Annali d'Italia, vol. 3 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 68
Fece nel marzo di quest'anno la vedova imperadrice _Angilberga_, stando in Brescia nel monistero di santa Giulia, l'ultimo suo testamento, pubblicato dal Campi[1317], in cui lascia al monistero delle monache di san Sisto, da lei fabbricato in Piacenza, un'immensa quantità di beni, cioè case, poderi e ville, ivi chiamate _corti_, fra le quali si vede Campo Migliaccio nel modenese, Corte nuova, Pigognaga, Felina, Guastalla e Luzzara nel reggiano; Cabroi e Masino nel contado di Staziona, oggidì Anghiera sul Lago Maggiore; Brunago e Trecate nel contado di Burgaria, oggidì nel distretto di Milano, per tacere d'altri luoghi. Lascia altri beni per lo spedale degl'infermi e pellegrini, edificato in vicinanza d'esso monistero, secondo il costume d'allora, pochi essendo stati i monisteri che non avessero spedale pubblico, perchè o non si usavano, o rarissime erano quelle che oggidì chiamiamo osterie. E tutto ciò è donato _pro remedio et mercede animae ejusdem clementissimi imperatoris_ (Lodovico II) _domini et senioris mei, et meae_. Si riserva, finchè vivrà, il patronato e il governo sì del monistero che dello spedale, con soggiugnere: _Post meum vero obitum volo atque decerno, ut si Ermengarda unica mea filia religiosa veste induerit, ipsa provisionem ejusdem loci mea vice suscipiat_, ec. _Quod si illa, me de hac vita transeunte, religionis veste induta non fuerit, volo atque instituo, ut de ipso monasterio atque xenodochio_, ec. _nullam deminorationem faciat_, ec. Questa sua ultima volontà la fece ella confermare da _Giovanni VIII_ con bolla data _kalendis augusti per manum Johannis episcopi, missi et apocrisarii sanctae sedis apostolicae, imperante domno nostro Carolo, a Deo coronato magno imperatore, secundo, et post consolatum ejus anno secundo, indictione X._ Quando si legge di Ermengarda in esso testamento, ci fa vedere che non doveva essere per anche seguito ciò che narrano gli Annali bertiniani[1318] all'anno precedente 876 con queste parole: _Boso, postquam imperator ab Italia in Franciam rediit, Berengarii Everardi filii factione filiam Hludovici imperatoris Hirmengardam, quae apud eum morabatur, iniquo cortudio in matrimonium sumsit._ Intorno a che è da avvertire che _Berengario_ duca o marchese del Friuli, siccome dicemmo, s'era nell'anno 875 unito con Carlomanno contra di Carlo Calvo; ma essendo prevaluta in que' contrasti la fortuna di Carlo con divenire re d'Italia ed imperador de' Romani, questo duca, accomodandosi anch'egli al tempo, cangiò mantello, e strinse buona amicizia con _Bosone duca_, lasciato da esso imperadore al governo e alla difesa di Lombardia. Erasi per avventura ricoverata nella corte d'esso Berengario la poco fa nominata _Ermengarda_, unica figliuola del defunto imperador Lodovico II, stante la parentela che passava fra loro. Imperocchè _Eberardo_ duca o marchese del Friuli, padre di _Unroco_ e dello stesso _Berengario_, aveva avuta per moglie Gisela o Gisla, figliuola di Lodovico Pio Augusto, e perciò sorella di Carlo Calvo Augusto, e zia paterna del suddetto imperadore Lodovico II. Nel testamento d'esso Everardo, che citai di sopra all'anno 867, manifestamente si vede che _Gisla_ era il nome di sua moglie. Che poi questa principessa avesse per padre Lodovico Pio Augusto, e Giuditta imperadrice, lo negò bensì Adriano Valesio[1319], ma si raccoglie da Agnello[1320], scrittore contemporaneo, il quale nelle vite degli arcivescovi di Ravenna, dopo aver nominati i figliuoli d'esso Augusto a lui nati dall'imperadrice Ermengarda, seguita a dire: _ad Carolum vero_ (cioè al Calvo) _plus fertilem et opimam largivit partem; et Giselam filiam suam tradidit marito Curado_ (si dee scrivere Evrardo) _piissimus homo_ (probabilmente in vece di _piissimo homini_). _Hunc et hanc Judith Augusta parturit._ Anche nello Spicilegio del padre Dachery[1321] si legge una donazione fatta da essa _Gisla_, in cui nomina riverentemente _Carlo Calvo_ suo fratello. Ecco dunque per maggiore chiarezza la tavola onde risulta la parentela di Ermengarda con Berengario.
