Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 69

Chapter 693,604 wordsPublic domain

Stavasene tripudiando in Pavia Carlo imperadore col papa, quando eccoti giugnere avviso che _Carlomanno_ suo nipote, cioè il primogenito di _Lodovico I_ re di Germania, con un grosso esercito di Tedeschi calava in Italia, non per intervenire a quelle feste, ma per fare una visita disgustosa all'Augusto suo zio. Le parole degli Annali fuldensi son queste:[1336] _Quod quum Carolus comperisset, illico juxta consuetudinem suam fugam iniit. Omnibus enim diebus vitae suae, ubicumque necesse erat adversariis resistere, aut palam terga vertere, aut clam militibus suis effugere solebat._ Confessa anche l'autor franzese degli Annali di san Bertino[1337] che Carlo Calvo sbigottito per quella nuova, nuova certo non falsa, se ne scappò col papa a Tortona, dove l'imperadrice Richilda appena ebbe ricevuta la consecrazione imperiale dalle mani d'esso pontefice, che prese la fuga col tesoro verso la Morienna. Stette alquanto in essa città di Tortona Carlo Augusto col papa, aspettando che venissero a trovarlo i primati del suo regno, cioè _Ugo abbate_, _Bosone_ ed altri, come era il concerto; e saputo che non venivano, subito che intese l'avvicinamento di Carlomanno, frettolosamente si incamminò egli verso la Savoia. Anche il papa non perdè tempo a ritornarsene a Roma, ma di mala voglia, riportando seco in vece di un esercito un Crocefisso d'oro di gran peso, e tempestato di gemme preziose, per la basilica di san Pietro, che Carlo Calvo gli avea donato. Fu preso per istrada l'imperador dalla febbre, e portato di là dal monte Cenisio a un luogo appellato Brios, colà fece venir dalla Morienna l'imperadrice, e poscia finì di vivere nel dì 15 d'ottobre. Attestano tutti gli Annalisti, essere stata allora voce comune che egli morisse di veleno, a lui dato o mandato da Sedecia medico ebreo, suo favorito, in una medicina, per liberarlo dalla febbre. Il liberò questa da tutti i mali. Aperto il suo cadavero, e levate le interiora, come si potè il meglio, bagnato con vino e sparso d'aromi, fu posto in una bara per portarlo a seppellire a Parigi nel monistero di san Dionisio, in esecuzione degli ordini da lui lasciati prima di morire. Ma non potendo reggere i portatori allo eccessivo fetore, misero quel corpo in una botte ben impegolata di dentro e di fuori, e coperta di cuoio. Neppur questo ripiego bastò a levare lo straordinario puzzo; però allorchè furono giunti ad una chiesetta di monaci nella diocesi di Lione, quivi seppellirono sotterra la botte col corpo stesso. _Sic transit gloria mundi._ Per ordine poi di _Lodovico Balbo_ suo figliuolo e successore nel regno, portate l'ossa sue a Parigi, qui ebbero più degna sepoltura. Andrea prete[1338] nella Cronichetta più volte citata scrive che Carlo Calvo creato imperadore se ne tornò a Pavia nel gennaio, _Indictione nona_ cioè nell'anno 876. _Quumque idem Carolus imperator de Roma reversus in Papia sederet, audivit quod Karlomannus Hludovici filius contra eum veniret; quumque exercitum suum adunare vellet, et cum eo bellum gerere, quidam de suis, in quorum fidelitate maxime confidebat, ab eo defecti, cum Karlomanno se conjungebant. Quod ille videns, fugam iniit, et in Galliam repedavit, statimque in ipso itinere mortuus est. Karlomannus vero regnum Italiae disponens post non multum tempus ad patrem in Bajoariam reversus est._ Due grossi errori son qui, e tali, che fan conoscere o che esso Andrea non iscrisse in questi tempi, o che alla Cronichetta in fine sono state da altri aggiunte le suddette parole. Due furono le venute in Italia di Carlo Calvo, e non una sola. Nè egli terminò sua vita nell'anno 876, ma bensì nell'877. Oltre a ciò, Carlomanno non potè andare a trovar il padre in Baviera, perchè questi era già morto nell'anno precedente. Dagli Annali bertiniani, che ci han conservate le notizie riferite di sopra, un'altra ne abbiamo: cioè, che _Karlomannus mendaci nuncio audiens, quod imperator et papa Johannes super eum cum multitudine maxima bellatorum venirent, et ipse fugam arripuit per viam, quam venerat_. Ma verisimilmente questo autore si lasciò in ciò ingannare da qualche diceria del volgo. Carlomanno sen venne senza paura alcuna in Lombardia, e quivi attese a mettersi in possesso della corona di Italia, e a farsi eleggere o riconoscere re dai baroni del regno, che a poco a poco andarono a sottomettersi a lui. Ho io pubblicato[1339] un suo diploma, dato in favore dei monaci di san Colombano di Bobbio (monistero allora goduto in benefizio da non so qual persona potente) _XIII kalendas novembris, anno Christo propitio, I regni domni Karlomanni serenissimi regis in Italia, Indictione XI. Actum in Curte Nova villa regia._ Un altro pure[1340], con cui dona una chiesa al monistero delle monache di san Sisto di Piacenza, fondato da _Angilberga Augusta_, chiamata da lui nostra sorella, cioè spirituale, è dato _XIV kalendas novembris anno, Christo propitio, I regni. Actum in Curte sancti Ambrosii, quae vocitatur Cassianum juxta Attuam fluvium, Indictione XI._ Un altro ancora in favore[1341] delle monache della Posterla di Pavia fu dato _XII kalendas decembris anno, Christo propitio, I regni. Actum civitate Verona, Indictione XI_.

