anno di CRISTO DCXCI. Indizione IV.
SERGIO papa 5. GIUSTINIANO II imperadore 7. CUNIBERTO re 14.
Cominciò in quest'anno l'imperador _Giustiniano_ col suo leggier cervello a cercar pretesti per guastar la pace già stabilita con onore e vantaggio del romano imperio coi Saraceni. _Abimelec_ loro califa, ossia principe, per attestato di Teofane[112], avea già atterrati tutti i suoi ribelli; ed abbiamo da Elmacino[113] che nell'ottobre dell'anno precedente egli si era anche impadronito della Mecca, città dell'Arabia Felice, dove, se crediamo al padre Pagi[114], si vede il sepolcro di Maometto. Ma il Pagi qui si lasciò trasportar dalle opinioni del volgo, essendo certo, per relazion dei migliori, che quel famoso impostore nacque bensì nella Mecca: motivo, per cui quella città è in tanta venerazione presso i Monsulmani; ma fu poi seppellito in Medina, altra città dell'Arabia, e non già in cassa di ferro, sostenuta in aria dalla calamita, come han le favole di certi viaggiatori. Ora Abimelec inclinava a conservar la pace: ma il giovane imperadore volea pur romperla. Avendogli Abimelec inviato il tributo pattuito in danari di nuova zecca, e diversi nel conio dai precedenti, Giustiniano ricusò di riceverli. Il furbo califa, mostrando paura, si raccomandava, perchè la pace durasse e fosse accettato quell'oro; e l'imperadore sempre più alzava la testa, credendo quelle preghiere figliuole di debolezza. Prese anche un'altra risoluzione, non meno stolta delle altre. Perchè i popoli dell'isola di Cipri erano troppo esposti alle incursioni de' Saraceni, gli venne in pensiero di trasportarli tutti altrove. Una gran copia di essi perì per naufragio, o per malattie; altri coi loro vescovi furono posti nella provincia dell'Ellesponto, ed alcuni fuggendo se ne tornarono alle lor case, restando con ciò quella felicissima isola alla discrezion de' nemici del nome cristiano. Si tiene che in quest'anno terminasse i giorni del suo vivere _Teodoro_ arcivescovo di Ravenna, che ebbe successore _Damiano_, il quale fu consacrato in Roma. Agnello, scrittore ravennate[115], novecento anni sono, cel descrive per uomo di grande umiltà, mansuetudine, e sì dabbene, che essendo morto un fanciullo infermo, a lui portato dalla madre, perchè il cresimasse, pregò sì istantemente Dio, che il resuscitò per tanto tempo, che potè dargli la cresima. E in questi giorni tornò a Ravenna quel _Giovanniccio_, di cui parlammo di sopra all'anno 679, che era salito ai primi posti nella segretaria imperiale, e fece ancora risplendere la sua sapienza per tutta l'Italia. Cessò parimente di vivere in quest'anno _Teoderico III_ re de' Franchi di nome, perchè la regale autorità era occupata da _Pippino_ il Grosso, suo maggiordomo. Probabilmente in questo anno fu dai Greci tenuto in Costantinopoli il concilio trullano, perchè celebrato nella sala della cupola dell'imperial palazzo, dove furono fatti molti canoni e decreti riguardanti la disciplina ecclesiastica, in supplemento, diceano essi, dei concilii generali quinto e sesto, ne' quali niun canone fu pubblicato intorno alla disciplina. Non apparisce che il romano pontefice mandasse legati apposta ben istruiti per intervenire a quel concilio; e quantunque Anastasio[116] scriva che i legati della Sede apostolica v'intervennero, e ingannati sottoscrissero; tuttavia fondatamente si crede che sotto nome di legati intenda Anastasio gli ordinarii apocrisarii, responsali, o nunzii vogliam dire, che ogni pontefice solea tenere alla corte imperiale per gli affari della sua Chiesa, che non aveano l'autorità di rappresentar ne' concilii la persona del capo visibile della Chiesa di Dio, cioè del romano pontefice. Comunque sia, cosa indubitata è, che inviati a Roma per ordine dell'imperadore que' canoni, con essere stato lasciato nella carta il sito voto dopo la sottoscrizion dell'imperadore, acciocchè il papa li sottoscrivesse in primo luogo e avanti alle sottoscrizioni già fatte dai patriarchi d'Oriente, papa _Sergio_, pontefice zelantissimo, ricusò di accettarli, e si protestò piuttosto pronto a dar la vita, che ad approvarli. E ciò perchè alcuni di que' canoni eran contrari alla pura disciplina della Chiesa romana, e principalmente quelli di permettere di ritener le mogli e l'uso loro a chi era ordinato prete, e il proibire il digiuno del sabbato, con altre simili determinazioni, che i Greci dipoi sostennero, ma non ebbero luogo nelle Chiese d'Occidente. Sopra di che è da vedere quanto lasciò scritto il cardinal Baronio[117]. Certo può dirsi strana cosa, che non si sappia ben l'anno di quel concilio, e che gli atti d'esso neppure anticamente si trovassero negli archivii delle Chiese patriarcali, di maniera che a' tempi di Anastasio bibliotecario[118] si dubitava infino, se veramente tutti i patriarchi d'Oriente vi fossero intervenuti; e par certo difficile di quello di Alessandria, ch'era allora sotto il giogo dei Saraceni.