LODOVICO PIO IMPERADORE
morto nell'anno 840. | +------------+----------------+----------------------+ | | | | Carlo Calvo Lodovico Lottario imperadore Gisela moglie di imperad. re di morto Eberardo duca Germania nell'anno 855. del Friuli | | morto circa | | l'anno 867. | | | +---------+--+-----+ | +-----+-----+ | | | | | | Carlomanno Carlo Lodovico Lodovico II. Unroco duca Berengario re il II re di imper. morto o marchese duca o d'Italia Grosso Germania nell'anno 875. del Friuli marchese imper. | del Friuli, | poscia re | d'Ital. | ed imperad. Ermengarda moglie di Bosone duca di Lombardia.
Ora Bosone considerando la nobiltà di _Ermengarda_, figliuola di un imperadore, e più la pingue eredità ch'ella portava seco, affine di ottenerla per moglie, segretamente se l'intese con Berengario. Bramava ancor questi di mettersi bene in grazia di Bosone, cioè di chi era fratello dell'_imperadrice Richilda_, ed arbitro allora del regno d'Italia. Fecero dunque una furberia e collusione iniqua per trarre a fine questo negozio. E qual fosse può ricavarsi dagli Annali di Fulda[1322], i quali all'anno 878, parlando di _Bosone conte_ (che così ancora si veggono non rade volte allora appellati i duchi e marchesi), hanno le seguenti parole: _Quia propria uxore veneno extincta, filiam Hludovici imperatoris de Italia per vim rapuerat._ Dovette essere il concerto che Bosone facesse vista di averla rapita per forza, acciocchè a Berengario non venisse dato qualche carico presso la vedova _imperadrice Angilberga_, nè presso i figliuoli di _Lodovico I_ re di Germania, di aver tenuta mano a sì fatto matrimonio: poichè quanto a Bosone, ne doveva egli avere un segreto consenso da Carlo Calvo Augusto, mercè della sorella, cioè della suddetta imperadrice Richilda. Cosa poi ne avvenisse, lo vedremo fra poco. Nè si vuol tacere che il medesimo Bosone (non se ne sa il pretesto) avea ritenuto nell'anno precedente _Leone_, nipote di _papa Giovanni VIII_, e _Pietro_, amendue vescovi e legati, spediti da esso pontefice alla corte dell'imperador Carlo[1323]: della quale ingiuria si dolse non poco con lui esso papa Giovanni.
Era intanto in grandi faccende questo papa per gli danni che tuttavia recavano i Saraceni al ducato romano con timore di peggio. Non sapeva egli digerire che _Sergio II duca_ di Napoli cristiano avesse non solamente stabilita pace con que' nemici del nome cristiano, ma anche una specie di lega ed unione con loro. Per disciogliere questa indegna alleanza, si portò egli in persona a Napoli verisimilmente nel gennaio di quest'anno; fece quante calde esortazioni potè a quel duca; e per tentar pure di guadagnarlo[1324], consecrò vescovo di quella città _Atanasio_ juniore, fratello del medesimo duca; ma non riportò a Roma se non delle parole, perchè ad esse non tenne dietro alcun fatto. Questo è il viaggio, del quale parla Erchemperto[1325], con aggiugnere che _Lamberto duca di Spoleti_ e _Guido_ suo fratello andarono in compagnia del papa, il quale usò il medesimo studio per istaccar dall'amicizia de' Saraceni _Guaiferio_ principe di Salerno, _Pulcare_ duca di Amalfi, e _Docibile_ ipato, ossia duca di Gaeta. Del suddetto Guaiferio principe salernitano si legge una donazione fatta nell'anno 877, e da me pubblicata[1326]. A seconda dei suoi desiderii questi operarono. Gagliardissime istanze parimente fece ad _Aione_ vescovo di Benevento, affinchè inducesse il fratello, cioè _Adelgiso principe_ di quel ducato, a ritirarsi dalle convenzioni fatte con quegl'infedeli, con dire fra l'altre cose[1327]: _Nos, cooperante gratia Christi, tam cum carissimo filio nostro Lamberto glorioso duce_ (di Spoleti) _qui nobis in omnibus haeret, quam cum aliis Dominum timentibus, desudabimus, ut impium foedus cum Agarenis habitum dissolvatur_. E perciocchè esso papa intese che _Gregorio imperial pedagogo_ era venuto in Calabria e a Bari con un'armata spedita dall'_imperadore Basilio_, anche a lui scrisse, pregandolo pel soccorso di alcuni per nettare dai Saraceni il littorale romano. Ma le maggiori premure di papa Giovanni erano presso all'imperador _Carlo Calvo_, acciocchè menasse o mandasse delle forze bastanti a ripulsar que' Barbari, che già aveano disertata la Campania e la Sabina, e scorreano fino alle vicinanze di Roma. Son patetiche le sue lettere in questo affare[1328]. Aveva in questi tempi _Adalardo vescovo_ di Verona impetrato da esso imperadore in benefizio, ossia in commenda, l'insigne monistero di Nonantola, posto nel territorio di Modena, _quod pro Dei, tantique loci reverentia nullus umquam episcoporum vel judicum in beneficium quaesierat, suisque usibus, coarctatis extrema egestate monachis, applicavit_; e ciò con isprezzo de' privilegii della Sede apostolica: disordine che anche in Italia avea cominciato a prendere gran piede. Però lo scomunicò, e ne diede avviso ad _Ansperto arcivescovo_ di Milano, a _Gualperto patriarca_ d'Aquileia e al clero di Verona. Convien credere che al vedersi i Romani così maltrattati, anzi divorati dai Saraceni, e minacciati di mali anche più terribili, senza che dopo tante istanze Carlo Calvo movesse un dito per soccorrerli: difficilmente potessero tenere in freno la lingua dallo sparlare contra di lui con dire: _A che ci serve questo imperadore che si gloria d'essere nostro sovrano, nè vuol poscia ne' gravissimi bisogni recarci un menomo aiuto, e intanto attende solo a far delle guerre ingiuste contra de' suoi nipoti? S'egli dimentica il suo dovere, saremo scusati se dimenticheremo ancor noi il nostro, e se cercheremo altro miglior signore._ Rapportate a Carlo Calvo queste mormorazioni e minacce di sottrarsi al suo dominio, dovette egli far delle gravi doglianze col papa per la fede vacillante del popolo. Ora il pontefice per quetar lui, e reprimere eziandio le licenziose voci dei Romani, tenne nel febbraio dell'anno presente un concilio di vescovi in Roma, nel quale, dopo la protesta di aver già eletto ed unto in imperadore _Carlo figliuolo di Lodovico Augusto[1329], _una cum annisu et voto omnium fratrum et coepiscoporum nostrorum, atque aliorum sanctae romanae Ecclesiae ministrorum, amplique senatus, totiusque popoli romani, gentisque togatae, et secundum priscam consuetudinem_: conferma e fa confermare da tutti la elezione e consecrazione di lui. Non si può leggere senza stupore, per non dir altro, l'allocuzione ivi fatta da papa Giovanni, perchè contenente una sparata tale di lodi di Carlo Calvo, che chiunque è intendente della storia d'allora, manifestamente conosce essere esorbitanti, nè convenienti alla gravità e maestà di chi le propone. Non aveano certo i precedenti papi negli Annali de' Franchi conosciuto in lui que' pregi che qui gli vengono dalla sola adulazione attribuiti. Poscia si venne alla scomunica contra qualsivoglia persona che osasse, per qualunque titolo, turbar questa elezione e seminar discordie, con dichiararli ministri del diavolo e nemici di Dio, della Chiesa e della Cristianità. Abbiamo una lettera scritta da esso papa Giovanni[1330] a _Lamberto glorioso duca_ di Spoleti, da cui si scorge che esso duca avea ricevuto ordine dall'imperadore di portarsi a Roma, e di obbligare i Romani a dar degli ostaggi della lor fedeltà: chiaro contrassegno della sovranità conservata anche da questo imperadore in Roma. Risponde il pontefice: _Romanorum filios sub isto coelo non legitur fuisse obsides datos: quanto minus istorum, qui fidelitatem augustalem et mente custodiunt, et opere Deo juvante perficiunt?