Se in tali documenti l'_indizione_ comincia in settembre, come io credo, essi appartengono all'anno presente. Anche nella Cronica casauriense[1342] si legge un suo diploma dato in Pavia _XVII kalendas novembris anno secundo regni_ (cioè di Baviera), _Indictione decima_: il che dà indizio che egli non avesse per anche assunto il titolo di re d'Italia nel dì 16 d'ottobre. Ma in vece di _Indictione decima_ dovrebbe leggersi ivi _undecima_, che così hanno gli altri suoi diplomi, poco fa accennati. Tralascio altri diplomi di esso re, da me pubblicati nelle Antichità italiche[1343] ed altrove. Ma non pertanto non voglio lasciar di avvertire che uno strumento originale, da me veduto in Lucca, porta queste note: _Regnante domino nostro Karlomanno piissimo rege anno regni ejus, postquam, Deo propitio, in Italiam ingressus est, primo, pridie idus novembris, Indictione duodecima_, cioè nell'anno 878, nel dì 12 di novembre. Adunque nello stesso dì nell'anno precedente egli non era per anche re. Un altro è scritto: _Anno II Karlomanni pridie nonas decembris, Indictione XIII_, cioè nell'anno 879, se la indizione ha avuto principio nel settembre. Adunque neppur nel dì 4 di dicembre dell'anno 877 egli sarebbe stato re d'Italia. Contuttociò assai fondamento c'è per mettere in dubbio che Carlomanno sbigottito se ne tornasse indietro per la via, per cui era venuto. E non tardò egli, udita che ebbe la morte di Carlo Calvo Augusto, a ragguagliarne con sue lettere papa Giovanni, con aggiugnere d'essere stato ben accolto in Italia, e che dopo una scorsa che gli conveniva di fare in Germania, per parlare co' suoi fratelli, intenzione sua era di venire in Roma per ricevere la corona dell'imperio, promettendo di esaltare più di tutti i suoi antecessori la Chiesa romana. Il papa gli risponde[1344], che a suo tempo, cioè dopo il suo ritorno, gl'invierà i suoi legati _cum pagina capitulariter continente ea, quae vos matri vestrae romanae Ecclesiae, vestroque protectori beato Petro apostolo perpetualiter debetis concedere_. Il prega di non ammettere nè di ascoltare _infideles nostros, nostraeque vitae insidiantes_. La sua lettera è data nel novembre dell'anno presente. In un'altra[1345], a _Lamberto glorioso conte scritta_, gli fa sapere di aver inteso ch'esso Lamberto medita di venire a Roma, per dar favore ai nemici ed infedeli del medesimo pontefice, e che _eos rebus et beneficiis contra nostram etiam voluntatem inconvenienter restituere debeatis_. Vuol dire di _Formoso vescovo_ di Porto, e d'altri simili ch'egli avea scomunicati. Però dice che nol riceverà, se viene per questo. Con altra lettera[1346] ancora gli notifica la risoluzione sua di passar per mare in Francia, _per iter marinum_, mostrando di andar colà per trattare col re _Carlomanno_ intorno alla difesa della terra di san Pietro e di tutta la Cristianità; ma non se gli farà torto a credere ch'egli avesse dell'altre segrete mire, perchè l'andar per mare non era il viaggio proprio per trovar Carlomanno. Per questa ordina a Lamberto di non molestare gli stati della Chiesa, altrimenti gl'intima la scomunica. Intanto prima che terminasse l'anno[1347], il re Carlomanno se ne tornò in Germania; ma seco portando una pericolosa malattia, che quasi per un anno il tenne languente. Cacciossi anche la peste nell'armata sua, per cui molti solamente tossendo cadevano morti. Una lettera di Giovanni papa, scritta in quest'anno (se pur non appartiene al precedente) ad _Incmaro arcivescovo_ di Rems[1348], _per manus Anastasii bibliothecarii_, ci fa conoscere che fino a questi tempi visse _Anastasio bibliotecario_, scrittore celebre della Chiesa romana, a cui spezialmente siam tenuti per avere raccolte e a noi conservate le vite dei papi.