NOTE:
[112] Teoph., in Chronogr.
[113] Elmacinus, Histor. Saracen.
[114] Pagius, Crit. Baron. ad hunc annum.
[115] Agnell. Vita Episcopor. Ravennat., tom. 2 Rer. Ital.
[116] Anastas., in Vit. Sergii I.
[117] Baron., Annal. Eccl. ad ann. 691.
[118] Anastas., in Praefat. ad Synod. VIII.
Anno di CRISTO DCXCII. Indizione V.
SERGIO papa 6. GIUSTINIANO II imperador 8. CUNIBERTO re 15.
Giustiniano Augusto più che invasato dalla voglia e speranza di tor dalle mani dei Saraceni tante provincie occupate al romano imperio, in quest'anno finalmente la ruppe con loro[119]. Di quegli Schiavoni ch'egli aveva trasportati in Asia, abili all'armi, ne raunò ben trentamila, e con queste ed altre squadre marciò a Sebastopoli con dar principio alla guerra. Mandarono i Saraceni a pregarlo di pace, protestando che Dio vendicherebbe la rottura indebitamente da lui fatta de' trattati; ma trovarono che avea turati gli orecchi. Si venne dunque all'armi. I Saraceni condotti dal loro generale, appellato Maometto, appesero ad una lunga asta la scrittura della pace, e la fecero servir di pennone. Il combattimento fu aspro, e a tutta prima toccò la peggio ai Saraceni (Niceforo[120] scrive il contrario); ma avendo lo scaltro lor generale inviato sotto mano al capitan degli Schiavoni un turcasso pieno di soldi d'oro, con promesse ancora di maggiori vantaggi, lo indusse a disertare con ventimila de' suoi; con che restarono tagliate le ali all'esercito cesareo. Portato intanto a Costantinopoli l'avviso che il romano pontefice[121] avea negato di prestare il suo assenso ai decreti del concilio trullano, e neppur s'era degnato di leggerli, non mancarono i Greci d'attizzar l'imperadore contra del buon papa _Sergio_, e durarono ben poca fatica, perchè egli era già incamminato sulle pedate dell'avolo cattivo, e non già dall'ottimo padre suo. In dispregio dunque del papa mandò egli a Roma uno de' suoi uffiziali per nome Sergio, che preso _Giovanni_ vescovo di Porto e _Bonifazio_ consigliere della Sede apostolica, quasichè coi lor consigli avessero distolto il papa dall'ubbidire ai cenni imperiali, amendue li condusse a Costantinopoli. Non finì qui la faccenda. Inviò dipoi Zacheria, uno delle sue guardie, che portava ciera di capitano Spavento, con ordine di menar lo stesso papa Sergio alla corte. Ma ossia ch'egli, perchè non si poteva eseguire sì nero disegno senza un forte braccio d'armati, confidasse ad altri l'ordine dell'iniquo autore, o che in altra maniera traspirasse il suo mal talento, Dio volle che si movesse il cuor dei soldati stessi in favore del vicario suo, e che a truppe accorressero fin da Ravenna e dalla Pentapoli, per impedir ogn'insulto che si volesse fargli. Zacheria, al vedere questa inaspettata scena, tutto sgomentato gridava, che si serrassero le porte della città; ma non era ascoltato. Però temendo della pelle, tremante si rifugiò nella camera dello stesso papa, e con lagrime si mise a pregare il santo Padre che avesse pietà di lui, nè permettesse che gli fosse fatto oltraggio. Entrato intanto l'esercito ravennate per la porta di san Pietro, corse al palazzo lateranense, ansante di vedere il papa, perchè era corsa voce che la notte era stato preso e messo in nave per menarlo in Levante. Erano chiuse tutte le porte del palazzo; minacciavano i soldati con alte grida di gettarle per terra, se non si aprivano; e a queste voci lo sgherro Zacheria corse a nascondersi sotto il letto del papa, tenendosi per perduto, se non che il papa gli fece animo, assicurandolo che non gli sarebbe recata molestia alcuna. Aperte le porte, uscì fuori il pontefice, e lasciossi vedere alla milizia e al popolo, che esultarono in rimirarlo libero e sano. E cessò bene la loro ansietà e foga per le buone parole del papa; ma per l'amore e riverenza loro verso la santa Sede e verso l'innocente pontefice non vollero desistere dal far le guardie al palazzo, finchè non videro uscir di Roma quell'empio Zacheria che se n'andò scornato e sonoramente applaudito da mille villanie della plebe. Potrebbe essere che succedesse più tardi questa scena in Roma, cioè o nell'anno seguente, o nell'altro appresso, perchè Anastasio aggiugne che nello stesso tempo per gastigo di Dio l'iniquo imperadore fu privato del regno; del che parleremo fra poco.