_ Chiaramente poi protesta di dubitare se quest'ordine si sia spiccato dall'imperadore stesso, perchè non gli par probabile ch'esso Augusto avesse tenuto segreto ad esso papa un tal disegno, _et ipsum imperatorem non credimus suum nos velle secretum latuisse_. In somma gli fa sapere che non s'incomodi per venire a Roma, altrimente non sarà ricevuto. _Quum autem, Deo juvante, ad unam concordiam et unam quietem reipublicae caussa redierit, et litis figmenta, quae tamquam telas aranearum putamus, contra augustalem majestatem oborta, sopita exstiterint_: allora sarà amichevolmente accolto esso Lamberto: dal che si conferma che titubavano non poco i Romani nella fedeltà giurata a Carlo Calvo; e probabilmente soffiavano in questo fuoco i figliuoli di _Lodovico I_ re di Germania, pretendenti anche essi all'imperio. Dicesi data la suddetta lettera di papa Giovanni _XII kalendas novembris, Indictione XI_, cioè nel dì 26 d'ottobre dell'anno presente. Ma si conosce che vi ha errore, ed esser ella (al che non s'è badato fin qui) fuor di sito; perchè ivi si parla d'un _imperador_ vivente, e Carlo Calvo era già mancato di vita (siccome diremo) nel dì 13 di esso mese, nè Carlomanno era imperadore. Però questa lettera probabilmente fu scritta nell'ottobre dell'anno precedente, e in vece di _Indictione XI_, s'ha da scrivere _Indictione X_.
Venne poscia l'infaticabil papa a Ravenna, dove nel mese d'agosto, se pur non fu in giugno, tenne un concilio numeroso di 130 vescovi. Girolamo Rossi, Giovan-Giorgio Eccardo, ed altri hanno moltiplicato i concilii tenuti da papa Giovanni in Ravenna. Non so io dire se più d'uno egli ne celebrasse. Ben so che in questo anno quivi si tenne la suddetta sacra assemblea[1331], ciò costando da varie lettere del medesimo papa. Furono in esso concilio fatti diciannove canoni; e il Dandolo scrive[1332] che si diede fine alla controversia insorta fra _Orso doge_ di Venezia e _Pietro patriarca_ di Grado, perchè questi ricusava di consecrar vescovo di Torcello, a requisizion del doge, _Domenico abbate_ del monistero di Altino. Fu determinato che finchè vivesse il patriarca, egli resterebbe privo della consecrazione, ma godrebbe le entrate di quel vescovato. Aggiugne quello storico, che l'armata navale de' Saraceni arrivò sotto Grado, e le diede più assalti, ma indarno, per la valorosa difesa de' cittadini. Portata questa nuova a Venezia, inviò il doge con uno stuolo di navi Giovanni suo figliuolo al loro soccorso. Non credettero bene que' Barbari di aspettarlo, ed alzate le ancore vennero alla città di Comacchio, e le diedero il sacco. Fu poco appresso dal popolo di Venezia eletto doge e collega del padre esso _Giovanni_. Confessa il Dandolo che in questi tempi i mercatanti veneziani comperando dai corsari (o Saraceni o Schiavoni) i poveri cristiani, fatti da loro schiavi, ne facevano poi traffico, vendendoli anche agl'infedeli. A tale iniquità il doge e popolo veneziano cercarono il rimedio con pubblicare un rigoroso divieto, e intimar gravi pene a chiunque contravvenisse. Seguitava intanto _Sergio II duca_ di Napoli a tenere stretta corrispondenza e una specie di lega coi Saraceni, nè voleva, per quanto gridasse papa Giovanni[1333], distorsene, ingannato dai consigli di _Adelgiso principe_ di Benevento, e di _Lamberto duca_ di Spoleti, uomo doppio ed avvezzo a pescare nel torbido. Non potendo, nè volendo papa Giovanni soffrire tanta