NOTE:

[1317] Campi, Hist. Ecclesiast. Piacent., lib. 7.

[1318] Annal. Franc. Bertiniani.

[1319] Valesius, in Praefat. ad Panegyr. Berengarii.

[1320] Agnell., Vit. Episcopor. Ravenn. P. I, tom. 2 Rer. Ital., pag. 185.

[1321] Dachery, Spicileg.

[1322] Annal. Franc. Fuldenses.

[1323] Epist. 7 Johannis Papae VIII.

[1324] Epist. 38 et seqq. ejusdem.

[1325] Erchempertus, Hist., cap. 39.

[1326] Antiquit. Ital., Dissert. XIV, pag. 831.

[1327] Epist. 45 Johannis Papae VIII.

[1328] Epist. 47 ejusdem.

[1329] Labbe, Concil., tom. 9.

[1330] Epist. 61 Johannis VIII Papae.

[1331] Labbe, Concilior., tom. 9.

[1332] Dandol. in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[1333] Epist. 66 et 67 Johannis Papae VIII.

[1334] Annales Franc. Bertiniani.

[1335] Regino, in Chron.

[1336] Annales Francor. Fuldenses.

[1337] Annales Francor. Bertiniani.

[1338] Andreas Presbyter, Chron., tom. 1 Rer. Germ. Menckenii.

[1339] Antiq. Ital., Dissert. LXXIII.

[1340] Ibid. Dissert. LXIV.

[1341] Ibid. Dissert. LXX.

[1342] Chron. Casauriens. P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[1343] Antiq. Ital. Dissert. XVII.

[1344] Epist. 63 Johannes Papae VIII.

[1345] Epist. 72 Johannis Papae VIII.

[1346] Epist. 68 ejusdem.

[1347] Annales Franc. Fuldenses et Bertiniani.

[1348] Marlot. Hist., Remens. lib. 3, cap. 34.

Anno di CRISTO DCCCLXXVIII. Indiz. XI.