NOTE:
[119] Theoph., in Chronogr.
[120] Niceph., in Chron.
[121] Anast., in Sergio I.
Anno di CRISTO DCXCIII. Indizione VI.
SERGIO papa 7. GIUSTINIANO II imperadore 9. CUNIBERTO re 16.
Nella guerra succeduta fra il re _Cuniberto_ e il tiranno _Alachi_, quantunque il ducato del Friuli vi avesse tanta parte, pure Paolo Diacono non fa menzione alcuna che vi fosse intricato _Rodoaldo_ duca di quella contrada. Abbiamo bensì da lui[122] che dopo quella guerra, trovandosi esso Rodoaldo lontano da Cividal del Friuli sua residenza, _Ansfrido del castello Reunia_ occupò quella città col suo ducato senza licenza del re Cuniberto. Certificato di questa sua disavventura Rodoaldo, se ne fuggì in Istria, e di là per mare passato a Ravenna, andò a Pavia al re Cuniberto, per implorare il suo aiuto. Ansfrido, ossia che si lasciasse consigliar dalla superbia ed ambizione a tentar cose più grandi, o che non volesse arrendersi agli ordini del re, passò ad un'aperta ribellione contra di lui. Ma per buona ventura fu preso in Verona, e condotto a Pavia. Cuniberto gli fece cavar gli occhi, e cacciollo in esilio. Dopo di che diede il governo del ducato del Friuli ad un fratello di Rodoaldo, per nome _Adone_, ossia _Aldone_, ma col solo titolo di _conservatore del luogo_, cioè di _luogotenente_, senza sapersi perchè Rodoaldo ne restasse escluso. In quest'anno i Saraceni ridussero in lor potere l'Armenia, e però divenuti più orgogliosi e crudeli, seguitarono a far delle scorrerie per le provincie del romano imperio con incredibil danno dei popoli. Circa questi tempi, per attestato del sopra mentovato Paolo Diacono[123], fiorì in Pavia _Felice_, uomo valente nell'arte grammatica, zio paterno di Flaviano, che fu poi maestro del medesimo Paolo. Era egli tanto in grazia del re Cuniberto, che ne riportò, oltre ad altri riguardevoli doni, anche l'onorevol regalo di un bastone ornato d'oro e di argento. Tenne conto lo storico Paolo di questo fatto, che parrà una minuzia ai nostri tempi; ma in quei tempi della ignoranza anche un solo buon grammatico si teneva per una rarità; e questi tali poi insegnavano non solamente la lingua latina, che sempre più si andava corrompendo presso il popolo e prendeva la forma della volgare italiana; ma eziandio spiegavano i migliori autori latini, e davano lezioni di quelle che appelliamo lettere umane. Arrivò parimente a questi tempi _Giovanni_ vescovo di Bergamo con odore di gran santità. Egli era intervenuto al concilio romano dell'anno 679, e le storie di Bergamo raccontano molte cose di lui, ma senza essere assistite da antichi documenti. Sappiamo bensì dal suddetto Paolo Diacono ch'essendo stato invitato dal re Cuniberto ad un suo convito, gli scappò detta qualche parola, di cui se ne offese il re. Ora dovendo egli tornare a casa, Cuniberto gli fece apprestar un cavallo indomito e feroce, solito a scuotere di sella chiunque ardiva di cavalcarlo. Ma questa bestia, allorchè il vescovo vi fu montato sopra, divenne sì piacevole e mansueta, che, a guisa d'una chinea, placidamente il condusse al suo alloggio. Ciò risaputo dal re, fu cagione che da lì innanzi onorasse maggiormente il santo vescovo, con donargli ancora lo stesso cavallo ammansato dal toccamento della sua sacra persona.
NOTE:
[122] Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 3.
[123] Paulus Diacon., lib. 6, cap. 7 et 8.
Anno di CRISTO DCXCIV. Indizione VII.
SERGIO papa 8. GIUSTINIANO II imperad. 10. CUNIBERTO re 17.