iniquità, lo scomunicò. Sergio, irritato per questo, mosse guerra a _Guaiferio principe_ di Salerno, che avea non solo rinunziato alla amicizia di coloro, ma eziandio parecchi ne avea già tagliati a pezzi. Otto giorni dopo la scomunica Guaiferio prese ventidue soldati napoletani, a' quali fece tagliar la testa: che così n'avea commissione da papa Giovanni. Qui nondimeno non finì la faccenda. _Atanasio vescovo_ di Napoli ascoltò volentieri in tal congiuntura le suggestioni dell'ambizione; e giacchè oltre i romani pontefici, che da più d'un secolo godevano temporal dominio di stati, anche _Landolfo vescovo_ di Capoa come principe signoreggiava quella città, con questi esempli davanti agli occhi pensò anch'egli a farsi padrone in temporale della patria sua. Pertanto formata una congiura, fece prendere il _duca Sergio_ suo fratello, e dopo avergli fatto cavar gli occhi, il mandò prigione a Roma, dove miserabilmente terminò i suoi giorni. Non gli fu difficile il farsi poco appresso proclamar duca di Napoli. Di questa azione ne fu mirabilmente lodato Atanasio da papa Giovanni, come apparisce da una sua lettera. E che anch'egli avesse intelligenza di questo fatto e vi desse braccio, pare che si raccolga dal dirsi quivi: _Nos namque aliis omnibus mancosis datis, mille quadrigentos vobis dare debemus, quos vestrae dilectioni aut in initio quadragesimae, aut in die sanctae resurrectionis vobis procul dubio dirigemus_. Scrisse anche ai Napoletani, lodandoli di quanto aveano operato, e promettendo loro il danaro, concertato verisimilmente per muoverli contra di Sergio. Queste nondimeno furono picciole avventure rispetto a quelle dell'imperador Carlo Calvo[1334]. Ricevette egli a Compiegne _Pietro vescovo_ di Fossombrone e _Pietro vescovo_ di Sinigaglia, nunzii a lui spediti dal papa per sollecitarlo a venire in Italia, per liberar dagl'insulti de' Saraceni il ducato romano: al che si era egli obbligato con varie promesse. Determinò di venire; ma prima attese a quotare i corsari normanni, gran flagello allora della Francia, col pagamento delle contribuzioni ordinate: al qual fine impose una grave tassa a tutti i secolari ed ecclesiastici del suo regno. Raunata parimente gran copia d'oro, d'argento e d'altre preziose cose, e un grosso nerbo di cavalleria, calò finalmente in Italia accompagnato dall'_imperadrice Richilda_ sua consorte. A Vercelli fu ad incontrarlo papa Giovanni. Se crediamo a Reginone, fu in questa occasione che[1335] fu data in moglie a_ Bosone duca Ermengarda_ figlia del fu Lodovico II Augusto. _Bosoni germano Richildis reginae Hermingardem filiam Ludovici imperatoris in matrimonium jungit. Dies nuptiarum tanto apparatu, tantaque ludorum magnificentia celebratus est, ut hujus celebritatis gaudia modum excessisse ferantur. Dedit etiam eidem Bosoni provinciam, et corona in vertice capitis imposita, eum regem appellari jussit, ut more priscorum imperatorum regibus denominari videretur._ Può patire delle difficoltà questo racconto di Reginone per quel che riguarda l'aver Carlo Calvo dichiarato re di Provenza in tal congiuntura Bosone: perchè, secondo gli Annali bertiniani, Bosone solamente due anni dappoi, per impulso della moglie, prese il titolo di re; ma non dovrebbe già aver egli sognato le nozze di lui, nè la gran pompa con cui furono celebrate. Certo Bosone non isposò Ermengarda, allorchè nell'anno precedente Carlo Calvo si trovò in Lombardia, perchè solamente dacchè Carlo fu ritornato in Francia, egli la rapì. Il tempo proprio per tali nozze fu il ritorno in Italia d'esso imperadore, e la presenza ancora di Richilda Augusta, sorella di esso Bosone.