GIOVANNI VIII papa 7. CARLOMANNO re d'Italia 2.

Non si può negare: _papa Giovanni_ poco genio avea per gli figliuoli di _Lodovico I_ re di Germania; era egli tutto portato verso la casa dei re della Gallia, ossia de' Franzesi. Non potè astenersi il cardinal Baronio dal disapprovare la facilità, con cui egli corse a dar la corona dell'imperio a _Carlo Calvo_. Ma chi non sa qual forza abbiano i regali, e massimamente se grandi? Fors'anche non altronde procedette la persecuzione da lui fatta a _Formoso vescovo_ di Porto, uomo lodatissimo de' suoi tempi, se non dallo averlo scoperto aderente ai Tedeschi, contrario ai Franzesi. Andava ben egli barcheggiando, e coprendo questi suoi genii e contraggenii; ma i fatti contra suo volere levavano la maschera al cuore. Si venne pertanto a scoprire, per quanto si può conghietturare, qualche intenzione o maneggio suo per levare al re Carlomanno il regno d'Italia, o almeno per non volerlo imperadore. Non potea esso Carlomanno accudire in persona a questi affari, perchè sequestrato dalla malattia in Baviera; e però diede commessione a _Lamberto_ duca di Spoleti e ad _Adalberto duca di Toscana_ di far mutare pensiero ad esso pontefice. Ciò che operassero, udiamlo dagli Annali di Fulda[1349]: _Lantbertus Witonis filius, et Albertus_ (lo stesso è che Adalbertus) _Bonifacii filius, Romam cum manu valida ingressi sunt, et Johanne pontifice, sub custodia retento, optimates Romanorum, fidelitatem Karlomanno sacramento firmare coegerunt_. Non si sa intendere il pretesto di una tale violenza, stante il non essere Carlomanno stato giammai imperador dei Romani, e il non essere tenuti i Romani a giurar fedeltà al re d'Italia; perchè senza dubbio Roma col suo ducato non era compresa nell'italico regno. Seguita a dir quello storico, che dappoichè furono usciti di Roma que' due principi, il papa fece portare dalla basilica di san Pietro tutte le cose preziose alla lateranense, vestì di cilicio l'altare di san Pietro, fece chiudere tutte le porte d'essa chiesa, e a chiunque veniva dalle varie parti della Cristianità per far quivi orazione, non era permesso l'entrarvi: risoluzione che fu riprovata dai buoni fedeli. Ciò fatto, salito in nave, pel Mediterraneo passò in Francia, e vi si trattenne quasi tutto quest'anno. Abbiamo varie lettere[1350] scritte da lui a _Giovanni arcivescovo_ di Ravenna, il quale pare che in questi tempi fosse molto in grazia di questo pontefice; a _Berengario conte_, cioè al duca ossia marchese del Friuli, ch'egli chiama _nato da regal prosapia_, perchè figliuolo di Gisla, figliuola di Lodovico Pio Augusto, come fu detto di sopra; ad _Angilberga_ Augusta; a _Lodovico Balbo_, figliuolo di Carlo Calvo e re di Francia; a _Lodovico II_ re di Germania; e finalmente allo stesso re _Carlomanno_, con rappresentare loro i gravissimi insulti fatti da _Lamberto_ e _Adalberto_ alla sua persona. Fra le altre cose dice all'arcivescovo di Ravenna e a Berengario, essere venuto Lamberto a Roma; aver preso una porta, ed occupata in tal maniera la città, _ut nobis apud beatum Petrum consistentibus_ (erasi ritirato il papa nella città Leonina) _nullam urbis Romae potestatem a piis imperatoribus beato Petro, ejusque vicario traditam, haberemus_: parole che ci fanno intendere il sistema di Roma in questi tempi, cioè che i pontefici signoreggiavano in Roma, ma con podestà loro conceduta dagl'imperadori. Aggiugne aver esso Lamberto a forza di bastonate disturbata una processione fatta dai vescovi e dal clero a san Pietro: negato ai vescovi, sacerdoti e familiari del papa l'andarlo a trovare; introdotti in Roma senza licenza sua i nemici ed infedeli suoi già scomunicati; dato il sacco a molti luoghi del territorio di san Pietro: per le quali iniquità ha fulminato contra di lui e di _Adelberto_ marchese o duca di Toscana la scomunica. Scrivendo poi a _Lodovico Balbo_ re di Francia, adopera colori e titoli non certo convenienti alla gravità e mansuetudine pontificia, contra del duca Lamberto; ed aggiugne essersi egli portato a Roma con Rotilde sua sorella, da lui caricata con uno indecente nome, _cum moecha sorore Rotilde, cumque complice suo infido Adelberto marchione, immo patriae praedone_, per farsi imperadore, come correa la voce: voce nondimeno smentita dai fatti. Si scorge poi da un'altra lettera di esso papa[1351] che _Adelberto marchese_ avea per moglie _Rotilde_, e questa si vien ad intendere che era sorella di Lamberto duca di Spoleti, onorata con quel bel titolo da papa Giovanni. Prega _Berengario_ di far sapere tali eccessi al re Carlomanno, perchè Lamberto _ejus se voluntate jactat talia agere_. Scrive poi una particolarità rilevante ad esso Carlomanno: cioè ch'egli era stato necessitato prima delle suddette violenze fattegli da' Cristiani ad accordarsi coi Saraceni, con pagar loro annualmente una pensione di _venticinquemila mancusi_, ossieno _mancosi, in argento_, moneta di questi tempi, trovandosi _mancosi in oro_ e _mancosi in argento_.

Queste tribolazioni ed angustie, accompagnate ancora da minacce d'altre violenze, fecero risolvere papa Giovanni a passare in Francia, giacchè nudriva anche prima questa voglia, per implorare l'aiuto del re Lodovico Balbo. Andò per mare fino ad Arles, conducendo seco prigione _Formoso vescovo_ di Porto, già da lui scomunicato, non fidandosi di lasciarlo in Roma. _Bosone duca_[1352], che comandava le feste in Provenza, gli fece tutte le maggiori finezze, e l'accompagnò per tutta la Francia, siccome uomo di mire altissime suggerite a lui dall'ambizione non men sua che della moglie _Ermengarda_, figliuola di Lodovico II Augusto. Perchè Lodovico Balbo era infermo, gli convenne di andare a trovarlo a Troia, città della Sciampagna, dove tenne nel mese d'agosto un gran concilio, e fece confermar la scomunica contra de' duchi, cioè di Lamberto ed Adalberto, e contra di Formoso vescovo e di Gregorio nomenclatore. Coronò re di Francia il suddetto Lodovico, ma non già sua moglie per varii riguardi. Veggendo poi il poco capitale che potea farsi del medesimo re a cagion della sua poca sanità e del cattivo stato, in cui si trovava allora quel regno per le prepotenze e divisioni de' baroni e per le scorrerie de' Normanni, si attaccò il papa al suddetto Bosone duca di Provenza, che in compagnia della moglie Ermengarda per la Morienna e pel monte Cenisio il condusse sano e salvo a Torino, e di là a Pavia. Cosa manipolassero insieme esso papa Giovanni e Bosone, si raccoglie dagli Annali di Fulda, dove son queste parole:[1353] _Pontifex, assumto Bosone comite, cum magna ambitione in Italiam rediit, et cum eo machinari studuit, quomodo regnum italicum de potestate Carlomanni auferre, et ei tuendum committere potuisset_. E che tale fosse il disegno di papa Giovanni, e ch'egli pensasse a farlo re d'Italia, ed anche imperadore, non servirà poco a farcelo credere una lettera da lui scritta al _re Carlo_, cioè a Carlo il Grosso, in cui gli fa sapere che per consiglio ed esortazione del re Lodovico Balbo[1354] _Bosonem gloriosum principem per adoptionis gratiam filium meum effeci, ut ille in mundanis discursibus, nos libere in his, quae ad Deum pertinent vacare valeamus. Quapropter contenti termino regni vestri, pacem et quietem habere studete: quia modo et deinceps excommunicamus omnes, qui contra praedictum filium nostrum insurgere tentaverint_. Un atto di questa fatta, e parole tali dicono molto. Parimente allorchè egli arrivò ad Arles, avea scritto[1355] alla vedova imperadrice _Angilberga_ di aver quivi trovato: _Bosonem principem generum vestrum, et filiam domnam Hermengardam, quos permissu Dei ad majores excelsioresque gradus modis omnibus, salvo nostro honore, promovere nihilominus desideramus_. Giunto che fu papa Giovanni in Pavia, disegnò di quivi raunare nel dicembre un concilio col pretesto di trattar degli affari delle chiese, ma, secondo tutte le apparenze, per far broglio e procurar la deposizione del re _Carlomanno_, e nello stesso tempo l'assunzion di _Bosone_ al regno d'Italia. A questo fine scrisse più lettere[1356] ad _Ansperto arcivescovo_ di Milano, chiamandolo a Pavia co' suoi suffraganei; lo stesso fece a _Berengario duca_ del Friuli, a _Wibodo vescovo_ di Parma, _Paolo_ vescovo di Piacenza, _Paolo_ vescovo di Reggio e _Leodino_ vescovo di Modena, e ad altri vescovi e conti. La disgrazia volle che niuno v'andò, perchè niuno si attentò di comparire ad un concilio tale senza licenza del re Carlomanno, nel cui regno si volea far questa sacra adunanza, e forse contra di lui. Neppure vi andò _Suppone_ illustre conte, forse allora duca e marchese di Milano e della Lombardia. Gli scrive il papa di essere maravigliato[1357], _cur, ut audisti nos in tuos honores_ (così erano chiamati i governi dei conti, marchesi e duchi) _venisse, obviam non concurreris_. Aggiugne: _Unde cernimus quoniam istud non ex corde, sed pro fidelitate tui senioris_ (cioè perchè era fedele a Carlomanno suo signore) _taliter feceris: quod ideo pepercimus_. Contuttociò il prega ed esorta di lasciar ogni altro affare, di venire a trovarlo, _incitans etiam alios, quibus apostolicas literas misimus, ut et ipsi similiter faciant_. Accortosi dunque papa Giovanni che niuna buona piega prendevano le sue politiche idee, se ne tornò (probabilmente per la via di Genova e del mare) a Roma, dove è degno di osservazione che fu scritto uno strumento con gli anni di Carlomanno, accennato dal Fiorentini[1358], cioè colle seguenti note: _Regnante Carolomanno rex, anno regni in Italia secundo, XV kalendas novembris, Indictione XIII. Actum civitate Leoniana Urbis Romae, beati Petri Apostoli_. Bosone anch'egli si restituì in Provenza, e giacchè non gli era venuto fatto il colpo in Lombardia, cominciò altre macchine per l'ingrandimento suo, delle quali parleremo all'anno seguente. Perciocchè venne in quest'anno a morte _Giovanni arcivescovo_ di Ravenna, in cui luogo fu immediatamente eletto _Romano_, il sommo pontefice, siccome padrone di quella città, scrisse[1359] al popolo di Ravenna di avere inteso che Lamberto duca di Spoleti macchinava di entrare in quella città. E però ordina ad essi, sotto pena di mille pisanti, di non permettere ch'egli, nè alcuno de' suoi uomini, sia ammesso entro la città. Che in questi tempi il re _Carlomanno_ dimorasse in Baviera, lo abbiamo da varii documenti, e spezialmente in uno[1360] scritto nel dì _sesto d'ottobre_, in cui concedè alla vedova imperadrice _Angilberga_ alcuni beni. Era passato a miglior vita nell'ottobre dell'anno precedente _sant'Ignazio patriarca_ di Costantinopoli: accidente che aprì l'adito al già deposto _Fozio_ di rimettersi su quel trono patriarcale[1361], non senza biasimo di _Basilio imperador_ dei Greci, che rialzò un uomo tale, dianzi sì solennemente riprovato in un general concilio della Chiesa tutta. Furono perciò attribuite dai buoni Cattolici a gastigo di Dio le disgrazie che ad esso Augusto accaddero di poi, con avergli la morte rapito _Costantino_ suo primogenito, già creato imperadore, quel medesimo, a cui _Lodovico II_ imperador d'Occidente avea promessa in isposa l'unica sua figliuola _Ermengarda_. Il cardinal Baronio[1362] e il padre Pagi[1363] differiscono la sua morte all'anno 879, non so ben dire, se con infallibil racconto.

E fin qui s'era mantenuta forte contro tutti gli sforzi de' Mori e de' Saraceni la città di Siracusa, capitale allora della Sicilia, per la valorosa difesa dei Greci che n'erano padroni. Ma in quest'anno assediata da que' Barbari, e con varie sorte di macchine battuta, quantunque i cittadini e la guarnigion greca facessero di gran prodezze nella difesa[1364], fu miseramente presa, messa a fil di spada la maggior parte di que' Cristiani, e dopo un general sacco con incredibil bottino, perchè era città ricchissima, tutta data alle fiamme. Trovasi descritta questa miserabil tragedia da Teodosio monaco contemporaneo in una lettera già data alla luce da Rocco Pirro, e da me ristampata[1365]. Pretese l'abbate Carusi, uomo dotto, che la presa di Siracusa accadesse non già in quest'anno, ma bensì nell'anno 880. Tuttavia non paiono convincenti le ragioni che egli reca, e si vuol confrontarle con altre addotte dal padre Pagi, per provar succeduta questa perdita de' Cristiani nell'anno presente. Aggiungasi ora la testimonianza della Cronica saracenica, pubblicata dallo stesso Carusi, che parimente si legge in essa mia Raccolta, dove all'anno 878 sono le seguenti parole: _Captae sunt Syracusae vicesimo primo maii, feria quarta_. Cadde appunto il dì 21 di maggio del presente anno in mercordì. La perdita di Siracusa si tirò dietro quella di tutti gli altri luoghi fin allora conservati dai Greci in Sicilia, e tutti poi, per attestato di Cedreno[1366], furono smantellati dai vittoriosi Mori, fuorchè Palermo, città che, scelta per loro fortezza, crebbe da lì innanzi in popolazione e grandezza, e divenne poi capo di quella sì riguardevol isola; del che gran doglia provarono i Cristiani non men dell'Occidente che dell'Oriente.

NOTE:

[1349] Annales Franc. Fuldenses.

[1350] Epist. 84, 85, etc. Johannis Papae VIII.

[1351] Epist. 164 Johannis Papae VIII.

[1352] Annales Francor. Bertiniani.

[1353] Annal. Francor. Fuldenses.

[1354] Epist. 119 Johannis Papae VIII.

[1355] Epist. 92 Johannis Papae VIII.

[1356] Epis. 126, 127, etc. ejusdem.

[1357] Epistola 130 ejusdem.

[1358] Niceta, in Vit. S. Ingnatii Constantinop.

[1359] Baron., Annales Eccl.

[1360] Pagius, ad Annal. Baron.

[1361] Fiorent., Vita di Matilde, lib. 3. p. 24.

[1362] Epistola 133, Johann. Papae VIII.

[1363] Antiquit. Ital., Dissert. 17, p. 929.

[1364] Constantinus Porphyrogenn., in Vit. Basilii Imper.

[1365] Rer. Ital. P. I. tom. 2.

[1366] Cedren. in Annal. de Niceph. Phoca.

Anno di CRISTO DCCCLXXIX. Indiz. XII.